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domenica 29 giugno 2025

Lev Tolstoj, “Resurrezione” (1899)


Lev Tolstoj, “Resurrezione” (1899)

«All’inizio Nechljudov aveva lottato, ma era una lotta troppo difficile, perché tutto quel che lui, credendo in se stesso, riteneva buono, dagli altri era ritenuto cattivo e, al contrario, tutto quel che lui, credendo in se stesso, riteneva cattivo, era considerato buono da tutti quelli che lo circondavano. E finì che Nehljudov si arrese, smise di credere in se stesso e credette negli altri. E in un primo tempo rinunciare a se stesso fu spiacevole, ma quella sensazione spiacevole durò molto poco, e ben presto Nehljudov, che nel frattempo aveva cominciato a fumare e a bere, smise di provare quella sensazione spiacevole e addirittura sentì un grande sollievo.»

«Era la gravosa calura di luglio. Non rinfrescate dopo la nottata afosa, le pietre delle strade e delle case, e il metallo dei tetti riverberavano il loro calore nell’aria torrida, immobile. Vento non ce n’era, e se si levava, portava solo aria torrida impregnata di polvere e maleodorante di vernici a olio. Gente per le strade ce n’era poca, e chi c’era cercava di camminare all’ombra delle case. In mezzo alla carreggiata, accovacciati a conficcare a martellate i ciottoli nella sabbia ardente, c’erano solo gli stradini, contadini in lapti, cotti dal sole; e tetre guardie, la giubba di tela grezza e il cordoncino arancione della rivoltella, stavano in mezzo alla strada, poggiando malinconicamente ora su un piede ora sull’altro; e i tram, con le tendine abbassate sul lato dove batteva il sole, tirati da cavalli col cappuccio bianco, dal quale sbucavano le orecchie, sferragliavano su e giù per le strade scampanellando.»

L'ultimo grande romanzo di Tolstoj è l'opera della maturità, il compimento di un’intera esistenza letteraria e spirituale. "Resurrezione" è un testo profondamente autobiografico, che raccoglie e incarna l’essenza del pensiero etico, religioso e politico-sociale del grande scrittore russo. Pur essendo molto diverso, anche nella struttura e nell’estensione, rispetto ai monumentali “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”, si impone forse come il romanzo più significativo dal punto di vista umano e psicologico.

La graduale presa di coscienza di Dmitrij Ivanovič Nechljudov — alter ego dello scrittore — è l'occasione per rappresentare adeguatamente una serie di temi centrali del pensiero tolstoiano: dalla condanna della pena di morte alla critica della religione istituzionalizzata, dalle trappole della burocrazia all’ipocrisia della giustizia, dalla disapprovazione della guerra alla critica verso l’intero apparato militare. Su tutto domina un senso profondo di empatia verso l’essere umano semplice, spogliato di ogni potere, che trova in “Resurrezione” la sua espressione più toccante.

La costruzione psicologica dei personaggi è l’aspetto che più impegna Tolstoj in quest'opera, al punto da sacrificare gran parte dell’elemento romantico presente nei suoi romanzi precedenti in favore di un'intensa e partecipe compassione verso l’umanità. Questa tensione emerge con forza nella critica al formalismo religioso della Chiesa Ortodossa, che antepone la ritualità alla valorizzazione dell’individuo.

Ma Resurrezione non è solo il racconto di una trasformazione. È la messa in discussione radicale e continua di certezze, pregiudizi e convinzioni, un percorso di redenzione autentica. Anche il finale aperto risponde a questa logica: lascia al lettore la responsabilità di immaginare il futuro del protagonista, sottolineando l’incompletezza e la costante evoluzione del cammino interiore.

Nechljudov è un giovane aristocratico colto, appartenente all’élite russa. All’inizio del romanzo vive immerso nei privilegi e nei rituali dell’alta società, quasi sulla soglia del cinismo, evita di interrogarsi sul senso delle proprie azioni. Un evento del passato, tuttavia, riemerge improvvisamente e incrina le sue certezze. Da lì inizia un vero e proprio travaglio interiore, un processo profondo e tutt’altro che lineare, in cui Tolstoj utilizza magistralmente la tecnica dell’introspezione. Il protagonista vacilla, resiste, si interroga, ma la sua bontà di fondo resta sempre evidente: è un eroe positivo, impegnato in un percorso di riscatto attraverso l’azione concreta del bene.

Accanto a lui, Ekaterina Màslova — Katiuša — è l’altra figura centrale del romanzo. Giovane di umili origini, inizialmente accolta in un ambiente protetto, viene poi abbandonata a se stessa in una società spietata. Il suo destino è segnato da ingiustizie e abbandoni, ma la sua figura non si riduce mai a simbolo passivo: è una donna dal carattere complesso, con una dignità e una forza interiore che si rivelano e si rafforzano lungo tutto il racconto.

Intorno a questi due protagonisti si muove un intero universo di figure e storie, che permettono a Tolstoj di restituire la complessità della società russa dell’epoca e, al contempo, di costruire una critica sociale lucida e spietata al sistema zarista.

Il primo e più evidente bersaglio è il sistema giudiziario, che Tolstoj descrive come un meccanismo iniquo e impersonale, privo di giustizia autentica. Il tribunale diventa l’emblema del formalismo e della burocrazia, un castello di carte fondato sugli automatismi e sull’apparenza, dove l’individuo scompare dietro il rito processuale. Non si tratta solo di errori giudiziari: per Tolstoj, tutto il sistema è marcio dalle fondamenta, corrotto nel suo stesso principio morale.

A questo mondo si lega naturalmente quello della burocrazia, popolato da funzionari ottusi, mediocri, spesso corrotti. Non necessariamente malvagi, ma indifferenti, rappresentanti ciechi di un sistema sterile e disumanizzato. Sono semplici ingranaggi, vuoti, privi di coscienza, vittime essi stessi di un meccanismo che impedisce ogni empatia.

Uno dei nuclei più potenti del romanzo è la contrapposizione tra il Cristianesimo istituzionale — fatto di riti, privilegi e conformismo — e il messaggio evangelico originario, che per Tolstoj si traduce in amore, perdono e nonviolenza. La Chiesa ortodossa, vicina al potere e distante dal popolo, è oggetto di una critica serrata; in contrasto, Tolstoj valorizza figure semplici, umili, portatrici di una fede autentica, silenziosa e profonda.

“Resurrezione” ci conduce poi negli abissi dell’universo carcerario: celle sovraffollate, convogli di deportazione, marce nella Taiga siberiana, umanità offesa e dimenticata. Prostitute, ladri, contadini analfabeti, prigionieri politici, innocenti condannati: Tolstoj li osserva senza filtri, con pietas e attenzione al dettaglio. Non li astrae in categorie, ma li individualizza, cogliendone contraddizioni, dignità, coscienze, dolori.

Il viaggio di Nechljudov attraverso questi luoghi è fisico, ma anche psicologico, simbolico, spirituale: è un cammino nel dolore degli altri per accedere alla propria coscienza. I personaggi secondari non sono semplici comparse: sono specchi morali, occasioni di scelta, momenti di svolta per il protagonista e per il lettore. Ogni incontro ha un senso, ogni figura contribuisce alla sua "resurrezione".

In "Resurrezione", Tolstoj fa della narrativa un veicolo etico. Ogni ambiente, ogni volto, ogni parola denuncia un mondo che ha smarrito il senso della compassione. Ma c’è sempre, anche nelle pagine più dure, una possibilità di riscatto: non nella legge, né nella religione ufficiale, ma nella coscienza, nella pietà, nell'empatia. Per Tolstoj l’esistenza acquista valore solo se vissuta intensamente in questo modo: come dono gioioso da offrire all’altro da sé.

mercoledì 25 giugno 2025

Oscar Wilde, “Il fantasma di Canterville” (1887)


Oscar Wilde, “Il fantasma di Canterville” (1887)

«Che assurdità», esclamò Washington Otis, «lo Smacchiatore Eccellente e Detergente Perfetto Pinkerton la eliminerà in un attimo», e prima che la terrorizzata governante potesse intromettersi egli era già in ginocchio e stava celermente strofinando il pavimento con una piccola stecca di quello che pareva un cosmetico nero. In un batter d’occhio non c’era più traccia della macchia di sangue.

«Egregio signore», disse il signor Otis, «devo proprio pregarla di oliare quelle catene, e a tal fine le ho portato una boccetta di Lubrificante Sole Nascente Tammany. Dicono che sia già efficacissimo dopo una sola applicazione, e sulla confezione ci sono diverse testimonianze in proposito, da parte di alcuni dei nostri più eminenti teologi autoctoni. Gliela lascio qui vicino alle candele della camera da letto e sarò lieto di fornirgliene ancora, se ne avesse bisogno.»

«Virginia si inginocchiò vicino allo scheletro e, giungendo le sue manine, iniziò a pregare in silenzio, mentre il resto della famiglia osservava con stupore la terribile tragedia il cui segreto era stato ora svelato loro.»

