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martedì 9 dicembre 2025

Kafka e l’autosorveglianza: “la tana” come destino.


Kafka e l’autosorveglianza: “la tana” come destino.

«Mentre vivo in pace nella zona più interna della mia casa, il nemico potrebbe avvicinarsi da qualche parte, scavando lentamente e silenziosamente. Non voglio dire che egli abbia un fiuto migliore del mio; forse sa di me altrettanto poco di quanto io so di lui. Ma ci sono predatori accaniti che scavano la terra alla cieca e, data l'enorme estensione della mia tana, possono sperare di incontrare in qualche punto una delle mie vie.»

«Ma la cosa più bella nella mia tana è il suo silenzio. Certo, esso è ingannevole. Può essere rotto all'improvviso e allora tutto finisce. Ma per il momento c'è ancora. Posso strisciare per ore lungo le mie gallerie e non sentire nulla se non il fruscio di qualche animaletto che fra i miei denti riduco subito al silenzio, o un leggero franare di terra che mi segnala la necessità di una qualche riparazione; per il resto è silenzio. Dentro spira l'aria del bosco e fa caldo e freddo allo stesso tempo. Talvolta mi distendo e mi rotolo dal benessere, nella galleria.»

«Non è detto che sia un vero nemico colui nel quale posso suscitare la voglia di seguirmi, può essere benissimo un innocente qualsiasi, qualche creaturina ripugnante che mi insegue per curiosità e che, senza volerlo, diventa guida del mondo intero contro di me; non occorre neppure che sia questo, potrebbe essere, e non è meno peggio, anzi sotto parecchi aspetti è la cosa più brutta - potrebbe essere qualcuno della mia specie, un conoscitore ed estimatore di tane, un fratello del bosco, un amante della pace, ma un vero farabutto che vuole abitare, senza costruire.»

L’opera incompiuta è il destino che sembra accompagnare gran parte della vita e della produzione letteraria di Kafka. “La tana” è uno degli ultimi racconti dell’autore praghese, scritto probabilmente tra il 1923 e il 1924. Ed è incompiuto. Ma è un’incompiutezza necessaria, quasi perfetta. Si potrebbe anzi considerarlo come una sorta di epilogo ideale, una seconda parte de “La metamorfosi”: non in senso narrativo – “La metamorfosi” un finale lo possiede – ma in senso filosofico e concettuale.

Che cosa può esserci di altrettanto mostruoso rispetto al risvegliarsi trasformati in un enorme insetto, se non l’essere costretti, o peggio ancora costringersi, a vivere per sempre chiusi sottoterra? La creatura de “La tana” potrebbe essere letta come un’ulteriore metamorfosi dello stesso essere vivente, una volta umano, ora definitivamente altro: un uomo-talpa. Un processo di auto-disumanizzazione che richiama anche l’“umano, troppo umano” nietzschiano, piegato però in direzione patologica.

La ricerca ossessiva di protezione attraverso la costruzione e il perfezionamento della propria tana rivela uno stato perenne di angoscia e disorientamento. La tana è insieme spazio fisico, psichico, metafisico e politico-esistenziale. Siamo di fronte a un’architettura della paura che produce una trappola senza via di fuga, peggiore di qualunque rischio esterno si possa temere.

Il racconto è affidato alla voce della stessa creatura che, nel descrivere minuziosamente ogni dettaglio della propria opera, rivela lo stato paranoico in cui è sprofondata: una prigione mentale che si trasforma in una prigione fisica da incubo. Questa prigione presenta evidenti analogie con quella burocratico-teologica rappresentata ne Il processo e ne Il castello. Qui, però, il controllo esercitato da entità esterne si trasforma progressivamente in autosorveglianza. Anche le rare incursioni in superficie non sono mai vere aperture verso l’esterno: restano sempre funzionali all’esistenza della tana, che incombe come un’entità onnipresente.

Il costruttore della tana non dorme mai, ascolta ogni minimo rumore, teme nemici che non ha mai visto, ricalcola senza sosta le proprie difese, vive nel terrore costante di un attacco imminente. Si infligge sofferenza continua, fino all’autolesionismo. La tana, da rifugio contro la paura, diventa l’architettura stessa che genera terrore e dolore. Architettura psichica e fisica insieme: ciò che sfugge alla creatura è che il vero pericolo, quello più grande, non viene dall’esterno, ma abita dentro di lei. Non è l’insicurezza esterna a produrre l’angoscia, bensì l’illusione di poterla eliminare attraverso sistemi di controllo totale.

L’estrema razionalità dell’architetto si rovescia così in paranoia assoluta. Il persecutore esterno, in realtà, non esiste: è un concetto generato dalla mente della creatura, che sembra al tempo stesso desiderare l’esistenza di un nemico e temerla disperatamente. Vivere significa forse essere sotto assedio permanente? Un’esistenza senza la paura dell’avversario sarebbe vuota, inconcepibile? La paranoia diventa così uno stato ontologico. Ed è da questo stato che derivano anche le sue implicazioni “politiche”: l’accettazione del controllo totalitario su se stessi e sugli altri, fino a diventarne complici attivi.

Con “La tana” Kafka sembra dialogare con l’intero pensiero novecentesco sulla società della sorveglianza, della sicurezza preventiva, dell’emergenza permanente. Scrive prima del pieno compimento dei totalitarismi storici, sulla soglia del mondo che li produrrà, ma ne anticipa con impressionante lucidità la psicologia profonda: la paura come principio di governo. E, allo stesso tempo, anticipa la tendenza al totalitarismo latente nelle società contemporanee. Il suo è un concetto universale.

L’identificazione con la propria tana è totale, non solo mentale ma anche fisica: non si può più vivere senza la paura dell’Altro, senza questa percezione costante di minaccia, fino al punto da non riuscire più a comprendere che ognuno di noi può trasformarsi nel nemico di se stesso, nella stessa tana che lo assorbe e lo consuma. Lo spazio e il tempo, percepiti in forma circolare, diventano così senza soluzione e senza sbocco, privi di una reale possibilità di liberazione.

A questo punto, non esiste neppure una necessità oggettiva, da parte di un potere dominante, di creare un nemico per controllarci: è sufficiente l’autosorveglianza. Ed è ciò che avviene anche nel potere politico attuale, sempre più come un misto di dispotismo e propaganda, capace di produrre paura e un bisogno estremo di protezione, alimentando uno stato d’eccezione permanente, i cui primi custodi e gendarmi finiamo per essere noi stessi.

È per questo che l’incompiutezza del racconto risulta perfetta. La conclusione è narrativamente impossibile, perché dovrebbe implicare la messa in discussione del presupposto ontologico stesso: comprendere che la sicurezza assoluta non è il contrario della paura, ma la sua forma più tragica e definitiva. Ci si potrebbe interrogare su come sfuggire a tale paura, su come capovolgere questo destino e se sia davvero possibile farlo. Ma è lecito dubitare che Kafka avrebbe mai accettato un finale orientato verso una soluzione.


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