“La vita futura” (1936)
regia di William Cameron Menzies
sceneggiatura di H.G. Wells
con Raymond Massey, Edward Chapman, Ralph Richardson, Margaretta Scott, Cedric Hardwicke, Maurice Braddell, Sophie Stewart
Nel 1936 soffiavano intensi venti di guerra e i totalitarismi erano nel pieno del loro fulgore e della loro potenza. I timori diffusi di conflitto bellico si materializzarono pochi anni dopo con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Questa pellicola possiede una serie di motivi di notevole interesse, a cominciare dal fatto che è stata tratta dal romanzo “The Shape of Things to Come” di H.G. Wells. Allo scrittore fu affidata anche la sceneggiatura. È quindi più che evidente la sua importanza, anche se col tempo è diventata un prodotto di nicchia.
A prescindere da molte comprensibili ingenuità, il film, la cui durata è stata più volte rimaneggiata, contiene una serie di elementi di anticipazione: il dominio della scienza, la conflittualità militare diffusa su tutto il globo, le rozze autocrazie, le illusioni legate al progresso, i dubbi e le visioni alternative che non riescono ad andare oltre una visione bucolica e conservatrice. C'è perfino la conquista della Luna.
Wells immagina una guerra mondiale totale che scoppia e si protrae per decenni e decenni, senza specificare luoghi e motivazioni, se non l’immaginaria città di Everytown, fino ad un equilibrio di “pace” e di “felicità” raggiunto solo un secolo dopo, nel 2036. Si arriva a questo equilibrio grazie al lavoro di un’organizzazione di visionari, in possesso di conoscenze di alto livello e di strumenti tecnologici avanzati, contrapposta ai tanti improvvisati dittatorelli che stanno portando la Terra verso la catastrofe.
La seconda parte è chiaramente ispirata a Metropolis di Fritz Lang.
La vittoria dell’organizzazione tecnocratica, globale scientista e positivista, che però, almeno a parole, garantisce la “libera scelta”, ma che è fondata su un nuovo ordine mondiale e sulla completa dedizione stakanovista al progresso, con un capo del governo illuminato e magnanimo e piccola sommossa popolare, non è rappresentata con molta enfasi ed entusiasmo, e lascia in bilico la percezione dello spettatore tra utopia e distopia, non risolvendola del tutto neanche col breve ingenuo dialogo finale di taglio positivista.
Alcune curiosità. Nei primi anni di guerra, si diffonde un’epidemia denominata “sindrome del vagabondo” in cui le persone colpite contraggono una malattia, presumibilmente contagiosa, che le porta a vagabondare in preda ad uno stato di trance. La cosa viene risolta in modo assai drastico.
Nel film, c'è un continuo ed evidente uso di filmati di repertorio di contenuto militare e bellico, che danno la netta sensazione di quanto fossero artigianali certi prodotti cinematografici.
Tuttavia, sorprendono l’originalità della trama e gli effetti speciali, che traggono giovamento dalla dimestichezza della regia nell’uso della macchina da presa e nel montaggio. Divertenti i costumi futuribili e le tute da lavoro, così come è apprezzabile l’inventiva atta a rappresentare il progresso tecnologico con astrusi macchinari che avrebbero dovuto colpire l’immaginario del pubblico dell'epoca.
Le cose migliori restano comunque la scenografia e buona parte della fotografia.
Il film si trova in versione integrale anche in italiano su YouTube.

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