Henry James, “Ritratto di signora” (1881)
«Quando ella vide che questo rigido sistema le si chiudeva intorno, quantunque drappeggiato in cortinaggi pittoreschi, il senso di oscurità e di soffocazione al quale ho accennato si impossessò di lei: le sembrò di esser rinchiusa in mezzo a un odore di muffa e di decadenza. Certo ella aveva resistito: con umorismo, con ironia, con tenerezza dapprima; con impazienza, con passione, e con un senso di legittima difesa poi, quando la situazione si era fatta sempre più seria.»
«La verità era che non era mai stata amata prima. Aveva creduto di esserlo; ma questo era diverso; questo era il vento caldo del deserto all’avvicinarsi del quale tutti gli altri cedono d’un tratto, semplici brezze da giardino. L’avvolgeva tutta, la sollevava da terra, mentre il suo solo sentore, come qualcosa d’irresistibile, di arido e di strano, la forzava ad aprire i denti che aveva tenuto serrati.»
La manipolazione è un’arte, ma come ogni arte ha bisogno del contributo di chi la subisce. Ogni manipolatore è tale solo se le sue vittime ne agevolano il compito, predisponendosi a essere violate e manipolate, ha bisogno di chi concede potere ai manipolatori, riconoscendo loro una capacità superiore e virtù la cui presenza è tutt'altro che oggettiva. Questa è soprattutto una storia sulla manipolazione. Un’esemplare storia di manipolazioni, ma anche di ipocrisia, di sottomissione e di vuote convenzioni.
“Ritratto di signora” è senza alcun dubbio il romanzo lungo più famoso di Henry James, grazie anche al celebre adattamento cinematografico del 1996 di Jane Campion e all'interpretazione di Nicole Kidman, che ebbe il compito di dare un “volto” all’eroina di Henry James. Nel 2001, l’esperienza della Kidman si ripeterà come protagonista di “The Others”, liberamente tratto da “Il giro di vite”, il più famoso dei romanzi brevi di James, stavolta.
Che “Ritratto di signora”, oltre a essere il più famoso, sia anche il migliore non spetta a me dirlo, a mio parere pensarlo sarebbe riduttivo, considerata la numerosa produzione dello scrittore anglo-americano, e la sua elevata qualità artistica.
A parte questo, e nonostante la differenza di approccio esistente, non tanto tra narrativa breve o lunga, ma tra periodo americano e periodo europeo, appartenendo “Ritratto di signora” alla fine della prima parte, e rappresentando il ponte ideale tra nuovo e vecchio continente, l’incipit del romanzo dà subito la precisa e netta sensazione che stiamo leggendo Henry James, tanto è inconfondibile il suo stile.
L’amore per la descrizione dettagliata in James non è mai fine a se stesso, vive, anche nella narrativa lunga, come espediente per dare forma all’essenzialità delle cose e, in questo caso, a isolare da tutto il resto l’eccezionalità del personaggio di Isabel Archer, terza di tre sorelle orfane, l'unica ad essere nubile, con fama di essere anche la più intelligente. Isabel sfugge a ogni precisa descrizione e catalogazione, proprio in virtù anche della sua continua indecisione tra l’identità americana e quella europea, e delle sue non chiare motivazioni sulle sue scelte. Isabel è afflitta da una profonda solitudine, dimostrando però di non esserne consapevole.
Ed è proprio la sua incertezza a rappresentare pienamente il simbolo della transizione, con una scelta che non è esattamente una scelta, tratto autobiografico anche dello scrittore, che poi in effetti una scelta la farà, scegliendo l’Europa, ma non riuscendo mai a liberarsi del tutto delle sue origini.
In quest’opera, come in molti suoi racconti e romanzi è messo in scena, appunto, il conflitto tra i due mondi, separati non solo da un oceano: tra l'apparente ingenua innocenza dell’anima americana dell'epoca e l’apparente spregiudicatezza di quella europea, così come le percepisce lo scrittore, o meglio, come l'ironia dello scrittore, che qui raggiunge anche momenti di vera e propria tragica comicità, ne dà rappresentazione.
