Tommaso Landolfi, “Il Mar delle Blatte e altre storie” (1939) [seconda parte, gli altri racconti]
… «restringiamoci,» parvero dire i filosofi quando distinsero il sistema primario dal sistema universale «restringiamoci a considerare il creato quale lo concepiamo, non affrontiamo l’inconcepibile. L’universo è certo finito, ma, alle corte, il finito e l’infinito sono ugualmente inconcepibili, non parliamo dunque del finito, sibbene di un finito e basta così; come potrebbe infatti l’universo essere infinito? e se fosse finito che vi sarebbe al di là? Sappiamo bene che simili ragionamenti testimoniano d’una mentalità incorreggibilmente e arcaicamente geometrica, ma che cosa è, in nome di Dio, la mentalità matematica?» etc. etc. «E chissà,» parvero rincalzare detti filosofi «il nostro Dio stesso potrebbe a sua volta, per quanto empio debba parere, dipendere con altri dèi da un altro Dio... quasi pianeta fra pianeti, e il suo sistema da un altro, o più altri... Si dica insomma sistema primario e non universale».
«Per parecchi mesi la luna non ricomparve in cielo e noi eravamo liberi e leggeri. Liberi no, contenti e liberi dalle triste rabbie, ma non liberi. Giacché non è che non ci fosse in cielo, lo sentivamo bene invece che c’era e ci guardava; solo era buia, nera, troppo fuligginosa per potersi vedere e per poterci tormentare. Era come il sole nero o notturno che nei tempi antichi attraversava il cielo a ritroso, fra il tramonto e l’alba.»
«E se i casi della vostra vita vi condurranno in quel lontano paese, in quella lontana città, che riconoscerete per certi segni, cercate ancora, vi prego, la mia statua. Non potrete sbagliare, non ce n’è che una così, al mondo. Sotto quel cielo benigno, che poi s’oscurò tanto sinistramente sul mio capo, fra gli zefiri di quell’eterna primavera, voi stessi nella primavera della vostra vita e nella baldanza della giovinezza, forse, pure, vi farete un istante pensosi e direte a voi stessi: qui ha amato e sofferto la nostra povera madre.»
La raccolta di racconti “Il Mar delle Blatte e altre storie”, dopo l'omonimo e surreale racconto iniziale, di cui mi sono già occupato a parte (https://cassielheaven.blogspot.com/2025/11/tommaso-landolfi-il-mar-delle-blatte.html), continua con un’altra perla: “Da: «L’astronomia esposta al popolo»: Nozioni di astronomia sideronebulare”, un testo che si presenta sotto forma di trattato scientifico astronomico, ma che è un capolavoro di satira letteraria. Una sorta di progressivo delirio sull’astrattezza di certe teorie scientifiche e sulla loro pretesa di essere portatrici di “illuministica” verità assoluta.
Landolfi approfitta della sua abilità nel “giocare” con la lingua italiana per mettere alla berlina i ragionamenti astrusi degli scienziati e la loro irritante e arrogante sicumera. Il tono parodistico caratterizza l'intero testo, tuttavia, nasconde anche un intento più serio: quello di dimostrare l’impossibilità ultima, a causa della limitata capacità della conoscenza umana, di penetrare nei misteri del cosmo e dell'esistenza.
Il testo è in definitiva una comica allegoria sull'impotenza dello sforzo scientifico, che si serve, per esempio, della coazione a ripetere ossessivamente, con una sorta di vuoto caricaturale meccanicismo, la stessa teoria cosmogonica applicata a più campi del sapere e della fede, contribuendo così a ridurre l'esistenza umana ad una vertigine di razionalità geometrica priva di senso.
Tuttavia, “Da: «L’astronomia esposta al popolo»: Nozioni di astronomia sideronebulare” è un testo che può benissimo rientrare nella narrativa di genere fantascientifico. Ciò si evince non solo dalla datazione e dal luogo, posto in calce alla sua fine: «Honolulu-Hawaii (Terra), gennaio-marzo del 2051.», ma dallo stesso andamento dello scritto che cita mondi diversi, in particolare Marte, e ha come risultato un misto di fantasiosa speculazione di carattere filosofico, teologico e fisico-matematico.
“Notte di nozze” è il brevissimo racconto che segue, uno piccolo scherzo grottesco e nero con protagonisti uno spazzacamino e una sposina. Si succedono poi, altri tre racconti molto brevi: “Ragazze di provincia”, con frammenti di immagine di vita quotidiana al limite del surreale; “Il sogno dell’impiegato”, nel quale si fa strada la dimensione erotica del desiderio trasgressivo con gli incontri con la mitica signora Eva, moglie del capufficio, è un satirico, sapido e leggero raccontino.