Uno dei gioielli usciti dalla penna di Oscar Wilde è questo romanzo breve, spesso catalogato come narrativa per ragazzi. Sebbene tale definizione non tolga nulla al suo valore, risulta senz’altro limitante. La storia è ben più che divertente e riflette perfettamente lo spirito di Wilde: elegante, arguto, ricco di paradossi e attraversato da un’ironia che non scade mai nella crudeltà gratuita. La lettura è piacevolissima, dal ritmo vivace, ma, come spesso accade con Wilde, dietro la leggerezza si cela uno sguardo profondo sull’animo umano, sulla colpa e sulla possibilità di redenzione.

Wilde gioca sapientemente con i cliché del genere gotico, ribaltandoli con ironia e umorismo. Con pungente sarcasmo evidenzia i contrasti tra Vecchio e Nuovo Mondo, così come erano rappresentati nella cultura del tempo—tema caro anche a Henry James: gli americani appaiono pragmatici e razionali, mentre l’aristocrazia inglese è ritratta come tradizionalista, ottusa e decadente. Tuttavia, Wilde non risparmia nessuno, facendosi beffe tanto delle superstizioni aristocratiche quanto dell’arroganza materialista americana. Sotto questa comicità si cela però un messaggio tutt’altro che superficiale, intriso di tenerezza, compassione e possibilità di riscatto. Il personaggio di Virginia, in questo senso, è straordinario.

Il racconto si apre con una classica atmosfera gotica: Canterville Chase è un antico maniero inglese, ricco di passaggi segreti, quadri inquietanti e un fantasma celebre, Sir Simon di Canterville, che nel 1575 uccise la moglie e da allora infesta la dimora. Lord Canterville, l’ultimo proprietario, avverte onestamente l’acquirente, l’americano Mr. Otis, della presenza del fantasma, ma questi, pragmatico e razionale, non dà alcun peso alla notizia. Wilde recupera così i motivi ricorrenti nella letteratura gotica del XVIII e XIX secolo (da Horace Walpole ad Ann Radcliffe, da M. G. Lewis fino a Edgar Allan Poe), trasformandoli in una farsa sorretta dal suo inconfondibile stile.

Proprio qui Wilde realizza un brillante colpo di genio: trasforma il racconto gotico da storia del terrore in una irresistibile commedia. Il testo è un capolavoro di raffinata ironia, caratterizzato da battute argute, situazioni paradossali e personaggi caricaturali—i gemelli vivacissimi, in particolare, formano una coppia comica memorabile. Lo stile narrativo è semplice, brillante e fluido. Tuttavia Wilde, con elegante discrezione, introduce gradualmente un secondo livello più malinconico, che emerge soprattutto attraverso le figure di Virginia e del povero fantasma, destinato a suscitare empatia.

Nel gotico tradizionale il fantasma rappresenta una minaccia soprannaturale; qui, invece, diventa un povero attore tragico intrappolato in una routine, condannato alla frustrazione di non riuscire più a spaventare nessuno. La vera tragedia di Sir Simon non è più l’omicidio commesso, ma l’incapacità di suscitare paura: è diventato ridicolo, patetico, umano, vittima delle crudeli burle dei gemelli.

Wilde compie così due fondamentali smascheramenti: da un lato, mette a nudo la superficialità di un genere ormai ripetitivo e stereotipato; dall’altro, mostra come il vero coinvolgimento emotivo non nasca dalla paura o dal mistero, ma dalla compassione di una giovane ragazza dotata di grande sensibilità e carattere. La satira del gotico ne Il Fantasma di Canterville è un elegante gioco letterario, ma anche un invito a guardare oltre le paure create dall’immaginario narrativo, per scoprire ciò che resta autentico: l’anima umana dietro la maschera del mostro, superando timori e discriminazioni verso il diverso.


martedì 24 giugno 2025

Condizione della donna in Iran. Tra sapere, lavoro e oppressione


Condizione della donna in Iran. Tra sapere, lavoro e oppressione

Premessa: questa mia riflessione esula di proposito da considerazioni politiche e morali circa il conflitto tra Israele e Iran, col pesante intervento militare USA. È mia intenzione circoscrivere un fenomeno per poterlo analizzare meglio nelle sue caratteristiche, evitando così elementi del tutto estranei, che nulla andrebbero ad aggiungere alla questione, dato che il suo aspetto sociale non ha a che fare con il recente svolgersi della guerra, anche se probabilmente, col prolungamento delle azioni belliche potrebbero arrivare altre coercizioni pure in questo settore. Vedremo se è veramente finita, come il POTUS ci tiene a far sapere stamattina. Se lo sarà guadagnato sto benedetto Nobel? La risposta nelle prossime puntate.

Ma veniamo al tema del post. Negli ultimi giorni sui social si è speculato molto — secondo la logica tipica della disinformazione e dell’inversione della narrazione — sull’alto numero di donne laureate in Iran. È comprensibile, vista l’incapacità di molti di analizzare la complessità e di andare oltre il pensiero binario. Secondo stime consolidate, oltre il 60 % dei laureati iraniani è donna: un dato che, a uno sguardo superficiale, potrebbe apparire contraddittorio rispetto all’immagine di un Paese patriarcale, governato da rigide norme di controllo sulla vita sociale e sul corpo delle donne.

In realtà si tratta di una mezza verità, usata per capovolgere la realtà e sostenere che il regime non sarebbe poi così dispotico e misogino. Tralascio — per pietà — l’argomentazione ridicola che riduce tutto a una questione di minigonne, ignorando la pesante discriminazione economico-sociale e la limitazione della libera scelta individuale. Una contraddizione che certi novelli assolutori del regime islamista dovrebbero avere a cuore, se non fosse che sembrano aver abdicato a favore di posture autoritarie su molte altre questioni. Questo, invece, vuole essere un contributo serio, un tentativo di comprendere le dinamiche conflittuali dell’istruzione iraniana, con l’aiuto di fonti che elenco in coda al post.

È vero che da decenni le aule universitarie iraniane si popolano di studentesse in numero superiore agli studenti maschi, non solo nelle facoltà umanistiche — dove la percentuale femminile arriva al 70-75% — ma anche in ambiti STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), con oltre il 60%, pur restando minoranza in corsi come ingegneria e fisica. Discipline che, altrove nel mondo, faticano ancora a colmare il divario di genere. Tuttavia, questo dato di per sé non dimostra nulla di eclatante.

Indagando più a fondo, si scopre che questo “predominio” femminile è frutto di un insieme di fattori legati alla discriminazione stessa. In alcuni periodi (notoriamente durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad) il sistema ha imposto quote e restrizioni alle donne in facoltà considerate “maschili” — ingegneria mineraria, meccanica, aerospaziale, navale, scienze forestali e petrolifere — per “riequilibrare” la situazione. Le limitazioni sono più marcate nelle aree urbane più conservatrici.

Interessante notare che la sproporzione non si spiega con un forte squilibrio demografico: la popolazione iraniana è distribuita quasi equamente (50,5% donne, 49,5% uomini), con un leggero vantaggio femminile dovuto all’aspettativa di vita (circa 78 anni contro 75–76). Nella fascia 18–25 anni, i maschi restano leggermente più numerosi (circa 105 maschi ogni 100 femmine). Quindi non è la demografia a spiegare l’affollamento femminile nelle università.

Il "segreto" sta altrove. Dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica Islamica, mediante soprattutto l’“islamizzazione” delle università, l'espulsione dei docenti dissidenti, e il duro contrasto all'opposizione laica e Marxista, ha inizialmente operato non poche restrizioni nel campo dell’istruzione, che riguardavano in particolare le donne, ma che, per diversi aspetti, coinvolgevano anche gli uomini. L'università da luogo della rivolta, si trasformò così in luogo custode dell'ortodossia del sistema. 

Solo a partire dalla fine degli anni ottanta, soprattutto con le innovazioni in senso “democratico”, operate da Mohammad Khatami, il regime ha cominciato a investire massicciamente nell’istruzione come strumento di sviluppo nazionale e, paradossalmente, ha creato, un canale relativamente aperto, ma non privilegiato, per le donne. Se da un lato la sfera pubblica e la legislazione, sin dall’inizio, hanno imposto nuovi codici di comportamento — come l’obbligo del velo, estrema rigidità ideologica e restrizioni sui ruoli professionali — dall’altro la scuola e l’università sono diventate uno spazio di legittima emancipazione: studiare è considerato virtuoso, rispettabile, compatibile con i valori morali, per cui le famiglie sono incentivate a favorire tali percorsi.

In un contesto dove molte strade restano sbarrate, l’istruzione è la via maestra per ottenere prestigio sociale e, potenzialmente, anche una certa autonomia, ma anche una via di fuga dalla segregazione. Dopo la politica di un’ulteriore pesante “de-femminilizzazione” dell'istruzione da parte di Ahmadinejad, volta all’eliminazione di 77 corsi di studio dal curriculum femminile, rendendoli riservati esclusivamente agli uomini, il tutto accompagnato anche dalla censura sulle materie umanistiche, alcune restrizioni sono state mitigate a seguito di diverse pressioni interne. 

