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sabato 17 maggio 2025

Vasilij Grossman, Dilogia di Stalingrado


Vasilij Grossman, Dilogia di Stalingrado: 

“Stalingrado” (“Per la giusta causa”) (1952)

“Vita e destino” (1960)

«La battaglia era una realtà non solo per gli esseri umani, ma anche per gli uccelli selvatici che dovevano volare nell’aria pregna di fumo, e per i pesci costretti a scendere sul fondo del Volga: straziata da bombe, granate e siluri, l’acqua tremava e assordava i pur gagliardi beluga, gli enormi pesci siluro, i lucci centenari, gli storioni giganti con le loro grosse teste.

Seppero della battaglia anche formiche, scarabei, vespe, grilli e ragni che vivevano nella steppa intorno alla città; scavata di nuove tane e gallerie, la terra tremava notte e giorno, a metri e metri di profondità. I topi selvatici, le lepri, gli scoiattoli di terra ci misero qualche giorno ad abituarsi all’odore di bruciato, al nuovo colore del cielo, al terreno che tremava e faceva piovere zolle di argilla nelle loro tane.

Nell’Oltrevolga il bestiame e gli animali domestici erano nervosi come durante gli incendi: le vacche perdevano il latte, i cammelli bramivano testardi e capricciosi, i cani latravano di notte, erano senza più appetito e vagavano a testa bassa fra le case; appena sentivano il rombo dei motori degli aerei tedeschi però, correvano guaendo a infilarsi in qualche buca. I gatti non mettevano il naso fuori di casa, sospettosi, con le orecchie dritte al continuo tintinnare dei vetri.

Molti animali e uccelli migrarono verso il lago El’ton, oppure a sud, nelle steppe calmucche e verso Astrachan’, o a nord, verso Saratov…»

«Esiste il giudizio divino ed esiste il giudizio dello Stato e della società, ma esiste anche un giudizio supremo: quello di un peccatore su un altro peccatore. Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza – sterminata – di uno Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la volontà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, il lager, la minaccia di morte, l’anonimato, l’ignominia. Ma a ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l’uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene. Per tutta la vita ogni scelta del capo del Sonderkommando – dalle campagne alle trincee, da una quotidianità lontana dalla politica alla militanza consapevole nel partito nazionalsocialista – era stata avallata consapevolmente. Il destino prende per mano l’uomo, ma l’uomo lo segue perché vuole ed è comunque libero di non farlo. Il destino prende per mano l’uomo e l’uomo diventa strumento di forze di sterminio: perché ci guadagna, non perché ci rimette. Lui lo sa bene e sceglie di guadagnarci; il destino e l’uomo avranno anche scopi diversi, ma la strada è una sola.

E a emettere il verdetto non sarà un giudice celeste misericordioso e immacolato, né l’equa corte suprema che mira al bene dello Stato e della società; non sarà un santo e nemmeno un profeta, ma un poveruomo sporco e peccatore schiacciato dal nazismo che per primo ha subìto sulla sua pelle il terribile potere di uno Stato totalitario, un uomo che è caduto, ha avuto paura e ha chinato il capo.»

C’è qualcosa di profondamente magico in questi libri, qualcosa che, anche al termine della lettura – dopo circa duemila pagine – continua a sfuggire, qualcosa di inafferrabile.

I due romanzi, monumentali, impressionanti ed epici, sono collegati non solo idealmente in una dilogia, ma anche di fatto. Solo anni dopo la loro stesura, infatti, ne fu riconosciuta l’indissolubile unità narrativa e, di conseguenza, furono identificati come un unicum nella cosiddetta “Dilogia di Stalingrado”.

Oltre alle molteplici affinità con Guerra e pace, non è affatto azzardato un collegamento con l’Iliade e l’Odissea, soprattutto per l'intensa tensione epica.

Guerra e pace fu forse il romanzo più letto in Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale: una lettura fondamentale sia per i soldati al fronte sia per la famiglia di Grossman. Lo scrittore, in quel periodo, lo lesse due volte. Fu letto anche alla radio. Costituì perfino uno strumento essenziale per sostenere il conflitto e fornire alle masse un punto di riferimento culturale di alto livello. E, ovviamente, fu usato anche dalla propaganda sovietica.

