Jonathan Swift, “I viaggi di Gulliver” (1726)
«Io ho sempre odiato tutte le nazioni, le professioni e le comunità e tutto il mio amore è per i singoli individui… Ma soprattutto, odio e detesto quell’animale chiamato uomo, pur nutrendo vivo affetto per John, Peter, Thomas, e via dicendo… Vi dico che dopotutto io non odio l'umanità: siete “vous autres” che la odiate, perché voi volete che siano animali ragionevoli, e vi arrabbiate perché siete delusi.»
Jonathan Swift
«Non v'è stramberia o irragionevole cosa che qualche filosofo non abbia voluto far passare per vera.»
«Non riusciva assolutamente a capire per che vantaggio o necessità si praticassero quei vizi. Per aprirgli gli occhi, tentai di dargli un'idea di che cosa sia la brama di potere e di ricchezza, degli effetti terribili della lussuria, della intemperanza, della malvagità e dell'invidia. Lo feci spiegandomi con esempi e supposizioni. Dopo di che lui sgranava gli occhi, pieno di stupore e di indignazione come chi resta sbalordito da qualcosa mai prima vista o udita. Potere, governo, guerra, legge, punizione e altri mille concetti non avevano in quella lingua un termine adatto a esprimerli; questo fatto creava difficoltà quasi insormontabili, quando cercavo di farmi capire dal mio padrone. Ma con la sua intelligenza superiore, affinata grazie alla meditazione e alla conversazione, giunse infine a una perfetta conoscenza di quel che la natura umana è capace di fare dalle nostre parti...»
Chi è che non conosce “I viaggi di Gulliver”? Tra riduzioni cinematografiche, televisive, film di animazione, libri per ragazzi “opportunamente” tagliati, pure chi non ha mai letto la versione integrale dell'opera di Jonathan Swift, sa di che cosa si tratta, soprattutto la parte in cui Gulliver finisce sull’isola di Lilliput.
Eppure, nonostante l’originalità e la forza con cui ha permeato la memoria collettiva, non tutti hanno colto la complessità del suo messaggio, e non tutti sanno rintracciare le fonti di ispirazione, tra cui, tra le tante: “L’Iliade”, “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais, “La città del sole” di Tommaso Campanella, “L’Utopia” di Thomas Moore, “Le Mille e una Notte”, fino al “Robinson Crusoe” di Daniel Dafoe.
Ogni opera, anche la più originale, paga il suo debito verso una molteplicità di influenze, per poi, nel caso, entrare a far parte del Canone letterario, grazie alla sua unicità. Il capolavoro di Swift è tra queste senza alcun dubbio.
Tuttavia, le fonti di ispirazione dello scrittore inglese, diventano l’occasione per fare crudele parodia, per fare feroce satira sociale e politica e per dare corpo ad una sfrenata fantasia.
Per rendere il romanzo più scherzosamente “verosimile”, Swift fa narrare in prima persona, in forma di memorie il viaggio al povero malcapitato e ingenuo Lemuel Gulliver, senza l'utilizzo di dialoghi diretti, e sempre per scherzo firma una breve prefazione come fantasioso curatore del racconto, con un suo pseudonimo: Richard Sympson, cugino dell’eroe, nel quale precisa ironicamente di aver corretto e tagliato il testo di Gulliver per renderlo più facilmente fruibile. Ed è con questa firma che il romanzo fu presentato in forma anonima all’editore di Londra Benjamin Motte, che lo pubblicò.
Da qui in poi, gli espedienti narrativi si susseguono genialmente, in una frenetica girandola di metafore.