Dal 2013 in poi, con l’amministrazione Rouhani, molte università hanno formalmente riaperto corsi alle donne, ma nella pratica restano ostacoli pregiudiziali. Ovviamente, tutto ciò al netto della feroce repressione, anche preventiva, con il consueto “delicato” intervento dei Guardiani della Rivoluzione, operata nei confronti delle studentesse universitarie sospettate di fare parte del dissenso, arrivando persino all’avvelenamento. «Il 3 aprile 2023, il Ministero dell'Istruzione e il Ministero della Scienza e della Tecnologia hanno rilasciato due dichiarazioni distinte annunciando che le scuole e le università non forniranno istruzione e altri servizi come l'alloggio, alle ragazze e alle donne che rifiutano di accettare e rispettare l'obbligo del velo.» (Dal rapporto 2023 sulla situazione delle donne in Iran, a cura dell’Organizzazione Svizzera d'Aiuto ai Rifugiati - OSAR. Raccomando caldamente la lettura di questo documento, e di quello altrettanto interessante della Fondazione Oasis, che potete trovare tra i link in coda al post).

Ad oggi, la maggior parte dei corsi è teoricamente accessibile a tutti, ma le ragazze vengono scoraggiate in fase di orientamento nei confronti di settori pesanti o che vengono considerati specificatamente maschili. In alcuni bandi di ammissione compaiono ancora indicazioni preferenziali di genere. La segregazione, quindi, si ripresenta al momento dell’assunzione: aziende del settore minerario o petrolifero, ad esempio, continuano a privilegiare gli uomini. 

Quindi, il vero paradosso è proprio questo, ed emerge subito dopo la laurea. Mentre il titolo di studio è ormai la norma per molte giovani donne, la partecipazione femminile alla forza lavoro resta tra le più basse al mondo: solo circa il 14 –15 % delle donne iraniane in età da lavoro è effettivamente occupata o cerca un lavoro. La media mondiale è intorno al 50 %, e anche in Medio Oriente, l’Iran è uno degli ultimi paesi, superato solo da Iraq e Afghanistan. In confronto, la partecipazione maschile al lavoro regolare si attesta intorno al 66–67 %, in linea con quella mondiale, con un tasso di disoccupazione quasi tre volte più basso rispetto a quello femminile. 

I ragazzi hanno più alternative lavorative immediate (piccoli lavori, commercio familiare, esercito) e quindi meno incentivi a completare percorsi lunghi, costretti a trovare un impiego per far fronte a condizioni economiche non proprio favorevoli, per sostenere se stessi e le loro famiglie. Questo squilibrio non è solo statistico ma si traduce in una realtà quotidiana fatta di ruoli tradizionali, limitazioni culturali, vincoli legali e discriminazione: per esempio in ambito matrimoniale, divorzio e questioni relative ai figli.

Vi sono poi vere e proprie barriere normative: per legge o regolamenti ministeriali, le donne iraniane non possono svolgere certi lavori considerati “inappropriati” per la loro “natura fisica e morale”, non solo tutte le mansioni considerate insalubri, pericolose o incompatibili con la protezione della maternità, persino in settori meno fisicamente impegnativi, permangono ostacoli indiretti: molte aziende preferiscono non assumere donne per timori legati a maternità e congedi, o perché in alcuni casi la legge prevede che una donna debba avere il consenso del marito per determinati impieghi e per la mobilità lavorativa.

Accanto a tutto ciò, l’università resta, tuttavia, uno spazio di socialità e di respiro: frequentare corsi, laboratori e biblioteche significa sfuggire per qualche anno alla pressione di un matrimonio precoce o di una vita circoscritta e chiusa entro le mura domestiche. Non sorprende, quindi, che molte giovani scelgano di continuare a studiare, accumulando lauree e master, pur sapendo che la probabilità di trovare un impiego adeguato resta assai bassa, restando di fatto legata economicamente alla famiglia.

Dobbiamo anche tener presente che la società iraniana ha una storia e una ricchezza culturale che attraversa i millenni. Non può esserci paragone proponibile con gli altri paesi islamici. Il fermento culturale non si è mai arrestato. Ciò non solo fa sì che ne giovi la qualità del dissenso, ma anche il regime stesso, che allentando e stringendo alternativamente le maglie della coercizione con strumenti ufficiali e non (si veda la tolleranza nei confronti della corruzione), ha la possibilità di disattivarlo e di tenerlo sotto controllo, con conseguenti vantaggi socio-economici, culturali e politici che consentono la riproduzione del sistema.

Il settore dell’istruzione è di gran lunga il principale datore di lavoro per le donne iraniane. Stime recenti mostrano che circa un terzo fino a quasi la metà delle donne occupate lavora come insegnante, come direttrice scolastica, nel settore amministrativo di scuole pubbliche o private, o come docente universitaria.

Questo riflette una tradizione culturale (insegnare è visto come un mestiere “rispettabile” e compatibile con i ruoli all’interno della famiglia).

Un’altra fetta importante si concentra nella sanità. Anche questo ambito è culturalmente “accettabile” per la donna, perché legato alla cura. Le donne sono presenti anche come impiegate in enti governativi, ministeri e uffici locali, ma qui la percentuale è più bassa rispetto a scuola e sanità.

Sono relativamente poche le donne che lavorano in settori industriali, edilizia, logistica o commercio, in conseguenza delle summenzionate restrizioni.

L’insegnamento e la sanità sono visti come “estensioni” del ruolo materno e familiare: educare e curare non contrastano con l’immagine tradizionale di donna-madre. E per quanto riguarda il settore educativo, gli orari sono relativamente compatibili con la vita domestica.

Così, nel paradosso iraniano, si intrecciano più fattori. Tuttavia, generazioni di donne, nonostante tutto, continuano a considerare la conoscenza come un passaporto verso una forma di libertà. Ma la conoscenza, da sola, non può modificare i rapporti di forza se non è accompagnata da un reale accesso al lavoro, alla dimensione pubblica, alla piena cittadinanza, se, in sintesi, non è tangibile un percorso verso la piena emancipazione. In un regime a dominio partiarcale, oppressivo con le donne, e dispotico con tutti, come quello della Repubblica Islamica, ciò difficilmente potrà mai avvenire.


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Fonti. (Attenzione. A parte i due link iniziali di wikipedia, il resto dovrebbe essere in ordine cronologico. Quindi, è bene fare attenzione alla data per capire il contesto e i graduali mutamenti.)

https://en.wikipedia.org/wiki/Women%27s_education_in_Iran

https://it.wikipedia.org/wiki/Diritti_umani_in_Iran

https://www.universita.it/iran-corsi-laurea-vietati-alle-donne/

https://www.eastjournal.net/archives/20803

https://www.hrw.org/news/2012/09/22/iran-ensure-equal-access-higher-education

https://iranhumanrights.org/2015/02/womenreport-womens-education/

https://www.oasiscenter.eu/it/iran-attivismo-studenti-donne-diritti?utm_source.com

https://terredeshommes.it/indifesa/la-condizione-della-donna-in-iran-quello-che-devi-sapere/

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/5-grafici-capire-le-proteste-iran-36790

https://www.fluechtlingshilfe.ch/fileadmin/user_upload/Publikationen/Herkunftslaenderberichte/Mittlerer_Osten_-_Zentralasien/Iran/231118_IRN_Frauen_IT.pdf?utm_source.com

https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5100202



sabato 21 giugno 2025

Kundera e il totalitarismo del Kitsch


Kundera e il totalitarismo del Kitsch

Queste due citazioni di Kundera, tratte da L’insostenibile leggerezza dell’essere, esprimono in modo chiaro e accessibile a chiunque la dinamica generata dal Kitsch quando viene applicato alle categorie del politico.

Il Kitsch è, prima di tutto, un meccanismo di rassicurazione collettiva: un «sentire insieme», un’emozione condivisa di cui andare fieri, che esclude tutto ciò che è ambiguo, scomodo, contraddittorio, antagonista. È l’estrema semplificazione delle motivazioni dell’agire sociale: uno stereotipo zuccheroso, totalizzante e totalitario, che trasforma la commozione collettiva in devozione per un’idea astratta, spogliata della complessità e ridotta a slogan.

In Kundera, il Kitsch non è soltanto cattivo gusto artistico o estetico: è una forma di menzogna ontologica, una negazione del reale, una sua distorsione armoniosa e seducente. È un rito collettivo che nasconde un’illusione: l’abolizione dell’ambiguità, della complessità, del dubbio e della perplessità in nome di una presunta “fratellanza”. È, al tempo stesso, cattivo gusto estetico ed etico, perché celebra l’avvento di una Verità Assoluta protetta dal Dio dell’Automatismo Ideologico.

Questa abolizione è, insieme, illusione e finzione: rappresenta l’ipocrisia, l’ingenuità e l’opportunismo, alimentati da un riflesso condizionato, da una coazione a ripetere, dalla banalità del cliché, dalla normalizzazione dell’anticonformismo.

In altre parole: il Kitsch è l’estetica dell’amnesia e dell’obbedienza, mentre l’arte autentica è memoria, lacerazione interiore, ambiguità, ironia — insomma, una sfida costante a ciò che vorrebbe pacificare e addomesticare la coscienza e la conoscenza.

Kundera non limitava questa critica ai regimi totalitari: la logica del Kitsch è trasversale a ogni forma di propaganda ed è assolutamente ubiqua.

