“L’Angelo sterminatore” (1962)
regia di Luis Buñuel
fotografia di Gabriel Figueroa
con Silvia Pinal, Enrique Rambal, Jacqueline Andère, Claudio Brook
«Se il film che state per vedere vi sembra enigmatico, o incongruo, anche la vita lo è. È ripetitivo come la vita, e, come essa, soggetto a molte interpretazioni. L’autore dichiara che non ha voluto giocare su dei simboli, almeno coscientemente. Forse la migliore spiegazione per L’Angelo sterminatore è che, ragionevolmente, non ne ha alcuna».
Cartello introduttivo dell’edizione francese
Inizio questa analisi con un po' di imbarazzo, dato che si tratta di un capolavoro assoluto. E allora voglio proporre un suggestivo accostamento che nasce forse solamente da una mia fantasia. Buñuel e Borges hanno più di un punto di contatto: innanzitutto quasi l'esatto periodo di tempo in cui sono vissuti, il primo nasce nel 1900 e muore nel 1983, il secondo nasce nel 1899 e muore nel 1986, poi, la lingua spagnola e l'America latina. A titolo di curiosità, possiamo aggiungere anche il cognome che inizia con la B, composto da sei lettere, e il nome di battesimo, almeno una parte, per quanto riguarda Borges. Coincidenze.
Ma se ci aggiungiamo anche le affinità tra il surrealismo del cineasta con il realismo magico dello scrittore, l’amore per il fantastico, per il doppio e per l’assurdo, le coincidenze si fanno assai suggestive. Questo film ne è forse la dimostrazione più evidente.
Però sembra, secondo un resoconto di Buñuel, che non si amassero molto, incontratisi una o due volte, il regista disse dello scrittore che era supponente e reazionario. Ciò però, a mio modesto parere, non cambia nulla.
L’opera di Buñuel è talmente ricca di particolari e soggetta a molteplici letture, da poter essere analizzata solo con estrema difficoltà. Non è solo un’impietosa satira della classe dominante, che si aggiunge alle altre opere passate e future del regista, è la rappresentazione della degenerazione dell’esistenza umana, privata della sua dignità, in una condizione di auto coercizione, in un “auto-lockdown” senza alcuna logica motivazione, che fa emergere azioni e dialoghi apparentemente privi di senso, oppure dettati da energia istintuale tenuta repressa a causa delle convenzioni sociali.
Le analogie però non si limitano a quella che ho prospettato io con Borges. Il film di Buñuel, come molti hanno fatto notare, ha un'evidente somiglianza, nell'espediente narrativo del lockdown, col surreale dramma teatrale di Jean Paul Sartre “A porte chiuse” del 1944. Tuttavia, in Sartre l’elemento metafisico è all’esatto opposto di quello prosaicamente fisico adottato da Buñuel, anche se si muovono entrambi nella sfera del religioso.
Con "L'Angelo sterminatore”, però, Buñuel si ispira soprattutto a una commedia inedita del 1927: “Los naufragos” dell’autore spagnolo e suo amico José Bergamín, opera che non apparirà mai sulle scene.
Il film è una tragicommedia, di cui però il lato comico, grottesco e satirico ha il sopravvento su quello tragico. L’azione si svolge in una non meglio precisata villa cittadina messicana durante un ricevimento per una cena della “buona borghesia” locale.
Le situazioni paradossali caratterizzate da palesi contraddizioni tra personaggi, che sono letteralmente inghiottiti in una sorta di macabro rituale, costituiscono l’aspetto centrale di tutto il film. Il salotto dove la maggior parte della scena si svolge è organizzato come se fosse uno spazio teatrale, e nello stesso tempo, cambiando prospettiva, la scena vista dall’ingresso della stanza, dal quale i partecipanti alla cena non riescono ad uscire, come imprigionati da uno schermo invisibile, assume i connotati di una metafora sul cinema.
L’atmosfera è in continua dinamica trasformazione, con un ritmo che non da' tregua agli attori e agli spettatori, costantemente in bilico, tra razionale, surreale, simbolico e onirico. Una rappresentazione dissacrante, ma profondamente religiosa, in una incessante allegoria sul concetto di sacrificio, di ipocrisia svelata che malcela odio, risentimento ed egoismo, in cui l'equilibrio di potere viene minato dalla situazione al limite, in cui il farsesco è l’unica realtà concepibile.
L’enigmatico titolo deriva da una seconda scelta, inizialmente doveva intitolarsi “I naufraghi di via della Provvidenza”, mutuandolo dalla commedia a cui si ispira. Il motivo rimarrà un mistero, probabilmente dovuto all’angelo dipinto sull’anta di uno degli armadi del salone, di cui i protagonisti fanno i più disparati usi nel corso della vicenda. C’è chi però ci ha voluto vedere un riferimento all’angelo biblico garante della correttezza del rito pasquale.
Nonostante il suo ateismo, il cinema di Buñuel era profondamente intriso di religiosità e il riferimento all’Apocalisse di Giovanni, è più che esplicito, a dispetto di quello che tenne a precisare il regista, negando ogni ispirazione in tal senso; così come è chiaro il riferimento all’angelo dell’Esodo, oppure il capovolgimento della figura della Vergine, l’agnello sacrificale e ancora il “Te deum” nella cattedrale.
Esistono diverse versioni del film. Quella integrale è completa anche dei tagli fatti nella prima versione italiana del 1964, comprese le due sequenze ripetute due volte, che non sono errori, ma un espediente voluto e che indica la coazione a ripetere delle vuote ritualità, tipiche soprattutto della borghesia. È indicativo infatti che tutta la servitù, tranne il maggiordomo, si metterà in “salvo” per tempo. Ed è proprio un’altra ripetizione che “risolverà” la vicenda, ma con doppio finale di segno opposto, a dimostrazione che tutto resta invece contraddittorio e irrisolvibile.
Buñuel era in fondo un anarchico dell'immaginario e della rappresentazione che affollava le sue creazioni di oggetti, dialoghi, personaggi, animali, simboli, ma alla fine, lasciava ampio spazio all’interpretazione e alla “creatività” dello spettatore. Il surrealismo non da' mai spiegazioni.
Una cosa è però evidente: Buñuel spingeva quelli che erano affascinati dal suo cinema a una visione ripetuta della stessa opera. Ecco, “L’Angelo sterminatore” è uno di quei film che non ci si stancherebbe mai di rivedere, per quante cose si possono scoprire ad ogni nuova visione. Un’opera che può addirittura assumere significati diversi nell'infinita interazione tra l’autore, lo spettatore e il contesto in cui è calata la visione.
Un’ultima divertente curiosità: la sequenza con la mano tagliata, che cammina sulle dita, rimanda inevitabilmente alla “Famiglia Addams”. Ancora coincidenze? La serie è stata creata da Charles Addams, dapprima con delle vignette, nel 1938, e poi come serie TV nel 1964, e proprio negli anni del programma televisivo esordisce il personaggio di Mano, prima era solo una presenza misteriosa, The Thing. Buñuel ha usato per la prima volta l’immagine della mano tagliata nel 1928 nel suo primo film: “Un chien andalou”, un breve cortometraggio, realizzato in collaborazione con Salvador Dalì, divenuto un cult del cinema surrealista.
Sono solo curiose coincidenze. Chissà.

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