Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

sabato 8 febbraio 2025

La democrazia assembleare


La democrazia assembleare 

Il libro “Il Sessantotto” di Massimo Bontempelli del 2008, oltre ad essere un libro assai interessante di un prestigioso storico, troppo presto dimenticato, è un saggio che individua certe dinamiche proprie dei movimenti di opposizione, che, mutatis mutandis, possono farci capire anche quello che è accaduto dal 2020 a oggi all'interno della cosiddetta "dissidenza", e che ancora non si è pienamente disvelato.

Queste dinamiche non sono solo derivate dal "Sessantotto" inteso propriamente come anno solare, ma va inteso come anno simbolico, iniziato due anni prima e conclusosi verso la fine degli anni settanta.

La coazione attuale a ripetere certi atteggiamenti deriva anche dall'influsso esercitato da certa cattiva coscienza, alla quale non viene data opportuna attenzione.

Insomma, anche il concetto di democrazia assembleare, e non solo la democrazia rappresentativa, è in buona sostanza una mistificazione, che nasconde il desiderio di potere dei singoli, anzi riesce a farlo ancora meglio di quella con delega.

Questo meccanismo è ancora in essere in moltissime situazioni assembleari dal "basso", e non riguarda solo il Sessantotto, anche se da esso, nella forma contemporanea, trae origine.

Comprenderne la mistificazione, vuol dire acquisirne consapevolezza. 

Il passo successivo dovrebbe essere quello di prenderne le distanze, o quantomeno non mistificarne la natura.

Prima di progettare nuove forme, sarebbe necessario riconoscere che certi strumenti, non solo sono limitati, ma possono anche essere dannosi.

Faccio notare che la dinamica descritta, soprattutto alla fine della prima citazione, nonostante nel Sessantotto non esistessero, si attaglia perfettamente anche agli influencer o guru del dissenso da social, grandi e piccoli, che nutrono il loro ego con i like e le visualizzazioni, sentendosi elevati nell'empireo dei risvegliati. 

Rifletterei in maniera particolare sul concetto di "figure genitoriali sostitutive".

Però almeno nel “lungo” Sessantotto, che appunto arrivava fino alla fine degli anni settanta, nonostante buona parte delle esperienze organizzate fossero già preda del settarismo, spirava un vento di novità che molto ha significato anche a livello culturale con elaborazioni di notevole spessore, con una pluralità di voci, non appiattite sulla banalità delle semplificazioni della attuale farsa delle tifoserie, sulla coazione a ripetere i soliti concetti, come formulette svuotate di senso. Basti pensare allo strutturalismo, al situazionismo, alla Nouvelle philosophie, all’operaismo e ad altre numerose elaborazioni critiche.

Comprendo benissimo la necessità di far parte di un gruppo di riferimento, anche se virtuale, e quella di veder confermate le proprie convinzioni, da parte di chi ha la capacità di attrarre maggiormente l'attenzione, avendo capito molto bene i meccanismi della comunicazione, ed essendo furbescamente disposto a scendere a patti con ciò che il proprio pubblico vuol sentirsi dire. Tuttavia, tale atteggiamento contiene il rischio assai concreto di svalutazione della propria coscienza individuale e di accantonamento della piena capacità dell'esercizio del pensiero critico.

«Gli studenti del Sessantotto hanno esaltato il momento assembleare del loro movimento come espressione della sua democrazia vera, sostanziale, di contro alla finta democrazia delle istituzioni rappresentative, nelle quali i rappresentanti espropriano il supposto potere decisionale dei rappresentati, e si lasciano a loro volta espropriare da potenze nascoste, che dietro le quinte stabiliscono cosa deve essere deciso. 

Fin dall'inizio, però, nelle molte decine di assemblee delle altrettante facoltà «in lotta» emergono altrettanti leader che vi acquisiscono un carisma tale da orientarle come vogliono. Si tratta di individui il cui carisma nasce, e non potrebbe essere altrimenti, da un talento vero nell'intuire, in situazioni complicate, vie efficacemente percorribili da una massa, e nel saperne comunicare persuasivamente la validità alla massa stessa. 

Questo talento, però, innestato su personalità narcisistiche, quali sono, con varie gradazioni, quelle del novanta per cento di questi piccoli leader, dà frutti avvelenati, e, quel che è peggio, invisibilmente avvelenati. Non si parla qui, del dopo, che manifesterà come per la maggior parte di costoro i pochissimi anni in cui si sono autorappresentati come rivoluzionari hanno costituito un apprendistato alle tecniche di comunicazione manipolatoria poi sfruttate per emergere nei sistemi mediatici. Qui si parla dell'allora. 

Allora, nelle assemblee studentesche del 1968, il mito egualitario del movimento convive con diseguaglianze assai marcate e dure, e lasciate nell'ombra dell'inconsapevolezza totale. La prima, fondamentale diseguaglianza è quella tra chi riesce a prendere la parola in assemblea e chi non ci riesce (intendendo per prendere la parola anche la capacità di tenerla, evitando che vi si sovrappongano troppo presto altri interventi, e di ottenerne l'ascolto, suscitando un minimo di silenzio). 

