Yasmina Khadra
"L'attentatrice" (o “L’attentato”) (2006)
“Lì, sotto i miei occhi, nonostante il dramma che deturperà per sempre il ricordo di questa giornata, nonostante i corpi che agonizzano sulla carreggiata e le fiamme che finiscono di consumare l'auto dello sceicco, il ragazzo salta su e a braccia dispiegate come ali di sparviero si butta per campagne dove ogni albero è un incanto... Le lacrime mi rigano le guance... «Chi ti ha detto che un uomo non deve piangere non sa cosa significa essere uomo» mi confidò mio padre vedendomi disperato nella camera ardente del patriarca. «Non devi vergognarti se piangi, figlio mio. Le lacrime sono quanto di più nobile ci è stato dato.» Siccome rifiutavo di lasciare la mano del nonno, si era inginocchiato davanti a me e mi aveva abbracciato. «Non serve a niente restare qui. I morti sono morti e sepolti, da qualche parte stanno scontando i loro peccati. I vivi, invece, sono solo fantasmi arrivati prima del tempo...»”
Si potrebbe speculare a lungo sull'anima divisa in due di Yasmina Khadra, sia come uomo che come scrittore, ma è nel momento stesso in cui diventa scrittore che la sua anima divisa in due viene a galla, si manifesta pubblicamente in tutta la sua forza simbolica, già nell'assunzione, come pseudonimo, del nome della moglie.
Mi si dirà che Mohammed Moulessehoul (questo il suo vero nome) venne costretto dal fatto che, ad inizio carriera, era ancora un ufficiale dell'esercito algerino e che quindi per motivi di riservatezza e di sicurezza non poteva certo scrivere a suo nome romanzi così scomodi, per evitare la censura, a fronte della sanguinosa guerra civile che devastò il suo paese. Non aveva scelta. Va bene, ma perché un nome di donna e perché il nome della moglie? Non credo sia un caso.
Mi sento, allora, in qualche modo autorizzato a continuare nella mia speculazione, incoraggiato anche dal contenuto di questo incredibile e terribile romanzo.
Yasmina Khadra è uomo e donna, algerino e francese, europeo e arabo, palestinese e israeliano. Contiene in sé un dualismo irriducibile a qualsiasi tentativo di sintesi, di incontro riconciliatore. Tale rimarrà, finchè le contraddizioni, che oppongono queste categorie, resteranno insanabili. Finché non si arriverà alla ricomposizione degli opposti, preservando però le identità e le differenze, nel rispetto reciproco.
Per cui, sarebbe un errore voler rintracciare una verità nel romanzo. La verità non esiste, esistono "le" verità, ognuna ad uso e consumo dei singoli gruppi di umani che le elaborano e le fanno crescere. E non vi ostinate a cercare neppure il dubbio. Il dubbio è destinato a soccombere, a perire, non ha la forza necessaria per opporsi alla inoppugnabilità delle verità. Il dubbio è la piccola verità dei singoli individui. Ognuno se ne costruisce una, ma la costruisce di giorno in giorno: è fatta di debolezze, di un microcosmo fragile e di errori, pronta ad essere messa in discussione ad ogni piccola scossa. Contiene, pertanto, in nuce la sua sconfitta. Però, paradossalmente, è anche l'unica cosa che potrà salvarci.
Chi, al contrario, rinuncia alla propria verità, in nome della verità suprema, dell'atto di fede assoluto, entra a far parte di un entità più grande di sé, dove altri uomini e donne mettono al servizio di questa entità il proprio essere e le proprie energie, rinunciando alla propria individualità o conformandola al tutto che ingloba, che cresce e che annichilisce. Cosa possono i singoli dubbi di fronte alle tante verità? Nulla, non hanno scampo.
Il dubbio è stupido e debole, perchè si nutre di cose contraddittorie, non è coerente perchè è costretto a volte a far riferirmento a verità che non sono sue fino in fondo, alle quali non crede. La verità invece è alta e coerente, pura, si abbevera alla fonte del bene supremo e non accetta di essere messa in discussione. Seguire la verità vuol dire trovare uno scopo per l'esistenza e uno scopo per la morte propria e degli altri.
Il protagonista del romanzo, al pari di Yasmina Khadra, è un'anima divisa in due, un arabo che vive tra gli ebrei, che per seguire la propria piccola verità, la propria missione di medico, a cui crede fermamente, accetta di integrarsi e di accettare, di conseguenza, una verità altrui, senza crederci assolutamente. E da qui il destino di esule, che lo porta di fronte alla tragedia, alla sua parabola kafkiana, a dover confrontarsi direttamente con l’abominio.
Però Khadra è soprattutto arabo nelle origini, le sue radici sono in quei paesi, tra quella gente, e sa di cosa sta parlando. Ma lo fa attraverso lo sguardo dell'uomo con un'anima spezzata, con lo sguardo dell'esule, che non perde di vista le sue prerogative di individuo, che sa che ogni essere umano è un essere irripetibile e che nessuna verità potrà mai togliergli questa sua unicità.
Per affrontare certe verità però bisogna conoscerle, avere la giusta prospettiva e l'umiltà necessaria, in modo tale che il giudizio non diventi pregiudizio.
La pace va aiutata a crescere ed esige molto rispetto, molta disponibilità all'ascolto e, come dicevo, umiltà, solidarietà, ma non tifoseria, soprattutto da chi usa strumentalmente quel conflitto. Esige volontà di mediazione, di compromesso. Esige reciproco riconoscimento. Esige il rispetto per l’identità altrui. Quella deve essere una terra per due popoli, nessuno ha più diritto dell’altro. Deve avere pazienza e riprendere il cammino interrotto.
L'appartenenza altrui va rispettata, ma non esige adesione acritica, soprattutto quando due appartenenze si scontrano in una guerra che ha anche aspetti fratricidi. Perché l'appartenenza si nutre di esclusioni e di mancanza di spirito di accoglienza. E a volte si nutre di odio.
Khadra ci aiuta a capire, lo fa, come dicevo, da anima divisa in due, ma lo fa soprattutto da arabo, che conosce la peregrinazione di un popolo, di un popolo che ha dignità identitaria e che quest'identità vuole difendere.
Non ho molta speranza nel potere di mediazione degli "uomini di pace", neanche in quelli più in buona fede. Quello che bisogna intraprendere è un viaggio all'interno della propria consapevolezza di individui, alla ricerca della propria umiltà e dei propri dubbi, che ha come presupposto lo spogliarsi di facili scorciatoie interpretative, di pseudo verità e di pregiudizi ideologici, figuriamoci di motivazioni per nulla nobili.
La speranza la ripongo in libri come questo, nonostante siano magari pervasi da intensa disperazione. In libri che hanno dalla loro parte un potere comunicativo maggiore della politica e di qualsiasi mezzo di informazione, a volte anche a prescindere dalle reali intenzioni degli autori. Hanno il potere della letteratura che si fa terra, sangue e carne e con "L'attentatrice" non è la prima ed unica volta che succede, per fortuna nostra.

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