A differenza dei totalitarismi del Novecento, oggi non esiste un solo «regno del Kitsch», ma una costellazione di bolle ideologiche, ognuna col proprio Kitsch. Il problema non è soltanto chi lo produce, ma anche chi lo consuma, lo riproduce, lo condivide viralmente.

Il Kitsch resta, in ogni sua forma, irrimediabilmente totalitario.

«Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare. Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore.

I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.

Il Kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!

La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!

È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch.

La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla base del Kitsch.»

«Nessuno lo sa meglio degli uomini politici. Quando c’è in giro una macchina fotografica, si precipitano subito verso il bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia. Il Kitsch è l’ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici.

In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente, possiamo ancora in qualche modo sfuggire all’inquisizione del Kitsch; l’individuo può conservare la sua individualità e l’artista può creare opere inattese. Ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del Kitsch totalitario.Quando dico totalitario, voglio dire che tutto ciò che turba il Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individualismo (perché ogni discordanza è uno sputo in faccia alla fratellanza sorridente), ogni dubbio (perché chi comincia a dubitare di una piccolezza finirà per dubitare della vita in quanto tale), ogni ironia (perché nel regno del Kitsch ogni cosa deve essere presa con assoluta serietà), e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo che preferisce gli uomini alle donne, minacciando in tal modo il precetto divino: «crescete e moltiplicatevi».

Da questo punto di vista, possiamo considerare il cosiddetto gulag come una fossa settica dove il Kitsch totalitario getta i suoi rifiuti.»


martedì 17 giugno 2025

Dematerializzazione dei corpi, realtà fantasma e coscienza specchio: la nuova frontiera del disumano e dell’auto sorveglianza.


Dematerializzazione dei corpi, realtà fantasma e coscienza specchio: la nuova frontiera del disumano e dell’auto sorveglianza.

«Il "Panopticon" è un luogo privilegiato, per rendere possibile la sperimentazione sugli uomini e per analizzare con tutta certezza le trasformazioni che si possono operare su di loro. Il "Panopticon" può anche costituire un apparecchio di controllo sui propri meccanismi. Nella torre centrale, il direttore può spiare tutti gli impiegati che sono ai suoi ordini: infermieri, medici, sorveglianti, istitutori, guardiani; potrà giudicarli continuamente, modificare la loro condotta, imporre loro i metodi che giudica migliori; e lui stesso a sua volta, potrà essere osservato facilmente.»

Michel Foucault, “Sorvegliare e punire” (1976)

Siamo letteralmente immersi nell’iperconnessione, un sistema che ha già dato vita ad una radicale trasformazione antropologica. Le relazioni sociali hanno completato più di un ciclo di profondi mutamenti. Solo per fare un esempio, forse il più eclatante, la guerra non è più soltanto un evento localizzato nei teatri bellici: è un fenomeno diffuso, letteralmente incorporato nella nostra vita quotidiana mediato da immagini, parole e dati che attraversano gli schermi dei nostri dispositivi in tempo reale. La chiamiamo realtà virtuale, ma sarebbe forse più esatto definirla realtà fantasma: una dimensione spettrale in cui il confine tra vero e falso, concreto e simulato, vita e morte, sfuma fino a dissolversi.

Chi ha sviluppato maggiori capacità tecnologiche e strategie comunicative più avanzate, ha più probabilità di vincere la guerra virtuale, a prescindere da quella reale. In questo regno di simulacri, la violenza reale convive con la sua riproduzione spettacolarizzata. Le guerre si combattono e si vincono anche fabbricando narrazioni forti, immagini commoventi o spaventose, prove di crimini e controprove di innocenza, tutte veicolate da una rete che amplifica senza limiti, anestetizzando la coscienza individuale. La propaganda ha assunto un nuovo aspetto, e per far presa deve adattarsi alla “creatività” dei singoli, e contemporaneamente, presdisporli ad essere manipolati. 

Il primo effetto di questa realtà fantasma è la dematerializzazione dei corpi: la gioia e la sofferenza diventano rappresentazione, consumo visivo, flusso di contenuti da condividere o ignorare a piacimento. Non importa se una notizia si autentica, se una scena sia davvero quella mostrata nella foto o un’immagine generata da un algoritmo, oppure possa essere il prodotto di una manipolazione che si riferisce a tutt'altro contesto: ciò che conta è l’impatto emotivo, la capacità di orientare uno sguardo, di catturare qualche secondo di attenzione in un mare di distrazioni.

In questo processo, i corpi umani perdono individualità e sostanza: si trasformano in icone anonime, replicabili all’infinito. La morte reale resta spaventosamente concreta per chi la subisce, ma per chi guarda a distanza diventa un frammento indistinguibile di uno spettacolo incessante: enfatizzato o sottorappresentato.

Quando i corpi si dissolvono in fantasmi visivi, anche la coscienza si disumanizza. 

In un primo caso, l'impulso all'indignazione può essere permanente, rischia però di diventare un'ossessione piena di frustrazione e di rabbia, come può accadere al soggetto che ha preventivamente deciso nemici e amici, cercando solo conferme alle proprie convinzioni. Nell'altro caso, si manifesta come un impulso breve, subito sostituito da un’altra emozione pilotata dall’algoritmo. Ci si abitua a "scrollare" tra immagini di massacri e ricette di cucina per vegani, senza soluzione di continuità. 

Così si produce una nuova forma di paranoia o, al contrario, di indifferenza: non fredda e cinica, ma che emerge per saturazione e assuefazione. Ci si sente impotenti di fronte a un flusso di tragedie e, paradossalmente, più vulnerabili alle manipolazioni di chi sa orientare questa empatia intermittente per giustificare rappresaglie, odi tribali, guerre di annientamento. Si produce in ogni caso sempre alienazione.

Possiamo, però, trovarci anche di fronte a simboliche esaltazioni, stracolme di dosi di kitsch, meme a dir poco improbabili, bandiere che sventolano affratellate non si sa bene perché e da che cosa, immagini in cui quelli che fanno parte della propria fazione sono sempre sorridenti, avvolti nelle stesse bandiere e con un notevole sex appeal e immersi in un alone di mitico ero(t)ismo. Si passa dalla spettacolarizzazione della morte a quella della vita. La mercificazione dei corpi è servita.

In questo scenario si inserisce un attore decisivo: l’intelligenza artificiale generativa. Non solo come tecnologia, ma come specchio interattivo di ciascun individuo. L'IA non è neutrale e neanche sotto il costante controllo ideologico di un'entità terza. È alimentata soprattutto dall'ininterrotto flusso di coscienza, dalle emozioni, dalle conoscenze e dalle convinzioni dell'utente. È il prodotto ultimo più completo dell’auto sorveglianza digitale orizzontale, al cui servizio ci sono squadre invisibili di algoritmi. 

Ogni IA addestrata sui nostri dati ci conosce meglio di quanto noi stessi sappiamo di conoscerci: sa quali parole ci confortano, quali immagini ci turbano, quali narrazioni ci attraggono. E ce le restituisce in forma di testi, foto, video, simulazioni, rinforzando pregiudizi, confermando convinzioni, adattandosi ai nostri desideri, eliminando ogni dubbio.

Se non ne siamo consapevoli, rischiamo di perderci all'interno di una mistificazione, di un terrore panico del tutto irrazionale o di un'ossessione compulsiva: l’IA diventa un riflesso narcisistico che ci tiene incollati, rendendoci docili consumatori di un mondo che ci somiglia ma non ci sfida mai a cambiare. L’individuo che non esercita vigilanza critica smette di interrogarsi sulla realtà: smette di cercare prove, di distinguere il vero dal verosimile e dal falso. Accetta come reale ciò che appare più familiare o rassicurante, ciò che viene elaborato da noi stessi e ci viene confezionato pronto per essere consumato. Un disastro cognitivo di portata immane.

La conseguenza di questa combinazione — realtà fantasma e coscienza specchio — è che la guerra, filtrata dai social e potenziata dall’IA, diventa sempre più virtuale per chi la osserva e sempre più spietatamente reale per chi la subisce.

Più le immagini sono realistiche, più diventano sospette; più sono manipolabili, più il pubblico si abitua a considerare la verità come una questione di punti di vista. In questa nebbia, chi ha il potere di generare e diffondere contenuti controlla non solo l’opinione pubblica, ma la stessa nozione di realtà, modellandola sui nostri desiderata. Il controllo non è solo quello che impone, ma anche quello che confeziona narrazioni gradite all'utente. 

Dietro la messa in scena digitale, continuano intanto a bruciare le città, a morire i corpi, a sradicarsi intere comunità. E la distanza percettiva continua a perdere di sostanza. Di fronte a questa deriva, la consapevolezza può essere un atto di resistenza. Essere consapevoli significa non demonizzare l’IA, ma comprenderne la natura: uno specchio che non riflette il vero, bensì ciò che siamo disposti a vedere di noi stessi. Diventarne consapevoli ci può indurre a uno sforzo di rielaborazione della coscienza stessa, ponendoci in dialettica, anche dura, con noi stessi, cercando così di opporci alle semplificazioni del mero risultato digitale, pure se è un nostro prodotto. 

