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venerdì 12 dicembre 2025

Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, “L’uomo della sabbia” (1816)


Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, “L’uomo della sabbia” (1816)

«Preso dalla curiosità di saperne di più su chi fosse quella creatura e che cosa avesse a che fare con noi bambini, mi rivolsi infine alla vecchia che si occupava di mia sorella più piccola chiedendole chi fosse mai quest’uomo della sabbia. «Ma come Thanelchen» replicò quella «ancora non lo sai? È un uomo cattivo che viene dai bimbi che non vogliono andare a letto e gli butta manciate di sabbia negli occhi fino a farglieli schizzare via tutti pieni di sangue; lui poi li getta nel sacco e li porta sulla mezzaluna in pasto ai suoi figli, che se ne stanno dentro il nido e hanno becchi ricurvi come quelli delle civette per poter beccare gli occhi dei bimbi cattivi.» L’immagine dell’uomo della sabbia, crudele e disgustosa, mi si era dunque dipinta nell’animo; quando la sera sentivo le scale rintronare, tremavo di paura e di terrore. E la mamma non riusciva a strapparmi altro che il grido: «L’uomo della sabbia!, l’uomo della sabbia!» balbettato fra i singhiozzi. Dopodiché correvo nella mia stanza e per tutta la notte ero torturato da quella terribile apparizione.»

Nel 1919, poco più di un secolo dopo che E.T.A. Hoffmann aveva scritto questo piccolo grande gioiello, Freud pubblicò il saggio sul Perturbante e scelse proprio L’uomo della sabbia come testo letterario chiave per illustrare la sua teoria. Il perturbante, secondo Freud, non nasce da ciò che è totalmente ignoto, ma da qualcosa di familiare: è l’orrore che deforma ciò che conosciamo, ciò che ci è già vicino. La novella, per questo, è ben lontana dall’essere un semplice racconto del terrore.

La psicoanalisi freudiana gioca con il linguaggio: la parola tedesca Unheimlich è composta da un- (negazione) e heimlich (“familiare”, “domestico”, ma anche “nascosto”, “segreto”). Letteralmente, Unheimlich significa “non-familiare”, “non-casalingo”: qualcosa che è stato rimosso e riaffiora all’improvviso, il familiare che diventa estraneo e minaccia la stabilità dell’identità individuale. A farci paura non è ciò che non abbiamo mai visto, ma il ritorno del rimosso, che riappare celato o travestito. Il doppio, il Doppelgänger, diventa così un segno di morte.

Il perturbante è dunque il fallimento di un meccanismo difensivo deputato a tenere nascosti ricordi sgradevoli, paure e traumi infantili. Nel racconto di Hoffmann esso si incarna nel doppio di Nathanael, rappresentato da Coppelius/Coppola, e nella figura ambigua di Olimpia, automa insieme animato e inanimato. Per Freud, il trauma originario si fonda sulla paura della cecità, letta come metafora della castrazione.

Il racconto, basato su un'antica leggenda del folklore germanico, è pervaso da un’inquietudine crescente ed è scritto con una mirabile scorrevolezza: un moto irrefrenabile verso un epilogo intuibile sin dalle prime righe. Hoffmann intreccia prospettive differenti, una polifonia di voci che amplifica l’incubo, l’ossessione e l’effetto orrorifico. Per farlo ricorre a un espediente tipico della narrativa gotica dell’epoca: le lettere che i personaggi si scambiano e il diario che accompagna la voce narrante.

L’ambiguità tra trauma infantile e soprannaturale è l’essenza stessa del racconto. È ciò che costruisce quell’atmosfera sospesa e rarefatta che influenzerà tanta letteratura gotica e mistery successiva; e ovviamente ha ispirato anche il Sandman di Neil Gaiman. La maschera che ritorna sotto forme diverse produce un effetto straniante, a tratti allucinatorio. Attraverso questo registro visionario, Hoffmann parla anche di altro: della mente che costruisce la propria persecuzione mediante associazioni irrazionali, prive di fondamento nella realtà, ma capaci di innescare l’autodistruzione.

Uno dei temi portanti, oltre alla vista come strumento che crea o trasfigura la realtà (lo sguardo di Nathanael, gli occhi di Olimpia, il binocolo maledetto), è un secondo aspetto del perturbante: l’illusione della perfezione che nasconde una natura meccanica, artificiale, imitativa dell’umano. In questo senso Hoffmann anticipa non solo la psicoanalisi, ma anche questioni etiche e scientifiche moderne. L’automa diventa anche simbolo del bisogno narcisistico: il desiderio di amare ed essere amati da un oggetto che incarni l’idea di completezza.

Hoffmann insiste su un tratto che ritroviamo anche nel Doppelgänger: la verità non è univoca, ma nasce dalla tensione continua tra percezione soggettiva e realtà condivisa. La storia diventa così una riflessione radicale sul rapporto tra identità, paura e costruzione psichica del mondo. L’uomo della sabbia è un’entità demoniaca reale, oppure una proiezione della psicosi di Nathanael? Hoffmann, neppure nel finale, offre una risposta definitiva: lascia il lettore immerso in un universo di ambiguità, lo stesso in cui l’essere umano è costantemente chiamato a confrontarsi.


[Nell'immagine: Nathaniel, nascosto dietro ad una tenda, spia gli esperimenti alchemici di suo padre e di Coppelius - un disegno a penna di E. T. A. Hoffmann per il suo racconto]



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