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sabato 19 aprile 2025

Fruttero & Lucentini, “La donna della domenica” (1972)


Fruttero & Lucentini, “La donna della domenica” (1972)

«Non era mai finita; non succedeva mai che, per almeno una settimana, un giorno, la città fosse in ordine perfetto, senza una facciata da dipingere, senza un albero da potare, senza una conduttura da coprire. Gli appalti…

...Era la stessa cosa, a pensarci: non c'era giorno che nessuno rubasse, nessuno ammazzasse, nessuno si suicidasse, l'ordine perfetto non veniva mai, non sarebbe mai venuto.»

«Le tracce di quegli undici anni di strenua, ossessiva arrampicata e di tutti gli anni di rotolanti disillusioni che erano venuti dopo, si vedevano chiaramente nel volto, nella voce, nel portamento delle due donne che il commissario aveva ora davanti a sé. Il tono sommesso, spento, la pelle incolore, spremuta, gl'informi abiti scuri, non potevano essere la conseguenza della recente «tragedia», venivano da più lontano, distillati da pene incruente, compresse, quietamente corrosive: gli occhi arrossati - il delitto - erano solo un di più, l'ultima goccia. Due rassegnate, pensò il commissario mentre spiegava chi era e si scusava per il disturbo, due vittime.»

«Tutto allora cominciò a muoversi molto in fretta, o perlomeno fu questa la sensazione che, delle ultime ore di quel pomeriggio di giugno, il commissario avrebbe poi sempre conservato: di un gran correre, di un gran chiudersi e aprirsi di sportelli d'auto, di porte e portoni, di armadi, di cassetti, di ascensori; e di un confuso coro di telefoni, citofoni, clacson, freni, gomme, e di parole, sue e altrui, fitte, pressanti, e subito disperse come pioggia sull'acqua, vane; e di lui non contento, non convinto, costretto all'urgenza, sospinto, fra soprassalti, elisioni, rigurgiti, verso il buio, non verso la luce, sempre più stanco e appesantito e infine rauco, tutta la sua concentrata fatica messa in dubbio, smentita, negata dallo scorcio di un palazzo illanguidito nella sera, da una piazza in pigra levitazione, da un viale inafferrabile nel pulviscolo, dalla morbidezza progressiva di tutta una città che il sole abbandonava via via al suo antico, struggente vizio crepuscolare.»

I pensieri dell'ambiguo architetto Garrone e dell'annoiata Anna Carla, che si annuncia subito come uno dei protagonisti principali, aprono uno dei romanzi più affascinanti della letteratura italiana del Novecento, nel quale si incontrano elegantemente narrativa mainstream e giallo.

Il sodalizio di Fruttero & Lucentini è uno dei più lunghi e fruttuosi della storia italiana in campo letterario, non solo nella narrativa e nella saggistica, ma anche nella lunga e rilevante attività editoriale, di cui la più celebre resta quella con Urania, e quella più significativa con la curatela di numerose antologie.

“La donna della domenica” è un’opera magistrale, pietra miliare non solo del genere giallo all’italiana, come solo superficialmente la si può catalogare, ma anche della narrativa di carattere sociale e psicologico, in linea con Scerbanenco e Veraldi. La riuscita fotografia che Fruttero e Lucentini offrono di un contesto storico sociale ha per chi lo legge oggi un sapore fortemente evocativo, soprattutto per chi quell'epoca l'ha vissuta. Un'immagine assolutamente realistica, al di là delle nostalgiche, stereotipate e sciocche rievocazioni.

Le carrellate sull'ambiente urbano torinese anni settanta, con il suo degrado, si alternano alla puntigliosa descrizione delle relazioni sociali, di una borghesia medio-alta in ascesa con i vizi tipici di quella società italica, che si sta diffondendo in tutta la nazione nel “trentennio glorioso” e di cui quella torinese sembra essere l'avanguardia. Il contesto viene ricostruito a mano, a mano, gradatamente con un’impostazione quasi cinematografica, non è un caso, infatti, che dal romanzo, nel 1975, Comencini trasse un’ottima versione su celluloide, con Mastroianni e un cast di tutto rispetto.

