LA SPIRALE DEL SILENZIO - RELOADED
Questo mio post è stato pubblicato, nel corso degli anni, in diverse versioni, sia sui social sia su alcuni blog. Lo ripropongo ancora una volta modificato, riadattandolo alle mutate condizioni e alle mie mutate percezioni. La prima versione risale al 2018. Il tema centrale rimane identico perché, pur cambiando il contesto, la dinamica comunicativa analizzata resta immutata.
Lo stato d’eccezione del triennio posto all’inizio degli anni Venti di questo secolo ha accentuato un processo già avviato, alterando comportamenti, percezioni e rapporti con l’Altro, tanto sul piano fisico quanto su quello morale. Dal 2023, la percezione di un diffuso stato di guerra ha sostituito nell’immaginario collettivo l’emergenza sanitaria, instaurando uno stato d’eccezione non dichiarato ma, di fatto, in continuità diretta con il precedente.
In questo scenario l’opinione pubblica ha continuato a fratturarsi: la polarizzazione estrema è diventata lo stato naturale delle cose, accentuando le dinamiche amico-nemico e alimentando livelli crescenti di intolleranza. Si finisce così per subire la pressione della relazione conflittuale e ci si autocensura preventivamente, prima ancora che intervengano gli altri, con conseguenze ancora più nefaste. L’effetto collaterale è un crescente senso di estraneità rispetto ai propri gruppi di appartenenza.
Anche chi si accorge dell’inganno, spesso, è portato a tacere per timore di essere etichettato. E, come nelle più celebri distopie, finisce con il perdere contatto con molti dei propri simili, provando un senso di colpa che lo frena dall’oltrepassare il limite della libera espressione. A ciò si aggiunge un’ulteriore dinamica, alimentata dalla propaganda — non solo mainstream, ma anche da gran parte della cosiddetta controinformazione — che genera conflitti orizzontali spesso artificiosi, i quali trovano terreno fertile nella fragilità psicologica degli individui.
Si tratta di conflitti che, non di rado, raggiungono vette di grottesco infantilismo. Alimentano dinamiche di esclusione e inducono i soggetti più sensibili, o semplicemente dotati di senso del ridicolo, ad astenersi dall’intervenire per non alimentare il conflitto o rafforzare narrazioni già preconfezionate, perché sanno che sarebbero destinati a essere equivocati.
In alternativa, finiscono per adottare ciò che potremmo chiamare “effetto juke-box”: dire ciò che i propri followers desiderano ascoltare — pratica da tempo in uso fra i cacciatori di clic — oppure proporre una versione edulcorata di ciò che si intenderebbe realmente comunicare. Il disagio cresce, perché ci si sente responsabili persino del malessere altrui.
Tutto ciò avviene a discapito dell’integrità sociale e “mentale” del singolo all’interno delle comunità, cui di fatto è negata una pubblica interazione, libera, sana e di confronto dialettico con altri individui e con le comunità stesse. Viene così compromesso anche il percorso verso il riconoscimento di una piena legittimità di sé, senza doversi autocenseurare per paura dell’esclusione.
Il problema non riguarda solo i social network, le discussioni in rete, ma anche, seppure con minore intensità, la vita reale. In quest’ultima, almeno potenzialmente, si riescono ancora a trovare forme di interazione meno alienanti, in cui la comprensione reciproca (in senso letterale) è più percorribile. Ma tutto rimane comunque gravemente inquinato. Nello scontro virtuale, in particolare, si tende sempre più a polarizzare il ragionamento, rinchiudendosi in frame rigidi e opposti, riducendo anche temi fondamentali al livello dei conflitti secondari. Gli esempi abbondano.
Tali frame, infatti, sono continuamente stimolati da una straripante immissione di notizie marginali o scandalistiche, anche di infimo livello, destinate a suscitare sensazione. La tecnica è quella di enfatizzare singoli, isolati episodi affinché si abbia la sensazione che questi siano indicativi di quanto la realtà stia cambiando. Il risultato ottenuto non è solo quello di dividere il corpo sociale, ma anche di distrarre e destabilizzare quella parte minoritaria più critica. Su questi conflitti si inseriscono, ovviamente, i soliti opportunisti.
La generalizzazione e la polarizzazione possono anche avere un senso e un innegabile ruolo, soprattutto sui grandi temi, nel rispetto però delle opinioni altrui, quando invece diventano norma finiscono per soffocare ogni ragionamento più complesso, che trova spazio solo se sostenuto da grande visibilità o da una pazienza quasi ascetica, con risultati spesso deludenti. Con la consapevolezza che anche tale sforzo può risultare banale, dando vita ad altri frame.
Si tenga conto anche del fatto che l'orizzonte del fanatico, di qualsiasi fanatico, è dato una volta per tutte e non può essere modificato, perché appartiene ad una realtà a parte, una realtà impenetrabile al confronto e alla dialettica. Il fanatico, che è quello che alla fine gestisce la polarizzazione, è sostanzialmente un “puer aeternus” che può però risultare dannoso e letale anche nelle versioni meno attive.
Alla fine, si sceglie di tacere.
Qualcuno potrà dire che si tratta di un problema antico; eppure il fenomeno assume sempre più i tratti di una gabbia mentale, di una vera e propria patologia collettiva, favorita da un modello a/sociale di isolamento, che conduce a un’estremizzazione di due comportamenti speculari: da un lato l’individualismo narcisistico, dall’altro il comportamento gregario. Ruoli, peraltro, interconnessi e facilmente intercambiabili.
Un buon esempio di questo meccanismo è, infatti, la spirale del silenzio, teorizzata da Elisabeth Noelle-Neumann nel 1984 (un anno che è solo una coincidenza?), e come evidenzia anche una ricerca effettuata anni fa negli USA dal PEW Research Internet Project:
«….l’impiego dei principali social network (Facebook e Twitter) riduce l’espressione delle reali opinioni degli utenti. Infatti, se un utente percepisce di avere un’opinione minoritaria, rispetto alla rete dei propri contatti/amici, decide di non esprimerla in percentuali maggiori che nella vita reale. Ciò accade sia perchè gli utenti non vogliono deludere i loro contatti/amici, ma anche perché gli utenti non vogliono lasciare tracce digitali delle loro opinioni minoritarie, dato che temono che esse possano danneggiarli in futuro (socialmente, professionalmente, ecc.).
Per questo motivo molti utenti scoprono, con sorpresa, che i loro amici esprimono sui social network opinioni diverse da quelle espresse verbalmente nella vita reale.»
Sto comunque constatando una graduale presa di coscienza, oggi più diffusa rispetto agli anni passati: un disagio che si sta ampliando, pur restando marginale, e che viene interpretato da prospettive diverse e talvolta opposte. Proprio queste letture, quando sono approssimative o parziali, fanno però intravedere il rischio di nuove semplificazioni sotto mentite spoglie.
La soluzione dovrebbe avere come obiettivo l'inclusione dei singoli, la ricostruzione di una sensibilità comune, che non passi attraverso codici o dogmi alternativi, ma che sia di tutela, sviluppo e stimolo nei confronti del libero pensiero e della libera espressione individuale.
[Per approfondimenti sulla la teoria di Elisabeth Noelle-Neumann :
https://it.wikipedia.org/wiki/Spirale_del_silenzio

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