Anton Čechov, Racconti (1880 - 1884)
Vasilij Grossman in “Vita e destino” tratteggia un breve, sentito e commovente elogio di Anton Čechov che è quasi una dichiarazione d’amore, eccone un estratto significativo:
«Čechov ha portato nel nostro immaginario tutta la Russia nella sua imponenza, tutte le sue classi, tutti i ceti sociali e le età... Ma non solo! Ce li ha portati tutti, milioni e milioni, democraticamente, lo capite? Da autentico democratico russo! E come nessuno aveva fatto prima di lui, nemmeno Tolstoj, ha detto: siamo prima di tutto esseri umani, lo capite?, esseri umani, uomini, persone! Lo ha detto come nessuno aveva mai fatto prima. Ha detto che l’importante è che gli uomini siano prima di tutto uomini, e solo poi arcipreti, russi, bottegai, tatari, operai. Lo capite? Non siamo buoni o cattivi perché siamo arcipreti o operai, tatari o ucraini. Siamo tutti uguali perché siamo tutti esseri umani…
… Partiamo dall’uomo, mostriamogli bontà e attenzioni chiunque egli sia, arciprete, contadino, industriale milionario, forzato di Sachalin, cameriere in un ristorante. Iniziamo rispettando, compatendo, amando l’uomo, altrimenti non ne verrà nulla.»
Non credo ci possano essere parole migliori di quelle di Grossman per introdurre questo volume, che raccoglie i primi racconti giovanili del grande scrittore russo. L’autore di Vita e destino dichiara così una delle sue principali fonti di ispirazione: non solo, quindi, Tolstoj e Dostoevskij – come è più noto – ma anche Čechov e la sua “pietà” nei confronti dei singoli individui che compongono l’universo russo, qualità che si riscontra chiaramente anche nella prosa di Grossman e, in particolare, nel suo più celebre romanzo corale.
I personaggi hanno una loro specificità, ma rappresentano al contempo tipologie umane universali. È proprio qui che risiedeva la grande abilità di Čechov: coniugare il carattere russo con le molteplici variazioni della personalità umana, riuscendo a farlo con estrema semplicità, sensibilità e, spesso, in pochissime pagine.
Solitamente, questi racconti – scritti sovente sotto lo pseudonimo di Antoša Čechontè – vengono considerati non ancora all’altezza di quelli definiti, poi, “della maturità”.
Tuttavia, il genio non è acqua: lo scrittore esprime già tutte le sue potenzialità.
Si passa dal racconto lungo a quello breve, a quello brevissimo, fino al semplice bozzetto. Čechov cambia continuamente registro narrativo: passa con agilità dal comico al satirico, dal beffardo al grottesco, dal romantico all’inquieto e al malinconico. Dipinge con maestria personaggi unici, straordinari, e scrive dialoghi frizzanti e indimenticabili. Fa soprattutto critica sociale, a tratti anche durissima, e lo fa in maniera magistrale, regalando al lettore veri e propri capolavori.
In questa mia modesta analisi, evidenzierò quelli che, a mio parere, sono i più riusciti.
Fiori tardivi (1882)
È uno dei racconti più celebri di Anton Čechov, un racconto lungo. Una commovente parabola su un amore non corrisposto e sul rimpianto di essere arrivati troppo tardi. Lo scrittore affronta il tema delle occasioni mancate, che possono condizionare irrimediabilmente un’intera esistenza: l’amarezza, la superficialità delle relazioni umane e gli interessi materiali che le inquinano. Il personaggio femminile è descritto con una sensibilità unica, qualità ricorrente nella narrativa di Čechov: mostra quanto le donne fossero segnate da un amaro destino di sottomissione. Lo stile è delicato, avvolgente; la narrazione procede limpida, senza intoppi, e l’atmosfera è pervasa da una intensa e dolce malinconia. Dal racconto è stato tratto nel 1970 il film omonimo di produzione sovietica, molto fedele all’originale.
Morte di un impiegato (1883)
Racconto brevissimo, un gioiello tragicomico con punte di irresistibile umorismo. Evidenzia il servilismo tipico delle relazioni lavorative dell’epoca. Čechov, con feroce sarcasmo, mette in scena un apologo sul sistema burocratico e sulle dinamiche di sottomissione. La prosa è tagliente, il ritmo sostenuto, i dialoghi brillanti. La critica sociale è esplicita. Il terrore del giudizio da parte del superiore annebbia la mente del protagonista e si trasforma in grottesca ossessione: l’auto-umiliazione trova compimento nel destino. È al contempo realistico e surreale. Un esempio indimenticabile e geniale di narrativa breve.
