David Grossman, “A un cerbiatto somiglia il mio amore” (2008)
«Quel gruppo di egiziani manifestava uno spirito di corpo che destava la loro invidia. Ilan si era grattato il viso sudicio con le dita. Durante le migliaia di ore trascorse nel bunker sotterraneo di Babel all’ascolto delle voci dei soldati egiziani provenienti dalle ricetrasmittenti, in tutti i giorni e le notti che era stato segretamente parte del loro esercito, durante i quali aveva tradotto le conversazioni, condiviso i momenti privati, le battute, le volgarità e i segreti più intimi, non aveva mai sentito con tanta intensità quanto anche loro fossero uomini, con un corpo e un’anima, come nell’istante in cui quel pilota veniva abbracciato dai suoi compagni.»
«Ora che la densa polvere si era dissipata si avvertiva nell’aria un puzzo fetido di escrementi, sedimento concreto del terrore. Un soldato con l’aspetto di un ragazzino di quindici anni, glabro, delicato, rannicchiato su se stesso a occhi chiusi accanto a Ilan, mormorava spasmodicamente qualcosa. Ilan lo aveva toccato con un piede e gli aveva chiesto di pregare anche per lui. Il ragazzo, senza aprire gli occhi, aveva risposto che non stava pregando, che lui non credeva in Dio. Stava solo ripetendo un’equazione chimica. Era così che si tranquillizzava prima degli esami, e aveva sempre funzionato. Ilan gli aveva chiesto di ripetere l’equazione anche per lui.»
Questo lungo racconto del grande scrittore israeliano è una rapsodia sull’esistenza, sulle illusioni della giovinezza, sul piacere e sulla sofferenza di essere genitori. Sulle crudeltà della guerra, una guerra eterna. Ha il valore di un’intensa preghiera per la pace.
Il romanzo è dedicato a Uri, il figlio che David Grossman ha perso mentre faceva il servizio militare a ventun anni nel 2006, durante il secondo conflitto israelo-libanese, proprio nel periodo in cui lo scrittore aveva quasi terminato la sua stesura.
Per comprendere bene le vicende ivi raccontate, si deve partire dai dialoghi che sono come incastonati all’interno della narrazione, oppure alternati su diverse righe, sempre in ogni caso senza virgolettato, analogamente a quanto accade, per esempio, in McCarthy e in Saramago, e ovviamente, i capitoli non sono numerati. In Grossman, questi espedienti sono funzionali a rendere la sensazione di una narrazione senza soluzione di continuità, febbricitante, in perenne stato di urgenza.
Sin dall’incipit, il lettore ha da subito la dimensione di quanto i dialoghi siano fondamentali nella costruzione stessa della storia, anche i dialoghi interiori. Infatti il romanzo è proprio da un dialogo fitto, delirante e surreale che ha inizio, un dialogo tra un ragazzo e una ragazza che poi, ne coinvolge marginalmente un terzo. È una scelta ardita iniziare un romanzo così e andare avanti per pagine e pagine. È quasi tutto il primo capitolo ad essere così.
I tre ragazzi ebrei si trovano in un ospedale, durante la Guerra dei Sei Giorni, ricoverati e febbricitanti a causa di un’epidemia. I sedicenni Avram e Ilan, compagni di scuola, è così che incontrano Orah, anche lei sedicenne. È un dialogare intenso, emozionante, commovente quello tra Orah, Avram e Ilan. Un dialogare tra adolescenti ma che è ben oltre la loro età, condotto a volte in prima persona, a volte in terza, ma sempre di intensa drammaticità, con dosi ben calibrate di ironia, e che vede protagonisti soprattutto Avram e la ragazza, e che tornerà più volte in tempi diversi nel corso di tutto il romanzo.
In un mondo apparentemente isolato, chiuso nella quarantena, metafora dello straniamento, mentre fuori il mondo va a pezzi, le anime si aprono vicendevolmente alla confessione intima, toccando territori inesplorati, a tratti con delicatezza, a tratti con il fuoco della passione, mediante un gioco a volte crudele di profonde e contraddittorie dinamiche relazionali. Con il pianto confuso dell'infermiera araba che viene da un luogo imprecisato dell’ospedale, una presenza che è quasi un fantasma e da qui una prima metafora.