Tuttavia, la differenza sostanziale con Tolstoj non risiede solo nel contesto delle due guerre, ma anche nei problemi legati alla censura. Come scrive Robert Chandler nella postfazione a Stalingrado: «Tolstoj ebbe relativamente pochi problemi con la censura, mentre con redattori e censori lui [Grossman] lottò per l’intero corso della sua carriera.» A tal proposito, è indicativo il contrasto con Gor’kij, che invece rimase sempre fedele al regime.

Inoltre, Grossman aveva vissuto in prima persona gli avvenimenti narrati nella dilogia. Elogiarne il rigore storico è riduttivo: Grossman va ben oltre; è cronaca incarnata nella quotidianità che si fa narrativa. Anche quando introduce personaggi storici, lo fa utilizzando dialoghi, incontri occasionali, aneddoti, accorciando così le distanze tra il lettore e la cronaca. Appaiono così Hitler, Mussolini, Eichmann, Paulus, Stalin, Berija, Molotov…

Anche se i due volumi possono essere letti indipendentemente, soprattutto il secondo, sarebbe davvero un peccato non conoscerli entrambi.

Sono separati nella loro realizzazione da sette anni: il primo fu pubblicato nel 1952, mentre il secondo venne completato nel 1959. Lo scrittore sovietico, tuttavia, lavorò a entrambi tra il 1943 e il 1960. Da queste pagine emerse un talento grandissimo, a dir poco sottovalutato, a cui ancora oggi non viene resa piena giustizia.

Per questo, dopo averli letti uno dopo l’altro, ho deciso di scrivere una sola recensione.

Stalingrado fa da preludio alla seconda parte, alla trasformazione di Grossman, al suo percorso di lacerazione ideologica e morale, fino alla completa disillusione che lo porterà a rimettere in discussione le sue certezze e ad arrivare a un giudizio spietato sul regime sovietico.

L’antisemitismo postbellico pervase il potere, dando origine a una persecuzione minuziosa, con processi ed esecuzioni segrete già nel 1952. Ovviamente anche Grossman, per via delle sue origini ebraiche, fu bersaglio diretto.

Il romanzo già pubblicato fu duramente attaccato, e Grossman si salvò solo grazie alla morte di Stalin. Fu come se il sistema sovietico fosse stato contagiato dall’antisemitismo nazista, sebbene tale fenomeno fosse già ben presente nei Paesi dell’Est almeno dalla seconda metà dell’Ottocento, come testimoniato dai numerosi pogrom e dalla prima pubblicazione del famigerato falso I Protocolli dei Savi di Sion.

Vita e destino subì un trattamento analogo, se non peggiore, con l’intervento censorio di Chruščëv. Venne pubblicato in russo solo nel 1980, in una versione rimaneggiata. Ancora oggi sembra non esistere un testo definitivo del romanzo nella sua lingua originale. Anche Stalingrado, del resto, ebbe un percorso tormentato: tra pubblicazioni frammentarie, interventi censori, consigli non richiesti, trascrizioni multiple, dissidi con le redazioni – e perfino con sé stesso – nonché il cambio del titolo (Grossman preferiva di gran lunga quello con il nome della città).

Le ultime versioni italiane, come quelle riprodotte in immagine, dovrebbero essere integrali, o quantomeno le più complete disponibili.

Vita e destino rappresenta, nell’opera di Grossman, una maturazione politico-filosofica evidente rispetto a Stalingrado, che risulta più romanzato e ancorato alla registrazione dei fatti. Nel secondo romanzo si moltiplicano i punti di vista, compresi quelli dei tedeschi.

La distanza di quindici anni tra l’inizio del primo e la conclusione del secondo si avverte con forza, segnando la crescita dello scrittore, che culmina con un j’accuse implacabile contro ogni ideologia e totalitarismo.

Nel primo, infatti, pur emergendo in maniera lieve e contraddittoria una certa critica sociale al sistema burocratico e alla sua oppressività, il tono generale resta spesso retorico, legato al realismo socialista, celebrativo della rivoluzione, dello Stato e dell’eroismo del popolo sovietico. I personaggi, meno sfaccettati, sono talvolta connotati da stereotipi rivoluzionari.

La guerra, pur descritta con crudo realismo, è inserita in una narrazione volta a esaltare la gloriosa missione di distruggere il male nazista.

In Vita e destino, invece, l’evoluzione politica e personale di Grossman si riflette in una trasformazione quasi traumatica: l’epica viene brutalmente destrutturata, si tramuta in contro-epica; il realismo sostituisce l’ottimismo; il dubbio mette radici profonde in un contesto narrativo crudo e tragico, che si mostra perfino critico verso la retorica del primo volume.

