Jacques Ellul. L'alienazione del convinto: quando la propaganda diventa identità.
«In ogni istante incontriamo quest’uomo, che trasmette ciò che ha letto sui giornali un’ora prima come se fosse una verità altamente personalizzata, e il cui atteggiamento supponente non è altro che il frutto di una propaganda forte. Lo incontriamo in continuazione, animato da una fiducia cieca in un Partito, un Maresciallo, un attore di cinema, un Paese, una Causa, e che non tollera nessun tipo di messa in discussione del dio. Abbiamo continuamente davanti agli occhi quest'uomo che non è più capace del più elementare discernimento morale o intellettuale, o del più semplice ragionamento, perché in lui abita la coscienza di Interessi Superiori, che bisogna seguire “perinde ac cadaver”. E tutto ciò è acquisito senza sforzo, senza esperienza, senza riflessione, senza critica, sotto lo shock distruttivo di una propaganda ben fatta. Lo incontriamo a ogni istante, quest’uomo alienato, e forse lo siamo già anche noi.»
Jacques Ellul, da “Propaganda” (1962)
La diagnosi che Ellul formula in questo passo è tanto più inquietante quanto più è lucidamente impietosa. Descrive un tipo umano che crediamo di riconoscere sempre negli altri – il fanatico, il credulone, l'ideologizzato – salvo poi chiudere con un capovolgimento vertiginoso: "forse lo siamo già anche noi". È in questa confessione che si nasconde l'intera portata del ragionamento. Nella probabilità molto prossima alla certezza che questa eventualità riguardi anche noi, singolarmente tutti noi, che il fanatismo non è solo negli altri. Ed è corretto partire da questa considerazione finale per poter fare luce chiaramente sul resto della citazione.
L'uomo di cui parla Ellul non è semplicemente manipolato: è trasformato in un intollerante. La propaganda efficace non si limita a convincerlo di questa o quella posizione, ma opera una sostituzione più radicale. Dove c'era la fatica del pensiero critico, installa l'automatismo della certezza immediata. Dove ci poteva essere il dubbio come meccanismo di controllo intellettuale, insinua la fedeltà incrollabile al dio. Il risultato non è uno che ha cambiato idea, ma uno che è stato indottrinato. Quanto questo riguarda ognuno di noi, sta nella capacità dei singoli individui di mettersi in discussione, e di vigilare il più possibile perché ciò non accada. Ma questa vigilanza non ammette sconti. È necessario essere onesti almeno con noi stessi.
Ciò che rende il fenomeno particolarmente insidioso è la sua dimensione affettiva. L'uomo propagandato non ripete formule a freddo: le vive con trasporto. La sua supponenza – termine che Ellul sceglie con precisione – non è arroganza consapevole, ma l'atteggiamento naturale di chi si sente depositario di una verità che lo trascende. Non difende delle opinioni: difende la propria identità, ormai inscindibile dall'oggetto della sua adesione. Il Partito, il Maresciallo, la Causa cessano di essere entità esterne valutabili e diventano prolungamenti del sé. Ecco perché ogni critica viene percepita come aggressione personale, ogni messa in discussione come minaccia esistenziale.
Il riferimento al "perinde ac cadaver" – l'obbedienza gesuitica "come un cadavere" – fa emergere il paradosso fondamentale: quest'uomo si sente colmo di convinzioni, animato da passioni forti, eppure Ellul lo descrive come morto intellettualmente, come un cadavere, uno zombie. È un'attività frenetica senza autonomia e creatività, un movimento che non segue un pensiero proprio, ma una convinzione indotta, sul tipo del robot antropomorfo in “Metropolis” di Fritz Lang. La metafora del cadavere suggerisce qualcosa di più perturbante della semplice sottomissione: una volontà che si è spenta lasciando intatte le apparenze della vitalità.
Ma l'intuizione maggiore di Ellul è quella di aver individuato la drastica riduzione, arrivando, in alcuni casi, fino all'annullamento dello scarto temporale tra l'apprendere la notizia e la sua elaborazione. La propaganda contemporanea tende ad abolire l'intervallo riflessivo: l'acquisizione e l'adesione sono simultanee, anzi, indistinguibili. Si crede di pensare autonomamente e invece si aderisce acriticamente al tipo di propaganda che è più conforme al nostro recinto ideologico di riferimento.
Ellul sottolinea che tutto questo avviene "senza sforzo, senza esperienza, senza riflessione, senza critica". Ogni termine indica qualcosa che abbiamo sacrificato: lo sforzo intellettuale, l'esperienza diretta nella vita quotidiana, la riflessione come analisi critica, il pensiero come esercizio di libertà. Ciò che la propaganda offre in cambio è l'immediatezza, la facilità, la certezza pronta all'uso. Il pensiero autentico è faticoso, incerto, spesso doloroso. Il pensiero critico richiede lentezza, distanza, un filtro che impedisca una meccanica trasformazione dell'informazione in convinzione.
Gli Interessi Superiori, altra espressione usata da Ellul che merita attenzione, possono essere la Nazione, la Rivoluzione, il Progresso, la Tradizione, la Collettività. Ciò che definisce questi Interessi è appunto la loro superiorità: stanno sopra l'individuo, sopra l’etica ordinaria, sopra il ragionamento comune. Giustificano qualsiasi sospensione del giudizio morale. Il soggetto catturato dalla propaganda è convinto di non aver rinunciato alla moralità, perché è al servizio di un Bene che sta più in alto di qualsiasi scrupolo morale individuale. Da qui deriva il frequente uso del double standard.
Si perde del tutto il senso del discernimento e l'alienato non si riconosce come tale, anzi, spesso si percepisce come particolarmente lucido, informato, oggi, in particolari ambienti si usa dire “risvegliato”. Forse l'unico antidoto risiede nell'esercizio sistematico del sospetto verso le proprie certezze più care, specialmente quelle acquisite senza fatica. Nel chiedersi non tanto "è vero?" quanto "perché lo credo vero?", "attraverso quali canali e mediazioni mi è arrivato?", "quali sentimenti suscita in me?".
E tuttavia, anche questa consapevolezza potrebbe rivelarsi inadeguata. Perché se davvero siamo immersi in un ambiente propagandistico totale, allora anche gli strumenti con cui pensiamo di smascherarlo potrebbero essere già contaminati. E se anche la critica alla propaganda fosse, in certi casi, essa stessa propaganda? L'unica onestà possibile, allora, è mantenere aperta la domanda, senza pretendere di averla risolta una volta per tutte. Riconoscere che "forse lo siamo già anche noi" non è cinismo, né vuoto neutralismo, ma la necessità di una continua vigilanza.

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