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venerdì 29 maggio 2026

30 MAGGIO 1943 JOSEF MENGELE ARRIVA AD AUSCHWITZ: LA SCIENZA COME STRUMENTO DELLO STERMINIO


30 MAGGIO 1943 JOSEF MENGELE ARRIVA AD AUSCHWITZ: LA SCIENZA COME STRUMENTO DELLO STERMINIO

«A volte Mengele uccideva i gemelli semplicemente per risolvere una discussione su una diagnosi. Il dottor Abraham C., un radiologo che lavorò per Mengele, mi descrisse una situazione del genere, concernente «due splendidi bambini di sette o otto anni, che stavamo studiando sotto ogni aspetto, dal punto di vista delle sedici o diciotto specialità separate che rappresentavamo». I due bambini presentavano certi sintomi comuni che, secondo una convinzione del tempo, potevano essere associati alla tubercolosi. Mengele era convinto che i bambini fossero tubercolotici, ma i vari medici prigionieri, dopo uno studio clinico accurato, non trovarono alcuna traccia di tale malattia. Non ancora convinto, Mengele gridò ai medici prigionieri, e specialmente al dottor C.: «Tutti gli altri possono sbagliare, non il radiologo... Deve esserci». Poi Mengele se ne andò ordinando a C. di rimanere, e tornò dopo circa un’ora, questa volta parlando con calma: «Aveva ragione lei. Non c’era niente». Dopo un po’ di silenzio, Mengele aggiunse: «Sì, li ho sezionati». In seguito C. venne a sapere da Nyiszli che Mengele aveva sparato ai due ragazzi nel collo e che aveva «cominciato a esaminarli mentre erano ancora caldi: prima i polmoni, poi ciascun organo [facendo] da sé una parte del lavoro». I due bambini erano stati dei beniamini di tutti i medici, compreso Mengele: «Venivano trattati molto bene, viziati sotto ogni aspetto... Specialmente questi due... esercitavano un fascino considerevole su di lui».»

Robert Jay Lifting, “I medici nazisti”

Il 30 maggio 1943 Josef Mengele giunse ad Auschwitz-Birkenau con il grado di SS-Hauptsturmführer e assunse le funzioni di ufficiale medico del campo, destinato in seguito a diventarne il più tristemente celebre tra i medici del lager. Non era un personaggio qualunque nemmeno prima di quella data: aveva conseguito una doppia laurea, in filosofia e in medicina, aveva studiato con il professor Otmar von Verschuer, uno dei più autorevoli esponenti dell'eugenetica tedesca, e aveva già pubblicato lavori di antropologia razziale che si inscrivevano perfettamente nell'orizzonte ideologico del nazionalsocialismo. Auschwitz fu per lui una straordinaria opportunità scientifica.

Il ruolo che Mengele incarnò nel sistema concentrazionario non si esauriva nella funzione amministrativa di capo medico. Era presente alle rampe di selezione - spesso di propria iniziativa, ben oltre i turni di servizio obbligatori - dove decideva chi sarebbe entrato nel campo e chi sarebbe stato condotto direttamente alle camere a gas, con un gesto della mano, un cenno del pollice verso destra o verso sinistra, guardava corpi e facce solo un paio di secondi [e diceva]: ...“Links [a sinistra]..., Rechts [a destra], Links, Rechts”. I testimoni sopravvissuti lo ricordano con dettagli che si sono impressi nella memoria collettiva come simboli dell'orrore burocratico: elegante nella divisa, talvolta canticchiante, apparentemente calmo, privo di qualunque segno visibile di turbamento emotivo. 

Hannah Arendt aveva coniato l'espressione "banalità del male" pensando ad Eichmann, ma la figura di Mengele appartiene ad un’altra categoria: in lui non vi era la piatta mediocrità del burocrate, bensì una forma di ferocia intellettualmente motivata, la mostruosa curiosità dello sperimentatore, del freddo e cinico scientista, un coinvolgimento attivo e persino entusiastico che rende il suo caso più inquietante. Gli esperimenti condotti da Mengele sui prigionieri costituiscono uno dei capitoli più oscuri dell'intera storia della medicina e dell’umanità. Si concentrò in modo particolare sui gemelli - ne aveva raccolti nel campo alcune centinaia - convinto che il loro studio potesse fornire le chiavi per comprendere i meccanismi dell'ereditarietà e, di conseguenza, per accelerare la riproduzione dei tratti considerati "ariani" nella popolazione tedesca. 

