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martedì 25 marzo 2025

Conflitti, potere e libertà


L'assenza di conflittualità nelle società determina sempre asservimento.

Se nel mondo occidentale non ci fossero stati i conflitti dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti sui diritti civili e sulla liberazione sessuale, saremmo già in pieno totalitarismo tecnocratico e/o religioso. Ci stiamo arrivando, proprio perché la cultura del conflitto è stata quasi del tutto azzerata, addomesticata, ridicolizzata e asservita alla società dello spettacolo, subalterna al grande capitale e alle élites.

Per conflittualità non intendo solo la piazza, che spesso viene usata come sterile sfogatoio, e che retrocede non appena si esaurisce la spinta propulsiva, delegando a qualcun altro la rappresentanza di istanze, che vengono puntualmente tradite, e con uno spreco di energie che sarebbe opportuno convogliare su altro: elaborazione teorica, strategie di resistenza, disobbedienza, testimonianza. 

È necessaria soprattutto coscienza di sé come singoli, liberi individui, e come soggetti pensanti, non come masse manipolate e strumentalizzate dal demagogo di turno. Il ribellismo non serve, come non serve l'assalto al potere. Serve la guerra contro il potere, contro qualsiasi potere. Una guerra senza quartiere per la libertà, calata in ogni attimo e in ogni segmento della vita quotidiana.


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venerdì 21 marzo 2025

Charles L. Harness, “Paradosso cosmico” (1949-1953)


Charles L. Harness, “Paradosso cosmico” (1949-1953)

«— Ancora una domanda, Bern. Come ex schiavo, in teoria dovresti essere favorevole all’abolizione della schiavitù, non alla sua estensione.

— Quelli che lottano con tutte le loro forze contro la schiavitù — rispose lui, ironico — assaporano meglio il successo se rendono schiavi gli altri. Rileggiti la storia.»

«Supponiamo che in una data società sia stata stabilita una determinata norma di vita. Se uno o due individui non seguono questa norma, diremo che sono pazzi. Ma, d’altro canto, il comportamento di quell’intera società potrebbe essere considerato pazzo da una cultura diversa, secondo la quale solo quei pochi recalcitranti sarebbero i savi. Quindi, potremmo identificare la sanità mentale con l’adesione e la convinta accettazione delle norme della civiltà che rappresentiamo.»

Ho intenzionalmente messo la copertina della prima edizione italiana, pubblicata da Urania, a corredo di questa recensione, non solo perché è quella disegnata dal mitico Karel Thole, non solo perché rappresenta molto bene il contenuto visionario del romanzo, ma soprattutto per un legame strettamente affettivo. Infatti, fu proprio in questa edizione che lessi per la prima volta il romanzo di Harness alla sua uscita nel 1970.

“Paradosso cosmico” è il romanzo di evasione perfetto, un misto di avventura, fantascienza e thriller. Fantascienza barocca, fantascienza pura, secondo la definizione dello scrittore Brian Aldiss, suo grande estimatore. Un romanzo dalle mille invenzioni narrative, dall’incredibile vena fantasiosa, folle e sorprendente, e che inizia con una fuga rocambolesca. Tuttavia, come ogni ottimo romanzo di fantascienza che si rispetti, non è solo pura evasione, basta sapere cogliere i riferimenti anche abbastanza espliciti e le divagazioni di carattere scientifico e filosofico.

Siamo nel 2177, c’è stata la Terza Guerra Mondiale, esiste di nome e di fatto un Impero Americano, con una nobiltà e una burocrazia dispotiche, impegnato in un conflitto con un altrettanto allusiva Federazione Orientale con a capo un dittatore, e con il rischio di olocausto nucleare. È in vigore lo schiavismo, in una dimensione con caratteristiche sia del medioevo che del XIX secolo.

Il protagonista è Alar il Ladro, che cinque anni prima aveva perso la memoria e “non aveva la più pallida idea di chi fosse”. Era però stato arruolato nella Società dei Ladri, organizzazione di fuorilegge che rappresenta “l'unica forza morale dell’America Imperiale”, a detta della bellissima Keiris, moglie del perfido Cancelliere Haze-Gaunt. Alar va quindi in cerca della sua misteriosa identità, persa a causa di un paradosso temporale.

Tra viaggi verso il Sole, stazioni solari, spadaccini che ingaggiano duelli regolati per legge, viaggi nel tempo, deliri cosmici, il mostruoso schiavo detto Mente Microfilmica, lo Psicologo Imperiale torturatore conte Shey una sorta di sadico inquisitore, creature mutanti, semidei, e molto altro ancora, è veramente incredibile che Harness e il suo romanzo siano stati per molto tempo scarsamente noti e sottovalutati. 

È vero che la trama è molto compressa, e la lunghezza fin troppo breve, quando con altri romanzi, con affinità narrative simili, ci si trova spesso in presenza di storie assai prolisse, se non addirittura di interminabili saghe. Ma forse proprio per questo, la brevità in tale occasione è tutt'altro che un male.

In “Paradosso cosmico” la componente distopica non è affatto secondaria, anche se non è preponderante. Il fatto, che sia uscito nel periodo appena successivo all'inizio della Guerra Fredda e con il ricordo ancora vivido di Hiroshima e Nagasaki, influenza significativamente l’intera narrazione. 

Secondo una classica convenzione, “Paradosso cosmico” potrebbe essere definito un romanzo di science-fantasy, ma sarebbe limitante. È caratterizzato invece da una assai creativa ibridazione di diversi filoni della fantascienza e del fantasy.

