𝗣𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗲𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮: 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗶𝗻 𝗩𝗶𝗸𝘁𝗼𝗿 𝗞𝗹𝗲𝗺𝗽𝗲𝗿𝗲𝗿, 𝗚𝗲𝗼𝗿𝗴𝗲 𝗢𝗿𝘄𝗲𝗹𝗹 𝗲 𝗠𝗶𝗰𝗵𝗲𝗹 𝗙𝗼𝘂𝗰𝗮𝘂𝗹𝘁È diffusa la convinzione che il linguaggio possa essere neutro, mentre in realtà non lo è mai. Per questo ho voluto mettere in relazione tre autori diversi, che se ne sono occupati diffusamente, per evidenziarne gli inganni e mostrare come possa essere funzionale alla costruzione della “macchina totalitaria”.
Incominciamo dall’autore meno noto: Viktor Klemperer, filologo ebreo tedesco, il cui saggio del 1947 “LTI. La lingua del Terzo Reich (Lingua Tertii Imperii – Taccuino di un filologo)” analizza approfonditamente l’uso e la strumentalizzazione del linguaggio da parte del potere nazista, mostrando come sia riuscito a normalizzare l’esclusione attraverso la manipolazione del discorso.
Il riferimento al taccuino non è solo simbolico: Klemperer, scampato allo sterminio, raccolse e annotò le trasformazioni della lingua tedesca operate dalla propaganda del regime, utilizzate per influenzare le coscienze, il pensiero e la percezione della realtà. Cita spesso il ministro della propaganda Goebbels come il vero architetto della “LTI”.
Il linguaggio non è solo un mero strumento di comunicazione, ma assume anche la funzione di controllo e di auto-sorveglianza. L’analisi di Klemperer è puntuale e minuziosa; la sua tesi principale è che «la lingua non solo accompagna il pensiero, ma lo forma»: da qui l’affinità con la “neolingua” di Orwell e l’analisi di Foucault.
Klemperer osserva che anche i non-nazisti, perfino i perseguitati, finiscono per parlare “nazista”, perché il linguaggio si infiltra nella soggettività: «Il linguaggio non accompagna solo il pensiero, lo modella».
Lo scrittore inglese, come Klemperer, sviluppa in “1984” l’idea del linguaggio come forma di controllo e manipolazione delle masse: «Chi controlla il linguaggio, controlla il pensiero». È tutta qui l’essenza della propaganda.
Klemperer parla di svuotamento semantico e di militarizzazione del vocabolario, strumenti per disumanizzare nemici, oppositori e devianti; Orwell introduce concetti come pensiero unico semplificato, psicoreato e bispensiero, ovvero l’eliminazione delle parole che potrebbero indurre dubbi nelle menti, sostituendo il pensiero critico con l’accettazione simultanea di idee in aperta contraddizione. Nel suo mondo è impossibile pensare concetti o discorsi non conformi. Non ci si può ribellare perché mancano le parole per farlo e il vocabolario è stato riscritto.
L’analisi del linguaggio attraversa tutta la produzione teorica di Michel Foucault. Si possono ricordare, a tal proposito, opere come “La storia della follia”, “Le parole e le cose”, “Sorvegliare e punire”, “L’ordine del discorso”.
Mentre Klemperer si avvale dell’analisi filologica e Orwell della narrativa, Foucault opera nel campo della filosofia del potere, con particolare attenzione alla “microfisica del potere". Il potere non è solo centralizzato nelle mani dello Stato, ma circola anche nei rapporti quotidiani. È produttivo e riproduttivo, non è solo repressione
Ogni potere organizza e sorveglia il linguaggio come pratica discorsiva; e non lo fa solo dall’alto: il potere si diffonde anche orizzontalmente, in tutte le strutture sociali, nelle istituzioni, nella scienza, nella medicina.
Il disciplinamento non avviene necessariamente attraverso la violenza o la coercizione, ma si manifesta nei discorsi che definiscono cosa è normale, giusto, pericoloso o accettabile. Il soggetto stesso diventa prodotto del discorso.
Il linguaggio viene utilizzato per gestire e creare l’anomalia, per governare i corpi e le coscienze. Il sapere è storicamente determinato e vive nel e per il contesto in cui nasce e si riproduce. Le parole non descrivono oggettivamente la realtà, ma sono organizzate in funzione del potere e del sapere.
Tutti e tre gli autori mettono in guardia dal potere del linguaggio: chi definisce il linguaggio, definisce la realtà e i soggetti.
