Storia del rock
I protagonisti
Speciale Progressive (un amore senza fine)
["Progressive & Underground in Gran Bretagna e in Europa 1967 - 1976" (2003)
di Cesare Rizzi]
E' difficile catalogare con esattezza cosa sia o sia stato il progressive, ma alcuni aspetti che delineano con una certa sicurezza i canoni di questa musica ci sono. Innanzitutto la "progressiva" espansione della materia tipica del rock, attraverso la dilatazione di tempi e di modalità sonore. Quindi, la contaminazione con altri generi musicali: la sinfonica, il folk e il jazz. Il tutto condito da una predisposizione ad una discreta apertura mentale verso la sperimentazione.
Il pretesto di parlare di Progressive me lo offre questa interessante pubblicazione uscita venti anni fa e che fa parte di una collana dedicata ai sottogeneri del rock.
Comincerò col dire che non esiste corrente musicale all'interno del rock, a cui io sia più legato. Le motivazioni sono molteplici, a cominciare dal valore sentimentale e dalla suggestione evocativa che questa musica mi provoca pressoché da sempre. Un amore sconfinato.
Oltre ad essere divertente e piacevole (di grande formato, a colori, e con una copertina semplicemente strepitosa), un volume come questo è soprattutto molto utile. Tenta di dare una sistemazione critica e cronologica ad un genere musicale e di inquadrarlo in un determinato periodo storico. Infatti il decennio che va dal 1967 al 1976 è quello senz'altro più proficuo e prolifico dal punto di vista qualitativo. Il volume è diviso per sezioni e organizzato per schede, ognuna per artista, in ordine alfabetico, con particolare attenzione alla recensione dei singoli album. Molto bello graficamente, oltre che coloratissimo, e con la riproduzione delle copertine originali dei dischi.
La prima sezione, intitolata “I maggiori”, è dedicata appunto a quegli artisti più rappresentativi e che hanno reso famoso il Progressive. Tra questi, Genesis, King Crimson, Yes, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, Robert Wyatt, Caravan, Jethro Tull. La seconda, “I minori”, nella quale vengono raccolti i nomi di quei gruppi e artisti che hanno contribuito, magari oscuramente, ad arricchire la scena Prog di quegli anni.
Particolarmente interessante la terza sezione, “Gli italiani”, nella quale appunto c'è il tentativo di inquadrare storicamente la scena italiana, che all'epoca poteva vantare capacità e preparazione musicale non inferiori alla più quotata scena britannica. Quindi a fianco di PFM, Banco, Balletto di Bronzo, Orme, Osanna, Battiato, appaiono anche nomi abbastanza sconosciuti, che magari sono vissuti quel tanto per registrare uno o due album.
L'antologia è abbastanza completa e Rizzi è sicuramente un grande conoscitore del genere. L'unico neo, che è poi il difetto di ogni dizionario o manuale musicale, è che i giudizi relativi agli album, sono strettamente soggettivi e rispecchiano ovviamente il gusto personale dell'autore. A volte anche molto discutibile, almeno per me. Resta comunque l'ottimo servizio reso al Progressive.
Ed è a questo periodo che è limitato il mio post. Lo farò attraverso dieci schede, dedicate ad altrettanti artisti, quelli che complessivamente, a mio parere, hanno dato il contributo creativo maggiore. Non è una classifica.
Ogni scheda sarà seguita da consigli di ascolto. Sono gli album migliori secondo il mio gusto personale.
In coda indicherò album imperdibili di artisti rimasti fuori da questo elenco.
King Crimson - Più che dei King Crimson, bisognerebbe parlare di Robert Fripp. E' ovvio comunque che, pur essendoci lui dietro la sigla del Re Cremisi, la produzione a nome del solo Fripp è ben altra cosa da quella del gruppo, e sfora sicuramente i canoni del Progressive. Non si può, d'altronde, attribuire tutto il merito a Fripp, infatti, nel corso della varie trasformazioni della band, si sono alternate personalità di grande spicco, che hanno contribuito non poco all'elaborazione compositiva ed esecutiva.
I King Crimson hanno aperto, comunque sia, e in ogni fase, la strada a nuove sonorità, anticipando quasi sempre i tempi, coniugando romanticismo e sperimentazione. È incredibile, comunque, a prescindere dai contenuti, come siano sempre riusciti a mantenere un equilibrio formale unico, dosando intellettualismo e musica popolare.
Album consigliati: "In The Court Of Crimson King" (1969), "In The Wake Of Poseidon" (1970), "Lizard" (1970), "Larks' Tongues In Aspic" (1973), "Starless And Bible Black" (1973), "Red" (1974).
