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martedì 4 agosto 2026

MINACCE DI MIGRAZIONI DI MASSA A SCOPO COERCITIVO


COREA DEL NORD VS. REPUBBLICA POPOLARE CINESE, SECONDA METÀ DEGLI ANNI NOVANTA. SUCCESSO DEL RICATTO. 

Leggiamo ancora da “Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera” di Kelly M. Greenhill.

«Già in difficoltà per le conseguenze economiche del declino e collasso dell’Unione Sovietica, a metà degli anni Novanta la Corea del Nord venne devastata da una serie di gravi inondazioni e scarsi raccolti. Pyongyang si ritrovò in condizioni disastrose, impossibilitata a nutrire i suoi 24 milioni di abitanti. Con il deteriorarsi della situazione economica e umanitaria, le preoccupazioni dei Paesi vicini riguardo alle conseguenze di un possibile collasso del regime aumentarono rapidamente. I timori erano talmente forti, che si tennero colloqui tra diplomatici e pianificatori americani e incaricati di Corea del Sud, Giappone e Cina su come comportarsi se fosse iniziato un esodo in massa di profughi affamati. Per tutto il periodo della crisi, il leader nordcoreano Kim Jong Il riuscì a sfruttare i timori dei vicini - in particolare la Cina - associati a una migrazione di massa per estorcere viveri e aiuti economici. Lanciare specifiche minacce non era necessario, anche se è stato ripetutamente affermato che in realtà egli ne formulò qualcuna. Le incertezze, insieme al fatto che “nessuno sapeva quale causa avrebbe potuto scatenare un esodo, perché il Nord aveva il potere di provocare una varietà di crisi”, indussero la Cina a fornire tutte le risorse necessarie per mantenere in essere la Corea del Nord “come Stato indipendente, ma debole”. Durante gli anni Novanta, l’assistenza cinese fu soprattutto finanziaria (viveri e carburante), ma successivamente diventò qualcosa di più (per esempio, un contrappeso diplomatico agli Stati Uniti sulla questione nucleare). La Cina non fu la sola a sostenere la Corea del Nord. Tra il 1994 e il 1998, il Paese ricevette circa 2 miliardi di dollari, di cui 650.000 milioni dagli Stati Uniti. I cinesi, però, erano particolarmente vulnerabili/esposti e quindi più che pronti ad aiutare; tra le altre cose, solo nel 1997 fornirono 800.000 tonnellate di grano.»

Vediamo qui un esempio di minaccia di migrazione di massa a scopo coercitivo tra due stati non esattamente democratici, per usare un gentile eufemismo. Troviamo conferma del fatto che tale coercizione può adattarsi benissimo e funzionare altrettanto bene anche in queste situazioni. Ripeto: le armi di migrazione di massa sono uno strumento di guerra ibrida strutturalmente connaturato all'esistenza dei confini. Ciò non vuol dire che l’abolizione dei confini “sic et simpliciter” sarebbe una soluzione praticabile o auspicabile. Ma la disattivazione di tali armi, comunque, non ha molto a che fare con regole più o meno restrittive in termini di controllo e di circolazione, considerato il peso che ha, invece, il calcolo di costi e benefici, a livello economico, di sorveglianza, di remigrazione, di stabilità sociale, di immagine e di equilibrio internazionale e geopolitico.

Qui il bersaglio è la Repubblica Popolare Cinese (che, in particolare, nel corso della Storia, è in questi casi un attore ricorrente), uno Stato-partito che non deve rendere conto a un elettorato e che dispone di un apparato di controllo dei confini tra i più capillari al mondo; eppure la vulnerabilità funziona lo stesso, e funziona attraverso lo stesso meccanismo psicologico che altrove agisce sui governi di Bonn o di Roma: il timore del collasso, l'incertezza sulla soglia oltre la quale l'esodo diventerebbe ingestibile, il calcolo per cui è sempre più economico sussidiare la sopravvivenza del regime vicino che gestirne l'implosione. Cambia il regime politico del bersaglio, non cambia la struttura dell'incentivo.

Kim Jong Il non doveva dire "se non mi aiutate, aprirò la frontiera": bastava che Pechino non sapesse quale delle mille possibili derive interne - ammutinamento militare, rivolta urbana, semplice sfaldamento amministrativo - avrebbe innescato l'ondata, per essere indotta a pagare comunque, in anticipo, per ogni scenario. Come possiamo vedere un contesto che determina una situazione assai complessa a cui le vulgate di destra e di sinistra (o dell'altrove) non riescono a dare un’interpretazione che sia adeguata e credibile. Per non parlare della semplicistica liquidazione dell'asimmetria come esclusivo prodotto di un generico capitalismo.

Tuttavia, nel caso sino-nordcoreano la componente migratoria si sovrappone e si confonde con altre razionalità strategiche cinesi altrettanto potenti - la funzione di Stato-cuscinetto contro la presenza militare americana in Corea del Sud, l'ostilità storica a una riunificazione a guida di Seoul, il peso della minoranza coreano-etnica dello Yanbian come fattore di instabilità regionale a sé stante.

È vero che isolare il "fattore migrazione" come variabile esplicativa autosufficiente rischia di sovrastimarne il peso causale specifico: però funziona senz’altro come moltiplicatore che si innesta su un’asimmetria già esistente. Il che, detto per inciso, rafforza semmai la mia tesi di fondo: l'arma funziona meglio proprio dove si salda a interessi geopolitici preesistenti, e questo la rende ancora più strutturalmente indipendente da soluzioni meramente tecniche di controllo frontaliero.

Ciononostante, è anche bene specificare, come sottolinea anche la Greenhill nel suo saggio, che lo strumento delle migrazioni coercitive non è una superarma. È una risorsa da usare come extrema ratio e con cautela. A volte gli sfidanti fanno male i loro calcoli sui bersagli e tali soluzioni possono portare all’insuccesso o a un successo parziale. A volte l’azione può rivoltarsi contro. Anche perché le armi sono esseri senzienti, manovrabili fino a un certo punto, e possono facilmente compromettere gli obiettivi. Così come il calcolo tra costi e benefici vale anche per gli sfidanti stessi. Detto questo, il ricorso a tale strumento sta diventando sempre più frequente, parallelamente all'estendersi delle dinamiche della globalizzazione e della simmetrica crescita dei nazionalismi, che il cosiddetto multipolarismo tende a enfatizzare; e al progredire dell’efficacia dell'interazione tra le opzioni e i dispositivi usati nella guerra ibrida, sempre più tecnologicamente raffinati.


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