Angelo Michele Imbriani, “L'ebreo immaginario - La questione ebraica nella storia: antigiudaismo, antisemitismo, sionismo ed antisionismo” (2024)«Alla fine, potremmo dire che l’antigiudaismo cristiano, della cui storia ora cominceremo ad occuparci, non è e non è mai stato «secondo le Scritture», ma «contro le Scritture».»
«Mentre l’antisemitismo di destra si struttura sulla associazione tra gli ebrei e la modernità e sulla attribuzione agli stessi ebrei di tutti i mali e i guasti del mondo moderno, il pregiudizio antiebraico dei socialisti si fonda sulla associazione fra gli ebrei e i poteri economici dominanti. Nell’uno e nell’altro caso agli ebrei viene facilmente attribuito un intento cospiratorio.»
«..l’ostilità antiebraica nel mondo contemporaneo si mostra ambivalente e può essere utilizzata sia per una propaganda politica conservatrice e reazionaria, di destra, sia per una propaganda politica progressista, di sinistra. E questo perché l’antisemitismo esprimeva una cultura politica ambigua, antiliberale, antidemocratica, ma anche anticapitalista. Accadde così che movimenti di massa acerrimi nemici tra loro poterono trovarsi solidali contro il nemico comune ebraico. Per la destra reazionaria, gli ebrei sono soprattutto i nemici della nazione e dell’ordine sociale vigente e sono il fermento delle rivoluzioni; per la sinistra rivoluzionaria sono i rappresentanti per eccellenza della borghesia capitalistica.
Tuttavia, la polemica contro l’ebreo espressione del capitale finanziario, contro il capitalismo ebraico, è trasversale ai due schieramenti.»
Gli stereotipi sugli ebrei sono molteplici, si nutrono di pregiudizi su base etnica, religiosa e culturale. Tutti questi stereotipi concorrono a formare quello che il titolo di questo libro sintetizza in maniera efficace: “L’ebreo immaginario”. Una costruzione artificiosa, a cui hanno contribuito diverse culture egemoni nel corso dei millenni, alimentando le fantasie e il disprezzo collettivi.
Non credo ci fosse modo migliore per Angelo Michele Imbriani di aprire il suo libro, se non con la citazione di Fania Oz, figlia di Amos Oz, forse il miglior scrittore israeliano contemporaneo, autore di capolavori quali “Una storia di amore e di tenebra” e “Giuda”. La citazione di Fania è tratta da un suo articolo, uscito all’indomani del pogrom del 7 ottobre 2023, e alla vigilia di quella che apparve all’inizio solo come la legittima risposta all’attacco terroristico, e che si trasformò col tempo in una arbitraria distruzione di Gaza, con decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi.
Fania ci ricorda le parole del padre, vero pacifista: «Chi non sa distinguere tra i gradi di malvagità è destinato a diventare schiavo del male». È necessario ricordare che Fania, come lo fu il padre, è impegnata in un percorso di dialogo tra i due popoli, nel tentativo di ricomporre forse la più grande lacerazione umana dei nostri tempi.
Ma questa è storia dell’oggi che non può essere fotografata neanche in una seppur apprezzabile introduzione, dato che i fatti cambiano di giorno in giorno, e siamo costretti a rivedere in continuazione la nostra prospettiva. Un’introduzione sull’attualità, certo non poteva essere evitata, ma purtroppo è condannata comunque, nonostante i migliori propositi, alla parzialità.
Il libro dell'amico Imbriani, però, introduzione a parte, parla quasi esclusivamente di altro. È un prezioso manuale di storia del popolo ebraico, attraverso la ricostruzione di ciò che ha portato alla formazione del pregiudizio antigiudaico prima, e antisemita poi.
Ci sono è vero, altri libri che prima del suo hanno fatto questo e si sono occupati molto bene dell’argomento. Tuttavia, lo sguardo dell’autore, anche se si interrompe volutamente alla vigilia della Grande Guerra, parte da una prospettiva più attuale e si occupa compiutamente anche di un argomento correlato, come richiamato dal sottotitolo: la storia delle origini del sionismo e del conseguente antisionismo.
Il viaggio di Imbriani parte con il definire l’identità ebraica, problema tutt’altro che semplice. La sua complessità è data dall’interazione di tre componenti ineludibili, anche se perfettamente distinguibili: la religione, l’etnia e la terra.
Le contrapposizioni all’ebraismo, paradossalmente ne definiscono ancora più l’identità, perché tendono ad isolare le tre componenti: così fa l’antigiudaismo con la componente religiosa, l’antisemitismo con quella etnica, e l’antisionismo con quella che stabilisce il legame con la terra.
È un viaggio attraverso i secoli e i millenni quello che compie lo scrittore fino alle soglie della Prima Guerra Mondiale, gettando anche uno sguardo più sintetico oltre, per arrivare all’avvento del nazismo, al secondo grande conflitto e alla Shoah.
È un viaggio alla ricerca dell'ebreo immaginario, del pregiudizio che ha portato a questa idea.
