«Essere soli è meglio»
«Li potevo visualizzare, quegli uomini che a un certo punto del lontano passato avevano deciso quale fosse veramente il fine della vita umana sulla Terra e avevano ideato i Dormitori e il Controllo Demografico e le Regole della Privacy e le dozzine di inflessibili, solipsistici Editti ed Errori e Regole che avrebbero governato la vita del resto dell'umanità finché non ci fossimo estinti lasciando il mondo ai cani e ai gatti e agli uccelli.
Si consideravano certo persone serie, solenni, responsabili... con le parole "preoccupazione" e "compassione" costantemente sulle labbra…
… si mandavano "memo" l'un l'altro attraverso scrivanie ingombre di carte e libri, pianificando il mondo perfetto per l'Homo Sapiens, un mondo da cui fossero assenti povertà, malattia, dissenso, nevrosi, sofferenza, un mondo che, sfruttando tutto il loro potere tecnologico e la loro "compassione", volevano il più possibile distante da quello dei film di D.W. Griffith e Buster Keaton e Gloria Swanson... il mondo del melodramma e delle passioni, dei rischi e dell'eccitazione.»
In fondo i romanzi distopici ripetono tutti uno stesso schema, sono variazioni sul tema di un unico racconto, di un unico incubo, come espansioni delle versioni di uno stesso gioco. Eppure, anche in questo caso, la loro ripetizione è necessaria, sono il canarino nella miniera che annuncia l’apocalisse, ed è importante che l’annuncio sia ripetuto più volte, perché ogni storia, se è degna di essere letta, aggiunge qualcosa in più e qualcosa di diverso, di originale, all’allarme.
Walter Tevis ha legato per sempre il suo nome all’immagine malinconica e stralunata di David Bowie, alieno naufrago che cadde sulla Terra nel film cult di Nicolas Roeg, perché è lui l’autore del romanzo da cui è tratta la pellicola.
Ma Walter Tevis non è solo quel romanzo lì, è anche l’autore di altre storie, per esempio: “La regina degli scacchi”, che ha ispirato una serie TV; “Lo spaccone" e “Il colore dei soldi”, dai quali sono tratti altri due film, entrambi con Paul Newman ed entrambi per la regia di Martin Scorsese.
Ed è autore anche di questa storia qui, una singolare e allucinata distopia lontana nel futuro, ma che molto ha a che fare col nostro mondo, e forse ancor più con quello prossimo venturo, non affatto così lontano nel tempo, e che ben si adatterebbe alla sceneggiatura di un altro film ancora.
Ma prima di essere un racconto di anticipazione, il romanzo di Tevis è un libro sulla disperazione, sull’amore e sulla speranza, scritto in modo meravigliosamente semplice, essenziale, senza fronzoli, che dà il senso dell’alienazione, ma che è anche estremamente poetico e romantico.
Bob Spofforth è un malinconico androide, un robot della Serie Nove dalla pelle nera, i robot con la tendenza al suicidio, perché clonati da un cervello umano, ed è uno dei protagonisti del romanzo, ambientato in una New York di un futuro remoto.
Spofforth però è unico, differisce anche dagli altri robot della sua serie, non solo per il colore della sua pelle, ma per aver sviluppato una sensibilità che lo rende ancora più simile agli umani. È il rettore dell’università in un mondo dove nessuno sa più leggere e dove i libri sono oggetti talmente rari da appartenere all’antichità, è anche molto simile a una specie di dio.
Siamo ben oltre “Fahrenheit 451”, non serve bruciare libri, quando non solo non ci sono più libri, ma si è persa addirittura memoria della lettura e la gente sa contare solo fino a dieci.
È in questo contesto che arriva Paul Bentley, umano che ha imparato a leggere.
Una delle norme di questo strambo futuro è la Cortesia Obbligatoria, legge che ben rappresenta un universo fondato sulle formalità e sulla carenza di relazioni, sulla mancanza di immaginazione e su un ottuso dispotismo. I tribunali sono luoghi crudeli con sinistre macchine chiamate Buchi della Verità, dove si valutano le violazioni all’Individualità e alla Personalità, che non sono veramente tali, ma modi distorti di definire la solitudine, che è obbligatoria.
Interiorità, Privacy, Auto-appagamento, Piacere sono vaghi principi che sembrano usciti dalla neo-lingua orwelliana e su cui è fondata la realtà. Non esiste più la famiglia, ci sono i “centri ospedalieri per moribondi” e i pensierobus, robot dalla forma di mezzi di trasporto che si muovono in base ai pensieri dei passeggeri.
Un’umanità triste ripiegata su di sé. Un'umanità fatta di tossicodipendenti da psicofarmaci, di gente senza più anima, di zombie, che fanno discorsi sconnessi con brevi frasi senza senso. Con i robot che fanno da badanti e da guardie alle persone. E con le esercitazioni di Privacy, di Addestramento per Adolescenti e di Addestramento alla Serenità, nei Centri del Sonno, nelle Riserve per Diversi e altre molteplici strutture di condizionamento, che val la pena di scoprire un po’ alla volta.
Tutti gli umani sono imbottiti di droghe e di sedativi, senza memoria delle generazioni precedenti. È un mondo in disfacimento.
Inoltre, un piano per la riduzione della popolazione, tramite inibitori della fertilità contenuti nelle droghe, è andato fuori controllo e al mondo non nascono più bambini.
Non esiste proprio memoria storica del passato. È un eterno presente. L’unica memoria storica è conservata in una scatola, che contiene un’Intelligenza Artificiale che può essere consultata e che risponde vocalmente: i Dati Nazionali.
Il primo capitolo è una sorta di proemio, dopodiché il romanzo è diviso inizialmente in giorni, con i giorni che non sono ordinati in senso strettamente consequenziale, con salti progressivi, e con Bentley che comincia a narrare in forma di diario, con la scrittura che subentra successivamente, perché non esiste scrittura, ma raccontato attraverso un registratore a nastro. Più avanza la narrazione, più il senso di alienazione aumenta, ma paradossalmente si fa anche più logica.
Leggere e insegnare a leggere sono crimini, così come vivere più di sette giorni con una persona, perché avvicina troppo alla parte intima e ai sentimenti propri e degli altri. Il racconto a tratti passa anche per la penna di Mary Lou, una ragazza che Paul ha incontrato in uno zoo, e la narrazione si tinge ancor più di poesia, di visioni e di tormento.
La storia ha un andamento surreale, anche la sua divisione in parti, giorni e capitoli è davvero singolare, cambia continuamente.
La cosa più inquietante è che sembra non esserci alcun piano preordinato di dominio dietro questa lenta degenerazione, ma solo l'inerzia di un mondo vuoto, abbandonato ai robot, un mondo abbandonato a se stesso, allucinato, che ripete senza alcun senso e anche con una certa inefficienza una serie di consuetudini normative di cui sono stati dimenticati l’origine e il motivo. Continuare a vivere vuol dire sfuggire al controllo per liberarsi della solitudine e di un destino di estinzione.
C'è ancora speranza per il genere umano?

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