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giovedì 17 agosto 2023

Ray Bradbury "Il popolo dell’autunno" (1962)

 


Consigli di lettura 


Ray Bradbury 

"Il popolo dell’autunno" (1962)


“In primo luogo era ottobre, un mese eccezionale per i ragazzi. Non che tutti i mesi non siano eccezionali. Ma ce ne sono di buoni e di cattivi; come dicono i pirati. Prendete settembre, un mese cattivo: cominciano le scuole. Considerate agosto, un mese buono: le scuole non sono ancora incominciate. Luglio, ecco luglio è veramente splendido: niente scuola. Giugno, senza dubbio, giugno è il migliore di tutti, perchè le porte delle scuole si spalancano e settembre è lontano un miliardo di anni”.


Ecco l'idimenticabile “incipit” di questa fiaba gotica, un'opera fantasy praticamente perfetta. Questa novella, una delle più belle, ma tra le meno conosciute di Ray Bradbury, è raccontata come se fosse concepita dalla mente di un bimbo. Ma è rivolta a lettori di ogni età.

Non solo "Fahrenheit 451" e non solo “Cronache Marziane”, ma molto altro, quindi.


Il mio incontro con "Il popolo dell'autunno" fu del tutto casuale, lo incrociai in una libreria, ne fui incuriosito, ma avevo messo in conto di esserne deluso, e invece, fu come una specie di illuminazione, che mi riportò alla mente inquietudini dell'infanzia, rimaste chiuse in qualche cantuccio della mia coscienza, ma assolutamente indelebili e che hanno condizionato tutto il corso della mia vita.


In una cittadina di provincia, durante il periodo che prelude alla festa di Hallowen, giunge un circo pittoresco e misterioso, diretto da un personaggio inquietante, il signor Dark. 

Due ragazzini si scontreranno con l'ignoto e l'imponderabile, rappresentato da una sinistra giostra, ospitata all'interno del circo, e appunto dal minaccioso Dark, l'uomo illustrato. 


Saranno aiutati dal padre di uno dei due, che per l'occasione non esiterà a riscoprire la sua fanciullezza.

Meravigliosa allegoria della giovinezza che passa e che però non va mai dimenticata, nonostante i pericoli rappresentati dall'aridità della realtà e dai suoi incubi. Viene, inoltre, dolcemente reso il rapporto tra padri e figli, che, vivendo insieme l'esperienza del gioco, non sono altro che eterni bambini nel tempo. 


Per me è stato del tutto naturale identificarmi con il padre e il figlio del romanzo di Bradbury, in un continuo alternarsi di ruoli.

Leggere questo libro è un'esperienza catartica, con il riemergere di visioni arcaiche che fanno parte dell'archetipo collettivo. Le paure che riconosciamo nei simboli e nelle figure trasmesse nella nostra coscienza fin dall'infanzia sono tra queste.


Bradbury conferma qui di essere un autore dalla fantasia pressoché illimitata e dalle qualità letterarie notevoli.

Scrittore del fantastico e del surreale in svariate declinazioni, riesce a stemperare un'atmosfera inquietante e nera, attraverso intense suggestioni fiabesche, consegnando un forte e denso sapore dell'autunno, con personaggi che vagano tra sogno, incubo e realtà. 

Talmente forte, che per me è stato inevitabile collegarlo col senno di poi a certi miei incubi molto recenti.

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