1° GIUGNO 1307 FRA DOLCINO E MARGHERITA, MARTIRI ERETICI
La vicenda di Fra Dolcino e di Margherita da Trento, conosciuta anche come Margherita la Bella o Margherita Boninsegna, rappresenta il culmine di un movimento religioso che aveva osato sfidare apertamente un blocco di potere composito: la Chiesa fornì la legittimazione teologica e giuridica, ma l'esecuzione materiale dell'assedio al Monte Rubello fu affidata al vescovo di Vercelli Raniero Avogadro, che guidò la crociata ordinata da Papa Clemente V, in stretta collaborazione con i Comuni padani e la nobiltà locale, che avevano ragioni tutt'altro che spirituali per voler liquidare gli apostolici.
Dolcino e i suoi rappresentavano una minaccia per l'ordine sociale nel senso più concreto: contadini e subalterni che rifiutavano i vincoli feudali e signorili, che praticavano una forma di vita comunitaria sottratta al controllo delle istituzioni, che si muovevano armati per le valli compiendo razzie contro i possedimenti nobiliari e monastici. Il potere temporale - laico, comunale, signorile - aveva dunque un interesse diretto e autonomo nella loro eliminazione, indipendente dalle preoccupazioni dottrinali della gerarchia ecclesiastica.
È precisamente questo intreccio tra potere ecclesiastico e potere feudale che rende la vicenda storicamente significativa al di là della mera eresia religiosa, e che giustifica una lettura in chiave di conflitto sociale. Non era solo uno scontro teologico, era la risposta violenta di un intero sistema di potere a chi ne metteva in discussione i fondamenti materiali.
Fra Dolcino era il carismatico leader del movimento degli Apostolici, fondato originariamente da Gherardo Segarelli. Il movimento predicava l'ideale della povertà assoluta, il rifiuto della ricchezza della Chiesa, la comunione dei beni e l'imminente fine dei tempi (influenzato dalle teorie millenaristiche di Gioacchino da Fiore). A differenza di altri movimenti pauperistici, i dolciniani non esitarono a impugnare le armi per difendersi, asserragliandosi sulle montagne tra la Valsesia e il Biellese.
Sostenendo che ogni bene appartenesse alla comunità, l'espropriazione dei beni della Chiesa corrotta o dei ricchi signori locali era considerata un atto legittimo di giustizia divina. Ma solo quando la comunità dolciniana rimase completamente isolata, senza la possibilità di coltivare la terra o commerciare, e stretta dal gelo invernale, la fame divenne totale, le scorribande nei borghi della pianura e della valle divennero l'unico modo per non morire di inedia.
Margherita, originaria di Trento, era la compagna di Dolcino. Descritta dalle cronache dell'epoca come una donna di straordinaria bellezza, condivise con Dolcino la guida spirituale e militare del movimento, diventando un simbolo di emancipazione femminile ante litteram in un'epoca che vedeva le donne relegate a ruoli marginali. Dopo un lunghissimo ed estenuante assedio sul Monte Rubello, decimati dalla fame e dal freddo, Dolcino, Margherita e gli ultimi fedeli rimasti furono catturati nel marzo del 1307.
Dante, a tal proposito, cita Dolcino nel canto XXIII dell'Inferno. Per bocca di Maometto, l'Alighieri lancia un avvertimento profetico a Dolcino di provvedere a fare scorte di cibo per non essere sconfitto dalla neve, destino che poi effettivamente si compì. La profezia però era un mero espediente narrativo post eventum, dato che, anche se il viaggio nell’Inferno è ambientato nel 1300 - l’anno del primo Giubileo della storia, indetto da Bonifacio VIII - la cantica viene completata nel 1308-1309, quando ormai tali fatti erano accaduti.
Tra gli ultimi giorni di maggio e il 1° giugno del 1307 si compì l'atto finale. Margherita fu giustiziata per prima sulle rive del torrente Cervo. Nonostante le fosse stata promessa la grazia in cambio del pentimento e dell'abiura, rifiutò categoricamente, affrontando il rogo con dignità. Dolcino fu caricato su un carro e portato in giro per le vie di Vercelli. Durante il percorso, i carnefici lo torturarono pubblicamente con tenaglie arroventate, strappandogli le carni. Le cronache raccontano che l'uomo sopportò lo strazio in totale silenzio, senza emettere un lamento. Infine, fu condotto al rogo e arso vivo.
