Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

giovedì 22 maggio 2025

Franz Kafka, “Nella colonia penale” (1914-1919)


Franz Kafka, “Nella colonia penale” (1914-1919)

«È giusto?» chiese l’esploratore. «Non so», rispose l’ufficiale, «tutto quello che so è che la procedura esistente non è stata mai messa in discussione.»

«Il principio secondo cui la colpa è sempre certa è quello fondamentale della procedura qui adottata. Altrimenti non si potrebbe adottare una procedura così semplice. Il nostro antico comandante – devo ammettere – ne aveva una conoscenza completa. Il suo principio era: la colpa è sempre fuori discussione.»

«"Non conosce la sua condanna?" 

"No", disse ancora l'ufficiale. Aspettò un momento, come se aspettasse dal viaggiatore una motivazione più circostanziata 

della domanda, poi aggiunse: "Inutile comunicargliela, la conoscerà sul suo stesso corpo". L'esploratore sarebbe rimasto zitto, ma lo sguardo del condannato, fisso su di lui, sembrò chiedere se approvava quello che aveva sentito. L'esploratore, che già si era appoggiato allo schienale della sedia, si piegò di nuovo in avanti, e chiese: "Ma saprà almeno che è stato condannato!" "Neppure questo", disse l'ufficiale con un sorriso, come se si aspettasse dall'esploratore altre curiose uscite.»

L’inquietudine crescente e il disagio che pervadono il lettore nelle poche pagine di questo racconto di Kafka non sono certo inferiori a quelli suscitati dalla lettura della “Metamorfosi”, del “Castello”, del “Processo” o della “Tana”. La solitudine, l’alienazione dell’individuo e le dinamiche di sottomissione e autodistruzione costituiscono il filo conduttore che attraversa gran parte dell’opera kafkiana, in particolare queste cinque storie.

Tuttavia, “Nella colonia” penale raggiunge livelli sconcertanti nella sua ardua decifrabilità. La struttura a più piani, che intersecandosi creano una situazione surreale, non ne facilita certo la comprensione; al contrario, esprime la volontà dell’autore di generare un senso di disorientamento nel lettore, che finisce per identificarsi con l’“Esploratore” e cerca di adottarne il punto di vista. 

Il lettore si trasforma così in uno spettatore dello spettatore, che a sua volta osserva l’abominio della “Macchina” del potere nella sua autentica funzione: torturare e fungere da strumento stesso di condanna, sotto la guida dell’“Ufficiale”. L'Esploratore giunge da un fuori indefinito, è un visitatore esterno dell'universo concentrazionario della Colonia, ma fa comunque parte del sistema che ne legittima l'esistenza.

La rappresentazione del potere assoluto nella sua efferatezza, che risponde a una Legge ma si pone al di fuori di essa, incarna un paradosso: la volontà di dominio si afferma senza mediazioni, oltre ogni forma inquisitoria. Non c’è alcun processo, né potrebbe essercene uno: è diventato superfluo. L’Esploratore e l’Ufficiale non sono che ingranaggi della stessa Mega Macchina burocratica dello Stato. Il primo osserva con indignazione ma, pur proclamandosi fautore dello spirito umanitario, si limita ad assistere passivamente, senza intervenire per impedire lo scempio. È quello il suo ruolo.

L’Esploratore, in questo senso, incarna anche il sistema mediatico, la finta opposizione, la sterile e formale alternativa. L’Ufficiale, invece, è il custode della tradizione, immerso nel proprio ruolo di ineccepibile esecutore: un burocrate “antesignano” di Eichmann. Simboleggia un sistema giudiziario cieco, devoto alla Legge dello Stato e alla fede nella Macchina fino al martirio. La lunga e minuziosa descrizione da lui fornita del funzionamento del meccanismo ne rivela la completa adesione. Tuttavia, è anche il sacerdote ottuso e dogmatico di una Fede Rivelata. 

Il Condannato è un uomo svuotato di ogni consapevolezza, privo di diritti e dignità: appartiene a un universo in cui “l’habeas corpus” non ha alcun significato. Subisce e delega senza comprendere, incapace perfino di concepire un’alternativa. È l’emblema della massa inebetita dal potere statale, da quello mediatico o da quello religioso.

Il Soldato, infine, è il braccio armato del potere: uno sbirro cieco e obbediente, che non discute, strumento di una sorveglianza priva di pensiero.

La Macchina è la metafora perfetta del potere e della sua giustizia disumana. Il supplizio che infligge al Condannato ha come unico esito la morte. È l’incarnazione della burocrazia, ma anche del dogma religioso: due pilastri tematici dell’universo kafkiano.

La Legge, nella sua essenza, non ammette discussione: è sentenza senza processo. Ogni sistema oppressivo reca però in sé il germe dell’autodistruzione, e finisce per esigere il sangue di chi lo ha fondato. Kafka si mostra qui davvero anticipatore, nella rappresentazione di una distopia assoluta, fosca, infernale e allucinata. La Macchina scrive sulla carne viva la sentenza inappellabile: anche il corpo soccombe all’ineluttabilità della Legge e all'espiazione pretesa dalla Fede. Entrambe cieche. E il Senso di Colpa trionfa.

Eppure, l’esercizio del potere genera logoramento. Nonostante la passività dell’Esploratore, del Condannato e del Soldato, che non interferiscono, il sistema della Macchina è destinato a crollare, come ogni autoritarismo. La sua stessa rigidità contiene il seme della fine, gli viene a mancare l'olio dell'entusiasmo del consenso. Una fine che tuttavia è solo provvisoria: attraverso il sacrificio del vecchio ordine, il sistema si rigenera, rinasce sotto nuove forme, forse persino "democratiche”. 

Kafka lascia il finale aperto, senza offrire risposte definitive. La macchina diventa minuscola, si nasconde, ma è ancora lì, sempre disponibile per un nuovo uso. Si adatta forse al presunto “rinnovamento” e, dopo essersi “guastata”, è pronta a riprendere a funzionare, al servizio di un sistema solo apparentemente più “mite”? Forse. Oppure, forse, si assiste alla semplice dissoluzione del potere nel nulla più assoluto: nella forma di ordine/disordine, nel dominio del Caos, che potrebbe nascondere altro dispotismo.

Accanto all’allegoria politica, giunge all'epilogo anche la dimensione teologica: l'ottuso rito religioso è ridotto alla sua nuda essenza. La Macchina è mezzo di espiazione della colpa e di redenzione, possibile solo attraverso la sofferenza e la morte. All’Ufficiale spetta il ruolo di officiante e garante del rito fino in fondo, fino ad auto immolarsi per esso, nell'ottusa ricerca della Verità Rivelata; mentre il Comandante – che non appare mai – rappresenta una divinità che si nega alla Rivelazione, a differenza di quanto avveniva in passato. La Fede fondata sulla colpa si avvia così verso la sua inevitabile estinzione, poiché neppure il sacrificio estremo conduce alla Risurrezione. Il vuoto che resta, l’assenza di Dio, lascia l’umanità smarrita e disorientata, forse in attesa di una nuova epifania.

Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO” (2025)

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO:  Ovvero, come si trasforma una bomba in una locomotiva e Dio in un alieno  (2025) «Si tratta d...