David Bowie, “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” (1972)
Così come la fantascienza può essere definita letteratura d’anticipazione, le composizioni del Duca Bianco possono essere definite musica d’anticipazione. Con questo album immenso, il legame con la fantascienza non è soltanto nominativo ed esplicito, ma diventa anche profondamente simbolico.
“The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, con diversi anni d’anticipo, suonava già come un disco di new wave: anticipava suoni, forme e attitudini che sarebbero esplosi più tardi. Molta della new wave inglese di fine decennio e dell’inizio di quello successivo deve moltissimo a Bowie, e questo è probabilmente il suo album più “saccheggiato”. E che cos’è, per esempio, “Suffragette City”, se non un vero e proprio anthem punk ante litteram?
Bowie ci ha abituati, nel corso della sua carriera, a continui miracoli sonori. Qui ne sono contenute svariate tipologie. Nella sua forma di concept album, “Ziggy Stardust” ci introduce a una storia destinata a diventare leggenda. Il Duca inventa un personaggio che è insieme metafora artistica ed esistenziale: un alieno, rockstar caduta sulla Terra. Non a caso, pochi anni dopo, uscirà il film di Nicolas Roeg con lo stesso Bowie protagonista, tratto dal romanzo di Walter Tevis, che riecheggia in modo evidente proprio l’universo simbolico di questo disco.
In realtà, Bowie lavorava già da anni in questa direzione: se ne avvertivano i prodromi fin dall’album d’esordio del 1967. Ma la traiettoria si chiarisce davvero a partire da “Space Oddity”, “The Man Who Sold the World” e soprattutto “Hunky Dory”. È pur vero che anche Marc Bolan, prima con i Tyrannosaurus Rex e poi con i T. Rex, percorreva una direzione affine: ambiguità sessuale, trasformazione dei generi musicali, capacità di anticipazione su punk e new wave. Bowie incarnava il lato più romantico e visionario, Bolan quello più sotterraneo e tribale. Ma fu l’investimento radicale sull’immagine a fare la differenza decisiva. La metamorfosi continua della sua estetica emerse come elemento di rottura definitiva.
Anche un altro film, la celeberrima opera rock del 1975 “The Rocky Horror Picture Show", si ispirerà in buona parte al personaggio di Ziggy Stardust, seppur in modo meno diretto. E se è vero che in quel periodo il travestitismo era già entrato nell’immaginario collettivo del rock, lo si doveva ancora una volta, in larga misura, proprio a Bowie.
David Bowie è nato alieno ed è vissuto come alieno in mezzo a noi. Qualcuno lo ha definito il Leonardo da Vinci del rock, e l’artista toscano, in fondo, era a sua volta un “alieno”. Alieni, però, profondamente umani. Bowie è stato un profeta, un messia androgino, maschio e femmina insieme, venuto dalle stelle: lo Starman che si incarna nell’astronauta terrestre di “Space Oddity”, che diventa Ziggy Stardust, muore e rinasce come Major Tom, per poi morire ancora, in una spirale di metamorfosi continue.
L’album si apre con la scanzonata e geniale profezia apocalittica di “Five Years”, e da quel momento, per quasi quaranta minuti, il miracolo si dispiega con una naturalezza decadente e insieme con una vitalità inaudita: tra piacere e sofferenza, ascesa e caduta, angelo e demone. Si alternano pop, psichedelia, rock’n’roll, folk song, in un equilibrio perfetto.
Così scorrono tutte le tracce del disco, una più bella dell’altra, fino all’epilogo oscuro, alla catarsi tragica di “Rock’n’ Roll Suicide”. Ziggy Stardust, oltre a essere una parabola sull’artista come eccesso, genio, ambiguità e sregolatezza, è un’opera profondamente autobiografica. È così anticipatrice da raccontarci già il Bowie che verrà: i suoi suicidi metaforici, la disponibilità a uccidersi e rinascere ogni volta, come vero artista camaleontico.
Ziggy, dopo il tour del 1973, non tornerà più in quella forma. Bowie lo “uccide”, ma nello stesso tempo lo interiorizza: continua a cadere sulla Terra infinite volte, fino al cupo Blackstar, che annuncia la sua morte materiale. Ma simbolicamente Bowie continua a “cadere” tra noi anche oggi, quando l’artista non c’è più — come accade solo alle grandi anime dell’arte.

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