𝗟𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝗱𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗮𝗱𝗱𝗼𝗺𝗲𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼
Oggi il linguaggio è pieno di trappole. Parole scelte con cura per non disturbare, formule rassicuranti che nascondono il vero volto del potere.
Ci parlano di sicurezza, diritti, progresso — ma dietro quelle parole si muove ben altro.
Siamo circondati da frasi fatte che si sono infilate nei discorsi di tutti i giorni. Solo una minoranza le mette in discussione: sono diventate senso comune. Eppure servono a uno scopo preciso: addomesticare il pensiero, rendere la menzogna credibile, il controllo accettabile, la guerra presentabile.
Non è un caso.
Quando ci dicono che una misura serve alla libertà, spesso intendono sorveglianza.
Quando parlano di operazioni di pace, intendono interventi armati.
Quando usano parole come emergenza, crisi, terrorismo, stanno creando un clima di paura utile a giustificare scelte autoritarie.
Controllo che sembra libertà. Guerra che sembra protezione. Esclusione che si finge efficienza.
È un linguaggio tossico, costruito per renderci obbedienti senza farci sentire schiavi. Ma le parole non sono neutre: dicono sempre da che parte stanno.
Gli esempi che seguono non hanno la pretesa di essere esaustivi. L’obiettivo è piuttosto mostrare come il linguaggio, in molte sue applicazioni, contenga elementi riconducibili a un pensiero di tipo totalitario.
1. 𝗚𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗺𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮.
Molte espressioni legate alla guerra e alle operazioni militari sono costruite per nascondere la natura violenta delle azioni che descrivono.
“La guerra è pace”, scriveva Orwell. I nazisti giustificarono il bombardamento della Polonia come una ritorsione preventiva contro presunti atti ostili verso i tedeschi etnici. La guerra diventa così pacificazione, la deportazione si trasforma in trasferimento.
Ecco alcuni esempi del lessico bellico manipolato:
“Danni collaterali” = civili uccisi.
“Operazione di polizia internazionale”, “denazificazione”, “operazione speciale” = aggressione militare travestita da intervento legittimo.
“Missione di pace” o “intervento umanitario” = operazione armata.
“Neutralizzazione di un obiettivo” = eliminazione fisica di uno o più individui.
“Esportazione della democrazia” = giustificazione per guerre, colpi di Stato o forme moderne di colonizzazione.
Anche il concetto di pace viene spesso strumentalizzato: da un lato troviamo l’ossimoro della “pace armata”, dall’altro un certo “pacifismo” orbo da un occhio che finisce per appoggiare invasori imperialisti.
I pogrom e i bombardamenti indiscriminati sulle popolazioni civili vengono raccontati come atti di liberazione.
Espressioni apparentemente innocue o poetiche, come “Dal fiume al mare”, celano in realtà propositi di cancellazione identitaria, e vengono adottate, in Medio Oriente, dalle frange estreme di entrambi gli schieramenti.
Terroristi fondamentalisti fatti passare per partigiani. Così come trovano legittimità politica e di governo inquietanti e violenti estremisti messianici.
Anche il concetto di “spazio vitale”, un tempo slogan espansionista, ricompare sotto nuove forme per legittimare guerre imperialiste e occupazioni coloniali.
In definitiva, la violenza viene resa accettabile, distante, perfino nobile e “umanitaria”, attraverso un uso strategico e ingannevole del linguaggio.
2. 𝗜𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝗱𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲
C’è un linguaggio che non urla, ma colpisce lo stesso. È il linguaggio dei comunicati stampa, delle conferenze stampa, delle aziende e dei governi.
È preciso, tecnico, in apparenza neutro. Ma dietro quella patina formale nasconde la macchina del potere, che trasforma esseri umani in numeri e licenziamenti in opportunità.
Parliamo di “invasione” quando sbarcano migranti disarmati. Li contiamo in “flussi”, “ondate”, “carichi”. Il linguaggio è impersonale, quasi idraulico. Parlano di “pull factor”, “redistribuzione”, “spostamento” — e intanto oscurano deportazioni e pulizie etniche.
Non ci sono più persone: solo problemi da gestire. Masse da contenere. Rischi da minimizzare.
3. 𝗜𝗹 𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗰𝗼 𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝗱𝗮𝗹𝗲 𝗲̀ 𝗼𝗿𝗺𝗮𝗶 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗽𝗼𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.
Non va meglio nel mondo del lavoro.
“Ristrutturazione” significa licenziare.
“Ottimizzazione” è tagliare.
“Flessibilità” vuol dire precarietà.
“Resilienza” è il nuovo modo per dirti che devi subire senza lamentarti.
“Contratti di solidarietà”? Ti paghiamo meno e ringrazia pure.
Lo smart working, infine, è spesso presentato come emancipazione dalle costrizioni spazio-temporali, ma nella pratica può coincidere con assenza di orari, isolamento e precarietà.
Dietro queste parole si nasconde un sistema che trasforma la colpa in motivazione, lo sfruttamento in “opportunità”, la crisi in “sfida”. E intanto ti addestra a non protestare. A non pensare. A non chiamare le cose con il loro nome.
4. 𝗟𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮
Nel contesto della comunicazione politica contemporanea, assistiamo a una progressiva erosione del confine tra verità e menzogna, in un processo che richiama da vicino la distopia orwelliana del Ministero della Verità. Espressioni come “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” non descrivono semplicemente anomalie informative, ma rappresentano sintomi di una strategia comunicativa volta a inquinare sistematicamente le fonti del discorso pubblico, riducendo la possibilità di un confronto razionale.
Le “fake news” le diffonde solo il nemico. Le “alternative facts” sono ammesse se a pronunciarle è chi comanda. O al contrario è chi comanda a diffondere sempre le bufale. È il bispensiero orwelliano: oggi si dice il contrario di ieri, senza batter ciglio.
Intanto si censura in nome del politically correct. La chiamano “cancel culture”, ma è una nuova forma di inquisizione trasversale, che punisce il pensiero non conforme, di destra o di sinistra che sia.
Un ulteriore elemento è l’impiego sistematico di slogan politici e mediatici (“Prima gli italiani”, “Andrà tutto bene”, “La scienza non è democratica”, “io resto a casa”, “Fare sacrifici oggi per stare meglio domani”), che semplificano drasticamente la complessità delle questioni, fungendo da dispositivi retorici rassicuranti e polarizzanti. Questi slogan, reiterati nei media e nei discorsi istituzionali, contribuiscono alla modellazione percettiva delle masse, riducendo lo spazio della riflessione critica.
5. 𝗦𝗼𝗿𝘃𝗲𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝘇𝗮, 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗲 𝗯𝗶𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮: 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼
Il lessico della sorveglianza nella contemporaneità si presenta con un volto rassicurante, talvolta persino progressista. Espressioni come “transizione digitale”, “raccolta dati per migliorare l’esperienza utente”, “geolocalizzazione sanitaria” o “riconoscimento facciale” veicolano una narrazione in cui il controllo è presentato come efficienza, innovazione, benessere collettivo. In realtà, esse mascherano pratiche pervasive di monitoraggio e disciplinamento.
Il riferimento al Panopticon di Bentham e alla sua rielaborazione foucaultiana è ancora attuale: la sorveglianza non necessita più di una presenza visibile o minacciosa, ma si attua attraverso dispositivi digitali apparentemente neutri, spesso accettati in nome della sicurezza e dell’accesso ai servizi.
In questo contesto, l’abuso del concetto di “emergenza” (sanitaria, climatica, migratoria) consente l’istituzione di stati di eccezione che giustificano la sospensione o la limitazione di diritti fondamentali. Si assiste così a una ridefinizione del concetto di interesse collettivo, impiegato in modo retorico per giustificare restrizioni delle libertà individuali.
Foucault definirebbe questo insieme di pratiche come un dispositivo di biopotere: un apparato che, attraverso il linguaggio, disciplina e governa le popolazioni presentando il controllo come forma di protezione. Chi si oppone rischia di essere bollato come egoista o nemico della collettività, in un’operazione che riattualizza meccanismi di colpevolizzazione e delegittimazione del dissenso.
Lo Stato — o, più in generale, il potere — assume così il ruolo di portavoce di un “noi” collettivo astratto, attraverso il quale impone decisioni che spesso rispondono agli interessi di élite ristrette.
6. 𝗖𝗵𝗶 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗰𝗼𝘀’𝗲̀ 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮𝗹𝗲? 𝗜𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝗲 𝗲 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝗰𝗮
Chi stabilisce cosa è “normale” e cosa è “deviato”? Chi usa parole come “ideologia gender”, “devianze giovanili”, “dittatura delle minoranze”, “novax” sta costruendo etichette che servono a marginalizzare, a escludere, a delegittimare.