L’impressione che Star Wars abbia ricavato un bel po' di idee da questo libro è netta. Ma non solo Star Wars. Chi non riesce a non vedere per esempio diverse affinità con l’Odissea di Clarke e Kubrick? Solo coincidenze o merito anche di Harness?

Assai ironica e intrigante la postfazione dell’autore che racconta al lettore in che modo ha costruito il romanzo e perché. 

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Angelo Michele Imbriani, “L'ebreo immaginario - La questione ebraica nella storia: antigiudaismo, antisemitismo, sionismo ed antisionismo” (2024)


Angelo Michele Imbriani, “L'ebreo immaginario - La questione ebraica nella storia: antigiudaismo, antisemitismo, sionismo ed antisionismo” (2024)

«Alla fine, potremmo dire che l’antigiudaismo cristiano, della cui storia ora cominceremo ad occuparci, non è e non è mai stato «secondo le Scritture», ma «contro le Scritture».»

«Mentre l’antisemitismo di destra si struttura sulla associazione tra gli ebrei e la modernità e sulla attribuzione agli stessi ebrei di tutti i mali e i guasti del mondo moderno, il pregiudizio antiebraico dei socialisti si fonda sulla associazione fra gli ebrei e i poteri economici dominanti. Nell’uno e nell’altro caso agli ebrei viene facilmente attribuito un intento cospiratorio.»

«..l’ostilità antiebraica nel mondo contemporaneo si mostra ambivalente e può essere utilizzata sia per una propaganda politica conservatrice e reazionaria, di destra, sia per una propaganda politica progressista, di sinistra. E questo perché l’antisemitismo esprimeva una cultura politica ambigua, antiliberale, antidemocratica, ma anche anticapitalista. Accadde così che movimenti di massa acerrimi nemici tra loro poterono trovarsi solidali contro il nemico comune ebraico. Per la destra reazionaria, gli ebrei sono soprattutto i nemici della nazione e dell’ordine sociale vigente e sono il fermento delle rivoluzioni; per la sinistra rivoluzionaria sono i rappresentanti per eccellenza della borghesia capitalistica.

Tuttavia, la polemica contro l’ebreo espressione del capitale finanziario, contro il capitalismo ebraico, è trasversale ai due schieramenti.»

Gli stereotipi sugli ebrei sono molteplici, si nutrono di pregiudizi su base etnica, religiosa e culturale. Tutti questi stereotipi concorrono a formare quello che il titolo di questo libro sintetizza in maniera efficace: “L’ebreo immaginario”. Una costruzione artificiosa, a cui hanno contribuito diverse culture egemoni nel corso dei millenni, alimentando le fantasie e il disprezzo collettivi.

Non credo ci fosse modo migliore per Angelo Michele Imbriani di aprire il suo libro, se non con la citazione di Fania Oz, figlia di Amos Oz, forse il miglior scrittore israeliano contemporaneo, autore di capolavori quali “Una storia di amore e di tenebra” e “Giuda”. La citazione di Fania è tratta da un suo articolo, uscito all’indomani del pogrom del 7 ottobre 2023, e alla vigilia di quella che apparve all’inizio solo come la legittima risposta all’attacco terroristico, e che si trasformò col tempo in una arbitraria distruzione di Gaza, con decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi. 

Fania ci ricorda le parole del padre, vero pacifista: «Chi non sa distinguere tra i gradi di malvagità è destinato a diventare schiavo del male». È necessario ricordare che Fania, come lo fu il padre, è impegnata in un percorso di dialogo tra i due popoli, nel tentativo di ricomporre forse la più grande lacerazione umana dei nostri tempi.

Ma questa è storia dell’oggi che non può essere fotografata neanche in una seppur apprezzabile introduzione, dato che i fatti cambiano di giorno in giorno, e siamo costretti a rivedere in continuazione la nostra prospettiva. Un’introduzione sull’attualità, certo non poteva essere evitata, ma purtroppo è condannata comunque, nonostante i migliori propositi, alla parzialità.

Il libro dell'amico Imbriani, però, introduzione a parte, parla quasi esclusivamente di altro. È un prezioso manuale di storia del popolo ebraico, attraverso la ricostruzione di ciò che ha portato alla formazione del pregiudizio antigiudaico prima, e antisemita poi. 

Ci sono è vero, altri libri che prima del suo hanno fatto questo e si sono occupati molto bene dell’argomento. Tuttavia, lo sguardo dell’autore, anche se si interrompe volutamente alla vigilia della Grande Guerra, parte da una prospettiva più attuale e si occupa compiutamente anche di un argomento correlato, come richiamato dal sottotitolo: la storia delle origini del sionismo e del conseguente antisionismo.

Il viaggio di Imbriani parte con il definire l’identità ebraica, problema tutt’altro che semplice. La sua complessità è data dall’interazione di tre componenti ineludibili, anche se perfettamente distinguibili: la religione, l’etnia e la terra. 

Le contrapposizioni all’ebraismo, paradossalmente ne definiscono ancora più l’identità, perché tendono ad isolare le tre componenti: così fa l’antigiudaismo con la componente religiosa, l’antisemitismo con quella etnica, e l’antisionismo con quella che stabilisce il legame con la terra.

È un viaggio attraverso i secoli e i millenni quello che compie lo scrittore fino alle soglie della Prima Guerra Mondiale, gettando anche uno sguardo più sintetico oltre, per arrivare all’avvento del nazismo, al secondo grande conflitto e alla Shoah.

È un viaggio alla ricerca dell'ebreo immaginario, del pregiudizio che ha portato a questa idea.

Assistiamo allora alla sua formazione: a quello che era l’antiebraismo della profonda antichità, una categoria troppo vasta per essere presa in considerazione. E che ha senso solo se riferita con precisione all’antichità precristiana, dalla quale però si evincono unicamente testimonianze molto rare e delimitate soprattutto alla fase ellenistico-romana. E, tuttavia, ne viene fatta in questo libro una complessa ricostruzione a partire dall’Esodo.

È, quindi, con l’antigiudaismo sia islamico, sia soprattutto cristiano con il paradigma agostiniano della protezione e della conversione, che l’ebreo diventa sistematica vittima di pregiudizio e di persecuzione. E immaginario diventa anche Gesù e così i suoi apostoli a cui viene negata l’identità ebraica, la stessa operazione si farà poi con Paolo di Tarso.

Il saggio passa quindi ad analizzare la vera e propria tendenza alla persecuzione, quando nel medioevo si diffuse l'antigiudaismo cristiano di matrice popolare, soprattutto con la leggenda nera della Pasqua di sangue, al cui centro si trovò, per esempio, il caso del piccolo Simonino. Persecuzione alla quale contribuirono persino alcuni papi, arrivando a trovarsi in aperta contraddizione con il paradigma agostiniano. L'antigiudaismo popolare immaginò non solo un ebreo demoniaco che profana l’ostia, ma anche uno che avvelena i pozzi e diffonde la peste.

Gli ebrei furono di conseguenza preda della rete dell'inquisizione, che promosse un’immagine del perfido giudeo, alimentata nel corso di tutta l’Età moderna, come torturatore e uccisore di Cristo. Parallelamente si diede vita anche allo stereotipo dell’usuraio, con tanto di rappresentazioni grafiche, che verranno riprese più tardi nella costruzione dell’antisemitismo. 

L’illuminismo ebbe la sua dose di responsabilità, attraverso una paradossale eterogenesi dei fini, perché, se da una parte promuoveva l’assimilazione e l’emancipazione dell’ebreo in quanto individuo singolo, dall’altra ne rifiutava violentemente ogni appartenenza religiosa e culturale in nome di un gretto laicismo ateista. Per cui il pregiudizio sull’ebreo uscì intatto e addirittura anche rafforzato.

Da lì alla costruzione razziale dell’antisemitismo teorizzato dalla metà del XIX secolo, il passo fu breve, e da lì scaturì anche il falso dei Protocolli dei Savi di Sion. Falso che nacque in Russia, ma che si diffuse rapidamente anche in Francia (in cui si verificò l’eclatante caso Dreyfus), in Inghilterra e in Italia.

Furono proprio i Protocolli, riesumati tra le due guerre a contribuire alla costruzione nazista dell’ebreo immaginario che contamina la razza e che ci condurrà fino alla Shoah.

Il saggio si occupa quindi in breve anche della storia del sionismo della sua nascita, nel XIX secolo, parallelamente e per reazione al diffondersi dell’antisemitismo e delle sue svariate forme, culminate anche nella sua trasformazione in una parte sostanziosa dell’antisionismo, quello che maschera l’antisemitismo, appropriandosi degli stessi stereotipi.

Riportare una sintesi che renda giustizia pienamente di tutti gli argomenti affrontati da Imbriani è compito non solo difficile, ma assolutamente parziale. Il libro va letto, studiato e perfino assaporato a tratti come un romanzo, la parte più “avvincente”, a parere del recensore, è quella sull’antisemitismo, in alcuni passaggi davvero illuminante, anche per le implicazioni che ha con il nostro periodo storico.

La conoscenza, come dice alla fine l’autore, «non risolve i problemi, ma forse può evitare che si aggravino.» E abbiamo tutti il dovere e il diritto di approfondire e questo è uno dei temi storici in cui l’urgenza dell'approfondimento è a dir poco vitale per tutti. “L’ebreo immaginario” è un saggio preziosissimo da questo punto di vista, da leggere, rileggere e studiare.

Perché ci fornisce strumenti di comprensione appropriati e «di fronte a quello che pare il limite insormontabile della umana disponibilità alla fratellanza, l’ebreo più famoso della storia rovesciò genialmente la prospettiva, invitò alla metanoia, a cambiare mente, a mutare la direzione dei propri pensieri. Raccontò una parabola, che viene purtroppo regolarmente edulcorata e fraintesa, quella cosiddetta del «buon samaritano». Questo ne era il senso: di fronte all’uomo ferito, malmenato, discriminato, oppresso, insultato, minacciato, umiliato, scacciato, deportato, non lasciare indugiare la tua mente nella domanda se egli sia oppure no il tuo prossimo. Non cercare giustificazioni alla tua indifferenza o al tuo disprezzo o al tuo odio, perché riuscirai sempre a trovarle. Non chiederti se l’altro è il tuo prossimo, ma fai in modo che sia lui a poter vedere in te il suo prossimo, fai in modo che possa dire di te: «costui è il mio prossimo».

Ricca è la bibliografia di riferimento, posta in appendice al volume, tra gli autori di maggiore spicco ci sono: Jules Isaac, Eli Barnavi, Gabriele Boccaccini, Piero Stefani, Anna Foa, Theodore Herzl, G. L. Mosse, Leon Poliakov e Adriano Prosperi. 

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giovedì 13 marzo 2025

Giuseppe Lippi, “Il futuro alla gola - Una storia di Urania dagli anni cinquanta al XXI secolo” (2015)


Giuseppe Lippi, “Il futuro alla gola - Una storia di Urania dagli anni cinquanta al XXI secolo” (2015)

«Il nome “Urania” è quello della musa greca dell'astronomia e deriva da ouranos, il cielo. Era figlia di zeus e di una delle titanidi, Mnemosine o la memoria. Secondo Catullo Urania fu la madre del dio dei matrimoni, Imene, il cui padre era Bacco. Non proprio una casta diva, dunque: e sebbene astronomia e geometria, le sue specialità, ne facessero una misuratrice (è raffigurata con il mondo fra le mani, anzi tra i bracci di un compasso), è amica delle Grazie e ispiratrice dell'arte…

… Nel prestare il nome a una collana fantascientifica, la musa rimase fedele al proprio mestiere e benedisse, con appena una punta di rossore, il matrimonio fra sapere e immaginazione, astronomia e fantasia.»

«Verrà forse il giorno in cui a scuola si studierà, insieme al trapassato remoto, e al congiuntivo presente, anche il futuro alla gola. E' un tempo familiare all'appassionato di fantascienza, e viene ormai usato sempre più spesso anche dal grande pubblico. Ha caratteristiche interessanti: spesso - come lascia intendere il suo nome - si applica con valore minaccioso, angoscioso, ineluttabile, ma può essere correttamente impiegato anche in senso paradossale o burlesco. E' retto, in ogni caso, dalla realtà che ci sta intorno, ma ha come ausiliari elementi di libera immaginazione. Esempi? Ma tutti i racconti di questa antologia sono stati scelti appunto per la loro esemplarità. Ne tenga il grammatico il debito conto.»

Dalla presentazione del volume antologico di Urania “Il futuro alla gola” n. 438 del 29/6/1966

Questo è un libro prezioso, almeno lo è per il sottoscritto, per quanto Urania abbia contribuito nella formazione del mio immaginario. Un saggio da considerare da collezione, e che porta la firma di uno dei personaggi più importanti della Fantascienza italiana: il compianto Giuseppe Lippi, e che riporta lo stesso titolo dell’antologia citata più sopra. 

Oltre a essere la storia di “Urania”, è qualcosa di più: è il punto di vista di chi quella storia l'ha seguita in prima persona, e, oltre a questo, è anche un volume ricco di immagini, di molte immagini, sedici delle quali anche a colori.

La storia inizia da quell’ormai mitico numero del 10 ottobre 1952, data in cui nelle edicole italiane apparve per la prima volta un romanzo della collana: “Le sabbie di Marte” di Arthur C. Clarke, il celebrato autore di “2001 Odissea nello Spazio”. Ma è anche la storia parallela e sfortunata di “Urania rivista”, la pubblicazione dedicata ai racconti e alla narrativa breve, il cui primo numero uscì un mese dopo, ma che fu costretta alla chiusura dopo solo quattordici mesi, considerate le scarse vendite. 

Ed è così anche la storia delle sue iniziative editoriali parallele: “Millemondi”, “Urania Classici”, “Urania Collezione”, “Urania Fantasy” ecc.

È la storia del suo “inventore”: Giorgio Monicelli, fratellastro del regista Mario, a lungo collaboratore della casa editrice dello zio Arnoldo Mondadori e molto legato al cugino Alberto. Fu anche amico di Cesare Zavattini e di Giorgio Scerbanenco.

L’uscita in parallelo delle due pubblicazioni si rivelò un progetto troppo ardito per quei tempi. La narrativa breve di fantascienza in quegli anni, ci racconta Lippi, si concentrava più sul paradosso che sull’avventura e sul sensazionale, temi che fecero allora poca presa. Il percorso invece dei romanzi fu caratterizzato da un successo in continua crescita.

Lippi però non parte esattamente dal 1952, fa un’interessante sintesi dei fatti che condussero all’uscita di “Urania” e di quale fosse la situazione allora della narrativa da edicola: dall’esperienza dei “Libri gialli” pubblicati sempre da Mondadori, la cui uscita fu interrotta nel ‘41 dalla censura fascista, per riprendere poi dopo la guerra nel ‘46 con la Nuova serie, per poi cambiare nome negli anni cinquanta, divenendo settimanali, prima come “I gialli Mondadori” e poi definitivamente come il “Giallo Mondadori”.

Lippi ci tiene a elogiare la direzione di Monicelli che ebbe il merito, oltre a quello di coniare il termine di “fantascienza”, di far conoscere il genere in Italia a livello popolare nelle sue varie declinazioni, e con un livello qualitativo medio abbastanza alto. Monicelli abbandonò Urania ufficialmente per motivi di salute nel 1961, continuando però a scrivere e a tradurre. Nel 1968 morì quasi solo e dimenticato. Il suo pieno merito verrà riconosciuto solo dagli anni novanta in poi.

Dal 1962, con l'arrivo di Carlo Fruttero come curatore, affiancato a giugno del ‘64 da Franco Lucentini, Urania cambiò immagine grafica, anche per l’apporto rivoluzionario del mitico disegnatore olandese Karel Thole. Fruttero aveva già curato insieme a Sergio Solmi la celeberrima antologia di racconti “Le meraviglie del possibile”, uscita per Einaudi nel 1959, e l’altra famosa antologia insieme a Lucentini “Storie di fantasmi” nel 1960. I due, spendendo molto del loro tempo, furono occupati a operare una laboriosa selezione scremando con criteri abbastanza funzionali i numerosi arrivi soprattutto da USA e UK. D’altra parte non nasconde la discutibile scelta sulla qualità delle traduzioni e sui tagli, per rispettare il formato massimo di 160 pagine.

Lippi sottolinea più volte i meriti di Monicelli, Solmi, Fruttero e Lucentini nell’aver promosso la fantascienza di un periodo d’oro, che coincise con il ventennio dell'immediato dopoguerra, con tutti i grandi nomi che stavano emergendo nell’ambito della letteratura dell’immaginario.

Dopo il 1968 e per tutti gli anni settanta ci fu il boom della fantascienza da libreria, mentre la più diretta concorrente in edicola rimase “Galassia”, una pubblicazione più d’avanguardia, alla quale direzione arrivarono due tra i nomi più illustri della fantascienza italiana: Vittorio Curtoni e Gianni Montanari. 

Negli anni settanta ci fu anche il boom di Urania, che quasi raddoppiò i suoi lettori e che vide nascere e morire esperienze molto interessanti come quella della prima serie della rivista Robot, ideata e diretta da Vittorio Curtoni. 

Alla fine del 1985 intervenne un vero e proprio cambiamento radicale della redazione, che culminò con l’arrivo come curatore di Gianni Montanari, in sostituzione di Fruttero e Lucentini, che coincise quasi con l’ascesa di Laura Grimaldi a direttore responsabile delle tre testate da edicola: Gialli Mondadori, Segretissimo e Urania.

Mirabile lo sforzo che compie Lippi nel cercare di raccontare le tante trasformazioni degli anni ottanta, non solo della fantascienza letteraria, ma soprattutto di quella cinematografica e in buona parte televisiva, con l’intervento del cosiddetto big business, non più fantascienza artigianale, ma di grande consumo.

Tuttavia, la fantascienza letteraria si mantenne abbastanza al “riparo” da questi stravolgimenti, perché conservò la sua caratteristica di nicchia, e continuò quasi del tutto esente da operazioni di indiscriminata commercializzazione. Poco prima dell’addio di Montanari nel 1989, venne lanciato il Premio Urania, a cui l’ex curatore però non fece in tempo ad essere coinvolto direttamente.

Nel 1989 inizia la curatela di Giuseppe Lippi, che esordì però effettivamente solo il 25 febbraio del 1990. Il nuovo curatore si trovò a gestire un bel po' di pubblicazioni vecchie e nuove, tra edicola e libreria. Mondadori così all'inizio degli anni novanta riusciva a coprire uno spettro ampissimo di gusti in materia di letteratura fantastica e un pubblico di tutti i tipi. Quel periodo fu come gli anni settanta una seconda età dell’oro della fantascienza, nella quale però fu Mondadori ad avere il monopolio della maggioranza della produzione. Fu un periodo assai foriero di grandi novità, ma anche di insidie perché il mercato era diventato molto variegato e i romanzi tendevano ad essere più voluminosi.

Alla fine della ricostruzione storica, Giuseppe Lippi analizza la crisi della fantascienza letteraria, attribuendola a fattori diversi, ma soprattutto, si lascia andare a una dichiarazione d’amore non solo per Urania, ma proprio per il nostro adorato genere narrativo.

Il volume si chiude con una ricca appendice sui disegnatori e i grafici che hanno fatto la storia della pubblicazione e con una sua nota autobiografica, nella quale racconta soprattutto delle sue altre esperienze editoriali, in maniera particolare di quella di Robot con Vittorio Curtoni, probabilmente la sua più importante collaborazione prima di Urania.

L’esperienza come curatore di Lippi si interruppe purtroppo con la sua morte nel 2018.

Le immagini a corredo del presente volume, oltre a riportare la riproduzione di molte copertine, mostrano anche i disegni di autori entrati poi nella leggenda come Kurt Caesar, Carlo Jacono e il mitico Karel Thole. E poi ancora Ferenc Pinter, Luigi Garonzi, Mario D’Antona, Giuseppe Festino, Vincente Segrelles, Oscar Chichoni, Franco Brambilla e altri. La maggior parte delle tavole sono in bianco e nero, ma ce ne sono, come dicevo all'inizio, anche sedici a colori. Per chi fosse curioso di vedere tutte le copertine di Urania, divise per pubblicazioni, consiglio caldamente di visitare il sito di MondoUrania.

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mercoledì 12 marzo 2025

Le "vittime della propaganda"

Bisognerebbe sempre chiedersi quanto si sia vittime della propaganda, soprattutto oggi, in un contesto in cui oltre a giornali, radio e TV, opera pure il web, in molti casi anche in modo più pervasivo. Quanto e come la propaganda influenzi ognuno di noi. Piccola e grande propaganda, anche di segno opposto e quanto ci stia disumanizzando. Quanto non si senta più la sofferenza dell'altro, condizionata esclusivamente dalla squadra di appartenenza.