La figura di Fra Dolcino ha attraversato i secoli, trasformandosi da eretico pericoloso a simbolo di ribellione contro l'oppressione: il movimento operaio e la storiografia laica hanno ampiamente rivalutato la sua figura, vedendo in lui e in Margherita dei pionieri della lotta di classe e dell'eguaglianza sociale. Esiste infatti un filo rosso che lega l'esperienza del grande eresiarca alla Val Sesia. Anzi, radica la sua esperienza in modo talmente indelebile nell'immaginario di quelle popolazioni, da resistere all'opera di mistificazione e distruzione, da parte del potere costituito, per arrivare agli albori delle lotte operaie ottocentesche. Molte delle quali assunsero proprio Dolcino come esempio di emancipazione.
Il simbolo più tangibile di questo legame fu un obelisco in pietra alto circa dodici metri ed eretto sul Monte Rubello nel Biellese, il luogo dell'ultimo assedio dolciniano. Il monumento voleva essere una sfida aperta alla Chiesa e alle classi dominanti. All'inaugurazione, nel 1907, parteciparono più di diecimila persone, in gran parte operai tessili della zona, anarchici e anticlericali. Il monumento divenne un luogo di pellegrinaggio laico e sovversivo, tanto che nel 1927 il regime fascista lo fece abbattere con la dinamite, vedendolo come un pericoloso simbolo di ribellione proletaria e anarchica. Fu poi ricostruito in forme diverse (una stele) nel 1974.
Fra Dolcino è stato innanzitutto un leader religioso, che però ha legato la sua scelta, la sua airesis, ad un coerente agire che lo ha portato inevitabilmente, da mistico, a delle scelte politiche chiare, irreversibili e fatali. In questo senso anche il sacrificio assume un valore unico e difficilmente rapportabile a quello di altri eresiarchi. Ogni grande perdente della Storia, che abbia saputo sciogliere il suo sacrificio nell'ansia di trasformazione, ha donato il suo corpo e la sua anima al compiersi di un destino inevitabile.
Nel Medioevo occidentale il cristianesimo non era semplicemente la religione dominante, era l'orizzonte totale del pensabile. Non esisteva uno spazio concettuale esterno ad esso da cui formulare una critica sociale in termini laici o materialisti. Chiunque volesse contestare l'ordine costituito lo faceva necessariamente all'interno del linguaggio teologico, utilizzando le sue categorie, le sue scritture, le sue profezie. La povertà evangelica, il ritorno alla Chiesa delle origini, l'attesa escatologica, la terza età dello Spirito, erano questi gli unici strumenti disponibili.
In questo senso Dolcino non scelse il linguaggio religioso come tattica o come maschera: era il solo linguaggio in cui poteva pensare e agire. La sua critica alla proprietà era genuinamente teologica, non proto-marxista. Ma questo non significa che non esprimesse anche un conflitto sociale reale, una rivolta di subalterni contro un ordine che li opprimeva materialmente. La generazione, a cavallo tra XIX e XX secolo, di socialisti e anarchici di quelle zone, cercava radici storiche, una genealogia della ribellione, prove che la lotta contro il potere avesse una continuità attraverso i secoli. Il riferimento simbolico a Dolcino era quindi giustificabile.
La parabola esistenziale di Dolcino coincide, infatti, con uno dei punti più significativi toccati dai movimenti ereticali medievali. Il suo essere un "folle di Dio", radicato nelle coscienze e nelle esistenze delle masse popolari, lo ha portato ad una consapevolezza individuale notevole, tale da renderlo intellettuale organico al popolo stesso. Questa consapevolezza si esplicava attraverso un carisma non fine a se stesso e che si rifletteva nella volontà di liberazione ed emancipazione, corpo unico davanti a Dio, corpo unico davanti alla coscienza collettiva, senza alcuna mediazione di potere.
Tuttavia, la sua esperienza ha anche un aspetto “negativo”: quello di portare alle estreme conseguenze, forse inevitabili dato il contesto sociale, il radicalismo ideologico e religioso, che può volgersi contro se stesso, non conoscendo né mediazione, né strategia. È molto probabile che Dolcino non avrebbe potuto essere nient’altro, e che avesse contezza di quello a cui andava incontro: un sacrificio di autodistruzione certa, ma che rimanesse come esempio nella memoria collettiva.
[Nell'immagine: “La cattura di Margherita e fra Dolcino”, affresco di Antonio Ciancia da Caprile (1867)]

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