Assistiamo allora alla sua formazione: a quello che era l’antiebraismo della profonda antichità, una categoria troppo vasta per essere presa in considerazione. E che ha senso solo se riferita con precisione all’antichità precristiana, dalla quale però si evincono unicamente testimonianze molto rare e delimitate soprattutto alla fase ellenistico-romana. E, tuttavia, ne viene fatta in questo libro una complessa ricostruzione a partire dall’Esodo.
È, quindi, con l’antigiudaismo sia islamico, sia soprattutto cristiano con il paradigma agostiniano della protezione e della conversione, che l’ebreo diventa sistematica vittima di pregiudizio e di persecuzione. E immaginario diventa anche Gesù e così i suoi apostoli a cui viene negata l’identità ebraica, la stessa operazione si farà poi con Paolo di Tarso.
Il saggio passa quindi ad analizzare la vera e propria tendenza alla persecuzione, quando nel medioevo si diffuse l'antigiudaismo cristiano di matrice popolare, soprattutto con la leggenda nera della Pasqua di sangue, al cui centro si trovò, per esempio, il caso del piccolo Simonino. Persecuzione alla quale contribuirono persino alcuni papi, arrivando a trovarsi in aperta contraddizione con il paradigma agostiniano. L'antigiudaismo popolare immaginò non solo un ebreo demoniaco che profana l’ostia, ma anche uno che avvelena i pozzi e diffonde la peste.
Gli ebrei furono di conseguenza preda della rete dell'inquisizione, che promosse un’immagine del perfido giudeo, alimentata nel corso di tutta l’Età moderna, come torturatore e uccisore di Cristo. Parallelamente si diede vita anche allo stereotipo dell’usuraio, con tanto di rappresentazioni grafiche, che verranno riprese più tardi nella costruzione dell’antisemitismo.
L’illuminismo ebbe la sua dose di responsabilità, attraverso una paradossale eterogenesi dei fini, perché, se da una parte promuoveva l’assimilazione e l’emancipazione dell’ebreo in quanto individuo singolo, dall’altra ne rifiutava violentemente ogni appartenenza religiosa e culturale in nome di un gretto laicismo ateista. Per cui il pregiudizio sull’ebreo uscì intatto e addirittura anche rafforzato.
Da lì alla costruzione razziale dell’antisemitismo teorizzato dalla metà del XIX secolo, il passo fu breve, e da lì scaturì anche il falso dei Protocolli dei Savi di Sion. Falso che nacque in Russia, ma che si diffuse rapidamente anche in Francia (in cui si verificò l’eclatante caso Dreyfus), in Inghilterra e in Italia.
Furono proprio i Protocolli, riesumati tra le due guerre a contribuire alla costruzione nazista dell’ebreo immaginario che contamina la razza e che ci condurrà fino alla Shoah.
Il saggio si occupa quindi in breve anche della storia del sionismo della sua nascita, nel XIX secolo, parallelamente e per reazione al diffondersi dell’antisemitismo e delle sue svariate forme, culminate anche nella sua trasformazione in una parte sostanziosa dell’antisionismo, quello che maschera l’antisemitismo, appropriandosi degli stessi stereotipi.
Riportare una sintesi che renda giustizia pienamente di tutti gli argomenti affrontati da Imbriani è compito non solo difficile, ma assolutamente parziale. Il libro va letto, studiato e perfino assaporato a tratti come un romanzo, la parte più “avvincente”, a parere del recensore, è quella sull’antisemitismo, in alcuni passaggi davvero illuminante, anche per le implicazioni che ha con il nostro periodo storico.
La conoscenza, come dice alla fine l’autore, «non risolve i problemi, ma forse può evitare che si aggravino.» E abbiamo tutti il dovere e il diritto di approfondire e questo è uno dei temi storici in cui l’urgenza dell'approfondimento è a dir poco vitale per tutti. “L’ebreo immaginario” è un saggio preziosissimo da questo punto di vista, da leggere, rileggere e studiare.
Perché ci fornisce strumenti di comprensione appropriati e «di fronte a quello che pare il limite insormontabile della umana disponibilità alla fratellanza, l’ebreo più famoso della storia rovesciò genialmente la prospettiva, invitò alla metanoia, a cambiare mente, a mutare la direzione dei propri pensieri. Raccontò una parabola, che viene purtroppo regolarmente edulcorata e fraintesa, quella cosiddetta del «buon samaritano». Questo ne era il senso: di fronte all’uomo ferito, malmenato, discriminato, oppresso, insultato, minacciato, umiliato, scacciato, deportato, non lasciare indugiare la tua mente nella domanda se egli sia oppure no il tuo prossimo. Non cercare giustificazioni alla tua indifferenza o al tuo disprezzo o al tuo odio, perché riuscirai sempre a trovarle. Non chiederti se l’altro è il tuo prossimo, ma fai in modo che sia lui a poter vedere in te il suo prossimo, fai in modo che possa dire di te: «costui è il mio prossimo».
Ricca è la bibliografia di riferimento, posta in appendice al volume, tra gli autori di maggiore spicco ci sono: Jules Isaac, Eli Barnavi, Gabriele Boccaccini, Piero Stefani, Anna Foa, Theodore Herzl, G. L. Mosse, Leon Poliakov e Adriano Prosperi.
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