Una calunnia (1883)
Altro racconto brevissimo e altro piccolo capolavoro. La calunnia, nella trama, conferma il detto rossiniano del “venticello”. Una situazione equivoca che, passando di bocca in bocca, si trasforma in uno scandalo inesistente. Il racconto è una feroce satira del pettegolezzo moralista borghese e della “macchina del disonore”. Čechov raggiunge livelli di caustica cattiveria, ma lo fa con stile delicato, in un irresistibile crescendo comico. Il destino è segnato da una condanna ingiusta, basata soltanto sull’apparenza.
Il grasso e il magro (1883)
Un altro acuto e divertente apologo sul servilismo nei confronti delle gerarchie, che arriva perfino a distorcere e condizionare le semplici relazioni affettive: l’amicizia si deforma in subordinazione. Čechov gioca sul contrasto fisico tra i due personaggi, spingendo a fondo sul grottesco. L’ironia si fonda anche sul linguaggio, sul mutamento del tono e del lessico, in una struttura che ricorda uno sketch teatrale.
Il fiammifero svedese (1884)
Celebre racconto poliziesco di media lunghezza, considerato uno dei capolavori di Čechov. La narrazione è pervasa da ironia assurda e paradossale, in cui la critica sociale si fa parodia. I bersagli sono le metodologie investigative e la prassi giudiziaria dell’epoca zarista, intrecciate alla stupidità burocratica. Čechov tratteggia figure caricaturali straordinarie e capovolge la logica del giallo, destrutturando la suspense con un colpo di scena finale che disattiva, più che rivelare, il mistero.
Notte di Natale (1883)
Racconto breve dalla prosa cupa e angosciosa, dove l’ambiente e la natura si fanno minacciosi. Il senso di solitudine disperata attraversa l’intero racconto. È forse il più nero e pessimista dell’intera raccolta. Tuttavia, i toni lirici e potenti lo rendono uno dei migliori esempi della produzione cechoviana. La tensione si fonda sull’attesa ansiosa e sulla fragilità dell’animo umano, in contrasto con il Natale, che dovrebbe essere un momento di festa e speranza.
Trifon (1883)
“Trifon” è un breve apologo sull’inganno, con protagonista un contadino servizievole ma truffaldino. Si tratta dell’ennesima satira. Il racconto mostra come, in certe realtà della provincia russa, l’organizzazione sia solo apparenza. L’ospitalità cela superficialità, disordine, indifferenza. Čechov trasforma una situazione quotidiana – cercare un alloggio – in una storiella tragicomica. L’irritazione del protagonista cresce parallelamente all’inettitudine di Trifon, in un crescendo grottesco tipico del Čechov giovanile.
Il camaleonte (1884)
Breve racconto sul servilismo, condito da ipocrisia e opportunismo. Una commedia dell’assurdo, con dialoghi vivaci, che cela una dura critica sociale. Il “camaleonte” è il rappresentante dell’autorità che cambia opinione in base alla convenienza. Čechov si fa beffe di chi detiene il potere in una società gerarchica: la legge si piega allo status sociale. Lo scrittore stigmatizza l’assenza di giustizia autentica, prendendo ancora di mira la burocrazia zarista: servile con i potenti, autoritaria con i deboli.
Maschera (1883)
Un racconto molto breve e poetico, che offre una geniale metafora della finzione e dell’ipocrisia. Il comportamento artificioso, l’adattamento alle convenzioni, la necessità di recitare un ruolo non autentico: tutto questo denuncia la solitudine che si nasconde dietro le apparenze. Čechov riflette sull’estrema difficoltà di essere sinceri e sull’annullamento dell’identità individuale.
Le ostriche (1884)
Racconto incentrato sulla crudeltà dei benestanti verso i poveri. La fame altera la percezione e la coscienza, e Čechov adotta con rara sensibilità il punto di vista di un bambino affamato. Condanna l’indifferenza sociale, l’innocenza violata e derisa, l’assoluta mancanza di empatia di chi arriva perfino a divertirsi alle spalle di un essere debole. Un racconto struggente e spietato, che mostra la durezza della vita senza filtri.

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