Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

mercoledì 28 maggio 2025

Emilio Salgari, “Le meraviglie del Duemila” (1907)


Emilio Salgari, “Le meraviglie del Duemila” (1907)

«Noi ci troviamo nel 1903, ma io ho trovato il mezzo di trasportarci, in pochi istanti, nel Duemila.»

«New York è divenuta colossale: più di venti milioni di abitanti vi si agitano. I grattacieli sono diventati veri monti d’acciaio e di vetro.»

 «Enormi uccelli metallici, silenziosi, sfilavano nell'aria, spingendosi da una città all’altra con rapidità fulminea; bastava premere un bottone perché si sollevassero e seguissero rotte tracciate con precisione matematica.»

«Parlare a distanza è cosa abituale; voci metalliche ci rispondono da ogni parte del globo.»

«Tutto è meraviglioso… eppure, mi sento straniero tra uomini che sembrano aver dimenticato come si piange e come si ama.»

«L’uomo moderno parla più con le macchine che con i suoi simili.»

Quando si pensa a Salgari, la prima associazione che di solito viene in mente è quella con Sandokan e le Tigri della Malesia; la seconda è con il Corsaro Nero. Ma, per fortuna, Emilio Salgari non fu solo questo. Fu un autore assai prolifico, con una qualità media decisamente dignitosa. Lo scrittore veronese si cimentò anche nel genere fantastico e perfino nella fantascienza, anche se il suo unico vero romanzo fantascientifico — o, per meglio dire, di proto-fantascienza (come lo definì Gianfranco De Turris) — è proprio questo.

Vi sono poi altri romanzi in cui si incontrano incursioni nel meraviglioso, pur inserite nel classico contesto avventuroso tipico dell’autore: I figli dell’aria e il suo seguito Il re dell’aria, nei quali compare “l’Iride”, una macchina volante; La stella dell'Araucania, Il tesoro del Presidente del Paraguay e I naviganti della Meloria, più vicini al fantastico e al fantasy.

Le Meraviglie del Duemila è un vero e proprio romanzo di anticipazione: ironico, satirico, tecnologico, utopico e distopico. Un’opera assai godibile, geniale, divertente e, per l’epoca, sorprendentemente moderna. L'espediente narrativo centrale è il viaggio nel futuro. Per lungo tempo è stato considerato un prodotto marginale, incluso tra le opere secondarie dell’autore, ma negli ultimi decenni è stato meritatamente riscoperto come una pregevole testimonianza della prima letteratura italiana di anticipazione.

Nel 1907, l’Italia di Salgari — e non solo l’Italia — attraversava un periodo storico e culturale in cui si guardava al progresso tecnologico con entusiasmo, speranza e timore. Cominciavano ad affermarsi l'elettricità, il telefono, le prime automobili e gli aerei, trasformando radicalmente i concetti di spazio, informazione e comunicazione. Era anche l’epoca dell’utopia positivista: la scienza era percepita come strumento di miglioramento dell’umanità.

Era il tempo delle Esposizioni Universali: nel 1906 si tenne a Milano quella dedicata ai Trasporti, la prima in Italia; nel 1911 ci sarebbe stata quella di Torino, su Industria e Lavoro. Siamo in piena Seconda rivoluzione industriale. In questo clima di grandi trasformazioni si inserisce il romanzo di Salgari, che immagina un futuro distante quasi cent’anni, il 2003, attraverso gli occhi di un uomo dei primi del Novecento.

È un punto di vista che riflette anche la mentalità coloniale dell’epoca: il mondo è “civilizzato” se aderisce al modello occidentale e scientista; il progresso è inevitabile, una macchina che non può e non deve arrestarsi. Tuttavia, Salgari — sensibile ai bisogni e ai diritti dei singoli esseri umani — mostra anche l’altra faccia della medaglia: i rischi legati all’estrema fiducia nel progresso.

L’autore anticipa e immagina un mondo già connesso in rete, in cui si può comunicare visivamente e vocalmente ovunque, e si trasmettono notizie in tempo reale. La mobilità è iper-futuribile: megalopoli, treni e sottomarini superveloci, strade sopraelevate e sotterranee. Una delle idee più originali — che anticipa l’invenzione dell'aviazione automatizzata e dei droni — è quella degli uccelli metallici, comandati a distanza. Ci sono anche i robot, benché Salgari non li chiami così: sono macchine che svolgono diversi lavori, amministrano la giustizia, e nelle case intelligenti gestiscono luce, energia e calore, mentre assistenti vocali virtuali supportano la quotidianità.

Lo scrittore si muove tra utopia e distopia, tra l’entusiasmo positivista e la critica allo scientismo. Non nasconde i propri timori nei confronti dell’eccessiva automazione, che può condurre all’alienazione, alla disumanizzazione e all’azzeramento dei legami empatici e affettivi. Lo fa come uomo del suo tempo, ma è proprio questo sguardo acutamente anticipatore — al di là dell’ottimismo e dell’ironia che pervadono il romanzo — a rendere l’opera anche inquietante.

Le Meraviglie del Duemila stupisce per la sua capacità visionaria e per la modernità dei temi affrontati, per l’inventiva e l’immaginazione. Salgari riesce ancora a parlare al lettore contemporaneo, divertendo, ma sollevando interrogativi sorprendentemente attuali: quale direzione stanno prendendo le innovazioni tecnologiche, e quale prezzo rischiamo di pagare in termini di alienazione, disumanizzazione, nuove disuguaglianze, perdita di diritti e libertà?

Nonostante il tema fantascientifico, il registro narrativo resta quello consueto del romanzo d’avventura e d’esplorazione — il comun denominatore della produzione salgariana. A parte le ingenuità tipiche della narrativa popolare dell’epoca, il romanzo si distingue per la qualità, soprattutto grazie all’inventiva e alla grande immaginazione a cui Salgari aveva abituato i suoi estimatori.


lunedì 26 maggio 2025

Anton Čechov, Racconti (1880 - 1884)


 Anton Čechov, Racconti (1880 - 1884)

Vasilij Grossman in “Vita e destino” tratteggia un breve, sentito e commovente elogio di Anton Čechov che è quasi una dichiarazione d’amore, eccone un estratto significativo:

«Čechov ha portato nel nostro immaginario tutta la Russia nella sua imponenza, tutte le sue classi, tutti i ceti sociali e le età... Ma non solo! Ce li ha portati tutti, milioni e milioni, democraticamente, lo capite? Da autentico democratico russo! E come nessuno aveva fatto prima di lui, nemmeno Tolstoj, ha detto: siamo prima di tutto esseri umani, lo capite?, esseri umani, uomini, persone! Lo ha detto come nessuno aveva mai fatto prima. Ha detto che l’importante è che gli uomini siano prima di tutto uomini, e solo poi arcipreti, russi, bottegai, tatari, operai. Lo capite? Non siamo buoni o cattivi perché siamo arcipreti o operai, tatari o ucraini. Siamo tutti uguali perché siamo tutti esseri umani…

… Partiamo dall’uomo, mostriamogli bontà e attenzioni chiunque egli sia, arciprete, contadino, industriale milionario, forzato di Sachalin, cameriere in un ristorante. Iniziamo rispettando, compatendo, amando l’uomo, altrimenti non ne verrà nulla.»

Non credo ci possano essere parole migliori di quelle di Grossman per introdurre questo volume, che raccoglie i primi racconti giovanili del grande scrittore russo. L’autore di Vita e destino dichiara così una delle sue principali fonti di ispirazione: non solo, quindi, Tolstoj e Dostoevskij – come è più noto – ma anche Čechov e la sua “pietà” nei confronti dei singoli individui che compongono l’universo russo, qualità che si riscontra chiaramente anche nella prosa di Grossman e, in particolare, nel suo più celebre romanzo corale.

I personaggi hanno una loro specificità, ma rappresentano al contempo tipologie umane universali. È proprio qui che risiedeva la grande abilità di Čechov: coniugare il carattere russo con le molteplici variazioni della personalità umana, riuscendo a farlo con estrema semplicità, sensibilità e, spesso, in pochissime pagine.

Solitamente, questi racconti – scritti sovente sotto lo pseudonimo di Antoša Čechontè – vengono considerati non ancora all’altezza di quelli definiti, poi, “della maturità”. 

Tuttavia, il genio non è acqua: lo scrittore esprime già tutte le sue potenzialità.

Si passa dal racconto lungo a quello breve, a quello brevissimo, fino al semplice bozzetto. Čechov cambia continuamente registro narrativo: passa con agilità dal comico al satirico, dal beffardo al grottesco, dal romantico all’inquieto e al malinconico. Dipinge con maestria personaggi unici, straordinari, e scrive dialoghi frizzanti e indimenticabili. Fa soprattutto critica sociale, a tratti anche durissima, e lo fa in maniera magistrale, regalando al lettore veri e propri capolavori.

In questa mia modesta analisi, evidenzierò quelli che, a mio parere, sono i più riusciti.

Fiori tardivi (1882)

È uno dei racconti più celebri di Anton Čechov, un racconto lungo. Una commovente parabola su un amore non corrisposto e sul rimpianto di essere arrivati troppo tardi. Lo scrittore affronta il tema delle occasioni mancate, che possono condizionare irrimediabilmente un’intera esistenza: l’amarezza, la superficialità delle relazioni umane e gli interessi materiali che le inquinano. Il personaggio femminile è descritto con una sensibilità unica, qualità ricorrente nella narrativa di Čechov: mostra quanto le donne fossero segnate da un amaro destino di sottomissione. Lo stile è delicato, avvolgente; la narrazione procede limpida, senza intoppi, e l’atmosfera è pervasa da una intensa e dolce malinconia. Dal racconto è stato tratto nel 1970 il film omonimo di produzione sovietica, molto fedele all’originale.

Morte di un impiegato (1883)

Racconto brevissimo, un gioiello tragicomico con punte di irresistibile umorismo. Evidenzia il servilismo tipico delle relazioni lavorative dell’epoca. Čechov, con feroce sarcasmo, mette in scena un apologo sul sistema burocratico e sulle dinamiche di sottomissione. La prosa è tagliente, il ritmo sostenuto, i dialoghi brillanti. La critica sociale è esplicita. Il terrore del giudizio da parte del superiore annebbia la mente del protagonista e si trasforma in grottesca ossessione: l’auto-umiliazione trova compimento nel destino. È al contempo realistico e surreale. Un esempio indimenticabile e geniale di narrativa breve.

Una calunnia (1883)

Altro racconto brevissimo e altro piccolo capolavoro. La calunnia, nella trama, conferma il detto rossiniano del “venticello”. Una situazione equivoca che, passando di bocca in bocca, si trasforma in uno scandalo inesistente. Il racconto è una feroce satira del pettegolezzo moralista borghese e della “macchina del disonore”. Čechov raggiunge livelli di caustica cattiveria, ma lo fa con stile delicato, in un irresistibile crescendo comico. Il destino è segnato da una condanna ingiusta, basata soltanto sull’apparenza.

Il grasso e il magro (1883)

Un altro acuto e divertente apologo sul servilismo nei confronti delle gerarchie, che arriva perfino a distorcere e condizionare le semplici relazioni affettive: l’amicizia si deforma in subordinazione. Čechov gioca sul contrasto fisico tra i due personaggi, spingendo a fondo sul grottesco. L’ironia si fonda anche sul linguaggio, sul mutamento del tono e del lessico, in una struttura che ricorda uno sketch teatrale.

Il fiammifero svedese (1884)

Celebre racconto poliziesco di media lunghezza, considerato uno dei capolavori di Čechov. La narrazione è pervasa da ironia assurda e paradossale, in cui la critica sociale si fa parodia. I bersagli sono le metodologie investigative e la prassi giudiziaria dell’epoca zarista, intrecciate alla stupidità burocratica. Čechov tratteggia figure caricaturali straordinarie e capovolge la logica del giallo, destrutturando la suspense con un colpo di scena finale che disattiva, più che rivelare, il mistero.

Notte di Natale (1883)

Racconto breve dalla prosa cupa e angosciosa, dove l’ambiente e la natura si fanno minacciosi. Il senso di solitudine disperata attraversa l’intero racconto. È forse il più nero e pessimista dell’intera raccolta. Tuttavia, i toni lirici e potenti lo rendono uno dei migliori esempi della produzione cechoviana. La tensione si fonda sull’attesa ansiosa e sulla fragilità dell’animo umano, in contrasto con il Natale, che dovrebbe essere un momento di festa e speranza.

Trifon (1883)

“Trifon” è un breve apologo sull’inganno, con protagonista un contadino servizievole ma truffaldino. Si tratta dell’ennesima satira. Il racconto mostra come, in certe realtà della provincia russa, l’organizzazione sia solo apparenza. L’ospitalità cela superficialità, disordine, indifferenza. Čechov trasforma una situazione quotidiana – cercare un alloggio – in una storiella tragicomica. L’irritazione del protagonista cresce parallelamente all’inettitudine di Trifon, in un crescendo grottesco tipico del Čechov giovanile.

Il camaleonte (1884)

Breve racconto sul servilismo, condito da ipocrisia e opportunismo. Una commedia dell’assurdo, con dialoghi vivaci, che cela una dura critica sociale. Il “camaleonte” è il rappresentante dell’autorità che cambia opinione in base alla convenienza. Čechov si fa beffe di chi detiene il potere in una società gerarchica: la legge si piega allo status sociale. Lo scrittore stigmatizza l’assenza di giustizia autentica, prendendo ancora di mira la burocrazia zarista: servile con i potenti, autoritaria con i deboli.

Maschera (1883)

Un racconto molto breve e poetico, che offre una geniale metafora della finzione e dell’ipocrisia. Il comportamento artificioso, l’adattamento alle convenzioni, la necessità di recitare un ruolo non autentico: tutto questo denuncia la solitudine che si nasconde dietro le apparenze. Čechov riflette sull’estrema difficoltà di essere sinceri e sull’annullamento dell’identità individuale.

Le ostriche (1884)

Racconto incentrato sulla crudeltà dei benestanti verso i poveri. La fame altera la percezione e la coscienza, e Čechov adotta con rara sensibilità il punto di vista di un bambino affamato. Condanna l’indifferenza sociale, l’innocenza violata e derisa, l’assoluta mancanza di empatia di chi arriva perfino a divertirsi alle spalle di un essere debole. Un racconto struggente e spietato, che mostra la durezza della vita senza filtri.


giovedì 22 maggio 2025

Franz Kafka, “Nella colonia penale” (1914-1919)


Franz Kafka, “Nella colonia penale” (1914-1919)

«È giusto?» chiese l’esploratore. «Non so», rispose l’ufficiale, «tutto quello che so è che la procedura esistente non è stata mai messa in discussione.»

«Il principio secondo cui la colpa è sempre certa è quello fondamentale della procedura qui adottata. Altrimenti non si potrebbe adottare una procedura così semplice. Il nostro antico comandante – devo ammettere – ne aveva una conoscenza completa. Il suo principio era: la colpa è sempre fuori discussione.»

«"Non conosce la sua condanna?" 

"No", disse ancora l'ufficiale. Aspettò un momento, come se aspettasse dal viaggiatore una motivazione più circostanziata 

della domanda, poi aggiunse: "Inutile comunicargliela, la conoscerà sul suo stesso corpo". L'esploratore sarebbe rimasto zitto, ma lo sguardo del condannato, fisso su di lui, sembrò chiedere se approvava quello che aveva sentito. L'esploratore, che già si era appoggiato allo schienale della sedia, si piegò di nuovo in avanti, e chiese: "Ma saprà almeno che è stato condannato!" "Neppure questo", disse l'ufficiale con un sorriso, come se si aspettasse dall'esploratore altre curiose uscite.»

L’inquietudine crescente e il disagio che pervadono il lettore nelle poche pagine di questo racconto di Kafka non sono certo inferiori a quelli suscitati dalla lettura della “Metamorfosi”, del “Castello”, del “Processo” o della “Tana”. La solitudine, l’alienazione dell’individuo e le dinamiche di sottomissione e autodistruzione costituiscono il filo conduttore che attraversa gran parte dell’opera kafkiana, in particolare queste cinque storie.

Tuttavia, “Nella colonia” penale raggiunge livelli sconcertanti nella sua ardua decifrabilità. La struttura a più piani, che intersecandosi creano una situazione surreale, non ne facilita certo la comprensione; al contrario, esprime la volontà dell’autore di generare un senso di disorientamento nel lettore, che finisce per identificarsi con l’“Esploratore” e cerca di adottarne il punto di vista. 

Il lettore si trasforma così in uno spettatore dello spettatore, che a sua volta osserva l’abominio della “Macchina” del potere nella sua autentica funzione: torturare e fungere da strumento stesso di condanna, sotto la guida dell’“Ufficiale”. L'Esploratore giunge da un fuori indefinito, è un visitatore esterno dell'universo concentrazionario della Colonia, ma fa comunque parte del sistema che ne legittima l'esistenza.

La rappresentazione del potere assoluto nella sua efferatezza, che risponde a una Legge ma si pone al di fuori di essa, incarna un paradosso: la volontà di dominio si afferma senza mediazioni, oltre ogni forma inquisitoria. Non c’è alcun processo, né potrebbe essercene uno: è diventato superfluo. L’Esploratore e l’Ufficiale non sono che ingranaggi della stessa Mega Macchina burocratica dello Stato. Il primo osserva con indignazione ma, pur proclamandosi fautore dello spirito umanitario, si limita ad assistere passivamente, senza intervenire per impedire lo scempio. È quello il suo ruolo.

L’Esploratore, in questo senso, incarna anche il sistema mediatico, la finta opposizione, la sterile e formale alternativa. L’Ufficiale, invece, è il custode della tradizione, immerso nel proprio ruolo di ineccepibile esecutore: un burocrate “antesignano” di Eichmann. Simboleggia un sistema giudiziario cieco, devoto alla Legge dello Stato e alla fede nella Macchina fino al martirio. La lunga e minuziosa descrizione da lui fornita del funzionamento del meccanismo ne rivela la completa adesione. Tuttavia, è anche il sacerdote ottuso e dogmatico di una Fede Rivelata. 

Il Condannato è un uomo svuotato di ogni consapevolezza, privo di diritti e dignità: appartiene a un universo in cui “l’habeas corpus” non ha alcun significato. Subisce e delega senza comprendere, incapace perfino di concepire un’alternativa. È l’emblema della massa inebetita dal potere statale, da quello mediatico o da quello religioso.

Il Soldato, infine, è il braccio armato del potere: uno sbirro cieco e obbediente, che non discute, strumento di una sorveglianza priva di pensiero.

La Macchina è la metafora perfetta del potere e della sua giustizia disumana. Il supplizio che infligge al Condannato ha come unico esito la morte. È l’incarnazione della burocrazia, ma anche del dogma religioso: due pilastri tematici dell’universo kafkiano.

La Legge, nella sua essenza, non ammette discussione: è sentenza senza processo. Ogni sistema oppressivo reca però in sé il germe dell’autodistruzione, e finisce per esigere il sangue di chi lo ha fondato. Kafka si mostra qui davvero anticipatore, nella rappresentazione di una distopia assoluta, fosca, infernale e allucinata. La Macchina scrive sulla carne viva la sentenza inappellabile: anche il corpo soccombe all’ineluttabilità della Legge e all'espiazione pretesa dalla Fede. Entrambe cieche. E il Senso di Colpa trionfa.

Eppure, l’esercizio del potere genera logoramento. Nonostante la passività dell’Esploratore, del Condannato e del Soldato, che non interferiscono, il sistema della Macchina è destinato a crollare, come ogni autoritarismo. La sua stessa rigidità contiene il seme della fine, gli viene a mancare l'olio dell'entusiasmo del consenso. Una fine che tuttavia è solo provvisoria: attraverso il sacrificio del vecchio ordine, il sistema si rigenera, rinasce sotto nuove forme, forse persino "democratiche”. 

Kafka lascia il finale aperto, senza offrire risposte definitive. La macchina diventa minuscola, si nasconde, ma è ancora lì, sempre disponibile per un nuovo uso. Si adatta forse al presunto “rinnovamento” e, dopo essersi “guastata”, è pronta a riprendere a funzionare, al servizio di un sistema solo apparentemente più “mite”? Forse. Oppure, forse, si assiste alla semplice dissoluzione del potere nel nulla più assoluto: nella forma di ordine/disordine, nel dominio del Caos, che potrebbe nascondere altro dispotismo.

Accanto all’allegoria politica, giunge all'epilogo anche la dimensione teologica: l'ottuso rito religioso è ridotto alla sua nuda essenza. La Macchina è mezzo di espiazione della colpa e di redenzione, possibile solo attraverso la sofferenza e la morte. All’Ufficiale spetta il ruolo di officiante e garante del rito fino in fondo, fino ad auto immolarsi per esso, nell'ottusa ricerca della Verità Rivelata; mentre il Comandante – che non appare mai – rappresenta una divinità che si nega alla Rivelazione, a differenza di quanto avveniva in passato. La Fede fondata sulla colpa si avvia così verso la sua inevitabile estinzione, poiché neppure il sacrificio estremo conduce alla Risurrezione. Il vuoto che resta, l’assenza di Dio, lascia l’umanità smarrita e disorientata, forse in attesa di una nuova epifania.

sabato 17 maggio 2025

Vasilij Grossman, Dilogia di Stalingrado


Vasilij Grossman, Dilogia di Stalingrado: 

“Stalingrado” (“Per la giusta causa”) (1952)

“Vita e destino” (1960)

«La battaglia era una realtà non solo per gli esseri umani, ma anche per gli uccelli selvatici che dovevano volare nell’aria pregna di fumo, e per i pesci costretti a scendere sul fondo del Volga: straziata da bombe, granate e siluri, l’acqua tremava e assordava i pur gagliardi beluga, gli enormi pesci siluro, i lucci centenari, gli storioni giganti con le loro grosse teste.

Seppero della battaglia anche formiche, scarabei, vespe, grilli e ragni che vivevano nella steppa intorno alla città; scavata di nuove tane e gallerie, la terra tremava notte e giorno, a metri e metri di profondità. I topi selvatici, le lepri, gli scoiattoli di terra ci misero qualche giorno ad abituarsi all’odore di bruciato, al nuovo colore del cielo, al terreno che tremava e faceva piovere zolle di argilla nelle loro tane.

Nell’Oltrevolga il bestiame e gli animali domestici erano nervosi come durante gli incendi: le vacche perdevano il latte, i cammelli bramivano testardi e capricciosi, i cani latravano di notte, erano senza più appetito e vagavano a testa bassa fra le case; appena sentivano il rombo dei motori degli aerei tedeschi però, correvano guaendo a infilarsi in qualche buca. I gatti non mettevano il naso fuori di casa, sospettosi, con le orecchie dritte al continuo tintinnare dei vetri.

Molti animali e uccelli migrarono verso il lago El’ton, oppure a sud, nelle steppe calmucche e verso Astrachan’, o a nord, verso Saratov…»

«Esiste il giudizio divino ed esiste il giudizio dello Stato e della società, ma esiste anche un giudizio supremo: quello di un peccatore su un altro peccatore. Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza – sterminata – di uno Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la volontà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, il lager, la minaccia di morte, l’anonimato, l’ignominia. Ma a ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l’uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene. Per tutta la vita ogni scelta del capo del Sonderkommando – dalle campagne alle trincee, da una quotidianità lontana dalla politica alla militanza consapevole nel partito nazionalsocialista – era stata avallata consapevolmente. Il destino prende per mano l’uomo, ma l’uomo lo segue perché vuole ed è comunque libero di non farlo. Il destino prende per mano l’uomo e l’uomo diventa strumento di forze di sterminio: perché ci guadagna, non perché ci rimette. Lui lo sa bene e sceglie di guadagnarci; il destino e l’uomo avranno anche scopi diversi, ma la strada è una sola.

E a emettere il verdetto non sarà un giudice celeste misericordioso e immacolato, né l’equa corte suprema che mira al bene dello Stato e della società; non sarà un santo e nemmeno un profeta, ma un poveruomo sporco e peccatore schiacciato dal nazismo che per primo ha subìto sulla sua pelle il terribile potere di uno Stato totalitario, un uomo che è caduto, ha avuto paura e ha chinato il capo.»

C’è qualcosa di profondamente magico in questi libri, qualcosa che, anche al termine della lettura – dopo circa duemila pagine – continua a sfuggire, qualcosa di inafferrabile.

I due romanzi, monumentali, impressionanti ed epici, sono collegati non solo idealmente in una dilogia, ma anche di fatto. Solo anni dopo la loro stesura, infatti, ne fu riconosciuta l’indissolubile unità narrativa e, di conseguenza, furono identificati come un unicum nella cosiddetta “Dilogia di Stalingrado”.

Oltre alle molteplici affinità con Guerra e pace, non è affatto azzardato un collegamento con l’Iliade e l’Odissea, soprattutto per l'intensa tensione epica.

Guerra e pace fu forse il romanzo più letto in Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale: una lettura fondamentale sia per i soldati al fronte sia per la famiglia di Grossman. Lo scrittore, in quel periodo, lo lesse due volte. Fu letto anche alla radio. Costituì perfino uno strumento essenziale per sostenere il conflitto e fornire alle masse un punto di riferimento culturale di alto livello. E, ovviamente, fu usato anche dalla propaganda sovietica.

Tuttavia, la differenza sostanziale con Tolstoj non risiede solo nel contesto delle due guerre, ma anche nei problemi legati alla censura. Come scrive Robert Chandler nella postfazione a Stalingrado: «Tolstoj ebbe relativamente pochi problemi con la censura, mentre con redattori e censori lui [Grossman] lottò per l’intero corso della sua carriera.» A tal proposito, è indicativo il contrasto con Gor’kij, che invece rimase sempre fedele al regime.

Inoltre, Grossman aveva vissuto in prima persona gli avvenimenti narrati nella dilogia. Elogiarne il rigore storico è riduttivo: Grossman va ben oltre; è cronaca incarnata nella quotidianità che si fa narrativa. Anche quando introduce personaggi storici, lo fa utilizzando dialoghi, incontri occasionali, aneddoti, accorciando così le distanze tra il lettore e la cronaca. Appaiono così Hitler, Mussolini, Eichmann, Paulus, Stalin, Berija, Molotov…

Anche se i due volumi possono essere letti indipendentemente, soprattutto il secondo, sarebbe davvero un peccato non conoscerli entrambi.

Sono separati nella loro realizzazione da sette anni: il primo fu pubblicato nel 1952, mentre il secondo venne completato nel 1959. Lo scrittore sovietico, tuttavia, lavorò a entrambi tra il 1943 e il 1960. Da queste pagine emerse un talento grandissimo, a dir poco sottovalutato, a cui ancora oggi non viene resa piena giustizia.

Per questo, dopo averli letti uno dopo l’altro, ho deciso di scrivere una sola recensione.

Stalingrado fa da preludio alla seconda parte, alla trasformazione di Grossman, al suo percorso di lacerazione ideologica e morale, fino alla completa disillusione che lo porterà a rimettere in discussione le sue certezze e ad arrivare a un giudizio spietato sul regime sovietico.

L’antisemitismo postbellico pervase il potere, dando origine a una persecuzione minuziosa, con processi ed esecuzioni segrete già nel 1952. Ovviamente anche Grossman, per via delle sue origini ebraiche, fu bersaglio diretto.

Il romanzo già pubblicato fu duramente attaccato, e Grossman si salvò solo grazie alla morte di Stalin. Fu come se il sistema sovietico fosse stato contagiato dall’antisemitismo nazista, sebbene tale fenomeno fosse già ben presente nei Paesi dell’Est almeno dalla seconda metà dell’Ottocento, come testimoniato dai numerosi pogrom e dalla prima pubblicazione del famigerato falso I Protocolli dei Savi di Sion.

Vita e destino subì un trattamento analogo, se non peggiore, con l’intervento censorio di Chruščëv. Venne pubblicato in russo solo nel 1980, in una versione rimaneggiata. Ancora oggi sembra non esistere un testo definitivo del romanzo nella sua lingua originale. Anche Stalingrado, del resto, ebbe un percorso tormentato: tra pubblicazioni frammentarie, interventi censori, consigli non richiesti, trascrizioni multiple, dissidi con le redazioni – e perfino con sé stesso – nonché il cambio del titolo (Grossman preferiva di gran lunga quello con il nome della città).

Le ultime versioni italiane, come quelle riprodotte in immagine, dovrebbero essere integrali, o quantomeno le più complete disponibili.

Vita e destino rappresenta, nell’opera di Grossman, una maturazione politico-filosofica evidente rispetto a Stalingrado, che risulta più romanzato e ancorato alla registrazione dei fatti. Nel secondo romanzo si moltiplicano i punti di vista, compresi quelli dei tedeschi.

La distanza di quindici anni tra l’inizio del primo e la conclusione del secondo si avverte con forza, segnando la crescita dello scrittore, che culmina con un j’accuse implacabile contro ogni ideologia e totalitarismo.

Nel primo, infatti, pur emergendo in maniera lieve e contraddittoria una certa critica sociale al sistema burocratico e alla sua oppressività, il tono generale resta spesso retorico, legato al realismo socialista, celebrativo della rivoluzione, dello Stato e dell’eroismo del popolo sovietico. I personaggi, meno sfaccettati, sono talvolta connotati da stereotipi rivoluzionari.

La guerra, pur descritta con crudo realismo, è inserita in una narrazione volta a esaltare la gloriosa missione di distruggere il male nazista.

In Vita e destino, invece, l’evoluzione politica e personale di Grossman si riflette in una trasformazione quasi traumatica: l’epica viene brutalmente destrutturata, si tramuta in contro-epica; il realismo sostituisce l’ottimismo; il dubbio mette radici profonde in un contesto narrativo crudo e tragico, che si mostra perfino critico verso la retorica del primo volume.

I personaggi si liberano dal giogo collettivista e diventano pienamente individui, con tutte le loro contraddizioni. Si passa dall’indubitabile giustezza storica, al terrore, alla menzogna, alla delazione.

Oltre al nazismo, il bersaglio è ora chiaramente anche il sovietismo. I due regimi vengono quasi posti sullo stesso piano, e Grossman, implacabile, ne mostra le mostruose affinità, senza risparmiare nemmeno sé stesso.

È evidente che, come corrispondente di guerra, Grossman trascorse gli anni del conflitto in prima linea o comunque nelle zone calde. Ebbe modo di ascoltare testimonianze dirette e accedere a numerosi rapporti militari. Da ciò si comprende la minuziosità delle sue descrizioni, che possono talvolta apparire ripetitive, ma che costituiscono invece un elemento indissolubile di questo dittico straordinario.

Un affresco che ha il respiro di una grandiosa sinfonia.

Un messaggio di pace e resistenza: se non si resiste all’ingiustizia, non si potrà mai raggiungere una pace autentica.

I romanzi condividono quasi tutti i personaggi. Ma i veri protagonisti non sono soltanto loro: sono una moltitudine, una coralità. Alcuni assumono tratti simbolici e rappresentano le vite di molti; altri nascondono figure realmente esistite, invise al regime.

Ma i veri protagonisti sono i loro pensieri, i dialoghi, la speranza in un futuro diverso – anche se il destino sarà, per molti, inesorabile e spietato.

La forma del romanzo corale spinge Grossman a moltiplicare i punti di vista, spesso in contrasto tra loro. È questo ciò che deve fare un grande narratore: non essere il megafono della propaganda.

La tenebra nebbiosa e infernale dell’incipit – cupo, nero e disperato – di Vita e destino comunica immediatamente il cambio di atmosfera e prospettiva rispetto al romanzo precedente.

Siamo di fronte all’abisso del lager nazista e al cospetto di un capolavoro assoluto. Sono passati anni dalla travagliata stesura e pubblicazione di Stalingrado, e Grossman ha maturato disillusioni e sofferenze. Ha provato sulla propria pelle la persecuzione e la censura del regime staliniano, e ciò si avverte con forza.

L’oscurità si stende come una lebbra sull’inizio della prima parte: la vita quotidiana nel lager, ancora per poco solo un campo di prigionia; i ricordi delle persecuzioni degli ebrei, che sfoceranno nello sterminio imminente; gli orrori della collettivizzazione forzata, con le violenze e i massacri dei kulaki ad opera dei bolscevichi.

Poi lo sguardo si sposta di nuovo sul fronte del Volga, a Stalingrado, nell’occhio della battaglia, dove la narrazione riprende da dove si era interrotta nel romanzo precedente.

I momenti più alti dell’intera dilogia si trovano in Vita e destino: l’intero capitolo 50 della prima parte e il capitolo 16 della seconda (la lettera di Ikonnikov). Inni alla libertà e, al tempo stesso, invettive contro ogni totalitarismo.

Parole che accompagnano l’orrore dello sterminio degli ebrei e dei kulaki ucraini.

Parole senza tempo, applicabili a ogni contesto.

Parole contro il potere dispotico, un monito di Grossman alle generazioni future.

Una denuncia senza remore, rivolta anche ai popoli e alle masse, sempre pronte a seguire i tiranni nei loro proclami d’odio. Un avvertimento: la natura umana è suggestionabile dalla propaganda, e le maggioranze diventano carnefici, insieme ai loro dèi, sempre pronte alla delazione.

Si salvano solo esigue minoranze, disperse come granelli di sabbia, ma grande è comunque la loro testimonianza, sublimi i loro piccoli atti di bontà.

E infine, il finale poetico e struggente della dilogia: l’epilogo di Vita e destino, quasi fosse una sinfonia. Una meraviglia assoluta.

La dilogia, tuttavia, merita ulteriori approfondimenti, tanto è ricca di eventi e contenuti che non possono essere esauriti in una sola recensione. Come già fatto in passato, tornerò ancora su alcuni personaggi, episodi e temi significativi. Prossimamente mi occuperò anche della suggestiva biografia di Grossman, Le ossa di Berdicev, scritta da John e Carol Garrard.


“Rocco e i suoi fratelli” (1960) regia di Luchino Visconti


“Rocco e i suoi fratelli” (1960)

regia di Luchino Visconti

con: Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot, Claudia Cardinale, Katina Paxinou, Spiros Focas, Corrado Pani, Paolo Stoppa, Roger Hanin, Max Cartier, Alessandro Panaro

«Come potevo pensare mai che Simone ti amava tanto? Sapevo che gli era successo qualcosa che lo aveva cambiato. Lui era così buono. Ma io non potevo sapere che la causa eri proprio tu.»

«Solo un uomo vile e crudele come lui! Io ti amo, Rocco. Non mi credi? Non capisci allora che è tutto inutile? Non credo più in niente! Ti supplico. Se vai avanti così, mi butto di sotto. Mi ammazzo! Capisci?!»

«Rocco e i suoi fratelli è il canto tragico della dissoluzione della famiglia contadina meridionale nella grande città industriale.»

Giuseppe De Santis

«Rocco e i suoi fratelli è il canto tragico della dissoluzione della famiglia contadina meridionale nella grande città industriale.»

Pier Paolo Pasolini 

«Con Rocco, Visconti chiude la parabola neorealista e prepara la strada per il cinema epico e decadente del suo Gattopardo.»

Tullio Kezich

“Il ponte della Ghisolfa” di Giovanni Testori è il libro da cui Visconti ha tratto ispirazione per la realizzazione di Rocco e i suoi fratelli. Non si tratta di una trasposizione, si badi bene, anche perché il libro di Testori è una raccolta di trentatré racconti brevi, autonomi, seppur legati da un medesimo filo conduttore: il contesto popolare della periferia milanese, in particolare il quartiere della Ghisolfa, ricorrente in molti racconti. I protagonisti sono emarginati, operai, sottoproletari, prostitute, pugili falliti. Questo filo conduttore, non la trama, costituisce l’elemento in comune con il film. In alcuni racconti troviamo persino due fratelli, uno buono e l’altro violento.

Tuttavia, al di là del debito esplicito al libro di Testori, Rocco e i suoi fratelli presenta probabilmente un’affinità maggiore con I fratelli Karamazov. I richiami a Dostoevskij sono piuttosto frequenti nella produzione viscontiana: il regista amava profondamente lo scrittore russo.

In questo film si possono cogliere parallelismi ben precisi tra i fratelli delle due opere. Ma non è solo questo. Sono presenti tematiche analoghe: la colpa, la redenzione, il male, il vuoto spirituale, l’amore fraterno, il sacrificio, l’atmosfera claustrofobica e decadente, la bontà che si trasforma in complicità. Su queste tematiche si innesta la visione sociale e politica di Visconti, prossima a un radicalismo marxista.

Può sorprendere il fatto che tale capolavoro, alla sua uscita, abbia generato polemiche sulla qualità e diviso critica e pubblico. Ci fu chi ne apprezzò il coraggio nel voler coniugare una visione neorealistica con toni da epica tragedia lirica e dramma familiare, e chi invece ne criticò l’impostazione melodrammatica, moralistica e eccessivamente marxista. Il film vinse il premio speciale della giuria al Festival di Venezia, ma non il Leone d’Oro, penalizzato dalle polemiche politiche e dai problemi con la censura.

Ebbero invece grande rilievo l’accoglienza all’estero, in particolare in Francia — anche grazie alla presenza nel cast di Alain Delon — e nei Paesi dell’Est.

Il film ha poi beneficiato di una grande rivalutazione postuma, ed è oggi considerato un esempio significativo di cinema d’autore e una fonte di ispirazione per molti registi, tra cui Martin Scorsese e Francis Ford Coppola.

I problemi con la censura si concentrarono su alcuni elementi: la famosa scena dello stupro, il lessico da strada, i riferimenti espliciti alla prostituzione e la descrizione realistica della miseria e della degenerazione, che danneggiava l’immagine della città di Milano. Inizialmente il film fu bloccato dal prefetto di Milano, venne tagliato e la sua uscita fu ritardata. Non ci furono invece interventi diretti della censura sul rapporto implicitamente omosessuale tra il manager Morini e il pugile Simone, proprio perché Visconti, previdente, seppe occultarlo tra le righe.

Si verificò persino un singolare episodio giudiziario: la causa intentata dalla ditta Tecnogas — realmente esistente — per l’uso del proprio nome, lo stesso dell’azienda dove lavora Ciro nel film. Il nome, non inventato, fu ritenuto lesivo dell’immagine dell’impresa, data l’ambientazione di degrado e sfruttamento. La causa fu archiviata, ma nelle copie successive del film il nome fu eliminato.

Uno dei temi portanti di Rocco e i suoi fratelli è il conflitto tra tradizione e modernità, con le difficoltà di integrazione della famiglia meridionale in un contesto freddo e alienante, che spinge verso la marginalità. Visconti sembra sospeso tra la critica alla modernità come disumanizzazione e quella alla grettezza della tradizione.

La figura femminile è trattata in due modi opposti, ma entrambi funzionali alla medesima mentalità oppressiva: Nadia è una “non persona”, una prostituta su cui la violenza sembra lecita; l’amore dei due fratelli, seppur diverso nella forma, è figlio della stessa cultura, e la rende una vittima predestinata. Rosaria, la madre dei fratelli, legata ottusamente alla tradizione, si fa garante di arcaiche norme patriarcali, strumento consapevole e compiaciuto di un potere che riproduce la propria subalternità.


martedì 13 maggio 2025

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗲𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮: 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗶𝗻 𝗩𝗶𝗸𝘁𝗼𝗿 𝗞𝗹𝗲𝗺𝗽𝗲𝗿𝗲𝗿, 𝗚𝗲𝗼𝗿𝗴𝗲 𝗢𝗿𝘄𝗲𝗹𝗹 𝗲 𝗠𝗶𝗰𝗵𝗲𝗹 𝗙𝗼𝘂𝗰𝗮𝘂𝗹𝘁


𝗣𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝗹𝗲𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮: 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗶𝗻 𝗩𝗶𝗸𝘁𝗼𝗿 𝗞𝗹𝗲𝗺𝗽𝗲𝗿𝗲𝗿, 𝗚𝗲𝗼𝗿𝗴𝗲 𝗢𝗿𝘄𝗲𝗹𝗹 𝗲 𝗠𝗶𝗰𝗵𝗲𝗹 𝗙𝗼𝘂𝗰𝗮𝘂𝗹𝘁

È diffusa la convinzione che il linguaggio possa essere neutro, mentre in realtà non lo è mai. Per questo ho voluto mettere in relazione tre autori diversi, che se ne sono occupati diffusamente, per evidenziarne gli inganni e mostrare come possa essere funzionale alla costruzione della “macchina totalitaria”.

Incominciamo dall’autore meno noto: Viktor Klemperer, filologo ebreo tedesco, il cui saggio del 1947 “LTI. La lingua del Terzo Reich (Lingua Tertii Imperii – Taccuino di un filologo)” analizza approfonditamente l’uso e la strumentalizzazione del linguaggio da parte del potere nazista, mostrando come sia riuscito a normalizzare l’esclusione attraverso la manipolazione del discorso.

Il riferimento al taccuino non è solo simbolico: Klemperer, scampato allo sterminio, raccolse e annotò le trasformazioni della lingua tedesca operate dalla propaganda del regime, utilizzate per influenzare le coscienze, il pensiero e la percezione della realtà. Cita spesso il ministro della propaganda Goebbels come il vero architetto della “LTI”.

Il linguaggio non è solo un mero strumento di comunicazione, ma assume anche la funzione di controllo e di auto-sorveglianza. L’analisi di Klemperer è puntuale e minuziosa; la sua tesi principale è che «la lingua non solo accompagna il pensiero, ma lo forma»: da qui l’affinità con la “neolingua” di Orwell e l’analisi di Foucault.

Klemperer osserva che anche i non-nazisti, perfino i perseguitati, finiscono per parlare “nazista”, perché il linguaggio si infiltra nella soggettività: «Il linguaggio non accompagna solo il pensiero, lo modella».

Lo scrittore inglese, come Klemperer, sviluppa in “1984” l’idea del linguaggio come forma di controllo e manipolazione delle masse: «Chi controlla il linguaggio, controlla il pensiero». È tutta qui l’essenza della propaganda.

Klemperer parla di svuotamento semantico e di militarizzazione del vocabolario, strumenti per disumanizzare nemici, oppositori e devianti; Orwell introduce concetti come pensiero unico semplificato, psicoreato e bispensiero, ovvero l’eliminazione delle parole che potrebbero indurre dubbi nelle menti, sostituendo il pensiero critico con l’accettazione simultanea di idee in aperta contraddizione. Nel suo mondo è impossibile pensare concetti o discorsi non conformi. Non ci si può ribellare perché mancano le parole per farlo e il vocabolario è stato riscritto.

L’analisi del linguaggio attraversa tutta la produzione teorica di Michel Foucault. Si possono ricordare, a tal proposito, opere come “La storia della follia”, “Le parole e le cose”, “Sorvegliare e punire”, “L’ordine del discorso”.

Mentre Klemperer si avvale dell’analisi filologica e Orwell della narrativa, Foucault opera nel campo della filosofia del potere, con particolare attenzione alla “microfisica del potere". Il potere non è solo centralizzato nelle mani dello Stato, ma circola anche nei rapporti quotidiani. È produttivo e riproduttivo, non è solo repressione 

Ogni potere organizza e sorveglia il linguaggio come pratica discorsiva; e non lo fa solo dall’alto: il potere si diffonde anche orizzontalmente, in tutte le strutture sociali, nelle istituzioni, nella scienza, nella medicina.

Il disciplinamento non avviene necessariamente attraverso la violenza o la coercizione, ma si manifesta nei discorsi che definiscono cosa è normale, giusto, pericoloso o accettabile. Il soggetto stesso diventa prodotto del discorso.

Il linguaggio viene utilizzato per gestire e creare l’anomalia, per governare i corpi e le coscienze. Il sapere è storicamente determinato e vive nel e per il contesto in cui nasce e si riproduce. Le parole non descrivono oggettivamente la realtà, ma sono organizzate in funzione del potere e del sapere.

Tutti e tre gli autori mettono in guardia dal potere del linguaggio: chi definisce il linguaggio, definisce la realtà e i soggetti.

𝗟𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝗱𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗮𝗱𝗱𝗼𝗺𝗲𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼

Oggi il linguaggio è pieno di trappole. Parole scelte con cura per non disturbare, formule rassicuranti che nascondono il vero volto del potere.

Ci parlano di sicurezza, diritti, progresso — ma dietro quelle parole si muove ben altro.

Siamo circondati da frasi fatte che si sono infilate nei discorsi di tutti i giorni. Solo una minoranza le mette in discussione: sono diventate senso comune. Eppure servono a uno scopo preciso: addomesticare il pensiero, rendere la menzogna credibile, il controllo accettabile, la guerra presentabile.

Non è un caso.

Quando ci dicono che una misura serve alla libertà, spesso intendono sorveglianza.

Quando parlano di operazioni di pace, intendono interventi armati.

Quando usano parole come emergenza, crisi, terrorismo, stanno creando un clima di paura utile a giustificare scelte autoritarie.

Controllo che sembra libertà. Guerra che sembra protezione. Esclusione che si finge efficienza.

È un linguaggio tossico, costruito per renderci obbedienti senza farci sentire schiavi. Ma le parole non sono neutre: dicono sempre da che parte stanno. 

Gli esempi che seguono non hanno la pretesa di essere esaustivi. L’obiettivo è piuttosto mostrare come il linguaggio, in molte sue applicazioni, contenga elementi riconducibili a un pensiero di tipo totalitario.

1. 𝗚𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗺𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮.

Molte espressioni legate alla guerra e alle operazioni militari sono costruite per nascondere la natura violenta delle azioni che descrivono.

“La guerra è pace”, scriveva Orwell. I nazisti giustificarono il bombardamento della Polonia come una ritorsione preventiva contro presunti atti ostili verso i tedeschi etnici. La guerra diventa così pacificazione, la deportazione si trasforma in trasferimento.

Ecco alcuni esempi del lessico bellico manipolato:

“Danni collaterali” = civili uccisi.

“Operazione di polizia internazionale”, “denazificazione”, “operazione speciale” = aggressione militare travestita da intervento legittimo.

“Missione di pace” o “intervento umanitario” = operazione armata.

“Neutralizzazione di un obiettivo” = eliminazione fisica di uno o più individui.

“Esportazione della democrazia” = giustificazione per guerre, colpi di Stato o forme moderne di colonizzazione.

Anche il concetto di pace viene spesso strumentalizzato: da un lato troviamo l’ossimoro della “pace armata”, dall’altro un certo “pacifismo” orbo da un occhio che finisce per appoggiare invasori imperialisti.

I pogrom e i bombardamenti indiscriminati sulle popolazioni civili vengono raccontati come atti di liberazione.

Espressioni apparentemente innocue o poetiche, come “Dal fiume al mare”, celano in realtà propositi di cancellazione identitaria, e vengono adottate, in Medio Oriente, dalle frange estreme di entrambi gli schieramenti.

Terroristi fondamentalisti fatti passare per partigiani. Così come trovano legittimità politica e di governo inquietanti e violenti estremisti messianici.

Anche il concetto di “spazio vitale”, un tempo slogan espansionista, ricompare sotto nuove forme per legittimare guerre imperialiste e occupazioni coloniali.

In definitiva, la violenza viene resa accettabile, distante, perfino nobile e “umanitaria”, attraverso un uso strategico e ingannevole del linguaggio.

2. 𝗜𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗶 𝗮𝗱𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲

C’è un linguaggio che non urla, ma colpisce lo stesso. È il linguaggio dei comunicati stampa, delle conferenze stampa, delle aziende e dei governi.

È preciso, tecnico, in apparenza neutro. Ma dietro quella patina formale nasconde la macchina del potere, che trasforma esseri umani in numeri e licenziamenti in opportunità.

Parliamo di “invasione” quando sbarcano migranti disarmati. Li contiamo in “flussi”, “ondate”, “carichi”. Il linguaggio è impersonale, quasi idraulico. Parlano di “pull factor”, “redistribuzione”, “spostamento” — e intanto oscurano deportazioni e pulizie etniche.

Non ci sono più persone: solo problemi da gestire. Masse da contenere. Rischi da minimizzare.

3. 𝗜𝗹 𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗰𝗼 𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝗱𝗮𝗹𝗲 𝗲̀ 𝗼𝗿𝗺𝗮𝗶 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗽𝗼𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

Non va meglio nel mondo del lavoro.

“Ristrutturazione” significa licenziare.

“Ottimizzazione” è tagliare.

“Flessibilità” vuol dire precarietà.

“Resilienza” è il nuovo modo per dirti che devi subire senza lamentarti.

“Contratti di solidarietà”? Ti paghiamo meno e ringrazia pure.

Lo smart working, infine, è spesso presentato come emancipazione dalle costrizioni spazio-temporali, ma nella pratica può coincidere con assenza di orari, isolamento e precarietà.

Dietro queste parole si nasconde un sistema che trasforma la colpa in motivazione, lo sfruttamento in “opportunità”, la crisi in “sfida”. E intanto ti addestra a non protestare. A non pensare. A non chiamare le cose con il loro nome.

4. 𝗟𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮

Nel contesto della comunicazione politica contemporanea, assistiamo a una progressiva erosione del confine tra verità e menzogna, in un processo che richiama da vicino la distopia orwelliana del Ministero della Verità. Espressioni come “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” non descrivono semplicemente anomalie informative, ma rappresentano sintomi di una strategia comunicativa volta a inquinare sistematicamente le fonti del discorso pubblico, riducendo la possibilità di un confronto razionale.

Le “fake news” le diffonde solo il nemico. Le “alternative facts” sono ammesse se a pronunciarle è chi comanda. O al contrario è chi comanda a diffondere sempre le bufale. È il bispensiero orwelliano: oggi si dice il contrario di ieri, senza batter ciglio.

Intanto si censura in nome del politically correct. La chiamano “cancel culture”, ma è una nuova forma di inquisizione trasversale, che punisce il pensiero non conforme, di destra o di sinistra che sia.

Un ulteriore elemento è l’impiego sistematico di slogan politici e mediatici (“Prima gli italiani”, “Andrà tutto bene”, “La scienza non è democratica”, “io resto a casa”, “Fare sacrifici oggi per stare meglio domani”), che semplificano drasticamente la complessità delle questioni, fungendo da dispositivi retorici rassicuranti e polarizzanti. Questi slogan, reiterati nei media e nei discorsi istituzionali, contribuiscono alla modellazione percettiva delle masse, riducendo lo spazio della riflessione critica.

5. 𝗦𝗼𝗿𝘃𝗲𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝘇𝗮, 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗲 𝗯𝗶𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮: 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼

Il lessico della sorveglianza nella contemporaneità si presenta con un volto rassicurante, talvolta persino progressista. Espressioni come “transizione digitale”, “raccolta dati per migliorare l’esperienza utente”, “geolocalizzazione sanitaria” o “riconoscimento facciale” veicolano una narrazione in cui il controllo è presentato come efficienza, innovazione, benessere collettivo. In realtà, esse mascherano pratiche pervasive di monitoraggio e disciplinamento.

Il riferimento al Panopticon di Bentham e alla sua rielaborazione foucaultiana è ancora attuale: la sorveglianza non necessita più di una presenza visibile o minacciosa, ma si attua attraverso dispositivi digitali apparentemente neutri, spesso accettati in nome della sicurezza e dell’accesso ai servizi.

In questo contesto, l’abuso del concetto di “emergenza” (sanitaria, climatica, migratoria) consente l’istituzione di stati di eccezione che giustificano la sospensione o la limitazione di diritti fondamentali. Si assiste così a una ridefinizione del concetto di interesse collettivo, impiegato in modo retorico per giustificare restrizioni delle libertà individuali.

Foucault definirebbe questo insieme di pratiche come un dispositivo di biopotere: un apparato che, attraverso il linguaggio, disciplina e governa le popolazioni presentando il controllo come forma di protezione. Chi si oppone rischia di essere bollato come egoista o nemico della collettività, in un’operazione che riattualizza meccanismi di colpevolizzazione e delegittimazione del dissenso.

Lo Stato — o, più in generale, il potere — assume così il ruolo di portavoce di un “noi” collettivo astratto, attraverso il quale impone decisioni che spesso rispondono agli interessi di élite ristrette.

6. 𝗖𝗵𝗶 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗰𝗼𝘀’𝗲̀ 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮𝗹𝗲? 𝗜𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝗲 𝗲 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝗰𝗮

Chi stabilisce cosa è “normale” e cosa è “deviato”? Chi usa parole come “ideologia gender”, “devianze giovanili”, “dittatura delle minoranze”, “novax” sta costruendo etichette che servono a marginalizzare, a escludere, a delegittimare.

Non è solo propaganda: è una forma sottile di controllo. Le parole diventano armi. Ti definiscono, ti inchiodano, ti spingono ai margini. E chi le usa ha il potere di decidere chi conta e chi no.

La medicina e il diritto, con il loro linguaggio “tecnico”, dividono il mondo in categorie: sani e malati, normali e devianti, utili e pericolosi. Ma chi ci guadagna da queste definizioni?

In tale contesto, il potere si esercita anche attraverso la produzione discorsiva, che naturalizza le gerarchie sociali e maschera la propria funzione normativa sotto una pretesa oggettività tecnica o scientifica.

7. 𝗔𝗹𝗴𝗼𝗿𝗶𝘁𝗺𝗶, 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗶 𝗱𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝗶𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲.