Le pagine del romanzo sono occupate in buona parte dalle riflessioni dei protagonisti che contribuiscono maggiormente a conferire ai personaggi delle caratteristiche uniche a rendere nei dettagli le molte sfaccettature. Un tiramolla continuo di trame e sottotrame che si intersecano, di sottili adescamenti nei confronti dei lettori, di sfibranti malintesi, che a ogni pagina sembrano risolversi in un qualcosa che invece viene di continuo dilazionato, creando un senso diffuso di disorientamento.

Non è solo un puntuale ritratto della città di Torino, la città della FIAT, della “cativa lavandera” e del Balùn, con i suoi quartieri all’apparenza grigi, lugubri, tutti uguali, disseminata di cantieri, ma che ha una sua sostanza riservata a “intenditori”. È un sarcastico ritratto della classe bene, delle relazioni sociali dell'epoca, della cialtroneria dei personaggi, con ipocrisie, meschinità, moralismi, corruzione, sfruttamento, pregiudizi e razzismo. È soprattutto una brillante ricostruzione del contesto e dello spirito che aleggiava sull'Italia tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso. 

“La donna della domenica” è, quindi, un libro che dovrebbero leggere, soprattutto quelli che quel periodo non lo hanno vissuto, che oggi sono spesso preda del controfattuale fantastico di immagini oleografiche, di miti immaginari, prodotti dalla nostalgia, dalla polvere del tempo, da certe leggende metropolitane che tanto contribuiscono alla percezione di un passato che per lo più non c'è mai stato. Un passato a cui non si può fare ricorso come un modello da copiare per poter risanare le profonde ferite dell’oggi, che sono anche la conseguenza di quel mondo di allora.

Io quel periodo l’ho vissuto, anche se ero molto giovane, e leggendo “La donna della domenica” ho ritrovato sensazioni, sapori e suggestioni, che non avevo affatto rimosso.

Il personaggio centrale del romanzo sembrerebbe essere il commissario Santamaria, ma è una figura dalla personalità sfuggente, come lo sono anche due degli altri protagonisti: Anna Carla e il suo amico Massimo Campi. Mentre Lello, invece, compagno di Massimo, è dal carattere sicuramente più definito, col suo candore, la sua linearità, la sua lealtà. 

Santamaria appare come un ragno paziente, pacioso, tranquillo e rassicurante, che nella sua sicula lentezza, cerca di tessere una tela che avviluppa i sospettati e i testimoni della sua indagine, ma i momenti di disorientamento e di intima debolezza, che le futilità o le tentazioni inevitabilmente producono, catturano anche lui nella sua stessa rete. 

E come l’indole di Santamaria, così la narrazione procede con esasperata, ma affascinante monotona lentezza, indugiando nelle riflessioni, nelle situazioni, creando diversivi, tergiversando sui dialoghi che hanno per oggetto anche questioni effimere, irrilevanti, frivole e banali, e che hanno l’andamento di schermaglie, comprese quelle amorose. L’indagine inizia sul serio solo dopo più di tre quarti di romanzo con Santamaria e l'altro commissario, il De Palma, che si rimpallano gli indizi, in un confuso gioco di sottigliezze. E, tuttavia, è nel momento in cui si sta perdendo in un intricato labirinto burocratico che il Santamaria ha l'illuminazione. Da lì in poi, il romanzo assume l’aspetto del grande capolavoro.

“La donna della domenica” è un’opera dai toni kafkiani e dai colori pirandelliani, assai italiana nei segmenti narrativi, nel linguaggio, nella sua atmosfera astratta, ma concreta, di una vita quotidiana che fu, nella quale rintracciare speranze, abitudini, aspetti, vizi e pregi tipicamente ed esclusivamente propri del Bel Paese. Un romanzo colto, meditato, misurato, e insieme eccessivo e cinico, che deve molto nell’ispirazione anche a Gadda e a Sciascia. 

Gli autori non disdegnano momenti di salace umorismo, come nel capitolo dedicato alla “battaglia” tra le forze dell’ordine e le prostitute o in quello in cui monsignor Passalacqua intrattiene Santamaria e Massimo Campi con una dotta, ironica e suggestiva lezione sul Priapo di pietra.

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paradisodicassiel@gmail.com]


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