Consigli di lettura (classici)
Primo Levi, "Se questo è un uomo" (1947)
«viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (i buoni e i cattivi, i savi e gli stolti, i vili e i coraggiosi, i disgraziati e i fortunati) sono assai meno nette, sembrano meno congenite, e soprattutto ammettono gradazioni intermedie piú numerose e complesse…
… sono loro, i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero…
…Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. Tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.»
Non credo esista testimonianza scritta più precisa e più "poetica" sull'orrore di Auschwitz del romanzo biografico di Primo Levi.
Non è solo un viaggio di andata e ritorno dall'inferno, è la plastica ricostruzione letteraria della sofferenza, dell'assoluta mortificazione fisica e spirituale di un essere umano, l'annullamento di ogni pur minima dignità.
Nel leggere questo libro, si ha piena la dimensione che il lager è un inferno programmato fin nel più piccolo dettaglio. Una macchina del supplizio di una precisione lucidamente criminale. Nulla viene lasciato al caso, neanche le non poche infrazioni: c'è un modo di gestire e manipolare anche queste.
Le anime perse che popolano il racconto sembrano non avere più individualità, ridotte a cose che si trascinano nel fango, «vermi vuoti di anima».
Eppure, Primo Levi riesce a estrarne materia letteraria purissima. E con essa il profilo dei suoi compagni di sventura. Racconta storie, tragedie, miserie. È un inferno quasi privo di empatia e la speranza una parola senza significato. Un mondo popolato di dolorosi sogni notturni e di incubi quotidiani. Un mondo in cui ci si aggrappa a momenti di sollievo, fatti di istanti in cui per un attimo il dolore si attenua. È già molto, infatti, potere ogni tanto «essere infelici alla maniera degli uomini liberi» .
Si ha sempre fame, una fame che consuma e che esaspera il senso del dolore. Si è partecipi di un girone infernale che si ripete quotidianamente sempre uguale a sé stesso, con minime varianti. Si prova a sperare nella malattia e nel ricovero in un ospedale che è una topaia. Ma anche il ricovero è irto di trappole imprevedibili. E all'orizzonte si profila continuamente minaccioso il "Camino" di Birkenau.
Una radicale distruzione dell'animo umano, attraverso lo snaturamento delle convenzioni e delle convinzioni.
La bestia si nutre di sangue, di carne e di spirito.
L'organizzazione gerarchica degli internati è la pietra angolare del lager. Tutto si regge su questo. È un meccanismo crudele fatto di vittime e aguzzini, che sono a loro volta vittime, con l'inquietante orchestra che scandisce le grottesche marce di spostamento nel campo.
L'inclemente clima invernale polacco fa il resto. Tuttavia, la fine dell'inverno è solo un'illusione, una breve pausa nell'immenso dolore della fame.
E poi, c'è la "Buna", la grigia fabbrica, in cui sono impiegati gli schiavi e gli schiavi degli schiavi, ma anche i civili, quelli del mondo "libero" in una continua riproduzione delle gerarchie.
La Buna è anche fonte e insieme destinazione dei loschi traffici, in cui sono coinvolti tutti, anche le SS, in una sorta di catena di commerci e punizioni.
Nel lager, ogni uomo internato è assolutamente solo, in una perenne lotta spietata contro i suoi simili, un darwinismo sociale portato alle estreme conseguenze. Se delle collaborazioni si instaurano, queste sono solo governate dalla legge della sopravvivenza e quindi, dall'opportunismo. Pronti in qualsiasi momento a disfarsi del simile che non è più utile al proprio soddisfacimento. Le eccezioni sono rarissime.
Lo scrittore analizza con spietato realismo, senza nulla concedere alla retorica dei buoni sentimenti, il meccanismo di selezione dei "prominenten", i prominenti, i funzionari del campo, i privilegiati tra gli schiavi, gli oppressi, che si trasformano in oppressori di altri oppressi. Un meccanismo che si ripete sempre nella storia a qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto. Quando l'oppressione supera un certo limite, il limite della sopportazione, non esiste più alcuna unione tra oppressi. Conta solo la propria sopravvivenza.
Qualche spiraglio di umanità, comunque, Primo Levi riuscì a coglierlo ancora, qualche rarissima eccezione, che gli ricordò di essere tuttavia un uomo. Anche all'inferno può accadere, perché è impossibile cancellare del tutto l'umano. Nel campo probabilmente sì, ma il campo non è fatto solo di internati. Qualcosa che poteva aiutarlo e farlo finire tra i salvati.
Il lager è stata «un'esperienza biologica e sociale» dice Primo Levi, quindi potremmo definirlo un mega laboratorio biopolitico.
Un laboratorio che fabbricava sommersi e salvati, due categorie sociali non perfettamente omogenee che comunque reagivano in maniera opposta alla prova del lager. Argomento che l'autore approfondirà molti anni dopo, nel famosissimo saggio così intitolato.
[Come degno omaggio a questo capolavoro, ho scelto l'immagine dell'edizione del 1947, che purtroppo non ho, avendone una molto successiva]

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