Quell’incontro diventerà poi determinante per il prosieguo della vicenda. Un incontro che segnerà indelebilmente la loro vita.
È intensa la sensazione di smarrimento di fronte alla prosa di Grossman, tuttavia, non si fa affatto fatica a seguire il filo del racconto, catturati dalla suggestione, dalla forza evocativa delle parole, dalle brevi descrizioni, dagli accenni, dalle immagini oniriche, visionarie, gettate lì quasi per caso, senza curarsene troppo.
Il romanzo potrebbe valere anche solo per quel centinaio di pagine iniziali. Tuttavia, è anche molto altro, a prescindere dalla relazione dei tre amici: è un romanzo sulla “situazione”, così chiama Orah il conflitto perenne tra israeliani e palestinesi, che resta però sullo sfondo, uno sfondo tuttavia essenziale per comprendere la storia; su considerazioni politiche rassegnate in merito alla risoluzione del conflitto stesso; sulla confusione ideale che ha generato; sulle responsabilità di ambo le parti in causa. È un continuo viaggio nel tempo, e non solo nel tempo.
Dopo il primo capitolo il romanzo fa un balzo di decine di anni.
E ci troviamo così con Orah adulta, che deve tenere a freno il dolore e l’ansia di madre. Orah, e il suo rapporto con il figlio Ofer, il suo congedo che si avvicina dopo tre anni di militare, che somiglia molto a un’illusione, interrotta da una nuova missione; il rapporto sofferto e conflittuale, ma di autentica amicizia, col tassista arabo Sami, del viaggio in Galilea con Avram, come se fosse una fuga disperata di due anime in declino.
Un viaggio senza una meta geografica precisa. Un viaggio che li mette a contatto con il loro passato, con la ferita causata da un senso di colpa senza possibilità di redenzione. Un viaggio alle radici del male e che rivela ai due un intreccio indissolubile col destino di Ofer, ma anche con quello di Ilan e dell’altro figlio di Orah, Adam.
Lei non ne vuole sapere più di quella guerra, una guerra ormai eterna, anche quando apparentemente non c’è, ma se la trova continuamente davanti, la sorveglianza asfissiante e i luoghi segnati da continui posti di blocco, che feriscono il territorio come tagli che lacerano la carne, la miseria e la precarietà degli arabi clandestini, i mostruosi attentati dei kamikaze sugli autobus, e il dolore di lei e di Avram, sollecitati in tutto questo da una galleria di personaggi che incontrano durante il loro peregrinare in Galilea.
“A un cerbiatto somiglia il mio amore” è un romanzo lungo, fatto di sensazioni, di pause e di ripartenze, di aneddoti, di memorie familiari, un testo in alcuni tratti quasi dal taglio teatrale. Fatto soprattutto di ricordi: delle terribili torture subite da Avram durante la guerra dello Yom Kippur, inflitte dagli egiziani, del “fantasma” di Ada, l’amica del cuore di Orah, che ogni tanto appare nel racconto.
La maestria di Grossman sta proprio qui: nel coniugare un narrazione a più livelli, con la semplicità del racconto, condotto attraverso il fuoco di una crudele esistenza, nel rinnovarsi di forti emozioni e di sentimenti sopiti, di una molteplicità di luoghi e di gesti al di là del tempo, dello sviscerare più intimo di piaceri e di dolori, e degli orrori. La descrizione che fa Orah, riportando il terribile racconto di Ilan, è quella di un inferno dantesco, l'inferno della guerra.
Al centro di tutto c’è il singolare rapporto a tre, che muta continuamente nel tempo e nello spazio, tra Orah, Ilan e Avram. Orah, in qualche modo, sembra quasi organizzare le fila di tutto, tenendo un diario e portando all’interno della storia in particolar modo la memoria legata anche ai due figli. È soprattutto il poema di lei e di Avram, il suo improvvisato cavalier cortese, che l'accompagna nel lungo peregrinare. È un romanzo, intenso, commovente e appassionato, che intreccia l’universo interiore con la storia collettiva, in cui anime devastate dalla guerra, vengono messe a dura prova anche nella parte più intima della loro sfera privata.

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