Significa rallentare, verificare, discutere, confrontare fonti, ricostruire reti di fiducia umana laddove l’automazione tende a sostituirle con risposte immediate.

Significa, soprattutto, recuperare la memoria che dietro ogni simulacro, dietro ogni contenuto fabbricato o remixato, ci sono corpi veri, coscienze vere, vite che non possono essere archiviate come fantasmi.


lunedì 16 giugno 2025

Fenomenologia del tifo bellico da tastiera: la propaganda e la voce ignorata della convivenza. Come evitare l’abisso.


Fenomenologia del tifo bellico da tastiera: la propaganda e la voce ignorata della convivenza. Come evitare l’abisso.

Nell’epoca delle guerre “trasmesse in diretta”, dell’empatia a senso unico e delle continue escalation, mentre vediamo vite irripetibili spezzate per sempre, infanzia negata e annichilita, intere città distrutte, ruderi che qualche minuto prima erano case, assistiamo anche al paradosso inquietante del tifo bellico a distanza travestito da “pacifismo”. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma oggi trova nella comunicazione istantanea e nella spettacolarizzazione dei conflitti un terreno di coltura ideale. 

Chi partecipa a questo tifo non si percepisce come sostenitore della violenza, bensì un difensore dei deboli, dei diritti umani, della giustizia, della liberazione dei popoli. Eppure, la retorica e la prassi rivelano un meccanismo ben diverso: una forma di adesione emotiva alla parte giusta di una guerra, presentata come l’unica via per la pace.

Alla base di questa dinamica c’è un lessico, che plasma la percezione collettiva: bombardare per fermare massacri, inviare armi per difendere civili, invasioni e aggressioni che si trasformano in “difese”, guerre “preventive”, “denazificazioni” immaginarie, pulizia etnica che si trasforma in “trasferimento”, la fame come “strumento” strategico. Il bellicismo ha inquinato una parte sostanziosa della comunicazione umana. Non vale neanche più la pena di tirare in ballo Orwell e la sua neolingua, tanto la realtà è andata oltre. Porta come effetto non secondario all'aumento di razzismo, xenofobia, antisemitismo, islamofobia, disumanizzazione del nemico.

La pace, secondo questa logica, non è mai dialogo o compromesso, ma resa incondizionata del nemico di turno, per poi giungere al cortocircuito cognitivo quando nella realtà lo schema si complica, cede il passo a interessi geopolitici, e alleanze o inimicizie saltano. Tuttavia, il buon tifoso interverrà sempre per giustificare qualsiasi azione della sua parte, affinché il proprio controfattuale fantastico rimanga in piedi inalterato. Il mondo del tifoso è un mondo semplice, dall’ideale “bucolico”, basato su automatismi ideologici e culturali. I poteri coinvolti conoscono perfettamente questa dinamica, la sollecitano e ne approfittano per rafforzare la propria propaganda. 

Un nodo cruciale di questa narrazione è che il concetto di legittima difesa viene fagocitato e distorto: un principio sacrosanto di diritto naturale, riconosciuto anche dal diritto internazionale, viene progressivamente confuso con la guerra offensiva e distruttiva camuffata da autodifesa collettiva. Così, ogni escalation è presentata come dovere morale di proteggere — anche quando, di fatto, alimenta la spirale di ritorsioni, giustifica stermini, in un tourbillon di paranoia ossessiva. 

La legittima difesa, contaminata dal tifo bellicista, perde la sua funzione giuridica e diventa slogan di consenso per interventismi che quasi sempre travalicano i confini della difesa proporzionata, in un continuo eterno ritorno del “divide et impera". Poco importa che nella sostanza del reale le popolazioni vengano lasciate da sole e senza l’opportunità di difendersi dagli aggressori.

La formula antica “Si vis pacem, para bellum” — se vuoi la pace, prepara la guerra — riappare aggiornata, mascherata da slogan pseudo umanitaristi. Intellettuali, guru, influencer e leader politici, o presunti tali, anche di quel fantasma che è chiamato dissenso, recitano un copione rodato e preventivamente confezionato, che blatera di pace amplificando la voce delle diverse propagande in campo: chi non si schiera con la parte “giusta” è colpevole e traditore, servo di qualche potere “altro”.

A livello individuale, il tifo bellico risponde a un comprensibile bisogno emotivo: non sentirsi impotenti di fronte all’orrore. Identifica nettamente e contemporaneamente eroi e mostri (ma di una parte sola), semplifica la complessità e permette di canalizzare l’angoscia in un’azione simbolica: un post, una bandiera, una foto, un’immagine costruita con l'ausilio dell’IA, un corteo. Il gesto di schierarsi dona una gratificazione immediata, un conforto narcisistico: io sto dalla parte giusta della storia, ma ciò che produce è solo sterilità intellettuale e morale.

Questa logica selettiva disattiva l’empatia universale e la sostituisce con un’empatia tribalizzata. Si piange per le vittime “amiche” e si dimenticano le vittime “nemiche”, classificate come inevitabili danni collaterali, scudi umani o attribuite alla responsabilità dell’avversario, che ha provocato la reazione e non si arrende capitolando. Ciò che in guerra è permesso all'amico, diventa un esecrabile crimine se praticato dal nemico.

Il sistema dei media amplifica questa dinamica: la guerra diventa uno spettacolo morale a episodi. Le immagini sono scelte per colpire emotivamente e rendere virale e selettiva l’indignazione, ma raramente spiegano le vere cause, il contesto, gli interessi in gioco. La storia, ridotta a fumetto, si presta perfettamente alla polarizzazione da stadio, soprattutto a distanza. Nei social, il fenomeno esplode: ogni utente diventa un micro-propagandista che diffonde slogan e hashtag, rafforzando la narrativa binaria. Lo spazio per l’analisi critica si restringe: chi rifiuta la semplificazione è detestato, isolato e guardato con sospetto. È del tutto indifferente che siano ignorati e dimenticati vecchi e nuovi stermini, i quali non hanno il "privilegio" di accedere ai riflettori dello spettacolo in prima serata. E anche quelli che hanno questa “fortuna” vengono "depurati” degli aspetti più atroci oppure enfatizzati e inquinati da falsità propagandistiche.

Eppure, in ogni guerra, esistono semi di pace che smentiscono l’idea di un odio irreversibile. Queste storie di convivenza sono la vera minaccia alla retorica bellica — e proprio per questo vengono ignorate, osteggiate, ridicolizzate, relegate nell’oblio. Esistono o sono esistite durante, prima e dopo diversi conflitti: nei Balcani, in Israele - Palestina, in Africa, in Colombia, in Irlanda del Nord, solo per fare alcuni esempi. Queste esperienze dimostrano che la convivenza non è una favola buonista, ma una realtà scomoda per chi ha interesse a narrare la guerra nella consueta maniera.

Chi invece insiste a raccontare e a vivere queste isole di pace pratica un atto di diserzione simbolica dalla propaganda. Ma paga un prezzo: è accusato di ingenuità, deriso o bollato come traditore della causa “giusta” (con aggettivi annessi, anche di senso opposto, come è capitato al sottoscritto). La società dello spettacolo preferisce l’eroe armato al costruttore di ponti, il bombardiere compassionevole al negoziatore silenzioso, il blaterare da social, senza costrutto alcuno, all'impegno sociale finalizzato alla comprensione e al dialogo. 

Eppure, mai come oggi serve una cultura che restituisca alla parola pace il suo senso reale: non la vittoria di un fronte, ma la cessazione organizzata della violenza e il riconoscimento reciproco dell’umanità condivisa. L’individuo bistrattato e offeso deve cercare di riprendere in mano la sua esistenza.

In un tempo di tifoserie moralistiche che immaginano la parte del campo bellico che piace a loro come “umanitaria”, in attesa mistica che gli uomini della provvidenza vengano a salvarci, il vero pacifismo non è il silenzio complice, né la neutralità passiva, né tantomeno quello orbo da un occhio, ma gli esempi e le voci attive contro l'orrore che mostrano che la convivenza esiste, resiste, e può espandersi e viene solo dal basso. Difenderla, narrarla, farla diventare racconto collettivo: questa è la sfida più rivoluzionaria, davvero antisistema e genuinamente antagonista ed è l’unica soluzione per evitare l’abisso, perché disinnesca le armi più antiche: l’odio e la disumanizzazione del nemico.

domenica 15 giugno 2025

Philip K. Dick, “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (1964)


Philip K. Dick, “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (1964)

«Era assurdo, visto che la P.P. Layouts pagava all'ONU un abnorme tributo annuo in cambio dell'immunità; ma, assurdo o no, nei pressi della calotta polare settentrionale di Marte, un'astronave da guerra dell'Ufficio ONU per il Controllo sui Narcotici aveva sequestrato un intero carico di Can-D proveniente dalle super-sorvegliate piantagioni di Venere, per un valore di quasi un milione di scorze. Era chiaro che il denaro spillatogli non aveva raggiunto chi di dovere, nei meandri della gerarchia ONU.

Ma non poteva farci niente. L'ONU era una monade senza finestre, sulla quale egli non aveva influenza.»

«"Non ho trovato Dio nel sistema di Proxima, ho trovato qualcosa di meglio", confida Eldritch a Leo ancora sotto l'effetto del Chew-Z; "Dio promette la vita eterna. Io posso fare di meglio. Posso consegnarla a domicilio".»

«Con lunghe braccia tentacolari, si estendeva dal sistema di Proxima Centauri fino alla Terra, e non era umano: non era un uomo quello che era ritornato. E aveva un grande potere. Poteva sconfiggere la morte.

Ma non era felice. Per la semplice ragione che era solo. Così, a un tratto, cercò un rimedio: e si cacciò in un mare di guai per attirare altri sulla strada che lui aveva seguito.»

Sarebbe del tutto legittimo considerare Le tre stimmate di Palmer Eldritch l’opera più compiuta di Philip K. Dick, se non fosse che stabilire una gerarchia all’interno della produzione del forse più geniale autore della letteratura di anticipazione rischia di ridursi a un esercizio sterile. La sua completezza, infatti, non è data nonostante l’andamento delirante della trama, ma proprio in virtù di esso. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che, parlando di Dick, risulta perfettamente coerente.

Il romanzo trae la sua forza proprio dal delirio allucinatorio che lo percorre, trovando in esso una sorprendente coerenza interna. Ogni elemento — personaggi, ambientazioni, oggetti simbolici (Can-D, Chew-Z, le stimmate stesse) — concorre a formare un sistema tematico integrato e perfettamente funzionale. Nulla è superfluo: tutto risponde a una logica. È la logica da incubo in cui si manifesta la manipolazione da parte del potere, ma che è pur sempre una logica. In questo senso Palmer Eldritch è anche una metafora della propaganda come mostruosa psicopatologia, che si fa Dio e che si insinua nelle menti e persino nei corpi, trasformandoli a sua immagine e somiglianza.

Se esiste un’“essenza” dickiana, è questa: la realtà come costruzione fragile, deformabile, potenzialmente illusoria. Palmer Eldritch è il romanzo in cui questa visione non solo è espressa, ma anche incarnata in forma narrativa, resa viscerale, perturbante, indelebile. Il lettore, al pari dei personaggi, non sa mai con certezza dove si trovi. È la vertigine dickiana portata al suo massimo grado di compiutezza.

Anche per questo, Palmer Eldritch può essere considerato il romanzo più affine alla Trilogia di Valis. Anzi, potremmo definirlo un proto-Valis, il testo che più chiaramente prefigura le tematiche centrali della trilogia, anche se intercorrono diciassette anni di differenza. Siamo nel cuore dello gnosticismo fantascientifico di Dick, dove la divinità si manifesta attraverso fratture della realtà e può assumere tratti oppressivi o tragicamente inadeguati. In questo senso, Matrix ha ben poco di realmente anticipatore: è Dick ad aver già detto tutto, e con più profondità. Anzi, Matrix è più che altro una mera rielaborazione di alcuni aspetti dell'universo letterario dickiano.

Che le esperienze mistiche siano indotte dalle droghe o da disturbi mentali importa poco: l’identità si disgrega o si sdoppia, generando comunque alienazione, orrore del vuoto. La diffusione della paranoia infrange ogni argine, aprendo la percezione a un’entità che manipola e controlla la realtà. Tuttavia, Palmer Eldritch mantiene una forma più coesa e romanzesca rispetto alla Trilogia di Valis, che ha invece una struttura più frammentaria e diaristica.

In questo romanzo il conflitto, o meglio la confusione, tra realtà e illusione raggiunge un grado di evidenza drammaticamente chiaro. Il confine tra le due dimensioni si sgretola, si fa evanescente. Eldritch incarna il post-umano: un ibrido di carne e macchina, un “Messia rovesciato”, inquietante, e forse abitato da un’entità aliena. Si presenta come dio, ma è ambiguo: è un salvatore o un demone? Qui Dick esplora la teologia negativa: la divinità come ciò che sfugge, come potenzialmente malvagia e inconoscibile. Se è Dio, è dio della guerra nel senso più esteso del termine, e quindi anche Demone. Un ibrido molto attuale - carne e macchina, carne e metallo. Il dio della distruzione dell’umano, metafora anche dei mass media e del Grande Capitale. Ma soprattutto metafora che anticipa in maniera inquietante la nostra realtà in tutte le sue forme.

Le droghe Can-D e Chew-Z promettono salvezza, offrendo esperienze di evasione collettiva o di allucinazione individuale. Si apre così un conflitto insanabile tra due droghe, due visioni, due entità che si contendono l’anima umana attraverso il mercato, in un gioco perverso di potere e straniamento. Parlare di “anticipazione” in Dick è quasi superfluo. Eppure, come dicevo, l’autore riesce a mantenere il controllo della narrazione, senza cedere del tutto al flusso psicotico, pur restando costantemente sull’orlo del baratro. Siamo tutti sull'orlo del baratro.

Le tre stimmate di Palmer Eldritch è forse il romanzo in cui Dick raggiunge il miglior equilibrio tra ispirazione e controllo, tra delirio visionario e struttura narrativa. La sua prosa disturbante tocca vette sublimi, spiazza e annichilisce, conferendo al racconto una forza inquietante. Il delirio non è un limite: è la forma necessaria per descrivere un mondo che ha perduto ogni centro, che si nutre solo di odio e disprezzo. Il romanzo non cede mai del tutto alla deriva psicotica (come accade in Valis), né si rifugia in una trama rassicurante. Cammina su un crinale sottile: tra allucinazione e lucidità. Ed è proprio questa tensione a renderlo così completo, capace di raccontare l’infinita speranza e la mostruosa tristezza di creature crudeli che si dibattono per, e nel, nulla.

giovedì 12 giugno 2025

Digiuno per Gaza


Io digiunerò

«Cari amici,

In un mondo che spesso si mostra indifferente alla sofferenza, qualcosa sta cambiando.

Il 16 giugno, Combatants for Peace , insieme ai partner israeliani e palestinesi nella regione e agli alleati globali, guiderà un digiuno internazionale di solidarietà di un giorno per Gaza . Questo digiuno non è una dichiarazione politica ai governi, ma un appello umano alla gente. Ai gazawi. Agli ostaggi. A tutti coloro che stanno vivendo questo incubo.

"Ti vediamo. Non distoglieremo lo sguardo."

A Gaza, il cibo non solo scarseggia, ma viene anche trasformato in un'arma. Le famiglie muoiono di fame, i camion degli aiuti umanitari vengono respinti e i corridoi umanitari bloccati. Questo digiuno è un atto non violento di co-resistenza , una dichiarazione concreta che la vita, la dignità e la giustizia contano, e che vengono negate.

È anche un'offerta profondamente personale: connettere i nostri corpi con coloro che hanno fame, non per scelta, e creare spazio nelle nostre vite per l'empatia, il disagio e la determinazione condivisa.

Nel digiuno, agiamo al di là di confini, politiche e fedi, come un tutt'uno. Insieme, diciamo:

Lasciate passare gli aiuti.

Porre fine al blocco.

Garantire un cessate il fuoco.

Liberate gli ostaggi e i prigionieri.

Sostenere la vita, i diritti e la libertà di tutti.

Questo digiuno si basa sulla nonviolenza , la stessa forza che ha mosso milioni di persone durante le lotte per i diritti civili e che resta il nostro linguaggio condiviso più potente.

Il mondo sta cambiando: continuiamo a spingere

I governi stanno iniziando a rispondere alla pressione dell'opinione pubblica. Proprio questa settimana, il Regno Unito, insieme a Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, ha sanzionato due alti ministri del governo israeliano per aver sostenuto e incitato alla violenza dei coloni in Cisgiordania. Si tratta di misure senza precedenti, che segnalano una crescente volontà internazionale di chiamare il potere a rendere conto delle proprie azioni , non solo a parole, ma nei fatti.

Movimenti di massa come la Freedom Flotilla e la Marcia Globale verso Gaza hanno mobilitato migliaia di persone. Ma ora, ci rivolgiamo a noi stessi. Ai nostri corpi e alla nostra fame.

Come partecipare al digiuno per Gaza

✅ Impegnati a digiunare : iscriviti per connetterti con noi durante la giornata, mentre trasmetteremo in diretta streaming da Beit Jala. Sarai virtualmente al nostro fianco mentre ci riuniamo per digiunare insieme - palestinesi, israeliani e alleati internazionali - uniti nella nostra solidarietà e umanità.

🌎 Aggiungi il tuo nome e la tua posizione alla mappa globale in tempo reale . Carica una foto o un videomessaggio se lo desideri. Condividi il motivo per cui stai digiunando e invia un messaggio di solidarietà alla popolazione di Gaza.

📢 Condividi sui social media : carica una foto o un video con l'hashtag #EndGazaStarvation. Tagga @combatantsforpeace_english e/o @afcfpeace . I video selezionati saranno sottotitolati e ampiamente condivisi.

Ecco come avviene il cambiamento.

Tutto inizia con persone comuni che si rifiutano di guardare altrove e agiscono partendo dalla propria posizione. Il digiuno per Gaza dura un giorno solo, ma il suo significato riecheggia oltre: un appello alla libertà, alla sicurezza, alla dignità, per tutti.»

