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lunedì 9 giugno 2025

“Io capitano” (2023) regia di Matteo Garrone


“Io capitano” (2023)

regia di Matteo Garrone

con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawadogo, Hichem Yacoubi, Doudou Sagna, Khady Sy, Venus Gueye

«Non raccontarmi storie! Quelli che sono partiti sono morti nel deserto, sono morti in mezzo al mare. Ci sono cadaveri dappertutto! Hai idea... Hai idea di quante persone sono morte su quelle barche? Ne hai un'idea?!»

«Pensa che diventerai una grande star! E sarai tu a firmare gli autografi ai bianchi.»

«Io sono il capitano! Io sono il capitano! Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Ho salvato tutti! Nessuno è morto, nessuno! Io sono il capitano! Io sono il capitano!»

Comunque la si pensi, è davvero difficile non considerare “Io capitano” un’opera d’arte, a cominciare da alcune scelte narrative estremamente significative. I conflitti e le dinamiche di sfruttamento messi in scena, che girano attorno ai flussi migratori e al traffico di esseri umani, si limitano esclusivamente all’attraversamento del continente africano, spostando il focus su un aspetto meno considerato: la complessità e le contraddizioni interne. La scelta dell’uso linguistico: a cominciare dal wolof, lingua della comunità senegalese, che è quella più parlata nel film.

La ferocia delle relazioni di dominio e di sfruttamento, evidenziano la spietatezza che è causata non solo da motivi economici, legati a interessi della criminalità organizzata che spesso si intrecciano con quelli dei rappresentanti istituzionali degli stati coinvolti, attraverso una diffusa corruzione, ma anche da un odio tribale, atavico interetnico, che è una delle piaghe che contribuisce a ostacolare lo sviluppo dell'emancipazione africana. L'uomo bianco e il suo colonialismo sono convitati di pietra che aleggiano come fantasmi nella loro assenza, il cui dominio assume così caratteristiche quasi metafisiche, inevitabili.

Garrone evita con abilità ogni stucchevole pietismo retorico sulle vittime, consegnandoci un mondo vividamente crudo, ma sospeso tra sogno, allucinazione e realtà, dove il punto di vista dei due giovani protagonisti emerge incontrastato, soprattutto quello di Seydou. Il regista dimostra una spiccata sensibilità, una profonda conoscenza del contesto e una notevole capacità di empatizzare con queste anime continuamente umiliate e offese, che riescono, nonostante tutto, a conservare umanità, speranze e illusioni.

Nel film “Io capitano”, il deserto del Sahara e il mar Mediterraneo assumono significati simbolici profondamente diversi e opposti, creando una forte contrapposizione che scandisce le tappe del viaggio.

Il Sahara è simbolo di solitudine e desolazione: il deserto rappresenta l’isolamento assoluto, l’assenza di vita, la perdita di riferimenti. È la prova estrema della resistenza fisica e psicologica dei migranti. Luogo di perdita e morte: attraversare il deserto significa affrontare la costante minaccia della disidratazione, dell’abbandono, della violenza dei trafficanti. Metafora dell’abbandono esistenziale: è un simbolo di smarrimento spirituale, di crisi interiore, dove i protagonisti vengono privati della loro identità e sicurezza, ridotti a pura sopravvivenza.

Il Mediterraneo, invece, è simbolo ambivalente di speranza e pericolo: il mare appare inizialmente come promessa, confine ultimo prima del “sogno” europeo, ma si rivela rapidamente un luogo tragico, con la costante minaccia dell’annegamento e della morte. Luogo della collettività e della responsabilità: a differenza della solitudine del deserto, il mare impone la solidarietà. Seydou deve assumersi il ruolo di capitano, divenendo responsabile della vita degli altri naufraghi.

Metafora della trasformazione e del passaggio: il mare rappresenta il transito da una vita a un’altra, da un passato certo, seppur doloroso, a un futuro ignoto, aperto e incerto. Entrambi gli elementi naturali, nella loro violenza e immensità, rappresentano la dimensione epica del viaggio migratorio: un viaggio che è, contemporaneamente, fisico e spirituale, collettivo e personale, disperato e pieno di speranza.

Nel film, il deserto e il mare però, oltre ad essere percepiti dai migranti come due incarnazioni distinte, sono tuttavia profondamente affini. Il deserto è come un "mare di sabbia". I migranti vivono il Sahara come una distesa infinita, sconosciuta e minacciosa, dove ogni passo è rischioso. È un mare terrestre, immobile, dominato dal silenzio e dall’abbandono assoluto. Uno spazio crudele, che uccide lentamente attraverso il caldo, la sete e la solitudine estrema.

Il Mediterraneo è invece come un "deserto liquido". L'acqua diventa paradossalmente non un elemento di vita ma una minaccia immediata e feroce. Il mare è mobilità incessante, caos, e annienta rapidamente chi non riesce a domarlo. È un deserto d’acqua in cui i migranti sperimentano ancora una volta isolamento, vulnerabilità, e disperazione, amplificata dall’imprevedibilità degli elementi naturali.

In entrambi gli spazi, la percezione è quella di una vastità senza appigli, dove si è costretti al confronto con l'immensità della natura e con la fragilità della propria esistenza. Questa similitudine tra deserto e mare accentua l’esperienza tragica della migrazione, delineando il viaggio come una continua navigazione in spazi ostili, indifferentemente mortali.

Il simbolo della catarsi invece è rappresentato dall'elicottero. È l'angelo salvatore. Appare come una figura provvidenziale, un mezzo di salvezza, che arriva quando ogni speranza sembra ormai perduta. È una rappresentazione moderna e quasi religiosa, un intervento divino o un miracolo laico, che porta conforto e riscatto immediato. In questa lettura, è il simbolo stesso della speranza, del soccorso, della possibilità di rinascita dopo un viaggio estenuante e tragico.

Al tempo stesso, l'elicottero può essere visto come una presenza estranea e superiore, l’illusione che domina i destini di coloro che vengono salvati. Rappresenta il potere dello Stato, della burocrazia, di un Nord del mondo distante e spesso razzista che adesso prende possesso delle loro vite e ne determina il futuro. È un'immagine che suggerisce l’ambiguità dell'accoglienza, la dipendenza da forze esterne, una nuova forma di vulnerabilità e la rappresentazione di una nuova precarietà.

L’aspetto più interessante è che queste due interpretazioni possono coesistere simultaneamente: salvezza e controllo, speranza e subordinazione non si escludono, ma si intrecciano. L'elicottero diventa così metafora di una doppia realtà vissuta da ogni migrante che approda in Europa: la gratitudine verso chi salva e la consapevolezza della propria condizione di dipendenza.

Uno degli aspetti più sorprendenti del film è la recitazione ad alti livelli qualitativi dei due attori protagonisti, ragazzi alla loro prima esperienza cinematografica e recitativa. Seydou Sarr ha vinto anche il Premio Marcello Mastroianni al Festival di Venezia nel 2023. Garrone compie una scelta originale anche in questo: fa recitare attori non professionisti, ricollegandosi alla tradizione del miglior cinema italiano.

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