Si tratta di una diseguaglianza di matrice classista, simile a quella denunciata da Don Milani nella scuola, perché gli studenti che riescono a prendere la parola nelle assemblee sono quasi sempre quelli provenienti da famiglie borghesi acculturate, dalle quali hanno tratto lo strumento linguistico e lo stile comportamentale adatto a farsi spazio in una discussione collettiva. 

Costoro devono bensì spesso superare ostacoli psicologici come la timidezza o la paura di un'esposizione a un pubblico impersonale, ma hanno le risorse interiori per superarli, e, superandoli, compiono un'esperienza inebriante di emancipazione e di protagonismo. Gli altri, che non riescono a prendere la parola, sono automaticamente emarginati, e quelli tra loro che nonostante ciò rimangono nel movimento, non possono rimanervi che in maniera totalmente gregaria. 

La parte non gregaria, ma discutente e perciò attiva, di un'assemblea studentesca del tempo, finisce per proiettare se stessa nel carisma di un leader, il cui talento, generalmente indubbio, come già si è detto, non è tuttavia tale da giustificare realisticamente tale elevazione, che si spiega con il non elaborato conflitto generazionale dello studente di allora, il cui inconscio è alla ricerca di una figura genitoriale positiva da contrapporre a quella negativizzata. 

Sia il collettivo come tale, che l'individuo costituito come leader del collettivo, sono inconsciamente vissuti come figure genitoriali sostitutive, e perciò resi depositari di un'accoglienza, una preveggenza ed una superiorità umana che non hanno affatto. Un leader sessantottino, perciò, nella misura in cui ha una personalità narcisistica (e sono davvero pochi, anche se ci sono, quelli che non l'hanno affatto), trova già bello e fatto il proprio «sé grandioso», inerente a siffatta personalità, nelle proiezioni psichiche di coloro che lo attorniano.»

Inoltre Bontempelli mette in luce un'altra dinamica che accentua ancora più l’espropriazione del processo decisionale e il suo accentramento che è proprio della separazione dalla vita sociale quotidiana, producendo soggetti alienati il cui maggiore scopo è l’auto affermazione.

Come ultima cosa, mi permetto di aggiungere, cosa che tra l'altro dovrebbe essere ovvia conseguenza, che la svalutazione e il decadimento della democrazia rappresentativa e di quella assembleare, possono condurre alla tentazione di scegliere come alternativa, la scorciatoia dell'autoritarismo e del totalitarismo, perché non si è più in grado, dopo un percorso di spossessamento della coscienza individuale di immaginare criticamente nuove strade di partecipazione diretta.

«...La storia dei periodi dominati dall'assemblearismo mostra infatti, a partire da quello della rivoluzione francese, che le assemblee popolari sovrane hanno un destino di progressivo assottigliamento e di crescente paralisi interna. Ciò è persino ovvio. Un regime assembleare può infatti funzionare democraticamente soltanto se tutti i cittadini frequentano in maniera continuativa l'assemblea popolare, e se hanno sempre una conoscenza di ciò che vi si discute, in modo da potervi partecipare con attiva consapevolezza. 

Ciò è forse stato possibile nell'Atene di Pericle, dove il reddito di cui vivere era fornito ai cittadini dai loro schiavi o dallo Stato, e dove c'era totale separazione tra la vita pubblica dei maschi e la vita domestica delle donne. Fuori da quella fase storica, però, gli individui non possono dedicare né tutto né la maggior parte del loro tempo all'assemblea, perché devono spenderne molto per procurarsi un reddito, e non si lasciano interamente assorbire dalla politica, perché sono interessati alle loro relazioni affettive e ai loro compiti privati. 

Si innesta perciò inevitabilmente un circolo vizioso per cui quanto più l'assemblea si politicizza, tanto più diventa pesante, in termini di tempo e di impegno psichico, parteciparvi, e quanti più individui la disertano per sfuggire alla sua pesantezza, tanto più quelli che vi rimangono se ne fanno assorbire e vi pongono la propria identità, diventando più conflittuali tra loro e rendendola quindi ancora più pesante…

...All'essere umano, infatti, capita di volersi dedicare alla famiglia o di dover affrontare difficoltà personali, di cadere ammalato o di trovarsi innamorato, di aver bisogno di un periodo di divertimento spensierato o di essere impegnato con i figli, e non può quindi venire trasformato in un partecipante attivo a tempo pieno ad assemblee di movimento. Tali assemblee, quindi, sono destinate a decadere, cadendo in mano a gruppi sempre più ristretti...»


Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO” (2025)

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO:  Ovvero, come si trasforma una bomba in una locomotiva e Dio in un alieno  (2025) «Si tratta d...