I personaggi si liberano dal giogo collettivista e diventano pienamente individui, con tutte le loro contraddizioni. Si passa dall’indubitabile giustezza storica, al terrore, alla menzogna, alla delazione.

Oltre al nazismo, il bersaglio è ora chiaramente anche il sovietismo. I due regimi vengono quasi posti sullo stesso piano, e Grossman, implacabile, ne mostra le mostruose affinità, senza risparmiare nemmeno sé stesso.

È evidente che, come corrispondente di guerra, Grossman trascorse gli anni del conflitto in prima linea o comunque nelle zone calde. Ebbe modo di ascoltare testimonianze dirette e accedere a numerosi rapporti militari. Da ciò si comprende la minuziosità delle sue descrizioni, che possono talvolta apparire ripetitive, ma che costituiscono invece un elemento indissolubile di questo dittico straordinario.

Un affresco che ha il respiro di una grandiosa sinfonia.

Un messaggio di pace e resistenza: se non si resiste all’ingiustizia, non si potrà mai raggiungere una pace autentica.

I romanzi condividono quasi tutti i personaggi. Ma i veri protagonisti non sono soltanto loro: sono una moltitudine, una coralità. Alcuni assumono tratti simbolici e rappresentano le vite di molti; altri nascondono figure realmente esistite, invise al regime.

Ma i veri protagonisti sono i loro pensieri, i dialoghi, la speranza in un futuro diverso – anche se il destino sarà, per molti, inesorabile e spietato.

La forma del romanzo corale spinge Grossman a moltiplicare i punti di vista, spesso in contrasto tra loro. È questo ciò che deve fare un grande narratore: non essere il megafono della propaganda.

La tenebra nebbiosa e infernale dell’incipit – cupo, nero e disperato – di Vita e destino comunica immediatamente il cambio di atmosfera e prospettiva rispetto al romanzo precedente.

Siamo di fronte all’abisso del lager nazista e al cospetto di un capolavoro assoluto. Sono passati anni dalla travagliata stesura e pubblicazione di Stalingrado, e Grossman ha maturato disillusioni e sofferenze. Ha provato sulla propria pelle la persecuzione e la censura del regime staliniano, e ciò si avverte con forza.

L’oscurità si stende come una lebbra sull’inizio della prima parte: la vita quotidiana nel lager, ancora per poco solo un campo di prigionia; i ricordi delle persecuzioni degli ebrei, che sfoceranno nello sterminio imminente; gli orrori della collettivizzazione forzata, con le violenze e i massacri dei kulaki ad opera dei bolscevichi.

Poi lo sguardo si sposta di nuovo sul fronte del Volga, a Stalingrado, nell’occhio della battaglia, dove la narrazione riprende da dove si era interrotta nel romanzo precedente.

I momenti più alti dell’intera dilogia si trovano in Vita e destino: l’intero capitolo 50 della prima parte e il capitolo 16 della seconda (la lettera di Ikonnikov). Inni alla libertà e, al tempo stesso, invettive contro ogni totalitarismo.

Parole che accompagnano l’orrore dello sterminio degli ebrei e dei kulaki ucraini.

Parole senza tempo, applicabili a ogni contesto.

Parole contro il potere dispotico, un monito di Grossman alle generazioni future.

Una denuncia senza remore, rivolta anche ai popoli e alle masse, sempre pronte a seguire i tiranni nei loro proclami d’odio. Un avvertimento: la natura umana è suggestionabile dalla propaganda, e le maggioranze diventano carnefici, insieme ai loro dèi, sempre pronte alla delazione.

Si salvano solo esigue minoranze, disperse come granelli di sabbia, ma grande è comunque la loro testimonianza, sublimi i loro piccoli atti di bontà.

E infine, il finale poetico e struggente della dilogia: l’epilogo di Vita e destino, quasi fosse una sinfonia. Una meraviglia assoluta.

La dilogia, tuttavia, merita ulteriori approfondimenti, tanto è ricca di eventi e contenuti che non possono essere esauriti in una sola recensione. Come già fatto in passato, tornerò ancora su alcuni personaggi, episodi e temi significativi. Prossimamente mi occuperò anche della suggestiva biografia di Grossman, Le ossa di Berdicev, scritta da John e Carol Garrard.


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