Il problema è anche più profondo e complesso, perché riguarda veramente tutti, anche chi pensa di essere fuori dagli schieramenti e punta il dito. Riguarda anche me:

«In ogni istante incontriamo quest’uomo, che trasmette ciò che ha letto sui giornali un’ora prima come se fosse una verità altamente personalizzata, e il cui atteggiamento supponente non è altro che il frutto di una propaganda forte. Lo incontriamo in continuazione, animato da una fiducia cieca in un Partito, un Maresciallo, un attore di cinema, un Paese, una Causa, e che non tollera nessun tipo di messa in discussione del dio. Abbiamo continuamente davanti agli occhi quest'uomo che non è più capace del più elementare discernimento morale o intellettuale, o del più semplice ragionamento, perché in lui abita la coscienza di Interessi Superiori, che bisogna seguire “perinde ac cadaver”. E tutto ciò è acquisito senza sforzo, senza esperienza, senza riflessione, senza critica, sotto lo shock distruttivo di una propaganda ben fatta. Lo incontriamo a ogni istante, quest’uomo alienato, e forse lo siamo già anche noi.»

Jacques Ellul, "Propaganda" (1962)

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sabato 8 marzo 2025

Rosa e Hannah


Rosa e Hannah

Oggi, 8 marzo, credo più che mai che sia importante ricordare in modo particolare due donne europee del XX secolo, entrambe di origine enraica, che tanto hanno contribuito al concetto di libertà.

La prima è Rosa Luxemburg, libertaria di ispirazione marxista, oggi dimenticata perché il suo pensiero è assai scomodo sia per la sinistra di derivazione socialdemocratica (assassinata proprio dai freikorps agli ordini dei socialdemocratici), sia per il marxismo autoritario (leninismo, stalinismo, maoismo, rossobrunismo), due tendenze purtroppo ancora vive e vegete.

L’altra è Hannah Arendt, per il suo immenso contributo all’individuazione delle dinamiche del totalitarismo e per la promozione nei confronti della disobbedienza civile, il cui pensiero spesso viene purtroppo distorto e piegato alla logica del double standard, e cioè dell’antiautoritarismo a targhe alterne. E che scrisse anche un libro sulla Luxemburg e per la quale provava un’infinita ammirazione.

Le persone autenticamente libertarie le porteranno invece sempre nel cuore.

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venerdì 7 marzo 2025

Milan Kundera, “L'insostenibile leggerezza dell’essere” (1984)


Milan Kundera, “L'insostenibile leggerezza dell’essere” (1984)

«Noi che siamo stati allevati nella mitologia dell’Antico Testamento, potremmo dire che l’idillio è un’immagine rimasta in noi come ricordo del Paradiso: la vita nel Paradiso non somigliava a una corsa in linea retta che ci conduce verso l’ignoto, non era un’avventura. Essa si muoveva in circolo tra cose conosciute. La sua monotonia non era noia ma felicità.

Finché l’uomo viveva in campagna, in mezzo alla natura, circondato da animali domestici, nell’abbraccio delle stagioni e del loro avvicendarsi, rimaneva ancora in lui almeno un riflesso di quell’idillio paradisiaco.»

«Nel Paradiso, quando si chinava su una fonte, Adamo non sapeva ancora che ciò che vedeva era lui stesso.»

«Il raffronto fra Karenin e Adamo mi conduce all’idea che in Paradiso l’uomo non era ancora uomo. O, più precisamente: l’uomo non era stato ancora scagliato sulla traiettoria dell’uomo. Noi, è già molto che vi siamo stati scagliati e voliamo nel vuoto del tempo che si compie in linea retta. Ma esiste sempre in noi una cordicella sottile che ci lega al lontano e nebuloso Paradiso dove Adamo si china sulla fonte e, del tutto diversamente da Narciso, non immagina nemmeno che quella macchia giallina che vi compare sia proprio lui. La nostalgia del Paradiso è il desiderio dell’uomo di non essere uomo.»

Che altro si può dire a proposito di uno dei romanzi più importanti del XX secolo che non sia stato ancora detto? È del tutto inutile per esempio ripetere che Kundera deve a questo libro la sua fama, che la sua uscita, oltre a un evento letterario di portata epocale, ha determinato il verificarsi di un fenomeno culturale e di costume che ha sancito un momento di passaggio determinante nella storia europea, e contemporaneamente ha legato quel momento particolare anche al contesto storico in cui il romanzo è ambientato.

Sì, perché, ad un esame più attento il 1968, non solo quello della Primavera di Praga, dell’invasione dei carri armati sovietici, della mortificazione di Dubcek, del rogo di Jan Palach, ma anche quello della parte occidentale dell’Europa, può trovare più di una connessione con la prima metà degli anni ottanta, periodo in cui l’ubriacatura della conflittualità ideologica e culturale del ventennio precedente si stava smorzando gradatamente, con il tramonto della Guerra Fredda e con la caduta del muro alla fine del decennio e con la parziale liberazione da considerazioni e influenze ideologiche, che in Occidente agevolò il successo del romanzo di Kundera.

Quello che è certo è che è davvero difficile fare una recensione di un romanzo del genere, tanto è colmo di riferimenti e di complessità logiche, psicologiche e filosofiche. Ed è anche difficile scegliere delle citazioni che possano rappresentare l’essenza del romanzo, quasi in ogni pagina ci sono dei passi che sarebbero degni di nota e di un’analisi a parte.

Leggerlo a ventisei anni la prima volta, proprio nel contesto in cui è uscito, intuendo e assaporando la dirompente carica trasgressiva sia a livello erotico che politico, è una cosa; rileggerlo oggi quarant’anni dopo, comprendendolo nel profondo, anche alla luce delle mutate condizioni, cogliendo le implicazioni filosofiche che sono universali, così come le dinamiche relazionali di coppia, la spinta alla poligamia o la persistenza nella monogamia, e le connessioni storiche tra due stagioni politiche, è un'altra.