Robert Wyatt - Maestro e capostipite di tutta la Scuola di Canterbury, Robert Wyatt meriterebbe, solo per questo, di essere citato nel presente speciale. Al pari di Fripp, Wyatt può vantare una carriera musicale di altissimo livello e di lungo corso. Prima coi Soft Machine, poi con i Matching Mole ed infine da solo, ha sperimentato, sia con la voce che con gli arrangiamenti e le composizioni, strade sonore di grande, grandissima suggestione.
Quasi sempre partito dalla forma canzone, Wyatt è andato ben oltre, inserendo elementi folk, jazz e di musica romantica, filtrati attraverso una sensibilità delicata e raffinata, che ha trovato soprattutto nella sua voce il naturale compimento espressivo. Considerata la notevole cultura musicale, ha poi messo in piedi una molteplicità di collaborazioni e di produzioni, nelle quali, spesso, la sua presenza ha fatto la differenza.
Album consigliati: "The End Of An Ear" (1970), "Rock Bottom" (1974), "Ruth Is Stranger Than Richard" (1975).
Genesis - E' bene subito chiarire, che quando parlo di Genesis, intendo i Genesis con Peter Gabriel, e non la "Phil Collins Band", che, a parte l'ottimo "A Trick of the Tail", nel quale aleggia ancora la presenza e l'influenza del "convitato di pietra" Gabriel, il resto è abbastanza o molto dimenticabile, e pur mantenendo il nome dei Genesis, di questi gradatamente ha avuto poco o nulla in comune.
Tra l'altro mi manterrò nel periodo indicato in premessa, quindi non entrerò nel merito di quanto è accaduto dopo.
Ma a parte questa dovuta considerazione, i Genesis sono stati il gruppo che più di altri, all'interno di questa corrente musicale, ha riscosso un successo di notevole portata, tale da renderli una delle band più popolari nella storia del rock.
Compositori ed esecutori eccellenti, Gabriel e soci hanno incarnato il lato romantico del Progressive, consolidando l'affermazione di quel particolare filone denominato "Rock Sinfonico", influenzando una miriade di gruppi e artisti.
Album consigliati: "Trespass" (1970), "Nursery Crime" (1971), "Foxtrot" (1972), "Selling England By The Pound" (1973) e "The Lamb Lies Down On Broadway" (1974).
Van Der Graaf Generator - Mentre la fama è stata generosa con i Genesis, ben al di sopra dei loro effettivi meriti, considerata la produzione degli anni più recenti, la stessa cosa non si può dire per i Van Der Graaf Generator, rimasti sempre fuori dal mainstream, e per questo penalizzati più che ingiustamente.
Dal punto di vista musicale, la band di Peter Hammill ha molte analogie con quella di Peter Gabriel, a cominciare dal taglio romantico e sinfonico, per arrivare fino alla centralità della voce del leader.
Ma l'approccio dei Van Der Graaf è ben più radicale, fatto di sperimentazione, dissonanze e sostanziali incursioni anche nel jazz. Radicalismo sonoro che li ha condotti però ad una certa coerenza musicale.
Musicisti tecnicamente molto preparati, i Van Der Graaf, con le loro atmosfere decadenti e oscure, hanno influenzato molto anche la new wave e certo cantautorato inglese.
Album consigliati: "Aerosol Grey Machine"(1969), "The Least We Can Do Is Wave To Each Other" (1970), "H To He, Who Am The Only One" (1971), "Pawn Hearts" (1971).
Caravan - Altro gruppo che meriterebbe ben altra fama sono appunto i Caravan, la migliore espressione del filone melodico del Canterbury sound dopo il vate Robert Wyatt.
Band dall'eccellente preparazione musicale. Caratterizzazione melodica, sempre in bilico con un'impostazione colta, tra sinfonica, folk, psichedelia, pop e jazz, con evidenti suggestioni zappiane.
Nonostante la scarsa popolarità, la band canterburyana ha contribuito ad influenzare moltissimo la scena musicale progressive, consegnando almeno alla storia un paio di capolavori assolutamente geniali.
L'apice artistico i Caravan lo hanno raggiunto tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta, quando nella formazione militavano i due cugini Sinclair (Richard e David), basso e tastiere, Pye Hastings, chitarra, e Richard Coughlan, batteria. Un gruppo che andrebbe attentamente rivalutato.
Album consigliati: "Caravan" (1968), "If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You" (1970), "In the Land of Grey and Pink" (1971), "Waterloo Lily" (1972), "Cunning Stunts" (1975).
Yes - Gli Yes sono stati senza alcun dubbio, per un periodo di tempo, il gruppo progressive con i migliori musicisti. Una preparazione musicale e un'energia invidiabili. La band inglese è stata anche quella che ha retto meglio la prova dei live acts, dal vivo infatti sono sempre stati una vera forza della natura.
