Abraham Yehoshua, “Viaggio alla fine del millennio” (1997)
«Fino a questo momento la navigazione è stata piacevole e sicura, come se il Dio degli ebrei e quello dei musulmani avessero stretto un patto d'amicizia sulla superficie del mare e l'uno avesse supplito alle mancanze dell'altro. La natura si è mostrata benigna e se talvolta il cielo si è coperto e delle burrasche hanno colpito la nave, quelle sono state brevi e persino rinfrescanti e non hanno impedito al comandante di spiegare la grande vela ai venti propizi, traendone pieno beneficio. Anche la curiosità delle navi di passaggio non li ha infastiditi. Infatti, nonostante la stranezza del veliero, è palese che si tratta di una nave solitaria, debole e straniera, e malgrado i segni del suo passato militare siano tuttora riconoscibili, lo scafo pingue ne testimonia le intenzioni pacifiche.»
«Il fatto che lei fosse vedova e senza figli, che la conoscenza fosse avvenuta nell'atmosfera un poco dissoluta della locanda, ma soprattutto che la donna fosse più anziana di lui di circa dieci anni, aveva indotto Abulafia a lasciarsi andare a una lunga chiaccherata, dalla quale era nato un profondo legame. Così, nell'ora del crepuscolo che precedeva il pasto serale, dallo scambio casuale di alcune parole con una donna delicata e rispettabile, vedova di un grande studioso della Torah, che aveva pronunciato qualche versetto nella lingua sacra appresa dal defunto marito, per proseguire poi con alcune acute osservazioni commerciali, si era sviluppata un'approfondita conversazione, prolungatasi fino alla mezzanotte. Una conversazione lecita, rispettosa dello stato di vedovanza dei due interlocutori, ancora sconosciuti l'una all'altro, tuttavia con un che di trasgressivo e di temerario. E quando la croce sul campanile aveva infilzato la luna – il cui colore ricordava le grosse forme di formaggio specialità dei villaggi circostanti – e questa, ripiegata su se stessa, era scivolata lentamente dietro la chiesa facendo sprofondare nel buio più completo la stanzetta in cui sedevano i due, Abulafia aveva sentito un piacevole calore diffondersi tra le membra.»
«Perché non posso permettere che Abulafia si lasci fagocitare da questi ebrei settentrionali e che io lo dimentichi per sempre? Perché lascio che la repulsione che questa donna minuta dagli occhi azzurri prova nei miei confronti, disturbi la mia tranquillità e tormenti la mia anima? Ecco che, accettando di recarmi ad affrontare il tribunale della sua città natale, io ne ammetto la superiorità, persino nel caso di un verdetto favorevole. Cosa manca a noi laggiù, nel meridione, che ci spinge a credere di poterlo trovare presso i nostri fratelli ashkenaziti? Noi non avremmo nemmeno dovuto incontrarci prima della venuta del Messia Ben-David e quando lui giungerà ecco che saremo tutti redenti e non saremo più gli stessi. è forse a causa dell'offesa arrecata alla mia merce che mi accingo a intraprendere questo nuovo, insidioso viaggio? O forse c'è in me, come ha insinuato il rabbino Elbaz, l'impudente desiderio di mettere alla prova con un'esperienza ancora più ardua la duplicità del mio amore, proprio perché io ne sono così certo e sicuro?»
Prima di essere qualsiasi altra cosa, “Viaggio alla fine del millennio” è un delizioso e poetico romanzo, scritto nella prosa affascinante e sensuale di Abraham Yehoshua. È una sorta di romanzo miracolo. Opera densissima, seducente, con uno stile elegante e vertiginoso. Yehoshua dimostra di avere la capacità di rendere la storia talmente originale e incantevole che è impossibile dimenticarla.
È semplicemente un romanzo storico ambientato nell’Anno Domini 999, un numero pieno di simbolismo, tra il Nord Africa e il Nord Europa, che mette in scena l’incontro e il conflitto tra le tre grandi religioni monoteiste di cui il Mediterraneo è la culla indiscussa. Yehoshua demolisce molti luoghi comuni legati a quell'epoca e al rapporto che intercorre tra le tre fedi e, in particolare, mette in luce la complessità del mondo ebraico connessa intimamente anche alla contemporaneità.