Chiude la serie dei racconti brevi “Il racconto del lupo mannaro”, il più suggestivo e poetico dei quattro. L’atmosfera si fa grave, oscura, tetra e ascoltiamo l'inquieta voce narrante di una di queste povere creature che ci descrive il suo odio per la luna, il suo tremendo orrore per questo astro che a lui appare disgustoso e viscido e del quale gli appartenenti alla sua specie non si riescono a liberare.
Dopodiché, è la volta del racconto più lungo, insieme a “Il Mar delle Blatte”, e penultimo della raccolta: “Teatrino”, dedicato a Eugenio Montale, e diviso in cinque tempi, ognuno con un titolo a sé, concepiti come se fossero cinque racconti indipendenti l'uno dall'altro, con il comune denominatore del “teatrino” come parodia esistenziale.
È un teatrino delle allucinazioni, analogo a uno spettacolo di marionette, così si parte con la brevissima storia di una farfalla, ne “La farfalla strappata”, che sembrava una mosca, attratta dalle luci dello spettacolo e poi schiacciata, come una di quelle attrici che vivono nell’illusione del palcoscenico. Allegoria e ancora allegoria nella prosa del picano. Ancora insetti e ancora una ragazza confusa come la Lucrezia delle Blatte.
Il tempo che segue porta il titolo di “La tempesta” ed è una vera e propria tempesta dell’assurdo con parole in assoluta libertà. Assistiamo al fantastico e folle carosello di onomatopee, parole spezzate, sberleffi, segni di sospensione. Una lingua sublime che si fa surreale. È la rappresentazione che si liquefà e che implora di essere liberata.
Dopo il piccolo siparietto comico e grottesco de “Il dente di cera”, brevissima rappresentazione delle dispute sul nulla, arriva un atto un po' più lungo: “La matematica non è un’opinione, niente è un’opinione”. E appare veramente come un atto teatrale con tanto di dialogo a due voci. È l'occasione di nuovo per Landolfi di ironizzare sulle speculazioni scientifiche, in questo caso sulla matematica, mettendo in scena una gustosa rissa verbale.
A chiudere il “teatrino”, c'è la quinta parte dal titolo “Asfu”, che è basata sui discorsi a più voci, tra singolari passeggeri di un misterioso mezzo di trasporto, ed è forse il testo più astruso e assurdo dell’intera raccolta. È un viaggio interstellare e i viaggiatori dialogano come se l’azione si svolgesse su un treno. Asfu, “una terra di delizie”, è una città immaginaria nella nebulosa di Andromeda, verso la quale si stanno recando alcuni dei passeggeri.
L’intera raccolta, invece, si chiude con il racconto “Favola”. Ed è senza alcun dubbio uno dei capolavori di narrativa breve di Tommaso Landolfi. Toccante e poetico, con la voce narrante di una cagna ormai arrivata a tarda età che racconta ai suoi figli la favola della sua vita: l’amore infinito per una statua dalle fattezze umane, ai piedi della quale un tempo depose un fiotto del suo “liquido d’oro”.
“Favola” è una parabola sull’incomunicabilità del sentimento amoroso che a volte si perde nella contemplazione dell’oggetto amato senza essere corrisposto. Non c’è nulla di più tremendo per un cane di non riuscire a farsi capire dal suo umano. La statua resta distante, fredda e inespressiva, pur nelle sue magnifiche fattezze.
Landolfi si immedesima con grande sensibilità nell'animo di un cane e l'ulteriore colpo di genio sta nel descrivere la statua come dal sesso incerto (la cagna non riesce a capire se sia maschio o femmina,), sottolineando così l'universalità di tale sentimento che non è solo del cane verso l'uomo, ma anche tra esseri umani, la favola veste dunque i panni di ulteriore allegoria. Il gesto della deposizione del “liquido d'oro” che può apparire un grottesco sfregio, ha invece il significato ironico di un ambiguo omaggio.
Il filo che quindi tiene uniti tutti i testi della raccolta è quello dell'inganno del linguaggio, una costante nell'universo landolfiano, non solo come lingua parlata e scritta in sé, e non solo come capacità di conoscenza, ma anche come comunicazione in senso più vasto, che include i comportamenti, la gestualità, l'assenza di reazioni, l'apparente indifferenza. Tutto ciò che spesso si presenta appunto come incomunicabilità. Inoltre ad accentuare questa bolla di isolamento individuale, molti personaggi sono descritti come figure alienate, spinte al limite esistenziale, intrappolate in situazioni soffocanti o in labirinti psicologici.

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