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venerdì 3 luglio 2026

FRANCESCO CESARE CASULA, “ELEONORA REGINA DEL REGNO DI ARBORÈA” (2004).


FRANCESCO CESARE CASULA, “ELEONORA REGINA DEL REGNO DI ARBORÈA” (2004). EMANCIPAZIONE FEMMINILE E CONFLITTI MEDIEVALI.

Il libro di Francesco Cesare Casula, pubblicato da Carlo Delfino editore di Sassari nel 2004 con il titolo “Eleonora, regina del Regno di Arborea”, è un'opera imponente - circa 600 pagine - che appartiene alla collana "Donne e uomini illustri di Sardegna" ed è il frutto di decenni di lavoro archivistico e storiografico da parte d'un pregevole medievista sardo. L’autore è stato a lungo direttore dell'Istituto di Storia dell'Europa mediterranea del CNR, autore tra l'altro del monumentale “Dizionario Storico Sardo” e di un'edizione critica commentata della “Carta de Logu” per il CNR.

Questo è un libro di storia che si legge come un romanzo, a tratti anche molto avvincente. Per me è stata senza alcun dubbio una sorpresa piacevole e una lettura decisamente fuori dagli schemi della consueta saggistica storica e biografica, spesso tendente solo alla celebrazione. In molti avranno sentito parlare di Eleonora di Arborea. Ma non so in quanti, la conoscenza vera del personaggio sia effettiva, non solo fra la gente comune ma anche fra le persone di cultura. Casula riesce a riequilibrare il personaggio secondo i risultati delle ricerche documentarie, ridando alla "giudicessa" la sua dimensione di donna, e ridefinendo il suo ruolo di governante di uno Stato sovrano.  

Il primo grande merito dell'opera di Casula è una precisazione terminologica e istituzionale cruciale. Nella storiografia tradizionale e nella cultura popolare, Eleonora viene quasi sempre definita "giudicessa" (da Judike). Casula smentisce questa visione riduttiva, dimostrando su base documentaria che l'Arborea era a tutti gli effetti uno Stato sovrano (un Regno) e che Eleonora agì con le prerogative, l'autorità e la dignità di una vera e propria Regina (reggente per i figli Federico e Mariano V).

La prova documentaria su cui Casula fonda questa tesi è inoppugnabile. In tutte le iscrizioni e i sigilli appare la scritta "Iudex sive rex" (Giudice ossia re), con il sovrano investito della summa potestas, "non cognoscens superiorem" (che non riconosce uno superiore). Il termine “iudicatus sive regnum" nei documenti medievali tratta le due denominazioni come perfettamente equivalenti. Le cancellerie coeve, inclusa quella aragonese, riconoscevano implicitamente questa sovranità ogni volta che stipulavano trattati con l'Arborea come con una controparte paritaria. In sardo, del resto, il Giudicato veniva chiamato semplicemente rennu de Arbaree - il Regno di Arborea.

Il tema centrale del libro è però la demitizzazione. Casula cerca di dare un'immagine più equilibrata e misurata di Eleonora, attraverso lo studio delle fonti dell'Archivio della Corona d'Aragona di Barcellona. Dalle fonti emerge il profilo di una governatrice rispettabile, lontana dalle rappresentazioni da eroina da melodramma, da fanciulla guerriera o da "macchietta teatrale" costruite in epoca successiva. Il mito di Eleonora è essenzialmente un prodotto dell'Ottocento. Amata dal popolo, acclamata dai posteri, mitizzata dalla letteratura e dalla storiografia ottocentesca, è ancora oggi considerata un simbolo dell'epoca più enigmatica ed affascinante del Medioevo sardo. 

Ultima reggente del Giudicato di Arborea - in un'isola allora divisa nei quattro regni indipendenti di Torres, Gallura, Cagliari e Arborea, governati ciascuno da un "giudice" - esercitò il potere con fermezza e acume politico in un periodo segnato da tensioni e conflitti, in cui la Sardegna era contesa da diverse potenze, in particolare dalla Corona d'Aragona. Con le sue fragilità, la sua determinazione, i problemi familiari (il matrimonio complesso con il genovese Brancaleone Doria) e i segni del tempo, e in un ambiente ad assoluto predominio maschile.