Il semplice racconto di genere storico - avventuroso si profila come una profonda indagine sull'identità, sul conflitto culturale e sulla natura della fede. Il libro descrive anche lo scontro cruciale tra due anime dell'ebraismo, riflettendo allo stesso tempo sulle eterne tensioni tra Nord e Sud, tra rigidità morale e sensualità della vita. Un’Europa sospesa tra apocalittiche attese escatologiche e travagli lenti ma profondi della storia.
Il protagonista è Ben-Atar, un ricco mercante ebreo di Tangeri, uomo di successo e padre di una famiglia basata sulla bigamia accettata naturalmente nella sua comunità sefardita. Il "viaggio alla fine del millennio" è provocato non solo da ragioni commerciali, ma soprattutto da una questione di carattere morale: deve raggiungere la Francia e la Germania (la Worms sul Reno), nel cuore dell'Europa ashkenazita, per affrontare Esther-Mina, la moglie di suo nipote Raphael Abulafia. Quest'ultima, fervente ashkenazita, ha costretto il marito a rompere i legami con lo zio Ben-Atar, condannando pubblicamente la sua bigamia come un'aberrazione.
Il viaggio parte da una Tangeri solare, cosmopolita ante litteram e tollerante – un universo fatto di porti, scambi commerciali, intrecci culturali tra arabi, berberi, ebrei, cristiani, africani, mercanti e navigatori. Yehoshua rappresenta questo mondo come uno spazio fluido, permeabile: una dimensione in cui la legge ebraica ha imparato ad adattarsi alle circostanze, a convivere con pratiche diverse, a gestire la complessità dell’esistenza. Un universo di fruttuoso scambio culturale tra ebraismo e Islam, prova ne sia il rapporto di collaborazione e di rispetto reciproco tra Ben-Atar e il suo socio ismaelita Abu-Lutfi.
Nel contesto magrebino dell’epoca, la bigamia di Ben-Atar non è percepita come una violazione: è una forma di vita condivisa, regolata, accettata, e soprattutto assai significativa dal punto di vista affettivo. Le due mogli, seppur nella apparente sottomissione, vivono in un equilibrio complicato ma stabile, e il romanzo evita qualunque stereotipo: la prima moglie non è la vittima di un’imposizione, di un tradimento, la seconda non è la favorita perché più giovane; il lettore viene così accompagnato all’interno della complessa architettura relazionale dell’universo sefardita. Yehoshua, con grande maturità narrativa, restituisce un mondo in cui norme, desideri e costumi non sono rigidi dogmi, ma semplici soluzioni condivise.
La contrapposizione con l'Europa settentrionale, a egemonia cristiana, fredda, nebbiosa e ossessionata dalla purezza morale, è il motore dell'opera. Yehoshua crea un potente contrasto: il mondo sefardita di Ben-Atar è presentato come pragmatico, radicato nella materialità, nella sensualità e nella semplicità dell'amore, è aperto al dialogo interculturale. Di straordinaria suggestione è il conflitto tra l'astuto rabbino andaluso Elbaz, che difende le prerogative di Ben-Atar, e Messer Levitas, il colto mercante di gioielli fratello di Esther Mina.
Il mondo ashkenazita è invece austero, intellettualizzato, legato a codici di comportamento rigidi, ma anche a una diversa forma di emancipazione sociale e culturale, soprattutto per le donne. Qui la poligamia è vista come un pericolo: non tanto per questioni morali astratte, ma perché minerebbe la fragile struttura comunitaria, così prossima al dominante mondo cristiano, normativo, misoneista e ossessionato da un cupo millenarismo.
Questa contrapposizione è uno dei grandi temi del romanzo: la dialettica tra identità aperta e identità chiusa, tra un ebraismo mediterraneo solare volto all’integrazione culturale e un ebraismo europeo che è costretto a difendere la sua identità, e quindi anche a intellettualizzarla. Yehoshua declina questa dialettica con una delicatezza che evita il manicheismo, soprattutto di fronte al fatto che apertura e chiusura sono anche scambievoli nell’ambito di una serrata dialettica culturale. Nello specifico, lo scrittore mette in risalto anche le differenze tra la comunità ashkenazita posta sulle sponde della Senna e quella posta sulle sponde del Reno.
