Arturo Pérez-Reverte
"L'ussaro" (1983-2005-2006)
«Perché in guerra si odia. Ed è l’odio a muovere gli uomini.»
«Al diavolo. Al diavolo loro e la loro idea romantica e stupida della guerra. Al diavolo gli eroi e la cavalleria leggera dell’Imperatore. Niente di tutto ciò aveva più senso in quella tenebra terribile, nel sottobosco, interrotta dai bagliori di un incendio vicino.
Provò una fitta violenta al ventre. Si sbottonò i pantaloni e si accucciò lì dov’era, sentendo il liquame colargli tra gli stivali, angosciato all’idea che gli spagnoli lo sorprendessero così. Fango, sangue e merda. La guerra non era nient’altro che questo, Sant’Iddio. Tutto lì.»
Arturo Pérez-Reverte scrisse "L'ussaro", suo primo romanzo, nel 1983, quando era corrispondente di guerra e lo scrisse tra due reportage. Lo recuperò nel 2005, riscrivendone diverse parti, per poi ripubblicarlo.
E' naturale, quindi, che la scrittura risenta della sua esperienza da giornalista di guerra ed è importante, anzi, che tale esperienza sia riuscita a sedimentare nello scrittore alcune idee di fondo che in questa storia trovano compiuta realizzazione.
"L'ussaro" appare innanzitutto come un grande affresco storico, nel quale le suggestioni descrittive richiamano alla mente immagini alquanto vivide, portando davanti agli occhi del lettore scenari e colori di una precisione magistrale.
Non sappiamo quanto l’autore abbia revisionato rispetto alla vecchia stesura, ma possiamo immaginare che la sostanza della storia sia stata quella sin dall'inizio, rivelando da subito il grande scrittore che si sarebbe affermato poi negli anni.
Tuttavia, "L'ussaro" non è solo un grande esercizio di stile, è un'opera costruita, con notevole impegno, attorno all'essenza ultima della guerra, di tutte le guerre. Un apologo esemplare sull'illusione di idea romantica della guerra. E la minuziosa struttura dell'opera, il ritmo incalzante, la cronaca in diretta degli avvenimenti, i dialoghi essenziali ed evocativi, tendono tutti al medesimo punto: verso un crescendo, dove, a mano a mano, tutto si sfalda e si lacera fino ad arrivare alle porte dell'inferno.
La guerra non è Gloria, Patria, Dio e Amore, la guerra è sangue, fango e merda. Tutte le guerre, a prescindere dal contesto storico e geografico. E non deve sorprendere che Pérez-Reverte, inviato di guerra contemporaneo, scelga per il suo romanzo un contesto tanto diverso: una guerra europea combattuta all'inizio del XIX secolo in nome dell'impero napoleonico. Lo scrittore con questa scelta intendeva sottolineare ancor più intensamente che non esistono e non sono mai esistite guerre giuste, soprattutto quando sono gli interessi imperialisti ad esserne il motore maggiore.
Le pagine de "L'ussaro", poi, assumono un valore impressionante, soprattutto quando vengono stigmatizzate le tecniche ideologiche di formazione del consenso. Il nemico è sempre crudele, sporco, incivile e arretrato culturalmente. In poche parole: degno della sua fine, quella di essere dominato da chi è più civile. Tecniche proprie di ogni "scontro di civiltà".
L'esercito di Bonaparte pretendeva di portare il "progresso" al resto dell'Europa barbara e superstiziosa; oggi c'è chi, dappertutto, è preoccupato solo di affermare la propria verità sul nemico, senza preoccuparsi di quante vite ciò costerà e quali danni collaterali comporterà.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie