“PORTOBELLO” (2026) - Miniserie in sei episodi, ideata, scritta e diretta da Marco Bellocchio, con Fabrizio Gifuni nel ruolo di Enzo Tortora.
Dopo la grande prova di Cinema data nel 2023 con “Rapito”, film capolavoro sul caso Mortara, Bellocchio conferma, sulla soglia dei novant'anni, di essere uno dei pochissimi registi in attività con una lucidità invidiabile. Stavolta lo fa di nuovo nel formato televisivo, così come l’aveva fatto nel 2022 con un’altra magistrale serie TV: “Effetto Notte” dedicata agli ultimi giorni di Aldo Moro. Bellocchio non solo regala l’ennesima pregevole prova di regia, ma lo fa in un campo che, a quanto pare gli è assai congeniale, quello del genere storico - biografico.
“Portobello”, infatti, ricostruisce l'arresto del conduttore televisivo Enzo Tortora, avvenuto il 17 giugno 1983, accusato di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico, in un'odissea giudiziaria durata anni. Uno dei più famosi e clamorosi errori giudiziari della storia italiana. La sceneggiatura è firmata da Bellocchio assieme a Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, a partire dal libro “Lettere a Francesca” di Tortora stesso.
L’approccio alla serialità televisiva avviene con una freschezza e un'originalità davvero notevoli. Anzi, si direbbe che il formato lungo appaia per dei versi ancora più adatto alle sue capacità documentarie: la dilatazione episodica consente quella stratificazione di atmosfere - tra grottesco, onirico e pungente ironia - che nel film singolo non avrebbe potuto avere lo stesso spazio.
Bellocchio realizza una serie con accenti kafkiani e pirandelliani, partendo dalla maschera di Pulcinella come elemento ricorrente fin dal primo episodio, perché quella di Portobello è una storia di maschere tragicomiche. L'aula del maxiprocesso viene trasformata, con abile tocco geniale, in un palcoscenico surreale e di critica situazionista in bilico tra la piece teatrale e l’avanspettacolo di infima categoria: una farsa, un teatro dell'assurdo, una pantomima grottesca in cui i camorristi pentiti, insieme ad avvocati dell'accusa e pubblici ministeri recitano la loro parte fino a ridursi a caricaturali macchiette.
I precedenti cinematografici del regista che si muovono su un genere analogo sono “Il traditore” del 2019 su Tommaso Buscetta, e naturalmente il cult movie del lontano 1972 di “Sbatti il mostro in prima pagina”, con un mitico Gian Maria Volontà. Ma in “Portobello” Bellocchio va oltre la dimensione del reale. Perché questa è la storia di una psicosi collettiva giustizialista, l’anatomia di un meccanismo paradossale della messinscena che si rovescia contro il suo capocomico, sotto la minaccia costante della nemesi.
Al centro di tutto, Fabrizio Gifuni dà una delle prove migliori della sua carriera. Un personaggio non privo di spigoli e contraddizioni, per giunta non simpaticissimo, ed è un aspetto questo non casuale, perché Tortora dirà che in Italia si perdona tutto tranne il non essere simpatico. Bellocchio costruisce sul volto di Gifuni, sullo spaesamento e sull'incredulità del protagonista, una miniserie che cattura proprio perché è raccontata come se non si sapesse nulla di lui, come già aveva fatto con Buscetta e con Moro.

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