Il destino che, non solo in Italia, gli è toccato, è stato quello di esser relegato tra la letteratura per bambini, ma se da una parte lo ha danneggiato, dall’altra gli ha giovato, favorendone la diffusione, tuttavia, spesso, come dicevo, è stato penalizzato da tagli in parte giustificabili (quando si tratta di edizioni destinate ai bambini) e in parte ignobili, probabilmente con l'intento di disattivarne l'asprezza della critica, soprattutto con edizioni che hanno omesso del tutto la quarta parte, quella del mondo a dominio equino degli houyhnhnm; e altre che hanno omesso sia la terza, quella “fantascientifica” sull’isola volante di Laputa e su altri paesi fantastici, che la quarta, che sono le più “scandalose” e meno digeribili.
Non è affatto un caso che le parti più famose siano le prime due, quelle che ironizzano sulle dimensioni umane, l’una capovolta, rispetto all’altra, con lillipuziani e giganti, ben impressi nell’immaginario dell’infanzia.
Ma, già anche nelle prime due, Swift mette in rilievo con straordinario acume che le dinamiche di potere del dispotismo, fondate sull'arbitrio, restano sempre le stesse, a prescindere dal regime politico e dalle dimensioni degli esseri umani.
È stupefacente la maestria di Swift nel capitolo in cui fa usare a Gulliver argomenti particolareggiati per far capire al suo “padrone” houyhnhnm la logica capovolta della realtà del paese da dove proviene. Lo scrittore è come se assumesse il punto di vista di quella fantastica creatura, evidenziando le difficoltà di comunicazione, in riferimento soprattutto alla relazione di dominio che gli umani esercitano sui cavalli, ma anche tra di loro.
Swift usa questo espediente narrativo atto a esprimere un j'accuse nei confronti delle relazioni di potere proprie della razza umana, assumendo il punto di vista di una creatura innocente.
La stessa convenzione di “padrone” usata da Gulliver per indicare il suo anfitrione è la dimostrazione stessa di quanto la logica della relazione di dominato e dominante sia radicata nel cuore degli uomini.
La condanna della natura umana tendente alla crudeltà, all'oscenità e all'ingordigia è completa e non è esente da accenti moralisti, razzisti e sessisti, ma va comunque contestualizzata. Nel complesso resta l'acume di Swift nell'individuazione dei mali della Storia, operando anche un’arguta critica allo scientismo (nella terza parte).
La fondamentale importanza della quarta parte sta anche nel modo in cui lo scrittore tratteggia la società rurale degli houyhnhnm, basata su un socialismo comunitario, tradizionalista e solidale, come se fosse la rappresentazione della sua utopia.
Alla fine delle memorie, Gulliver/Swift pone una sorta di postfazione, dove assicura della veridicità di quanto narrato, ribadisce la sua piena e completa ammirazione per gli houyhnhnm, il suo disprezzo per gli yahoo (i selvaggi umani della quarta parte), esprime la sua ferma condanna per il colonialismo, ma sfodera furbescamente tutto il suo sarcasmo nel confermare, con spirito patriottico, la sua fedeltà alla patria e alla corona, sottolineando la legittimità alla conquista di altre terre, a causa dell'alta capacità civile di relazionarsi con altri popoli.
In diverse edizioni c’è però anche un’ulteriore appendice, pubblicata per la prima volta nel 1735: una divertente, ironica e immaginaria lettera di Gulliver a suo cugino Richard Sympson, con cui Swift si diverte ancora più a confondere le idee al lettore. La lettera è una sorta di invettiva in cui Gulliver accusa il suo curatore di aver operato tagli e modifiche al testo in maniera tale di renderlo inviso all’opinione pubblica e ai potenti. In realtà, era una scherzosa frecciatina all’editore Benjamin Motte, per aver operato un po' di modifiche al testo.
I riferimenti metaforici del romanzo sono certamente e precisamente contestualizzabili a fatti specifici dell'epoca e dell'Inghilterra dello scrittore, ma hanno una valenza più generalizzabile, che prescinde le epoche, soprattutto nella quarta parte. La sfiducia nella politica e la critica all’avidità della natura umana, collegate anche alla fede cieca nella scienza, sono quindi i bersagli preferiti da Swift.

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