“Crimini e misfatti” (1989)
regia di Woody Allen
con Martin Landau, Woody Allen, Anjelica Huston, Alan Alda, Mia Farrow, Sam Waterston, Joanna Gleason, Jerry Orbach, Claire Bloom, Caroline Aaron
«Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali. Alcune di esse importantissime, la maggior parte meno importanti. E noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto; siamo in effetti la somma totale delle nostre scelte. Gli avvenimenti si snodano così imprevedibilmente, così ingiustamente. La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della Creazione: siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all'universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembrano avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di più.»
“Crimini e misfatti” è una delle opere più complesse della filmografia di Allen, uno dei suoi vertici creativi, anche se la trama con le due vicende parallele, che finiscono per intrecciarsi, è di una semplicità disarmante, come solo nel suo cinema può accadere.
Il tono da commedia nera, da thriller senza mistero, diffuso lungo tutta la linea narrativa, serve a nascondere ben altro: il trionfo della morte sull’animo umano e sulle sue azioni, la tragedia cupa dell’esistenza.
“Crimini e misfatti” è affine in questo, e non solo in questo, proprio a “Match Point”, altro suo capolavoro “thriller”, basta collegare i due finali. Nonostante, il tono da commedia, i due film contengono una morale a dir poco agghiacciante, con il rovesciamento della logica dell'happy end e l’atmosfera leggera e rassicurante che avvolge l’intera vicenda, con brevi momenti di intensa drammaticità, che cancella ogni senso di colpa e ogni dubbio esistenziale.
Un capolavoro di cinismo prodotto dalla visione etica di Woody Allen, una visione talmente pessimista, che lo lascia in piena solitudine col suo convinto ateismo. Un ateismo che non ama, ma dal quale si fa dominare con rassegnazione, perché dimostra che nessun intervento divino può turbare l’ingiustizia della condizione in cui è immersa l'esistenza umana.
Ed è proprio nei momenti migliori della sua produzione, e questo è uno di quelli, che è più vicino al cinema di Bergman, non a caso uno dei registi più amati da Allen: il desiderio di voler sentire la voce di Dio, ma ciò che si ottiene è solo il suo Silenzio.
Tuttavia, mentre l’ateismo del regista svedese, deriva dall’etica calvinista, per cui prevale l’elemento tragico, quello del regista americano è emanazione diretta dell’etica ebraica, con il prevalere del disincanto tipico della commedia. Anche se entrambi contengono una dose non indifferente degli elementi contrari.
Non è un caso che proprio l’unico protagonista positivo di “Crimini e misfatti”, il cui titolo richiama anche l’onnipresente Dostoevskij di “Delitto e castigo”, altro grande nume tutelare del cinema di Allen, sia il giovane rabbino che è destinato a diventare cieco. L’unico cieco tra i vedenti, oppure, nella logica del capovolgimento tipica della rappresentazione alleniana, l’unico vedente tra i ciechi?
Sta alla parte comica, quella più leggera, con interprete il regista stesso e un, come al solito, efficace Alan Alda, riequilibrare la tragedia della parte interpretata da un grandissimo Martin Landau e dall’altrettanto brava Anjelica Huston. Anche se la tragedia si inserisce nella parte comica con il documentario sul vecchio filosofo esistenzialista; e in quella tragica fa da continuo sfondo l’atmosfera rilassata da commedia familiare.

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