Ma bisogna fare attenzione perché Henry James è anche il mago dell’ambiguità e questo romanzo può essere sottoposto a differenti letture.
Infatti la dicotomia può in qualche modo essere capovolta e nascondere la capacità dell’animo americano di colonizzare quello del vecchio continente. Questa ambiguità infatti, non viene mai risolta, restando in essere intenzionalmente. Lo scrittore, infatti, non rende solo una versione dei suoi protagonisti, più spesso delle protagoniste, ma le dipinge come figure contraddittorie, così come è contraddittorio il rapporto tra America ed Europa.
Ciò è ancora più evidente nel fatto che quello che viene rappresentato qui è una sorta di viaggio di iniziazione verso l’europeizzazione, non solo di Isabel. La maggioranza dei personaggi infatti, ad esclusione degli inglesi Lord Warburton e Bob Bantling e delle loro rispettive sorelle, sono americani, con diverso livello di integrazione europea o che stanno avviandosi verso tale trasformazione, rispettando in questo senso proprio la forma di romanzo di transizione, ad eccezione di due di loro che invece torneranno in America.
Anche la forma da romanzo apparentemente incompiuto fa da specchio allo stato di sospensione del destino di Isabel, la cui incertezza e la cui incoerenza sono funzionali alla predisposizione a ricevere un “abito” preparato dagli altri due grandi protagonisti: da Madame Merle e da Osmond.
Nonostante Isabel tenga molto a dichiararsi indipendente e al fatto che voglia che si sappia in giro che decide sempre per sua volontà, il suo candore, le sue contraddizioni e la sua infantile ingenuità che scambia per acume, la rendono la vittima predestinata e il ritratto perfetto per il ruolo di metafora affidatole dall’autore.
Tutto ciò è conseguenza diretta della sua solitudine. Isabel è sviata da un’errata percezione del suo proprio carattere, dalla certezza di avere punti di vista ben precisi su ogni cosa e dalla “benignità” degli altri: l’influenza che questi esercitano o meno su di lei producono improvvisi cambi di parere sulle vicende della vita e sui suoi spasimanti.
James affonda molto con discreto cinismo un coltello ben affilato nella piaga dell’inafferrabilità caratteriale e dell’ingenuità, pur dedicando molte pagine alla descrizione della complessità delle sensazioni e dei sentimenti di Isabel, e pur imbastendo una difesa che però è chiaramente frutto del sarcasmo dello scrittore.
Al ritratto indefinito, poi, contribuiscono molto i benevoli, ma allo stesso modo, contraddittori giudizi degli altri personaggi, a cominciare dall’amica Henrietta, dalle sorelle, dalla zia, dal saggio e perspicace Ralph, il cugino adulatore, da Caspar Goodwood e da Lord Warburton, il radicale delle classi alte, fatto salvo il sottile e mascherato acume della contessa Gemini. Isabel non è affatto un enigma, invece, è il soggetto ideale per ricevere delusioni. Pur essendo particolarmente intelligente è solo una donna semplice e buona, e, come accade spesso nelle storie di Henry James, è anche la vittima.
Ammirevoli, come al solito, la geniale accuratezza con cui lo scrittore descrive i personaggi, sia nell'aspetto fisico, che in quello caratteriale, le situazioni e gli ambienti, e soprattutto l'ineguagliabile sottigliezza con cui costruisce i dialoghi.
Assai divertente il puntuale e adorabile sarcasmo di cui fa oggetto l'alta società.
Meravigliosi il capitolo posto a circa due terzi del romanzo, nel quale emerge una seppur parziale e contraddittoria consapevolezza, e la parte, poco prima del capitolo finale, con i dialoghi illuminanti tra Isabel e la tutt’altro che svampita contessa Gemini, e tra Isabel e Madame Merle.