Non è solo propaganda: è una forma sottile di controllo. Le parole diventano armi. Ti definiscono, ti inchiodano, ti spingono ai margini. E chi le usa ha il potere di decidere chi conta e chi no.
La medicina e il diritto, con il loro linguaggio “tecnico”, dividono il mondo in categorie: sani e malati, normali e devianti, utili e pericolosi. Ma chi ci guadagna da queste definizioni?
In tale contesto, il potere si esercita anche attraverso la produzione discorsiva, che naturalizza le gerarchie sociali e maschera la propria funzione normativa sotto una pretesa oggettività tecnica o scientifica.
7. 𝗔𝗹𝗴𝗼𝗿𝗶𝘁𝗺𝗶, 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗶 𝗱𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝗶𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲.
Il discorso pubblico sull’intelligenza artificiale, i big data e gli algoritmi è spesso caratterizzato da un linguaggio tecnocratico e apparentemente neutrale. Termini come “ottimizzazione” o “neutralità dei dati” veicolano l’idea che tali strumenti siano oggettivi, efficienti e privi di implicazioni politiche o ideologiche.
Tuttavia, questa narrazione maschera l’enorme potere che questi sistemi esercitano nel modellare scelte individuali e collettive, nel filtrare l’accesso alle informazioni, nel determinare identità e comportamenti. Gli algoritmi non sono strumenti neutri: sono progettati da esseri umani, incorporano valori e logiche di mercato, e agiscono come filtri attivi della realtà.
In termini foucaultiani, l’intelligenza artificiale rappresenta una nuova forma di sapere/potere: un sapere tecnico che si presenta come oggettivo, ma che agisce disciplinando e normalizzando, spesso in modo invisibile e capillare. Questo potere si esercita non tanto imponendo, quanto predisponendo, orientando, limitando ciò che può essere detto, visto, scelto.
8. 𝗟𝗮 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮
Ci parlano di “transizione ecologica” come se fosse la salvezza. Ci promettono un mondo più verde, più pulito, più giusto. Ma dietro le belle parole si nasconde l’ennesima truffa linguistica.
Il termine greenwashing descrive con efficacia questa dissonanza: la retorica verde, lungi dal rappresentare un impegno autentico per l’ambiente, viene impiegata per legittimare strategie di mercato che riproducono logiche di sfruttamento già esistenti. La cosiddetta green economy, più che indicare un cambiamento di paradigma, si configura come una riformulazione del capitalismo estrattivo, incentrata sull’utilizzo di nuove risorse energetiche, spesso ottenute tramite lavoro minorile o privo di tutele.
In questo senso, la “transizione ecologica” diventa un’espressione di neolingua: un linguaggio tecnico e positivo che maschera interessi economici e politici, imponendo scelte esistenziali e consumistiche che possono avere impatti traumatici sulla vita degli individui.
9. 𝗖𝗼𝗻𝗳𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘁𝗿𝗮 “𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼” 𝗲 “𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀” 𝗲 𝘁𝗿𝗮 “𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼” 𝗲 “𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲”.
Si rileva una frequente sovrapposizione terminologica tra concetti distinti quali sovranismo e sovranità, globalismo e globalizzazione. Tale confusione, per lo più indotta, contribuisce a un uso impreciso e ideologicamente orientato del linguaggio.
Indipendentemente dalla prospettiva ideologica adottata, risulta dunque essenziale tenere presente l’ambiguità semantica che caratterizza questi termini.
La sovranità costituisce un concetto giuridico-politico articolato, che può assumere diverse declinazioni: nazionale, economica, popolare, comunitaria o individuale.
Il sovranismo, per contro, si configura come una costruzione ideologica identitaria di recente origine, focalizzata sull’esaltazione della sovranità nazionale, e presenta numerose affinità con il nazionalismo.
Un’analoga distinzione va operata tra globalizzazione e globalismo.
La prima denota un processo storico e sistemico di natura economica, culturale e sociale, derivante dalla crescente interconnessione a livello planetario. Questo processo può svilupparsi anche indipendentemente da dinamiche di potere strutturato.
Il globalismo, invece, al netto delle semplificazioni cospirazioniste, si presenta come un’ideologia fluida e non sempre definita, che propugna valori di presunta universalità all’interno di un sistema dominato da élite tecnocratiche e sovranazionali, da multinazionali e da soggetti orizzontalmente interconnessi, operanti in assenza di un centro decisionale univoco.
Il World Economic Forum costituisce uno dei principali laboratori teorici per tale visione.