Praga l’ho visitata due volte proprio in quegli anni, e magicamente ho colto proprio lo spirito che ha portato lo scrittore a scrivere questa sua opera. Ma la sua insostenibilità la colgo veramente solo ora.

Questo spirito è molto ben riassunto nei primi due brevi capitoli del libro: quello sull'eterno ritorno nietzschiano e quello sulla leggerezza parmenidea contrapposta alla pesantezza, concetto quest'ultimo che verrà ben definito relativamente alla musica di Beethoven.

Ma perché la leggerezza dell'essere sarebbe insostenibile? Perché in quanto leggerezza rivela il vuoto dell'esistenza, mentre la pesantezza lega l'essere alla terra.

Kundera però, nell'individuare questa polarizzazione, cerca di evitare qualsiasi giudizio morale sulla loro essenza, in merito ai poli positivo e negativo.

Il romanzo, come accade anche in altre sue opere, è immerso nell'eterno ritorno, la narrazione di Kundera infatti è circolare, non segue la linearità del tempo, alla stregua della percezione esistenziale di Karenin la cagnetta di Tomáš e Tereza. Solo nell'eterno ritorno si troverebbe la felicità, cosa che gli umani non possono percepire.

Franz Kafka si affaccia più volte in queste pagine, soprattutto in quelle di ambientazione praghese. La sua presenza diventa palpabile nella parte della salita di Tereza sulla Collina, che si trasforma, grazie anche ad un'atmosfera onirica e surreale, nella collina dei suicidi.

Il quadrilatero amoroso tra Tomáš, Tereza, Sabina e Franz si intreccia indissolubilmente con il taglio filosofico e con il contesto storico sociale in cui è immersa la narrazione. Un quadrilatero con i poli di “leggerezza” e di “pesantezza”. Le rappresentazioni a quattro sono soltanto la messa in scena degli opposti, quella del singolare matrimonio tra Tomáš e Tereza, e quella del fraintendimento che lega la relazione tra Sabina e Franz e la leggerezza erotica tra Tomáš e Sabina.

La parte più originale del romanzo è quella dedicata al “piccolo dizionario delle parole fraintese”, il dizionario, diviso in tre parti, che contiene poche voci, serve a spiegare in maniera geniale l’approccio opposto di Sabina e Franz all’esistenza, e i fraintendimenti che sorgono tra loro proprio grazie a questa opposizione caratteriale e interpretativa. 

Un dizionario sui generis, con il contenuto delle varie voci in cui Kundera divaga, tutt’altro che in maniera sintetica, intento a raccontare le vite dei due protagonisti e il loro contraddittorio rapporto, tentando di forzarne uno schema sotto delle voci non del tutto casuali, che serve però a delineare una certa bipolarità e incomunicabilità nei rapporti di coppia in genere, ciò che avviene anche nel sodalizio amoroso tra Tomáš e Tereza. Ma anche il venir meno di un’identità individuale schiacciata dal dispotismo di quel contesto sociopolitico.

Dispotismo che lo scrittore evidenzia lucidamente, descrivendo alcune dinamiche di controllo che si insinuano fin nei recessi più profondi delle coscienze individuali.

Non è la condanna a morte, né il confino, né la repressione, nè la censura e neanche la tortura. Non lo è il terrore. L’arma più potente non è neanche la semplice delazione che può restare più o meno anonima. L'arma più potente dei regimi e del potere autoritario è la ritrattazione, il pentimento, possono essere uniti sì alla delazione, ma anche non necessariamente collegati.

La ritrattazione annulla l’essenza umana della vittima, la sua dignità, la rende oggetto di disprezzo. 

È l'arma preferita di ogni totalitarismo, ma lo è anche nei regimi autoritari, o nel semplice esercizio del potere, perfino nelle cosiddette democrazie.

Nella storia è stata usata dall'Inquisizione, dal maccartismo, e in maniera più scientifica dai sistemi totalitari: dai fascismi, dal regime bolscevico, da quello maoista, e quindi anche dai paesi satelliti dei sovietici. Come nella Cecoslovacchia di Tomáš.

È un’arma subdola, sottile, non necessita di tortura, si nutre di lusinghe, di gentilezza e di cordialità. È come una partita a scacchi.

Mira a far terra bruciata attorno al dissenso, mira a screditarlo davanti all’opinione pubblica, ciò che lo cancella definitivamente, ciò che non riuscirebbe mai a censura, repressione, tortura, assassinio e terrore, che rendono la vittima un eroe, quasi un semidio, nell'esaltazione della sua immagine. La ritrattazione è anche lo strumento più efficace del controllo poliziesco, quello che permette la profilazione politica e che conduce all’obiettivo dell’eliminazione della vita privata e all’affermarsi del campo di concentramento della vita quotidiana.

La parabola di Tomáš da chirurgo affermato a lavavetri, sempre comunque alle dipendenze dello stato, è la conseguenza del rifiuto opposto alla richiesta di ritrattazione. Sceglie l'umiliazione piuttosto che la perdita di dignità e scopre la libertà. Ma anche questa è una libertà condizionata, schiava comunque dell’illusione.