Il loro sound era caratterizzato, nell'epoca d'oro, prevalentemente da un'impostazione sinfonica, nella quale si inserivano le incursioni dei vari strumentisti, veri e propri funamboli.
Anche per loro il momento migliore può essere circoscritto all'inizio degli anni settanta e con la formazione composta da Jon Anderson alla voce, Steve Howe alle chitarre, Rick Wakeman alle tastiere, Chris Squire al basso e Bill Bruford alla batteria.
Album consigliati: "The Yes Album" (1971), "Fragile" (1972), "Close To The Edge" (1972), "Yessongs" (1973), "Relayer" (1974).
Jethro Tull - Il folletto Jan Anderson è uno dei personaggi di maggiore spicco del rock inglese degli anni settanta. La resa scenica delle sue originali performance dal vivo e il suo flauto sono oramai diventati un simbolo non solo dei Jethro Tull, ma di buona parte del progressive rock.
I Jethro Tull sono comunque rimasti sempre un po' al confine con il territorio reale del Progressive, avendo cominciato come band fondamentalmente rock blues, con elementi di art rock.
Il primo disco, "This Was", infatti, tra l'altro un capolavoro, ha ancora poco a che fare con tale ambito, resta confinato per lo più nel rock blues e nel folk, anche se ne rende una versione molto originale. Tuttavia, in seguito la sapiente contaminazione di elementi folk, jazz, psichedelici, sinfonici, hard rock e ancora rock blues, soprattutto con la realizzazione di alcuni concept album, li inserisce a pieno titolo all'interno della musica progressive.
Un sound molto particolare distingue questa band, caratterizzato soprattutto dalla voce e dal flauto del leader, ma anche dall'ottimo livello di preparazione di tutti gli altri musicisti.
Album consigliati: "Stand Up" (1969), "Benefit" (1970), "Aqualung" (1971), "Thick As A Brick" (1972), "A Passion Play" (1973)
Banco del Mutuo Soccorso - Il "Banco" è senz'altro uno dei maggiori simboli della stagione d'oro del Progressive italiano. Un gruppo che aveva ben poco da invidiare ai suoi colleghi britannici, sia per inventiva, sia per qualità compositiva, che per esecuzione. Ben al di sopra della semplice emulazione sonora.
Il Progressive italiano si è caratterizzato da subito per l'originalità di molte trovate musicali, legando questa esperienza soprattutto alla musica classica, alla canzone d'autore e alla musica popolare del nostro paese.
Con il Banco del Mutuo Soccorso si arriva a livelli di eccellente profilo qualitativo, grazie soprattutto ad una varietà di elementi e alla professionalità dei membri del gruppo, a cominciare dalle capacità vocali del mai troppo compianto Francesco Di Giacomo e a quelle esecutive e compositive dei due fratelli Nocenzi.
Bisognerà un giorno riscrivere la storia della musica italiana, riconoscendo il giusto peso ad un genere che ancor oggi resta sottovalutato e del quale i musicisti del Banco sono stati tra i primi e migliori protagonisti.
Album consigliati: "Banco del Mutuo Soccorso" (1972), "Darwin" (1972), "Io sono nato libero" (1973).
Premiata Forneria Marconi - Se c'è il Banco, c'è anche la PFM. Non è solo un luogo comune. Questi due gruppi, nel bene più che nel male, sono rimasti uniti da destini simili e paralleli. Entrambi hanno attraversato una stagione entusiasmante, entrambi hanno incarnato uno stesso genere musicale ed entrambi, in qualche modo, sono sopravvissuti a mode e tendenze.
La Premiata Forneria Marconi ha da vantare una storia blasonata. Hanno suonato sia con Battisti, che con De Andrè, per esempio. Hanno creato una scuola, copiati non solo in Italia, ma anche all'estero, dove sono diventati famosi (USA, Inghilterra e persino Giappone).
Musicisti eccezionali, soprattutto se si pensa a Franco Mussida (chitarrista), Mauro Pagani (flautista) e Flavio Premoli (tastierista).
Album consigliati: "Storia di un minuto" (1972), "Per un amico" (1972), "L'isola di niente" (1974), "Live in USA" (1974).
Gentle Giant - I Gentle Giant sono un caso a parte. Dal punto di vista sonoro, questo gruppo è da inserire sicuramente tra i più preparati e geniali del rock progressivo. Con un amore per la raffinatezza dei suoni e per la ricerca musicale, è stato forse il gruppo più colto del Progressive inglese, subito dopo i King Crimson. Musicisti preparatissimi, a cominciare dai fondatori: i tre fratelli Shulman (Ray, Derek e Phil), si sono caratterizzati fin dal primo album per la cura maniacale delle composizioni e per la scelta della strumentazione, che andava da strumenti elettrici a quelli acustici, come il violino e lo xilofono, fino a riservare ai fiati un posto tutt'altro che secondario.