In solidarietà,

Il team Combattenti per la Pace

✅ Veloce per la libertà - Iscriviti qui🌎 

https://form.jotform.com/Combatants/fast-for-freedom

Mappa globale in tempo reale

https://padlet.com/galiagalili/fasting-for-freedom-bwkyjvl858cb4ipr

mercoledì 11 giugno 2025

Tribalismo digitale e repressione del pensiero antidogmatico


Tribalismo digitale e repressione del pensiero antidogmatico

Ho più volte nel corso degli anni affrontato la dinamica (auto)escludente denominata “Spirale del silenzio”, oggi la situazione è peggiorata ancora di più, e quindi l’affronto in altri termini, anche se il frame è lo stesso. E sono queste considerazioni che mi hanno condotto ad allontanarmi gradatamente dai social. A tentare di farlo. Anche se tagliare del tutto i ponti mi è impossibile. O a trovare un modo per sopravvivere ad essi, nonostante i problemi personali. Vivo, come molti, il disagio di una dipendenza e contemporaneamente di un rifiuto, alla ricerca di un equilibrio che forse non esiste.

Nel cuore dell'era digitale, in una società che si dichiara liquida, flessibile e pluralista, si assiste in realtà a un inquietante ritorno del conformismo tribale. I social network, anziché amplificare il dibattito, lo comprimono dentro schemi binari. L’adesione a una comunità digitale diventa più importante della ricerca della verità; l'identità condivisa prevale sulla riflessione autonoma.

Zygmunt Bauman ha descritto le comunità moderne come "surrogati" di quelle autentiche: offrono appartenenza immediata e identità prefabbricate, ma senza profondità relazionale o responsabilità reciproca. Le tribù digitali funzionano così: chiedono fedeltà, puniscono il dubbio, celebrano il nemico comune. In questo contesto, l’eretico è chi rifiuta di parlare con il linguaggio della tribù.

Molti movimenti nati in opposizione al sistema si sono irrigiditi in nuove ortodossie. Laddove c'era apertura, oggi c'è codice morale; dove c'era rivoluzione, oggi c'è burocrazia identitaria. Il dissenso, per sopravvivere, ha imparato a camuffarsi da guardiano dell'ideologia: chi un tempo sfidava il dogma ora lo difende da qualunque contaminazione.

Pensare in modo flessibile è diventato sospetto. Il pensiero che si evolve, che cambia idea, che ascolta l'altro, è visto come debolezza, come mancanza di "posizione". L’ambiguità è temuta più della menzogna. Il dissidente autentico è oggi colui che rifiuta i ruoli, che rifiuta di essere "da una parte" e rivendica il diritto alla complessità.

L'eretico non è solo chi dissente, ma chi lo fa fuori dallo schema della contrapposizione. È il soggetto non integrabile: troppo lucido per essere fan, troppo critico per essere guida, troppo libero per essere cooptato. La sua figura inquieta perché non serve a nessun sistema: è l’unico che, in un mondo dove tutto è comunicazione, rifiuta la propaganda. L'eretico è anche colui che guarda con gli occhi dell'altro, che riesce a scardinare le logiche identitarie, scientiste, fondamentaliste e tradizionaliste. In questa capacità di attraversare i confini simbolici, risiede la sua autentica sovversione: non distrugge, ma smaschera; non costruisce dogmi, ma apre varchi.

L'eretico è un mediatore di mondi, un traduttore culturale in grado di spezzare la catena delle fedeltà cieche e dei pregiudizi radicati. È colui che sa riconoscere la verità parziale in ogni campo senza idolatrarne nessuno, e che rifiuta l'alternativa forzata tra adesione totale e rifiuto violento. In un tempo in cui tutto viene polarizzato, la sua posizione interstiziale appare minacciosa perché non controllabile. Non chiede di essere seguito, ma invita a pensare. Non propone un nuovo dogma, ma indica la fragilità dei vecchi. Per questo l'eretico è, in senso profondo, l'unico vero sovversivo: sovverte la forma mentis, non solo le strutture.

Per esempio, figure storiche come Giordano Bruno, Simone Weil o Pier Paolo Pasolini incarnano in modo esemplare questa tensione: pensatori che hanno pagato con l'emarginazione, la censura o la morte la loro capacità di pensare contro, ma anche oltre. Bruno fu condannato non solo per le sue idee cosmologiche, ma per la radicalità con cui rifiutava ogni autorità dogmatica. Simone Weil attraversò marxismo, cristianesimo e mistica orientale senza inchinarsi mai a un sistema chiuso. Pasolini smascherò i miti sia del potere borghese sia della sinistra istituzionale. Tutti e tre hanno incarnato una verità scomoda: il pensiero autentico, per essere tale, deve accettare la solitudine e il rifiuto.

Viviamo, dunque, in un tempo in cui il pensiero si misura in click, e il valore in visibilità. Ma esiste una resistenza silenziosa, fatta di persone che rifiutano la velocità del giudizio, la violenza del branco, il fascino dell’etichetta. Essere eretici oggi significa difendere il pensiero dalla sua riduzione a slogan. Significa, in fondo, tenere viva la possibilità di una libertà autentica, che non ha bisogno di tribù per essere pronunciata.

martedì 10 giugno 2025

Danila Comastri Montanari, “Saturnalia” (2002)


Danila Comastri Montanari, “Saturnalia” (2002)

«Col freddo di questo inverno gli affitti sono saliti alle stelle e il prezzo della legna pure. Così, parecchi cittadini hanno cominciato a mugugnare, chiedendo alla Curia di intervenire con un opportuno calmiere. La stragrande maggioranza degli immobili e delle colture boschive, però; è di proprietà degli stessi padri coscritti, che non hanno alcuna voglia di discutere un simile provvedimento. Per non giocarsi il consenso del popolo, occorreva quindi un'iniziativa innocua, atta a fornire l'impressione che il Senato stia lavorando per il bene comune. E .che cosa potevano trovare di meglio che una economicissima campagna moralizzatrice? Da domani i litigiosi romani si infiammeranno a discutere pro o contro Leda e il cigno, dimenticando gli sfratti, la mancanza di combustibile e lo spinoso calmiere.»

«Sono io che vi accuso, onorevoli colleghi. Vi accuso di usare questo alto consesso per i vostri subdoli scopi, di favorire norme atte a proteggere i vostri affari ambigui, di manipolare la legge romana per accrescere i vostri sporchi profitti. Vi accuso di truffa ai danni dei cittadini che pagano affitti esosi per gli alloggi indecenti di cui voi stessi siete proprietari, che versano all'Erario una parte dei loro guadagni perché voi vi riempiate le borse con le opere pubbliche assegnate dagli appalti truffaldini.»

«Brevis hic estfructus homullis, per gli umili le dolcezze della vita sono brevi, aveva detto Lucrezio. Ma come giustificare la cecità assoluta dei Fati, pronti a donare una lunga esistenza a chi possiede già più del necessario, mentre negano ad altri, già privi persino dell'integrità fisica e del cibo quotidiano, una serena vecchiaia confortata da amici e parenti?»

Una delle mie più grandi passioni nel campo della narrativa di evasione è rappresentata dalla serie di romanzi gialli storici di Danila Comastri Montanari, dedicati a Publio Aurelio Stazio, immaginario senatore romano vissuto nel I secolo d.C., durante l'impero di Claudio, di cui è amico personale. Aurelio, oltre a svolgere il ruolo di senatore, ama dilettarsi come investigatore, risolvendo omicidi, misteri e intrighi. È un uomo intelligente, ricco, affascinante e impenitente seduttore, caratterizzato da un'indole generosa e libertina. Tratta con munificenza e rispetto i propri schiavi ed è profondamente laico, antidogmatico e del tutto scevro da superstizioni.

La filosofia di vita di Aurelio è una versione mondana e personale dell'epicureismo: non ascetica, ma nemmeno dissipata. Egli apprezza la buona cucina, le belle donne e l'arte, ma mantiene sempre il controllo delle proprie passioni. Critico nei confronti dell'ipocrisia del potere e dei prepotenti, Aurelio denuncia apertamente abusi e fanatismi, sia religiosi che ideologici. La sua investigazione è guidata da curiosità e senso della giustizia, condotta sempre liberamente e senza imposizioni esterne.

La ricostruzione storica nei romanzi della Comastri Montanari è molto rigorosa, attenta ai particolari e precisa. L'autrice si è sempre opposta alle arbitrarie libertà narrative, dichiarando: "La Roma che racconto è quella reale, non una Hollywood in toga". La sua accuratezza storica si esprime in una narrazione fluida e piacevole, mai pedante, capace di mantenere ritmo e freschezza.

Accanto al protagonista Aurelio, troviamo personaggi ricorrenti di grande interesse, tra cui spiccano Castore e Pomponia. Castore è il segretario personale di Aurelio, inizialmente schiavo e successivamente affrancato come liberto. È colto, sarcastico, intelligente e astuto, e con la sua saggezza riesce spesso a togliere Aurelio dai guai. I frequenti battibecchi tra i due rappresentano un efficace elemento comico, ma Castore possiede anche una profondità morale e una fedeltà notevoli.

