Trovo affascinanti certe coincidenze storiche del tutto casuali. In questo caso la casualità del 6 luglio, va oltre la mera curiosità, e ne ho approfittato permettendomi un confronto di carattere storico, politico e teologico. A distanza di 120 anni esatti, due figure di spicco vennero giustiziate per aver difeso la propria coscienza contro l'autorità costituita: Jan Hus nel 1415 e Thomas More (Tommaso Moro) nel 1535. Sebbene entrambi siano morti per motivi religiosi, i loro contesti, le loro teologie e i loro schieramenti erano radicalmente diversi, speculari, è con ovvie contraddizioni.
In entrambi i casi si tratta di esecuzioni che il potere costituito presenta come atti dovuti contro un'eresia, mentre la posterità le ha lette, con processi di canonizzazione simmetrici e contrari, come martiri di coscienza. Hus verrà proclamato eroe nazionale e proto-riformatore, More santo cattolico nel 1935 - quattrocento anni dopo la morte, con una tempistica che non è casuale, trattandosi di un atto, più o meno strumentale, al montare dei totalitarismi in Europa.
Le differenze di contesto sono però marcate quanto le somiglianze. Jan Hus muore a Costanza per mano di un concilio ecumenico che intende sanare lo scisma d'Occidente e insieme reprimere le derive che minacciano l'unità dottrinale della cristianità latina; il salvacondotto imperiale che Sigismondo gli aveva concesso viene disatteso con la giustificazione, tipica della teologia conciliare del tempo, che la fede data a un eretico non è vincolante quando è in gioco la salvezza della Chiesa - un principio che la storiografia successiva, non solo protestante, ha giudicato una delle decisioni più gravi dal punto di vista procedurale del basso medioevo ecclesiastico.
Hus non abiura: la sua posizione, che anticipa di un secolo la Riforma protestante, debitrice di Wyclif sul primato della Scrittura e sulla critica alla ricchezza clericale, ma già autonoma nell'articolazione teologica, resta quella di chi rivendica il diritto di essere confutato con argomenti scritturali prima di essere condannato, e sul rogo - la tradizione vuole, con la consueta cautela che tali dettagli meritano - pronuncia parole di sfida più che di sottomissione. La leggenda vuole che, vedendo una vecchia contadina portare un pezzo di legno al suo rogo per zelo religioso, abbia esclamato: "O sancta simplicitas!" (O santa semplicità!).
More muore invece per mano di uno stato nazionale in via di consolidamento assoluto e non di un'istanza ecclesiastica: il suo processo è la conseguenza diretta dell'Act of Supremacy di Enrico VIII, e la sua colpa non è un'eresia dottrinale nel senso tecnico ma un rifiuto. More, al contrario di Hus, difende l'autorità papale: è il paradosso di un umanista, autore dell'Utopia, che nella fase finale della propria vita si mostra intransigente proprio sul primato romano.
L'innesco principale, senza il quale l'intera vicenda della supremazia regia non si può comprendere, è la necessità di Enrico VIII di ottenere l'annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona - necessità dinastica, data l'assenza di un erede maschio, e insieme personale, per il legame con Anna Bolena - è ciò che rende non negoziabile per la corona la rottura con Roma, dato che il papa Clemente VII, sotto la pressione politica di Carlo V (nipote di Caterina), non concede l'annullamento.
L'Act of Supremacy del 1534 nasce quindi da un intreccio inseparabile di ragion di stato dinastica, ambizione personale del sovrano e opportunità politica di espropriare il patrimonio ecclesiastico inglese, e More cade vittima proprio di questo nodo: il suo rifiuto di riconoscere la validità del nuovo matrimonio e della supremazia regia che lo rende possibile è, a tutti gli effetti, un rifiuto opposto alla ragion di stato del re prima ancora che una questione di pura teologia ecclesiologica - a differenza di Hus, la cui condanna nasce da una disputa dottrinale senza alcuna posta dinastica sullo sfondo.
Fu in sostanza una Riforma imposta dall'alto con resistenze diffuse, di cui le rivolte come il Pilgrimage of Grace del 1536 sarebbero un sintomo diretto. Vi fu consenso e adesione reale in alcune aree e strati sociali (specialmente urbani e fra chi beneficiava economicamente della secolarizzazione dei beni ecclesiastici), una resistenza tenace altrove, con la Riforma inglese che assume tratti di processo elitario e statale più che di movimento popolare spontaneo, almeno nella sua fase enriciana iniziale - la vera diffusione di un forte sentimento protestante popolare sarà un fenomeno più tardo, elisabettiano.
Non si può comunque negare la presenza di un anticlericalismo diffuso, provocato dal risentimento verso i tribunali ecclesiastici, le decime, le tasse testamentarie e probatorie, la ricchezza fondiaria del clero regolare - un malcontento trasversale a città e campagna, ben documentato già prima degli anni Trenta, su cui Enrico VIII seppe innestare la propria retorica di riforma.
Sulla vicenda di Thomas More si inserisce anche una sorta di nemesi simbolica. Condivideva pienamente la logica per cui l'eresia dottrinale giustificava la pena capitale, la stessa logica che a Costanza aveva condannato Hus. La sua morte per motivi che la storiografia protestante ha talvolta voluto leggere come eresia - il rifiuto della supremazia regia - configura dunque un rovesciamento di ruolo che non sfuggì né ai contemporanei né ai posteri.
Ed è esattamente il tipo di ironia storica che rende interessante il confronto con Hus: il persecutore di protestanti diventa vittima di un meccanismo repressivo che lui stesso aveva legittimato, sia pure in nome di un'autorità - quella papale - opposta a quella che lo condannerà successivamente. Thomas More sul patibolo mantenne la sua celebre calma e arguzia. Chiese aiuto per salire i fragili gradini del patibolo dicendo: "Vi prego, statemi vicino nel salire; per il discepolo, ci penserò da me". Prima che la scure cadesse, dichiarò di morire "buon servitore del Re, ma prima ancora di Dio".
Ciò che rende il confronto ancora più interessante, oltre ciò e l'aneddotica della data comune, direi che è il fatto che Hus rappresenta il conflitto fra coscienza individuale e autorità ecclesiastica in nome di un ritorno alla Scrittura, mentre More rappresenta il conflitto fra coscienza individuale e sovranità statale in nome della continuità di un'autorità sovranazionale - la Chiesa di Roma - che lo stato nazionale sta espropriando dei propri poteri temporali.
I due, cioè, muoiono per ragioni contrapposte se guardate dal punto di vista della storia della Riforma, eppure i loro destini convergono perfettamente nella figura del testimone che antepone la fedeltà a un principio superiore - religioso o scritturale che sia - alla sopravvivenza fisica quando l'istituzione pretende l'assenso totale come condizione di appartenenza - schema che non è lontano da certe dinamiche di richiesta di abiura pubblica come prezzo dell'accettazione in una comunità politica in altri contesti storici, anche molto recenti.

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