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giovedì 9 luglio 2026

JAMES ELLROY, “PERFIDIA” (2014).


DA PEARL HARBOR ALL'INTERNAMENTO DEI NIPPO-AMERICANI. 

«Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia».

"Perfidia" è un capolavoro del noir storico politico, un'opera che ridefinisce i confini della narrativa. Spesso, la critica lo relega alla categoria "di genere" ed etichetta Ellroy frettolosamente come "reazionario", citando le sue provocatorie dichiarazioni tratte da alcune interviste. Ma è solo il classico stereotipo di chi ha necessità di incasellare letterariamente e ideologicamente. Sempre a proposito di grandi “reazionari”, leggere "Perfidia" significa confrontarsi con un'architettura narrativa e una profondità storica che non hanno nulla da invidiare ai grandi maestri europei come Dostoevskij o Céline.

Chi cerca una lettura consolatoria ha sbagliato autore; chi cerca la verità brutale della storia americana, troverà qui una maestria che trascende qualsiasi categoria ideologica. Pur volendo considerare come vera la premessa, credo che non si conterebbero scrittori “progressisti” che darebbero qualsiasi cosa per scrivere capolavori come “Delitto e castigo”, “Viaggio al termine della notte” e questo “Perfidia”, che liquidare come prodotti reazionari è davvero arduo e ridicolo. 

Questo romanzo inaugura il secondo 'Quartetto di Los Angeles' (poi diventato Quintetto), espandendo vertiginosamente l'universo ellroyiano. Prequel monumentale della tetralogia originale, “Perfidia” non è solo un tassello di una serie, ma un'opera che impone una nuova prospettiva di lettura e racconta una storia scarsamente conosciuta. Ellroy in un secondo tempo abbandona il contesto previsto per i volumi successivi e sceglie una rotta più ambiziosa, preparando il terreno per le dinamiche di potere e le ossessioni che domineranno l'intero ciclo dedicato al detective Freddy Otash, personaggio realmente esistito. 

6 dicembre 1941. Los Angeles è una polveriera. Pearl Harbor incombe. La famiglia Watanabe è morta. L'indagine è una corsa nel fango, un intreccio spietato. Dudley Smith: il male puro, il manipolatore. Kay Lake: l'ambiguità impersonificata. William H. Parker: la legge che si fa potere. E Hideo Ashida, il chimico forense giapponese: intrappolato in una causa che non è la sua. Deve servire il sistema che sta preparando la distruzione della sua comunità. L'aria è satura di paranoia. 

​Il 19 febbraio 1942, il presidente Franklin D. Roosevelt firmò l'Executive Order 9066. Questo provvedimento autorizzava il Segretario alla Guerra a designare determinate aree come "zone militari", dalle quali qualsiasi persona poteva essere espulsa. Sebbene il decreto non menzionasse esplicitamente una nazionalità, fu applicato quasi esclusivamente ai residenti di origine giapponese che vivevano sulla costa occidentale degli Stati Uniti. 

L’amministrazione americana, mossa da un'ondata di isteria collettiva, pregiudizio razziale e pressione politica, decise di confinare forzatamente circa 120.000 persone di origine giapponese in campi di concentramento (ufficialmente chiamati Relocation Centers). I residenti, senza aver commesso alcun reato, furono costretti ad abbandonare case, proprietà e attività commerciali per essere reclusi in queste strutture gestite dal governo federale.

Il vero centro tematico del libro è però il periodo appena precedente all'internamento dei giapponesi-americani, che Ellroy usa come lente per esaminare il razzismo sistemico, l'opportunismo politico e la corruzione delle istituzioni losangeline in un momento di panico collettivo. Ellroy dipinge il clima di xenofobia e paranoia che portò la città di Los Angeles e il governo americano a pianificare la reale e drammatica deportazione. 

Lo stile è quello tipico della fase matura di Ellroy: prosa telegrafica, frammentata, quasi percussiva, con capitoli che alternano prospettive diverse e un uso massiccio di gergo poliziesco e slang d'epoca - una scrittura molto più radicale rispetto al “Quartetto” originale -, uno stile che alcuni lettori trovano faticoso affrontare e altri, tra cui il sottoscritto, considerano il momenti più alti della sua evoluzione stilistica.

Ellroy narra degli arresti preventivi di leader della comunità nippo-americana, le perquisizioni per confiscare radio, macchine fotografiche, armi, i rastrellamenti condotti su liste già pronte da mesi nei cassetti dell'FBI. È una scelta che rende il libro più inquietante di un romanzo ambientato nei campi stessi: mostra la burocrazia del sospetto mentre si sta appena attivando.

Il protagonista principale attorno a cui ruota la vicenda è Hideo Ashida, unico chimico forense di origine giapponese della polizia di Los Angeles, e qui Ellroy compie la sua mossa più geniale: Ashida non è vittima passiva, viene arruolato - da Dudley Smith, da Parker, dagli stessi apparati che si preparano a internare la sua gente - come collaboratore nell'individuare elementi "sospetti" dentro la propria comunità. 

Ellroy descrive il personaggio rendendolo anche omosessuale represso, in un'epoca in cui questo costituisce un secondo, distinto motivo di ricatto: doppia clandestinità, etnica e sessuale, e la sua utilità intrinseca al sistema è ciò che temporaneamente lo protegge. È un rovesciamento amaro: essere indispensabili non significa essere al sicuro, significa diventare strumento e complice della persecuzione.

Il razzismo istituzionale coesiste con l'opportunismo economico più spiccio: il panico antigiapponese viene usato per espropriare proprietà e attività commerciali dei nippo-americani ancor prima che scatti l'internamento legale, aggiungendo alla persecuzione razziale anche interessi personali. Attorno a Dudley Smith si muove una rete di notabili, poliziotti, imprenditori e giornalisti in cui convinzione razzista genuina, calcolo politico, corruzione e pura rapina economica si mescolano senza soluzione di continuità - la stessa saldatura fra stato e crimine organizzato che attraversa tutta l'opera di Ellroy, dal Quartetto originale alla trilogia di American Tabloid.

Ellroy non edulcora il lessico dell'epoca - epiteti razzisti, luoghi comuni sulla "natura orientale", gergo da caserma, antisemitismo, retorica della quinta colonna circolano senza filtro quando fa parlare i bianchi. E a proposito della mia premessa, parte della critica lo ha accusato di compiacimento per questo, un’altra parte lo ha difeso perché era storicamente necessario rendere la persecuzione e i pregiudizi credibili e senza filtri - una tensione analoga a quella sul razzismo contro i neri già presente nel “Quartetto” originale: Ellroy non offre mai una lettura consolatoria. 

Il linguaggio dell'epoca è una radiografia precisa dell'odio. È lo strumento chirurgico con cui la società separa. Divide. Etichetta. Questo linguaggio è essenziale e necessario mentre attraversa tutta la narrazione. Come non leggerne un significato anche per la situazione attuale in cui si invocano deportazioni, esclusioni e indiscriminate e forzate remigrazioni? Altro che reazionario.


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