Pomponia è una matrona romana, amica di lunga data di Aurelio, e rappresenta nella serie una figura femminile indipendente, una femminista ante litteram. Non vi è un rapporto sentimentale vero e proprio tra lei e Aurelio, ma un legame di amicizia autentica e profonda. Pomponia, intelligente e sensibile, è appassionata di intrighi aristocratici ed è confidente, consigliera e informatrice di Aurelio.

Saturnalia, decimo romanzo della serie, si distingue dai precedenti per un'atmosfera più cupa, pur mantenendo un tono da commedia plautina. L'ambientazione coincide con la festività romana dei Saturnalia, celebrata dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno e della fine della semina. Questa festa, caratterizzata dal temporaneo capovolgimento delle gerarchie sociali e dallo scambio di doni chiamati sigillaria (candele, noci e statuette), ha influenzato anche le celebrazioni natalizie.

Il romanzo si svolge prevalentemente nella Suburra, quartiere popolare dell’antica Roma, abitato dalle classi più povere e marginali. Qui emerge con forza una critica sociale che sottolinea la drammaticità della storia, segnata da numerosi e cruenti delitti. La trama è intricata e richiede attenzione, adeguandosi perfettamente all'atmosfera di inquietudine che la pervade, accentuata dalla pratica storica dei "bambini esposti".

Nell'antica Roma, infatti, era comune e legalmente accettato abbandonare neonati indesiderati. Alla nascita, il padre poteva decidere se accettare il figlio (tramite il gesto simbolico della elevatio) oppure esporlo in luoghi pubblici, dove poteva essere raccolto e destinato alla schiavitù, alla prostituzione, o alla morte per abbandono. Le cause principali di tale pratica erano povertà, illegittimità, deformità o disabilità, e in particolare la nascita di femmine non primogenite, considerate economicamente svantaggiose per via della dote.

In definitiva, la serie di Danila Comastri Montanari rappresenta un raro esempio di romanzo giallo storico che combina sapientemente intrattenimento, approfondimento culturale e critica sociale.


lunedì 9 giugno 2025

“Io capitano” (2023) regia di Matteo Garrone


“Io capitano” (2023)

regia di Matteo Garrone

con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawadogo, Hichem Yacoubi, Doudou Sagna, Khady Sy, Venus Gueye

«Non raccontarmi storie! Quelli che sono partiti sono morti nel deserto, sono morti in mezzo al mare. Ci sono cadaveri dappertutto! Hai idea... Hai idea di quante persone sono morte su quelle barche? Ne hai un'idea?!»

«Pensa che diventerai una grande star! E sarai tu a firmare gli autografi ai bianchi.»

«Io sono il capitano! Io sono il capitano! Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Ho salvato tutti! Nessuno è morto, nessuno! Io sono il capitano! Io sono il capitano!»

Comunque la si pensi, è davvero difficile non considerare “Io capitano” un’opera d’arte, a cominciare da alcune scelte narrative estremamente significative. I conflitti e le dinamiche di sfruttamento messi in scena, che girano attorno ai flussi migratori e al traffico di esseri umani, si limitano esclusivamente all’attraversamento del continente africano, spostando il focus su un aspetto meno considerato: la complessità e le contraddizioni interne. La scelta dell’uso linguistico: a cominciare dal wolof, lingua della comunità senegalese, che è quella più parlata nel film.

La ferocia delle relazioni di dominio e di sfruttamento, evidenziano la spietatezza che è causata non solo da motivi economici, legati a interessi della criminalità organizzata che spesso si intrecciano con quelli dei rappresentanti istituzionali degli stati coinvolti, attraverso una diffusa corruzione, ma anche da un odio tribale, atavico interetnico, che è una delle piaghe che contribuisce a ostacolare lo sviluppo dell'emancipazione africana. L'uomo bianco e il suo colonialismo sono convitati di pietra che aleggiano come fantasmi nella loro assenza, il cui dominio assume così caratteristiche quasi metafisiche, inevitabili.

Garrone evita con abilità ogni stucchevole pietismo retorico sulle vittime, consegnandoci un mondo vividamente crudo, ma sospeso tra sogno, allucinazione e realtà, dove il punto di vista dei due giovani protagonisti emerge incontrastato, soprattutto quello di Seydou. Il regista dimostra una spiccata sensibilità, una profonda conoscenza del contesto e una notevole capacità di empatizzare con queste anime continuamente umiliate e offese, che riescono, nonostante tutto, a conservare umanità, speranze e illusioni.

Nel film “Io capitano”, il deserto del Sahara e il mar Mediterraneo assumono significati simbolici profondamente diversi e opposti, creando una forte contrapposizione che scandisce le tappe del viaggio.

Il Sahara è simbolo di solitudine e desolazione: il deserto rappresenta l’isolamento assoluto, l’assenza di vita, la perdita di riferimenti. È la prova estrema della resistenza fisica e psicologica dei migranti. Luogo di perdita e morte: attraversare il deserto significa affrontare la costante minaccia della disidratazione, dell’abbandono, della violenza dei trafficanti. Metafora dell’abbandono esistenziale: è un simbolo di smarrimento spirituale, di crisi interiore, dove i protagonisti vengono privati della loro identità e sicurezza, ridotti a pura sopravvivenza.

Il Mediterraneo, invece, è simbolo ambivalente di speranza e pericolo: il mare appare inizialmente come promessa, confine ultimo prima del “sogno” europeo, ma si rivela rapidamente un luogo tragico, con la costante minaccia dell’annegamento e della morte. Luogo della collettività e della responsabilità: a differenza della solitudine del deserto, il mare impone la solidarietà. Seydou deve assumersi il ruolo di capitano, divenendo responsabile della vita degli altri naufraghi.

Metafora della trasformazione e del passaggio: il mare rappresenta il transito da una vita a un’altra, da un passato certo, seppur doloroso, a un futuro ignoto, aperto e incerto. Entrambi gli elementi naturali, nella loro violenza e immensità, rappresentano la dimensione epica del viaggio migratorio: un viaggio che è, contemporaneamente, fisico e spirituale, collettivo e personale, disperato e pieno di speranza.

Nel film, il deserto e il mare però, oltre ad essere percepiti dai migranti come due incarnazioni distinte, sono tuttavia profondamente affini. Il deserto è come un "mare di sabbia". I migranti vivono il Sahara come una distesa infinita, sconosciuta e minacciosa, dove ogni passo è rischioso. È un mare terrestre, immobile, dominato dal silenzio e dall’abbandono assoluto. Uno spazio crudele, che uccide lentamente attraverso il caldo, la sete e la solitudine estrema.

Il Mediterraneo è invece come un "deserto liquido". L'acqua diventa paradossalmente non un elemento di vita ma una minaccia immediata e feroce. Il mare è mobilità incessante, caos, e annienta rapidamente chi non riesce a domarlo. È un deserto d’acqua in cui i migranti sperimentano ancora una volta isolamento, vulnerabilità, e disperazione, amplificata dall’imprevedibilità degli elementi naturali.

In entrambi gli spazi, la percezione è quella di una vastità senza appigli, dove si è costretti al confronto con l'immensità della natura e con la fragilità della propria esistenza. Questa similitudine tra deserto e mare accentua l’esperienza tragica della migrazione, delineando il viaggio come una continua navigazione in spazi ostili, indifferentemente mortali.

Il simbolo della catarsi invece è rappresentato dall'elicottero. È l'angelo salvatore. Appare come una figura provvidenziale, un mezzo di salvezza, che arriva quando ogni speranza sembra ormai perduta. È una rappresentazione moderna e quasi religiosa, un intervento divino o un miracolo laico, che porta conforto e riscatto immediato. In questa lettura, è il simbolo stesso della speranza, del soccorso, della possibilità di rinascita dopo un viaggio estenuante e tragico.

Al tempo stesso, l'elicottero può essere visto come una presenza estranea e superiore, l’illusione che domina i destini di coloro che vengono salvati. Rappresenta il potere dello Stato, della burocrazia, di un Nord del mondo distante e spesso razzista che adesso prende possesso delle loro vite e ne determina il futuro. È un'immagine che suggerisce l’ambiguità dell'accoglienza, la dipendenza da forze esterne, una nuova forma di vulnerabilità e la rappresentazione di una nuova precarietà.

L’aspetto più interessante è che queste due interpretazioni possono coesistere simultaneamente: salvezza e controllo, speranza e subordinazione non si escludono, ma si intrecciano. L'elicottero diventa così metafora di una doppia realtà vissuta da ogni migrante che approda in Europa: la gratitudine verso chi salva e la consapevolezza della propria condizione di dipendenza.

Uno degli aspetti più sorprendenti del film è la recitazione ad alti livelli qualitativi dei due attori protagonisti, ragazzi alla loro prima esperienza cinematografica e recitativa. Seydou Sarr ha vinto anche il Premio Marcello Mastroianni al Festival di Venezia nel 2023. Garrone compie una scelta originale anche in questo: fa recitare attori non professionisti, ricollegandosi alla tradizione del miglior cinema italiano.

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