“Giurato numero 2” (2024)
regia di Clint Eastwood
con Nicholas Hoult, Toni Collette, Zoey Deutch, Gabriel Basso, Chris Messina, Francesca Eastwood, Kiefer Sutherland, Leslie Bibb, Cedric Yarbrough
La cosa più incredibile di questo capolavoro è che è stato realizzato da un uomo ultra novantenne, che dimostra ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno, di essere, se non il miglior regista vivente, uno dei pochissimi che possano ambire ad esserlo. Un vero e proprio miracolo di lucidità. Certo, buona parte del merito va anche alla sceneggiatura di Jonathan Abrams, ma ciò non diminuisce di un millimetro la genialità di Clint Eastwood. E non ci resta che sperare che non sia l'ultimo film, come si dice.
Clint Eastwood, Toni Collette a parte, non ha bisogno di un cast stellare per i suoi film. Gli attori sono tutti bravissimi, ma dietro ognuno di loro c'è la mano inconfondibile di chi li sa dirigere con maestria.
“Giurato numero 2” non è un semplice legal thriller e non è il solito film di denuncia sugli errori giudiziari, di critica al sistema giudiziario americano, sul mix letale di giustizia e politica. È molto di più: è una parabola kafkiana sui limiti della giustizia umana, sulle coincidenze e sull’incapacità di manipolare il destino, sull’inganno delle apparenze e sulla solitudine di fronte alla colpa. Ma è soprattutto un elogio del dubbio, che afferma costantemente l’inafferrabilità della verità.
Tuttavia, ciò che è maggiormente in evidenza nel film di Eastwood è quanto le azioni umane, dettate da angoscia, paura e colpa, spesso ottengano il contrario di ciò che apparentemente si prefiggono. Quanto per sfuggire alla rete delle evidenze e del caso, si finisca per rendere questa rete ancora più inestricabile, preparandosi inevitabilmente al castigo e magari anelandolo disperatamente.
La dea della giustizia adorata dagli uomini, oltre ad essere bendata, è un moloch che non prende in considerazione le illimitate possibilità del caso. I suoi sacerdoti, così come i suoi detrattori, sono ostaggio di questo mostro e non riescono a vedere oltre le apparenze, a meno che non si sia disposti a contemplare come ipotesi irrinunciabile la presunzione di innocenza. Ma è una ricerca nel profondo, nell’ambiguità dei fatti e delle prove che si credono inoppugnabili, e non è facile farla agire.
La parte migliore del film, proprio per questo, è il confronto tra i giurati, in cui emergono pregiudizi e riserve, fino a diventare quasi una specie di seduta terapeutica di autocoscienza sui problemi personali, che dalle certezze conducono al dubbio, in un viaggio che porta a un confronto con se stessi.
La ricerca della giustizia dovrebbe però andare oltre le formalità e le proprie esigenze personali. La verità è giustizia? E la giustizia è verità? Si può convivere col peso della colpa? Tuttavia, si può agire secondo ciò che è giusto, e non secondo verità, anche se a volte capita che ciò che è giusto fare e verità coincidano.
In tempi di giustizialismo forcaiolo non è affatto poco.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie