Percorsi di lettura: Hans Küng e il Concilio Vaticano II
«Le religioni abramitiche devono tornare a vedersi non come rivali, ma come fratelli divisi, figli dello stesso Dio, chiamati oggi a costruire giustizia, pace e verità nel mondo.»
«Non ci sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. E non ci sarà pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni.»
«Non esiste una religione mondiale unica, ma può esserci un’etica mondiale condivisa, basata su ciò che tutte le grandi tradizioni spirituali hanno in comune.»
«La più antica delle tre religioni monoteistiche rimane, nonostante lo scarso numero di seguaci, una potenza spirituale mondiale grazie soprattutto alla sua vitalità, al suo dinamismo e alla sua capacità di rinnovarsi nella continuità.»
Approfittando dell’elezione del nuovo Papa, e del fatto che questo è il settimo che vedo (sarebbero otto, ma ero neonato quando morì Pio XII), desidero ricordare una figura fuori dagli schemi, eterodossa e assai rilevante, che lasciò un segno profondo nel Concilio Vaticano II: Hans Küng, intellettuale e insigne teologo cattolico svizzero, fortemente impegnato nel dialogo interreligioso e nell'ecumenismo. La sua partecipazione al Concilio avvenne nelle vesti di teologo consulente (peritus), e non come membro ufficiale delle commissioni interne. Tuttavia, il suo contributo fu determinante, in particolare grazie al saggio “La Chiesa”.
Fu una delle figure più interessanti e culturalmente dotate della seconda metà del XX secolo e dell’inizio del XXI, e non solo in ambito cattolico.
Si oppose al modello tradizionale, piramidale, centralizzato e autoritario della Chiesa; promosse il recupero della dimensione comunitaria originaria e si adoperò per favorire il dialogo tra le Chiese cristiane, al fine di superare antiche divisioni. Stimolò la tendenza alla modernizzazione e al pensiero critico, divenendo celebre per la sua critica al dogma dell’infallibilità papale. Sosteneva che il soggetto centrale della Chiesa fosse il popolo di Dio, e che la gerarchia dovesse essere al suo servizio. Fu inoltre favorevole al sacerdozio femminile e a una maggiore valorizzazione del laicato.
Molto attivo anche nella lotta all’antisemitismo, fu tra i primi a riconoscere la responsabilità della Chiesa nella costruzione del paradigma antigiudaico, che denunciò apertamente attraverso la critica alla cosiddetta “teologia della sostituzione”. Si impegnò nella promozione della pace tra le religioni. In questo ambito è di particolare rilievo la sua trilogia dedicata alle religioni monoteiste, composta da tre monumentali volumi: “Ebraismo”, “Cristianesimo” e “Islam”. Era fermamente convinto che l’Islam potesse avviarsi verso la modernità, e considerava un errore fatale confonderlo con il fondamentalismo islamista. Sottolineò l’esistenza di radici comuni tra le tre religioni abramitiche e la possibilità di fondare su valori condivisi un dialogo autentico, a prescindere dalle differenze.
La promozione dell’ecumenismo fu una delle sfide principali. Riteneva, tuttavia, che non dovesse essere egemonizzata dalla Chiesa di Roma, ma costruita attraverso un dialogo autentico e condiviso, nel rispetto delle diversità. Collaborò con teologi protestanti e ortodossi, anche al di fuori del contesto conciliare, per dare vita a un ecumenismo "dal basso", fondato su relazioni concrete tra comunità e non solo su accordi dottrinali e formali, allo scopo di superare l’esclusivismo preconciliare.
Entrò frequentemente in contrasto con le autorità ecclesiastiche. Fatta eccezione per Giovanni XXIII, il Papa del Concilio Vaticano II, Küng fu critico nei confronti degli altri Pontefici, in particolare di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Stimava Paolo VI, ma con lui si verificarono le prime tensioni: Küng lo giudicava titubante nell’attuare il cambiamento radicale auspicato dal Concilio. Nei confronti di Francesco, il giudizio di Küng fu sostanzialmente positivo, criticò però l’ambiguità e la titubanza sulle innovazioni e sui regimi autoritari.
Con Giovanni Paolo II, il conflitto fu molto intenso. Rispetto ai papati di Roncalli e Montini, percepì un’involuzione: il processo di rinnovamento venne arrestato, mentre si rafforzarono la centralizzazione del potere, il ruolo assoluto del Pontefice, una visione morale rigida e premoderna – anche in ambito sessuale e bioetico – e l’emarginazione delle voci critiche, in un clima di rinnovato dogmatismo. Lo considerava, in sostanza, un controriformista, seppur dotato di grande carisma.
Con Benedetto XVI, la critica si sviluppò su piani diversi. Entrambi avevano partecipato ai lavori conciliari e, in passato, erano stati amici. Tuttavia, Ratzinger intraprese strade differenti, se non opposte, orientandosi verso l’ala più conservatrice. In qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, agì spesso da censore, in contrasto – secondo Küng – con lo spirito conciliare. Lo svizzero fu uno dei primi teologi a subire provvedimenti: gli venne revocato l’insegnamento a causa della sua contestazione del dogma dell’infallibilità papale. Anche dopo l’elezione di Ratzinger al soglio pontificio, le critiche di Küng proseguirono e si intensificarono, ma nel 2005 Benedetto XVI lo ricevette per un cordiale colloquio.
Küng sosteneva la necessità di un dialogo anche con il mondo dell’ateismo esistenziale e non dogmatico, che riteneva più vicino alla verità di certi credenti fideisti. Sviluppò questo tema in due importanti saggi: “Essere cristiani” (1974), in cui non propone prove metafisiche dell’esistenza di Dio, ma un percorso esistenziale verso una fede razionale – e non razionalistica – ispirata all’esempio di Gesù; e “Dio esiste?”, in cui immagina un dialogo con grandi pensatori atei e agnostici del passato: Marx, Nietzsche, Freud, Sartre, Camus.
Riteneva che credenti e non credenti potessero collaborare per costruire un umanesimo globale. L’ateismo, a suo avviso, non andava demonizzato, ma compreso, in quanto pone interrogativi esistenziali fondamentali. Una fede matura, infatti, deve essere aperta al dubbio.

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