Il discorso pubblico sull’intelligenza artificiale, i big data e gli algoritmi è spesso caratterizzato da un linguaggio tecnocratico e apparentemente neutrale. Termini come “ottimizzazione” o “neutralità dei dati” veicolano l’idea che tali strumenti siano oggettivi, efficienti e privi di implicazioni politiche o ideologiche.

Tuttavia, questa narrazione maschera l’enorme potere che questi sistemi esercitano nel modellare scelte individuali e collettive, nel filtrare l’accesso alle informazioni, nel determinare identità e comportamenti. Gli algoritmi non sono strumenti neutri: sono progettati da esseri umani, incorporano valori e logiche di mercato, e agiscono come filtri attivi della realtà.

In termini foucaultiani, l’intelligenza artificiale rappresenta una nuova forma di sapere/potere: un sapere tecnico che si presenta come oggettivo, ma che agisce disciplinando e normalizzando, spesso in modo invisibile e capillare. Questo potere si esercita non tanto imponendo, quanto predisponendo, orientando, limitando ciò che può essere detto, visto, scelto.

8. 𝗟𝗮 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮

Ci parlano di “transizione ecologica” come se fosse la salvezza. Ci promettono un mondo più verde, più pulito, più giusto. Ma dietro le belle parole si nasconde l’ennesima truffa linguistica.

Il termine greenwashing descrive con efficacia questa dissonanza: la retorica verde, lungi dal rappresentare un impegno autentico per l’ambiente, viene impiegata per legittimare strategie di mercato che riproducono logiche di sfruttamento già esistenti. La cosiddetta green economy, più che indicare un cambiamento di paradigma, si configura come una riformulazione del capitalismo estrattivo, incentrata sull’utilizzo di nuove risorse energetiche, spesso ottenute tramite lavoro minorile o privo di tutele.

In questo senso, la “transizione ecologica” diventa un’espressione di neolingua: un linguaggio tecnico e positivo che maschera interessi economici e politici, imponendo scelte esistenziali e consumistiche che possono avere impatti traumatici sulla vita degli individui.

9. 𝗖𝗼𝗻𝗳𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘁𝗿𝗮 “𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼” 𝗲 “𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀” 𝗲 𝘁𝗿𝗮 “𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼” 𝗲 “𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲”.

Si rileva una frequente sovrapposizione terminologica tra concetti distinti quali sovranismo e sovranità, globalismo e globalizzazione. Tale confusione, per lo più indotta, contribuisce a un uso impreciso e ideologicamente orientato del linguaggio.

Indipendentemente dalla prospettiva ideologica adottata, risulta dunque essenziale tenere presente l’ambiguità semantica che caratterizza questi termini.

La sovranità costituisce un concetto giuridico-politico articolato, che può assumere diverse declinazioni: nazionale, economica, popolare, comunitaria o individuale.

Il sovranismo, per contro, si configura come una costruzione ideologica identitaria di recente origine, focalizzata sull’esaltazione della sovranità nazionale, e presenta numerose affinità con il nazionalismo.

Un’analoga distinzione va operata tra globalizzazione e globalismo.

La prima denota un processo storico e sistemico di natura economica, culturale e sociale, derivante dalla crescente interconnessione a livello planetario. Questo processo può svilupparsi anche indipendentemente da dinamiche di potere strutturato.

Il globalismo, invece, al netto delle semplificazioni cospirazioniste, si presenta come un’ideologia fluida e non sempre definita, che propugna valori di presunta universalità all’interno di un sistema dominato da élite tecnocratiche e sovranazionali, da multinazionali e da soggetti orizzontalmente interconnessi, operanti in assenza di un centro decisionale univoco.

Il World Economic Forum costituisce uno dei principali laboratori teorici per tale visione.

domenica 11 maggio 2025

John Dickson Carr, “Il Diavolo vestito di velluto” (1951)


John Dickson Carr, “Il Diavolo vestito di velluto” (1951)

«Qualcosa lo destò a notte alta. Forse si era sentito soffocare dall'aria, resa pesante dalle cortine del letto ermeticamente chiuse. 

Insonnolito com'era, non riusciva a ricordare se aveva o no tirato le cortine del letto, che era vecchio di trecento anni. Pigramente, gli attraversò la mente l'idea che aveva inghiottito un'abbondante dose di idrato di cloralio, come sonnifero. Ecco, forse, perché non ricordava. 

Ma era ancora sotto l'influenza della droga, comunque. La memoria che stava tentando di stimolare nel buio, gli trasmetteva solo immagini vaghe, come viste dietro un denso velo di nebbia fluttuante. Quando cercò di rammentare parole, le percepì sulenti come sbuffi di fumo da una stretta fessura.»

Tra gli autori del giallo classico, John Dickson Carr occupa un posto di particolare rilievo. Nel corso della sua carriera si è affermato come un autore sui generis, capace di coniugare la struttura rigorosa dell’enigma con atmosfere gotiche e decadenti, fortemente influenzate dalla tradizione letteraria europea, nonostante la sua origine statunitense.

Carr si specializzò nel cosiddetto "mistero della camera chiusa", divenendo uno dei massimi esponenti di questo sottogenere. Tuttavia, sarebbe riduttivo definirlo unicamente come giallista: le sue opere rivelano una sensibilità spiccatamente gotica e una propensione alla contaminazione dei generi. In esse si intrecciano, con notevole maestria, elementi polizieschi, fantastici e storici, anticipando in qualche misura la moderna narrativa di genere. Tra le sue creazioni più celebri figurano due investigatori: il dottor Gideon Fell e Sir Henry Merrivale, detto "il Vecchio", quest’ultimo protagonista di romanzi pubblicati sotto lo pseudonimo di Carter Dickson.

Tra le opere più interessanti di Carr si distingue “Il diavolo vestito di velluto", romanzo sorprendente per originalità e struttura narrativa. Pur essendo tra i titoli meno noti dell’autore, è stato accolto favorevolmente dalla critica per la sua inventiva e complessità. Ambientato inizialmente nel 1925, il romanzo ruota attorno all’indagine condotta da Nicholas Fenton, professore di storia presso l’Università di Cambridge. La vicenda si sviluppa ben oltre i confini del giallo tradizionale, intrecciandosi con il tema del patto col diavolo, un mistero legato a una donna morta avvelenata due secoli prima e, soprattutto, un viaggio nel tempo che riporta il protagonista nella Londra del 1675, in piena epoca della Restaurazione.

L’ambientazione storica risulta particolarmente accurata. Carr ricostruisce con precisione il contesto politico e sociale della Restaurazione inglese, iniziata con l’ascesa al trono di Carlo II, successivamente alla repubblica di Oliver Cromwell. L’autore dimostra grande attenzione per i dettagli della vita quotidiana del XVII secolo, restituendo un quadro vivace e articolato: intrighi di corte, conflitti religiosi e sociali, superstizioni, rivalità di ceto e il rinnovato primato dell’aristocrazia, cui si affianca una crescente influenza del Parlamento. Il riferimento al "velluto" nel titolo richiama simbolicamente l’opulenza della nobiltà dell’epoca.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il confronto tra epoche: Carr mette in relazione i procedimenti investigativi, i pregiudizi di genere e le consuetudini del XVII secolo con quelli del Novecento, generando una riflessione implicita sulla modernità. Pur avvalendosi di alcune licenze storiche e linguistiche funzionali alla narrazione, l’autore evita gli anacronismi e riesce a mantenere un equilibrio efficace tra verosimiglianza storica e dimensione fantastica. La prosa, elegante e raffinata, contribuisce a sostenere il ritmo e a intensificare l’atmosfera di mistero e di suspense.

È incredibile la bravura di Carr nel riuscire a inserire tutti questi elementi non solo mantenendo alta la tensione narrativa, ma realizzando anche un romanzo storico ricco di dettagli e — fatto ancor più sorprendente — di dialoghi credibili. Si tratta di un’opera fondata sulla contaminazione dei generi: non solo giallo, gotico e storico, ma anche fantastico. “Il diavolo vestito di velluto” presenta affinità stilistiche e tematiche con la narrativa di Wilkie Collins (“La donna in bianco”, “La pietra di luna”) e con “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson.


Percorsi di lettura: Hans Küng e il Concilio Vaticano II


Percorsi di lettura: Hans Küng e il Concilio Vaticano II

«Le religioni abramitiche devono tornare a vedersi non come rivali, ma come fratelli divisi, figli dello stesso Dio, chiamati oggi a costruire giustizia, pace e verità nel mondo.»

«Non ci sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. E non ci sarà pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni.»

«Non esiste una religione mondiale unica, ma può esserci un’etica mondiale condivisa, basata su ciò che tutte le grandi tradizioni spirituali hanno in comune.»

«La più antica delle tre religioni monoteistiche rimane, nonostante lo scarso numero di seguaci, una potenza spirituale mondiale grazie soprattutto alla sua vitalità, al suo dinamismo e alla sua capacità di rinnovarsi nella continuità.»

Approfittando dell’elezione del nuovo Papa, e del fatto che questo è il settimo che vedo (sarebbero otto, ma ero neonato quando morì Pio XII), desidero ricordare una figura fuori dagli schemi, eterodossa e assai rilevante, che lasciò un segno profondo nel Concilio Vaticano II: Hans Küng, intellettuale e insigne teologo cattolico svizzero, fortemente impegnato nel dialogo interreligioso e nell'ecumenismo. La sua partecipazione al Concilio avvenne nelle vesti di teologo consulente (peritus), e non come membro ufficiale delle commissioni interne. Tuttavia, il suo contributo fu determinante, in particolare grazie al saggio “La Chiesa”.

Fu una delle figure più interessanti e culturalmente dotate della seconda metà del XX secolo e dell’inizio del XXI, e non solo in ambito cattolico.

Si oppose al modello tradizionale, piramidale, centralizzato e autoritario della Chiesa; promosse il recupero della dimensione comunitaria originaria e si adoperò per favorire il dialogo tra le Chiese cristiane, al fine di superare antiche divisioni. Stimolò la tendenza alla modernizzazione e al pensiero critico, divenendo celebre per la sua critica al dogma dell’infallibilità papale. Sosteneva che il soggetto centrale della Chiesa fosse il popolo di Dio, e che la gerarchia dovesse essere al suo servizio. Fu inoltre favorevole al sacerdozio femminile e a una maggiore valorizzazione del laicato.

Molto attivo anche nella lotta all’antisemitismo, fu tra i primi a riconoscere la responsabilità della Chiesa nella costruzione del paradigma antigiudaico, che denunciò apertamente attraverso la critica alla cosiddetta “teologia della sostituzione”. Si impegnò nella promozione della pace tra le religioni. In questo ambito è di particolare rilievo la sua trilogia dedicata alle religioni monoteiste, composta da tre monumentali volumi: “Ebraismo”, “Cristianesimo” e “Islam”. Era fermamente convinto che l’Islam potesse avviarsi verso la modernità, e considerava un errore fatale confonderlo con il fondamentalismo islamista. Sottolineò l’esistenza di radici comuni tra le tre religioni abramitiche e la possibilità di fondare su valori condivisi un dialogo autentico, a prescindere dalle differenze. 

La promozione dell’ecumenismo fu una delle sfide principali. Riteneva, tuttavia, che non dovesse essere egemonizzata dalla Chiesa di Roma, ma costruita attraverso un dialogo autentico e condiviso, nel rispetto delle diversità. Collaborò con teologi protestanti e ortodossi, anche al di fuori del contesto conciliare, per dare vita a un ecumenismo "dal basso", fondato su relazioni concrete tra comunità e non solo su accordi dottrinali e formali, allo scopo di superare l’esclusivismo preconciliare.

Entrò frequentemente in contrasto con le autorità ecclesiastiche. Fatta eccezione per Giovanni XXIII, il Papa del Concilio Vaticano II, Küng fu critico nei confronti degli altri Pontefici, in particolare di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Stimava Paolo VI, ma con lui si verificarono le prime tensioni: Küng lo giudicava titubante nell’attuare il cambiamento radicale auspicato dal Concilio. Nei confronti di Francesco, il giudizio di Küng fu sostanzialmente positivo, criticò però l’ambiguità e la titubanza sulle innovazioni e sui regimi autoritari.

Con Giovanni Paolo II, il conflitto fu molto intenso. Rispetto ai papati di Roncalli e Montini, percepì un’involuzione: il processo di rinnovamento venne arrestato, mentre si rafforzarono la centralizzazione del potere, il ruolo assoluto del Pontefice, una visione morale rigida e premoderna – anche in ambito sessuale e bioetico – e l’emarginazione delle voci critiche, in un clima di rinnovato dogmatismo. Lo considerava, in sostanza, un controriformista, seppur dotato di grande carisma.

Con Benedetto XVI, la critica si sviluppò su piani diversi. Entrambi avevano partecipato ai lavori conciliari e, in passato, erano stati amici. Tuttavia, Ratzinger intraprese strade differenti, se non opposte, orientandosi verso l’ala più conservatrice. In qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, agì spesso da censore, in contrasto – secondo Küng – con lo spirito conciliare. Lo svizzero fu uno dei primi teologi a subire provvedimenti: gli venne revocato l’insegnamento a causa della sua contestazione del dogma dell’infallibilità papale. Anche dopo l’elezione di Ratzinger al soglio pontificio, le critiche di Küng proseguirono e si intensificarono, ma nel 2005 Benedetto XVI lo ricevette per un cordiale colloquio.

Küng sosteneva la necessità di un dialogo anche con il mondo dell’ateismo esistenziale e non dogmatico, che riteneva più vicino alla verità di certi credenti fideisti. Sviluppò questo tema in due importanti saggi: “Essere cristiani” (1974), in cui non propone prove metafisiche dell’esistenza di Dio, ma un percorso esistenziale verso una fede razionale – e non razionalistica – ispirata all’esempio di Gesù; e “Dio esiste?”, in cui immagina un dialogo con grandi pensatori atei e agnostici del passato: Marx, Nietzsche, Freud, Sartre, Camus.

Riteneva che credenti e non credenti potessero collaborare per costruire un umanesimo globale. L’ateismo, a suo avviso, non andava demonizzato, ma compreso, in quanto pone interrogativi esistenziali fondamentali. Una fede matura, infatti, deve essere aperta al dubbio.


sabato 10 maggio 2025

Leone XIII, la Questione Operaia e la Dottrina Sociale della Chiesa

 


Leone XIII, la Questione Operaia e la Dottrina Sociale della Chiesa

C’è un riferimento preciso dietro al nome scelto dal papa neoeletto: Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Pecci, pontefice dal 1878 al 1903. Leone XIII è passato alla storia come il “papa delle encicliche”, in particolare per la “Rerum Novarum” del 1891, un testo fondamentale che si occupa della cosiddetta “Questione Operaia” e che ha dato vita alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Il suo fu uno sforzo teso ad affrontare le sfide della modernizzazione in un periodo di profonde trasformazioni storiche. Ebbe la lungimiranza di comprendere che la Chiesa non poteva restare sterilmente ancorata al passato. Provò quindi a guidarla verso il nuovo secolo, con uno spirito più aperto e più in sintonia con i cambiamenti. 

La “Rerum Novarum” trattava temi molto attuali per l’epoca: le difficili condizioni di vita degli operai, gli effetti della rivoluzione industriale, l’ascesa del capitalismo. Allo stesso tempo, tentava di rispondere alla crescente influenza dei movimenti socialisti, affrontando le stesse problematiche da una prospettiva cristiana. Diversi i punti chiave: la dignità del lavoro, da riconoscere e tutelare; i diritti dei lavoratori a una vita dignitosa, con giuste retribuzioni e un’adeguata assistenza per sé e per le proprie famiglie; il diritto alla proprietà privata, pur riconoscendone i limiti e l’uso orientato al miglioramento delle condizioni sociali. L’enciclica critica il socialismo radicale, che proponeva l’abolizione della proprietà privata, ma condanna anche l’indifferenza dei capitalisti nei confronti delle classi meno abbienti. Il ruolo dello Stato, secondo Leone XIII, deve essere quello di proteggere i più deboli. Infine, alla Chiesa spetta il compito di guida morale e spirituale, nonché di promotrice di solidarietà, carità e giustizia tra le classi sociali.

Nei decenni successivi, molti papi hanno fatto riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa — da Pio XI a Giovanni XXIII, da Paolo VI a Giovanni Paolo II fino a papa Francesco —, ciascuno con il proprio stile e le proprie priorità.

Nonostante diverse contraddizioni, questa dottrina rappresenta un tentativo importante di rinnovare il messaggio cristiano, rendendolo più attento alla società e ai suoi cambiamenti. Ha cercato di superare certe chiusure dogmatiche, parlando di giustizia sociale, diritti umani, dignità del lavoro, libertà, ecologia, dialogo tra le religioni, cercando di superare un certo arroccamento dogmatico e tradizionalista, con l’intento di costruire un ponte tra Chiesa e società. I riferimenti sono la giustizia sociale, i diritti umani, il diritto a un lavoro dignitoso, la libertà, il rispetto dell’ambiente, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) fu probabilmente il momento più alto di questo slancio riformatore. Purtroppo, però, molti dei suoi impulsi non hanno avuto un vero seguito, e nel tempo si sono riaffermate forme di centralismo e rigidità. 

Le speranze di una Chiesa più vicina ai poveri e agli oppressi sono rimaste spesso inascoltate, e non sono mancate ambiguità nei rapporti con dittature, regimi autoritari, élite economiche e grande capitale.

È questo uno dei limiti strutturali della Chiesa cattolica: fortemente gerarchica, poco incline a una condivisione dal basso, e ancora molto legata al primato dell’autorità petrina. 

Vedremo che contributo saprà dare il nuovo papato.


LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA Il 16 marzo 1988 le forze aeree irachene sganciarono agenti chimici — gas mostarda, sarin, tabun e ciclosarin...