Emilio Salgari, “Le meraviglie del Duemila” (1907)
«Noi ci troviamo nel 1903, ma io ho trovato il mezzo di trasportarci, in pochi istanti, nel Duemila.»
«New York è divenuta colossale: più di venti milioni di abitanti vi si agitano. I grattacieli sono diventati veri monti d’acciaio e di vetro.»
«Enormi uccelli metallici, silenziosi, sfilavano nell'aria, spingendosi da una città all’altra con rapidità fulminea; bastava premere un bottone perché si sollevassero e seguissero rotte tracciate con precisione matematica.»
«Parlare a distanza è cosa abituale; voci metalliche ci rispondono da ogni parte del globo.»
«Tutto è meraviglioso… eppure, mi sento straniero tra uomini che sembrano aver dimenticato come si piange e come si ama.»
«L’uomo moderno parla più con le macchine che con i suoi simili.»
Quando si pensa a Salgari, la prima associazione che di solito viene in mente è quella con Sandokan e le Tigri della Malesia; la seconda è con il Corsaro Nero. Ma, per fortuna, Emilio Salgari non fu solo questo. Fu un autore assai prolifico, con una qualità media decisamente dignitosa. Lo scrittore veronese si cimentò anche nel genere fantastico e perfino nella fantascienza, anche se il suo unico vero romanzo fantascientifico — o, per meglio dire, di proto-fantascienza (come lo definì Gianfranco De Turris) — è proprio questo.
Vi sono poi altri romanzi in cui si incontrano incursioni nel meraviglioso, pur inserite nel classico contesto avventuroso tipico dell’autore: I figli dell’aria e il suo seguito Il re dell’aria, nei quali compare “l’Iride”, una macchina volante; La stella dell'Araucania, Il tesoro del Presidente del Paraguay e I naviganti della Meloria, più vicini al fantastico e al fantasy.
Le Meraviglie del Duemila è un vero e proprio romanzo di anticipazione: ironico, satirico, tecnologico, utopico e distopico. Un’opera assai godibile, geniale, divertente e, per l’epoca, sorprendentemente moderna. L'espediente narrativo centrale è il viaggio nel futuro. Per lungo tempo è stato considerato un prodotto marginale, incluso tra le opere secondarie dell’autore, ma negli ultimi decenni è stato meritatamente riscoperto come una pregevole testimonianza della prima letteratura italiana di anticipazione.
Nel 1907, l’Italia di Salgari — e non solo l’Italia — attraversava un periodo storico e culturale in cui si guardava al progresso tecnologico con entusiasmo, speranza e timore. Cominciavano ad affermarsi l'elettricità, il telefono, le prime automobili e gli aerei, trasformando radicalmente i concetti di spazio, informazione e comunicazione. Era anche l’epoca dell’utopia positivista: la scienza era percepita come strumento di miglioramento dell’umanità.
Era il tempo delle Esposizioni Universali: nel 1906 si tenne a Milano quella dedicata ai Trasporti, la prima in Italia; nel 1911 ci sarebbe stata quella di Torino, su Industria e Lavoro. Siamo in piena Seconda rivoluzione industriale. In questo clima di grandi trasformazioni si inserisce il romanzo di Salgari, che immagina un futuro distante quasi cent’anni, il 2003, attraverso gli occhi di un uomo dei primi del Novecento.
È un punto di vista che riflette anche la mentalità coloniale dell’epoca: il mondo è “civilizzato” se aderisce al modello occidentale e scientista; il progresso è inevitabile, una macchina che non può e non deve arrestarsi. Tuttavia, Salgari — sensibile ai bisogni e ai diritti dei singoli esseri umani — mostra anche l’altra faccia della medaglia: i rischi legati all’estrema fiducia nel progresso.
L’autore anticipa e immagina un mondo già connesso in rete, in cui si può comunicare visivamente e vocalmente ovunque, e si trasmettono notizie in tempo reale. La mobilità è iper-futuribile: megalopoli, treni e sottomarini superveloci, strade sopraelevate e sotterranee. Una delle idee più originali — che anticipa l’invenzione dell'aviazione automatizzata e dei droni — è quella degli uccelli metallici, comandati a distanza. Ci sono anche i robot, benché Salgari non li chiami così: sono macchine che svolgono diversi lavori, amministrano la giustizia, e nelle case intelligenti gestiscono luce, energia e calore, mentre assistenti vocali virtuali supportano la quotidianità.
Lo scrittore si muove tra utopia e distopia, tra l’entusiasmo positivista e la critica allo scientismo. Non nasconde i propri timori nei confronti dell’eccessiva automazione, che può condurre all’alienazione, alla disumanizzazione e all’azzeramento dei legami empatici e affettivi. Lo fa come uomo del suo tempo, ma è proprio questo sguardo acutamente anticipatore — al di là dell’ottimismo e dell’ironia che pervadono il romanzo — a rendere l’opera anche inquietante.
Le Meraviglie del Duemila stupisce per la sua capacità visionaria e per la modernità dei temi affrontati, per l’inventiva e l’immaginazione. Salgari riesce ancora a parlare al lettore contemporaneo, divertendo, ma sollevando interrogativi sorprendentemente attuali: quale direzione stanno prendendo le innovazioni tecnologiche, e quale prezzo rischiamo di pagare in termini di alienazione, disumanizzazione, nuove disuguaglianze, perdita di diritti e libertà?
Nonostante il tema fantascientifico, il registro narrativo resta quello consueto del romanzo d’avventura e d’esplorazione — il comun denominatore della produzione salgariana. A parte le ingenuità tipiche della narrativa popolare dell’epoca, il romanzo si distingue per la qualità, soprattutto grazie all’inventiva e alla grande immaginazione a cui Salgari aveva abituato i suoi estimatori.

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