Questa estrema cura però li ha penalizzati dal punto di vista dell'immagine. Scarsamente "commestibili" per il pubblico rock, anche per quello più esigente, sono rimasti un po' ai margini della scena, anche a causa di una certa freddezza esecutiva, che se sfiorava la perfezione, li privava di quel tratto sanguigno elemento necessario per tutta la musica rock.
Album consigliati: "Gentle Giant" (1970), "Acquiring The Taste" (1971), "Three Friends" (1972), "Octopus" (1972) e "In A Glass House" (1973).
Nel terminare questo speciale, voglio però ricordare alcuni artisti che sono rimasti fuori da questa lista e che meritano più che una semplice menzione. E allora per completare la discografia, ecco ulteriori segnalazioni.
Innanzitutto, i capolavori progressive dei Pink Floyd. Come sappiamo, il periodo progressive seguì quello puramente psichedelico degli inizi, e andò avanti anche successivamente, ma con alterni risultati qualitativi.
"Atom Heart Mother" (1970), "Meddle" (1971), "The Dark Side of the Moon" (1973) e "Wish You Were Here" (1975) sono però pietre miliari.
-"Angel's Egg" (1973) dei Gong, il gruppo più creativo e trasgressivo del Progressive, fondato dal genio Daevid Allen.
-"Leg End" (1973) degli Henry Cow, ancora una creatura della Scuola di Canterbury, gruppo d'avanguardia formato dall'onnipresente Fred Frith.
-"Tarkus" e "Trilogy" (1972), secondo e quarto album del supergruppo Emerson, Lake & Palmer, manifesti del rock sinfonico basati sulle acrobazie delle tastiere e sulla geniale vena compositiva di Keith Emerson, e sull'evocativa bellissima voce di Greg Lake.
-"Third" (1970), ancora Canterbury con i Soft Machine, primo gruppo di Robert Wyatt e primo esempio di jazz rock progressivo della storia.
-"Valentyne Suite" (1969) capolavoro dei Colosseum, che contiene il brano omonimo, forse la prima suite interamente strumentale del Progressive.
-"Tubular Bells" (1973) del polistrumentista Mike Oldfield, opera straordinaria e per dei versi sconvolgente, una vera e propria sinfonia.
-"Palepoli" (1973), concept album, dedicato alla Napoli antica, degli Osanna, gruppo del flautista Elio D'Anna.
-"Sulle corde di Aries" (1973), album splendido del periodo progressive di Franco Battiato, in cui il genio siciliano miscela influenze di vario genere.
-"John Barleycorn must die" (1970), capolavoro assoluto dei Traffic, ma soprattutto del genio Stevie Winwood, un disco che ha influenzato generazioni di musicisti.
-I due capolavori da solista di Peter Hammill: "Chameleon in the Shadow of the Night" (1973) e "The Silent Corner and the Empty Stage" (1974), nei quali il cantante dà prova fino in fondo di tutta la sua capacità vocale.
-"Hatfield & The North" (1974) e "The Rotter's Club" (1974), i due gioielli degli Hatfield & The North, una diramazione più intellettuale dei Caravan, coi due fratelli Sinclair.
-"In Search of Space" (1971) e "Space Ritual" (1973), i due capolavori degli Hawkwind, nei quali le componenti underground, psichedelica e hard rock fanno la parte del leone.
-"Ys" (1972) del Balletto di Bronzo, col tripudio di tastiere del leader Gianni Leone, altro esempio di eccellente prog made in Italy.
-"Abbiamo tutti un blues da piangere" (1973) e "Genealogia" (1974). Forse sarà considerato improprio l'inserimento del Perigeo in questa lista, musicisti provenienti dal jazz, il gruppo di solito viene catalogato come jazz rock. Tuttavia, se si ascoltano attentamente questi due dischi è facile rintracciare un approccio decisamente progressive. Quindi, per quanto mi riguarda, possono essere presenti a pieno titolo in queste segnalazioni.
E per finire una menzione a parte la merita il capolavoro progressive misconosciuto di Todd Rundgren, quel suo "Todd Rundgren's Utopia" (1974) inciso a nome dell'omonimo gruppo. Un discorso a parte, perché Todd Rundgren, un vero e proprio genio folle, rientra nel progressive solo per alcune cose, quest'album compreso; perché è l'unico americano ad essere inserito in questo post; e perché questo album è a dir poco sorprendente, un misto di prog, jazz rock, psichedelia, hard rock e deliri zappiani.

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