Ciascun mondo ha le sue ragioni, la sua storia, le sue paure. Lo scrittore israeliano nel fare questo, scandisce la narrazione servendosi contemporaneamente delle tre diverse datazioni, riproposte con formulazioni diverse in tutto il corso del romanzo: l’anno dalla creazione del mondo per gli ebrei, l'anno dall’Egira del Profeta per i maomettani e il numero degli anni prima dell'Anno Mille per «coloro che si facevano il segno della croce».
Nella corte rabbinica, dove Ben-Atar cerca giustizia, emergono infatti non solo rigore dottrinario e sospetto, ma anche la tensione — profonda e drammatica — tra tradizione e innovazione, tra necessità di sopravvivenza collettiva e libertà individuale. La seconda moglie di Ben-Atar diventa il punto di frizione: non come figura erotica o orientaleggiante, ma come simbolo vivente di un ordine alternativo.
L’autore non mira a una ricostruzione filologica maniacale: gli interessa la tensione tra la grandiosa mobilità del mondo mediterraneo e la rigidità normativa e la notevole cultura dei centri rabbinici dell’Europa askenazita. In questa frizione si gioca tutta la vicenda del protagonista — una vicenda privata che, strada facendo, diventa una riflessione universale sulla legge, sulle tradizioni e sul modo in cui gli individui cercano spazi per la propria libertà e per la propria identità, che nel romanzo va verso un desiderio di ricomposizione, anche se dolorosa.
Uno dei punti più affascinanti del romanzo è il modo in cui Yehoshua trasforma una controversia giuridica in un percorso iniziatico sulla natura stessa della legge, di crescita e di volontà di cercare una sintesi. Il processo non è soltanto una disputa dottrinaria, ma uno scontro di narrazioni: ogni personaggio racconta la propria storia, adduce motivazioni, ricostruisce i nessi. Il diritto diventa una questione di interpretazioni, di memoria, di identità.
Ben-Atar non è un rivoluzionario che vuole distruggere la tradizione; è un uomo che chiede che la sua vita — così com’è, con la sua complessità — trovi uno spazio dentro una cornice comune. Uno dei meriti del romanzo è mostrare che dietro i conflitti culturali ci sono sempre corpi, affetti, gelosie, equilibri fragili, quotidianità. Il viaggio non è solo una traversata geografica e culturale: è un motivo per parlare dei sentimenti umani.
La prima moglie, consapevole del rischio di essere rifiutata dal tribunale europeo, vive l’intero viaggio come un percorso di riconquista; la seconda moglie, col suo orgoglio ferito, oscilla tra il desiderio di essere riconosciuta e la paura di diventare un oggetto di scandalo; Ben-Atar stesso è costretto a confrontarsi con i limiti, le responsabilità e la natura del proprio legame con entrambe. La poligamia, lungi dall’essere ridotta a un tema esotico, diventa una seria problematica attraverso cui Yehoshua indaga la complessità dei rapporti umani. Esther Mina, la moglie ashkenazita, è il simbolo della tradizione, ma è anche un esempio di fermezza, un’immagine di emancipazione femminile, con la sua aperta ribellione.
“Viaggio alla fine del millennio”, scritto alla fine del XX secolo, non è un semplice romanzo storico: è una parabola sul rapporto tra pluralismo e norma. Ed è molto attuale, in un mondo in cui le distinzioni nette fra bene e male, progresso e tradizione, libertà e comunità, sono ancora messe alla prova, mai date per certe. Siamo, in un certo senso, davanti a un doppio “millennio”: quello dell’Anno Mille e quello del Duemila. Yehoshua utilizza la storia come specchio: vecchie questioni ritornano, vecchie fratture si ripresentano sotto nuove forme. Il romanzo diventa così un invito a pensare l’identità come un percorso prodotto da un continuo e dinamico dialogo con l’Altro, evitando di chiudersi nelle proprie granitiche certezze.

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