L'altro punto cruciale del saggio riguarda la portata legislativa attribuita a Eleonora. Secondo la lettura di Casula, anche il ruolo di Eleonora nella “Carta de Logu” appare ridimensionato: più che un'opera rivoluzionaria in senso assoluto, si tratterebbe di una rielaborazione e sistematizzazione di norme già esistenti, in gran parte ereditate dai suoi predecessori, in particolare dal padre Mariano IV. Ma questo è già un grande merito da parte di una donna dotata di una paziente determinazione. 

Casula evidenzia lo stesso i grandi meriti di Eleonora, nel promulgare e aggiornare questo codice nel 1392, non fu un semplice atto di giustizia ordinaria, ma un'operazione di altissima ingegneria costituzionale, creando un sistema giuridico incredibilmente moderno per l'epoca (specie nella tutela delle donne e nel diritto penale). Il punto è che questa grandezza va condivisa con la tradizione giuridica ereditata dal padre Mariano IV e con un contesto di diritto sardo già molto elaborato, invece di essere proiettata tutta su una figura solitaria e quasi miracolosa. 

Sul piano della tutela femminile, la norma più clamorosa è quella sulla violenza carnale: la giudicessa inserì una norma che permetteva il matrimonio riparatore alla violenza carnale subita da una nubile solo qualora la giovane fosse stata consenziente. Il che significa che già nel tardo Trecento il codice arborense richiedeva il consenso della vittima come condizione del cosiddetto rimedio riparatore. 

Per misurare la portata di questa disposizione basta confrontarla con il Codice Rocco del 1930, che prevedeva l'estinzione incondizionata del reato di violenza carnale con il matrimonio: solo nell'agosto 1981 il matrimonio riparatore sarà cancellato insieme al delitto d'onore dalla legislazione italiana, e solo nel 1996 verrà approvata la nuova legge sulla violenza sessuale, reato non più contro la morale ma contro la persona. Lo Stato italiano impiegò quasi seicento anni per raggiungere, faticosamente, un livello di civiltà giuridica già presente nella Sardegna medievale. E oggi c'è pure chi vorrebbe tornare a bei vecchi tempi antichi degli anni cinquanta e sessanta, percependosi come antisistema.

Sul piano del diritto penale e amministrativo, le innovazioni documentate sono altrettanto significative: altri esempi della portata innovativa della Carta sono la definizione del reato di omissione di atti d'ufficio, la parità e la tutela del trattamento dello straniero a condizione di reciprocità e il controllo, attraverso «boni homines» (magistrati che svolgevano ruoli amministrativi e giudiziari), delle successioni in presenza di minori. Il reato di omissione di atti d'ufficio è una categoria di diritto pubblico moderno raffinata: presuppone la concezione della funzione pubblica come obbligo vincolato da norme e non come concessione arbitraria del sovrano.

Il libro contestualizza magistralmente il ventennio di governo di Eleonora (1383-1403) all'interno dello scontro titanico tra il neonato Regno di Sardegna (guidato dagli Aragonesi, nato ufficialmente a Cagliari nel 1324) e l'indomito Regno di Arborèa, che lottava per non essere assimilato e per mantenere la propria indipendenza giudicale. Al di là delle dispute sull'attribuzione, la “Carta de Logu” rimase in vigore in Sardegna fino al 1827, rappresentando uno dei sistemi giuridici più progrediti dell'Europa medievale. Era redatta in volgare arborense anziché in latino, il che già da solo costituisce un elemento di modernità legislativa tutt'altro che banale per l'epoca.

In sintesi, il libro di Casula rappresenta un tentativo serio e documentato di sottrarre Eleonora d'Arborea alla retorica del mito nazionale sardo per restituirla alla complessità di una donna medievale che governò uno Stato piccolo ma reale in un contesto di conflitti strategici. L'operazione è storiograficamente apprezzabile, e rende in ogni caso grande giustizia alla figura della giudicessa, anche se la tesi espressa, generando qualche polemica, non ha convinto tutti gli storici sulla misura esatta del ridimensionamento, soprattutto riguardo alla “Carta de Logu".

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