I bambini venivano misurati, fotografati, sottoposti a prelievi di sangue e midollo osseo, inoculati con agenti patogeni, operati senza anestesia. Quando morivano, deliberatamente uccisi, i loro corpi venivano sottoposti ad autopsia comparativa. Altri esperimenti riguardavano persone affette da nanismo, individui con eterocromia oculare, donne rom. I referti e i campioni biologici venivano inviati regolarmente all'istituto del professor von Verschuer a Berlino, che continuò a riceverli senza sollevare obiezioni, a riprova che il crimine di Auschwitz non fu il delirio isolato di un singolo, ma si inseriva in una rete istituzionale di complicità accademica.

Mengele non era solo un sadico nel senso clinico elementare del termine. Era un uomo convinto, con la tranquilla solidità del fanatico razionalizzante, che il proprio lavoro contribuisse al progresso della scienza e alla missione storica della razza germanica. L'ideologia razzista del nazismo non fu per lui un pretesto, era il nucleo costitutivo del suo universo intellettuale, la premessa da cui discendevano tutti i ragionamenti successivi. 

Non viveva il suo lavoro ad Auschwitz con senso di colpa o crisi di coscienza, perché il suo "Sé di Auschwitz" aveva completamente interiorizzato la logica nazista. Mentre altri medici soffrivano psicologicamente il turno sulla rampa (spesso ubriacandosi per sopportarlo), Mengele vi si dedicava con entusiasmo e assoluta compostezza. Per lui, la rampa non era un luogo di esecuzione, ma un laboratorio a cielo aperto dove esercitare il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte in nome della genetica.

L'aspetto più agghiacciante evidenziato da Lifton è la coesistenza di crudeltà e apparente calore umano: Mengele si faceva chiamare "Zio" (Onkel) dai bambini, portava loro dei dolci, giocava con loro e si assicurava che fossero nutriti meglio degli altri prigionieri. Poi, il giorno successivo, poteva ordinarne l'uccisione immediata tramite iniezione di fenolo al cuore per poterne eseguire l'autopsia.

Era un uomo affetto da un narcisismo maligno estremo, cercava la gloria accademica. Auschwitz gli offriva una libertà di sperimentazione che nessun medico aveva mai avuto nella storia: materiale umano illimitato e nessuna barriera etica. Questo rende il suo caso particolarmente utile per riflettere sul pericolo che si annida in certe forme di sapere quando vengono poste al servizio di una visione del mondo che ha già espunto dal proprio orizzonte l'umanità e l'empatia.

Dopo il crollo del Terzo Reich, Mengele riuscì a fuggire in Sudamerica - in Argentina prima, poi in Paraguay e in Brasile, grazie una rete occulta e quasi leggendaria, ancora oggi avvolta nel mistero, rispondente al nome di ODESSA (acronimo tedesco di Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen, "Organizzazione degli ex membri delle SS") - che fece fuggire, tra gli altri, anche Eichmann - e con l'aiuto di complicità che non sono state interamente chiarite. Visse per decenni sotto falsa identità, braccato ma mai catturato. Morì annegato nel 1979 a Bertioga, in Brasile, probabilmente a seguito di un ictus mentre nuotava. La sua identità fu confermata solo nel 1985, quando le autorità brasiliane fecero esumare i resti. 

Il caso Mengele rimane uno dei nodi della riflessione sul male storico del Novecento. Riguarda la medicina, la scienza, il diritto, la filosofia morale. Riguarda soprattutto quella zona pericolosa in cui la competenza tecnica si separa dall'etica e diventa strumento docile nelle mani del potere, dell'ideologia e di interessi economici. Ne abbiamo avuto un esempio in forma ridotta, neanche lontanamente comparabile, ma ugualmente eclatante nelle dinamiche, con lo stato d’eccezione pandemico. A riprova che il totalitarismo vive ben mascherato anche nelle pieghe della vita quotidiana all'interno delle cosiddette democrazie.

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