Nella sesta parte l'ironia e il sarcasmo dello scrittore si fanno assai pungenti, quando analizza le dinamiche del Kitsch e della Grande Marcia, due aspetti dell'impegno politico che si fa spettacolo, che non può sfuggire dal diventare spettacolo e dal conseguente senso del ridicolo, e come i personaggi del romanzo interagiscono con tutto ciò. È una parte che trascende dal momento storico, perché l’impietosa analisi che compie Kundera è applicabile a qualsiasi contesto geografico, culturale e temporale.

La settima parte, quella dedicata quasi tutta a Karenin, è la parte più intensa, commovente e triste. Kundera dimostra una struggente sensibilità nel descrivere l’universo dei cani, l'innocenza che nel Paradiso perduto avevano anche gli uomini. La nostra esistenza non era percepita attraverso la linearità del tempo, ma in un sublime eterno ritorno che ci donava la felicità.

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martedì 4 marzo 2025

“Il matrimonio di Maria Braun” (1979)


 “Il matrimonio di Maria Braun” (1979)

regia di Reiner Werner Fassbinder

con Hanna Schygulla, Klaus Löwitsch, Ivan Desny, Gisela Uhlen, Elisabeth Trissenaar, Gottfried John

«La verità... La verità sta nello stomaco quando si ha fame. Il sentimento? Il sentimento sta fra le gambe, come un prurito da grattare via. E per grattarlo via, devi avere lo stomaco pieno e trovarti un uomo in carne ed ossa e che sia qui, non altrove.»

“Il matrimonio di Maria Braun” segna un punto di svolta nella carriera artistica di Reiner Werner Fassbinder e contemporaneamente in quella di Hanna Schygulla. Vengono entrambi proiettati nel cielo della fama internazionale, divenendo anche beneficiari di diversi prestigiosi premi. Il successo fu al di là di ogni più rosea aspettativa e lo fu in tutto il globo, e tutto questo, nonostante il regista in quel periodo avesse un problema assai consistente con le droghe. La Schygulla fu paragonata addirittura a Marlene Dietrich. 

Fassbinder arriva alla maturità, ma anche alla possibilità di uscire dalla gabbia non tanto dorata di autore di nicchia. La Schygulla irrompe meritatamente nell’immaginario di cinefili e spettatori con un’interpretazione a dir poco mitica. Non è affatto azzardato dire che la storia sia stata appositamente confezionata per lei dal regista, nonostante l’attrice non la pensasse esattamente così.

Il film, un gioiello di perfezione, copre poco più di un decennio, partendo dal 1943 con guerra ancora in corso, per terminare nel 1954, ponendo fine al lungo dopoguerra della Germania, con la simbolica vittoria della nazionale di calcio contro l’Ungheria di Puskas, in una finale del mondiale che rimarrà nella storia, come una delle partite più importanti di sempre.

La storia di Maria Braun è proprio la metafora della Germania stessa e del ruolo che le donne ebbero in quel periodo, partendo dalla condizione misera di sottomissione, per via via emanciparsi sempre di più, fino alle soglie di un’illusione: quella della mancata completa emancipazione, che però sarà solo rimandata.

È però anche, per questo, una storia di cinismo, di disperazione e di frustrazione. Una storia di una donna che intende emanciparsi solo all'ombra dell’amore per suo marito, un amore cieco che la porterà a trasformarsi in una fredda calcolatrice e che per raggiungere i suoi obiettivi non esiterà ad appropriarsi delle stesse armi del potere maschile, condite da seduzione femminile. Il fallimento dell’emancipazione era già scritto proprio per questo.

L’espediente della radiocronaca della partita di calcio con l’esultanza del radiocronista è assolutamente geniale.

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sabato 1 marzo 2025

Una pia illusione

 Nel 2020 qualcuno di noi si era illuso che potesse nascere un bel movimento veramente libertario e di seria critica sociale. Una pia illusione. Per quanto mi riguarda probabilmente l’ultima. È andata smarrita e soffocata la potenzialità del messaggio di liberazione dell'individuo dalle catene del conformismo e di promozione della libera scelta in senso assoluto, senza padroni, né padrini, né moralismi. 

Anche con l'aiuto dei media di regime, di interessi esterni e di soggetti senza scrupoli, i pozzi sono stati inquinati con famo er partito, il narcisismo da avanspettacolo dei guru da web e dei leaderini, lo statalismo, il bieco scandalismo, il putinismo, il trumpismo, il vannaccismo, la xenofobia, le teorie sui complotti pedosatanisti massonici, l’antisemitismo, l’islamofobia, il machismo e l’omofobia (come demenziale risposta alla propaganda woke), la certezza sulle morti improvvise tramite annunci mortuari e con quella assoluta in teorie pseudo scientifiche varie da cappello di carta stagnola (non le nomino per senso del pudore). 

Tutto è degenerato in un delirio assurdo, nella rissa da bar e annegato nel ridicolo: una bella mano data al potere. L'eterogenesi dei fini è servita.

Forse, c’era da aspettarselo. 

Ho anch'io delle responsabilità, avrei dovuto capirlo già nelle piazze e con certe collaborazioni, ma col tempo, avendo il quadro più completo della situazione, ho compreso cosa stava accadendo: il contributo, inconsapevole o meno, alla costruzione dell’immagine del "novax" fulminato, complottista e retrogrado, che urla contro la dittatura sanitaria, ma guarda con simpatia ad altre dittature.

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA Il 16 marzo 1988 le forze aeree irachene sganciarono agenti chimici — gas mostarda, sarin, tabun e ciclosarin...