Heimat 2 “La Seconda Heimat. Cronaca di una giovinezza” (1992)
regia di Edgar Reitz
«Il mondo è tutto ciò che accade.
Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.»
Ludwig Wittgenstein "Tractatus logico-philosophicus”
«Il mio sogno di una Monaco scintillante dovette scontrarsi con la realtà. Monaco era un cumulo di macerie. Quasi non c’era una strada in cui la metà delle case non fosse in rovina, molte delle quali con residui dalle forme bizzarre di muri o timpani da cui pendevano ancora travi del tetto o putrelle di ferro fuligginose. Nei buchi fra un edificio e l’altro erano ammassati cumuli di macerie, spesso erano sopravvissuti solo gli scantinati, dove i più poveri vivevano ancora le loro vite residuali, sette anni dopo la fine della guerra. A ogni angolo c’erano chioschi che vendevano salsicce sotto i tetti delle baracche, piccoli negozi dove la gente andava con le brocche facendole riempire di latte, panetterie che offrivano brezel e cornetti, o bancarelle di frutta quando arrivava il tempo del raccolto. Molte case cadenti erano state delimitate con transenne perché c’era il rischio che crollassero. Alcuni degli edifici universitari della Ludwigstraße erano ancora in rovina…»
«…Le sensazioni di estraneità di un ragazzo di campagna nella grande città, che ho descritto in Heimat 2, corrispondono alle mie esperienze. Anch’io scoprii la connessione tra interno ed esterno. Ero fuori. Camminavo per le strade e guardavo le facciate delle case, le finestre illuminate, gli ingressi chiusi e non avevo nessuna idea di cosa stesse accadendo dietro di esse. La vera vita della città non è quella che vediamo per strada. Le tante persone sempre di fretta, i conducenti delle auto, tutti costoro provengono dagli innumerevoli spazi chiusi della città. Non avevo mai sperimentato un senso di estraneità in questa precisa accezione. Venivo da un mondo che si poteva vedere, che si conosceva. Qui in città, invece, era tutto chiuso. Ma è proprio in questa zona più interna, in cui non si può mai entrare, che si prendono tutte le decisioni. Lì si forgiano le carriere, si giudica, si stabilisce la rotta. Anche per me, per la mia vita. Ero arrivato fin lì perché volevo che si avesse bisogno di me. Avevo scoperto in me una forza su cui investire. Ero una promessa. Per me stesso e per il mondo. Era così che mi sentivo prima di partire per la città. Ma ora mi chiedevo: chi è il mondo? Non lo vedevo più, era dentro, e io invece ero fuori.»
Edgar Reitz, da “Il tempo del cinema, il tempo della vita” (2022)
Non è possibile trovare aggettivi davvero adeguati per definire l’arte di Edgar Reitz. Si possono certo cercare corrispondenze e ispirazioni nel cinema che lo ha preceduto o in quello a lui contemporaneo, ma alla fine si è costretti ad ammettere che il suo genio è unico ed estremamente originale. L’atmosfera che riesce a creare non è ripetibile e prescinde da qualunque accostamento a singoli registi. La sua è un’arte totale, che spazia tra immagini, voci, parole, richiami letterari, filosofia e musica.
Con “La seconda Heimat. Cronaca di una giovinezza”, Reitz compie nuovamente il miracolo della prima serie. Il soggetto, a ben vedere, è piuttosto semplice: una storia lineare, priva di intrecci narrativi complessi. Ma è il modo in cui il regista sa plasmare la narrazione a rapire inevitabilmente lo spettatore, trasformando la banalità apparente in qualcosa di magico. È una vicenda ricca di riferimenti autobiografici. L’incantevole episodio-capolavoro “Il matrimonio”, per esempio, è in larga parte autobiografico. Da una semplicità iniziale la storia si dipana poi in direzioni diverse, parallele e intersecanti, facendo mutare il percorso del protagonista, che evolve come l’eroe di un autentico romanzo di formazione.
La serie è composta da tredici film disposti in sequenza narrativa e copre l’arco temporale di un intero decennio, dal 1960 al 1970. Ogni episodio potrebbe essere considerato un film autonomo, tanto è ricco di idee e suggestioni, e al tempo stesso risulta indissolubilmente legato agli altri, non solo sul piano della trama, ma anche nello scorrere del tempo e negli eventi storici. Un decennio cruciale della storia contemporanea, al cui centro si colloca Hermann Simon, il ragazzo prodigio di Schabbach che, dopo la sfortunata storia d’amore con Klärchen (Klara) narrata nella prima serie, abbandona il villaggio per approdare nella metropoli di Monaco e cercare fortuna come musicista.
Uno dei protagonisti assoluti è proprio la musica, soprattutto quella classica in tutte le sue declinazioni. Heimat 2 ne è letteralmente attraversata: dalla sperimentazione della musica contemporanea, dodecafonica, elettronica e d’avanguardia, fino a una lenta evoluzione che sembra essere plasmata dallo stesso Hermann, attraverso le sue mani che scorrono sulla tastiera del pianoforte o sulle corde della chitarra.
Heimat 2 è un frammento poetico di storia del Novecento, oltre che un’opera cinematografica di rara intensità. Monaco è percepita da Hermann come il simbolo della propria emancipazione: una città idealizzata e disprezzata al tempo stesso, vissuta con trasporto, come spesso accade ai giovani di ogni epoca quando un luogo incarna la ribellione personale contro il mondo precedente. Hermann, infatti, è in fuga.
È una Monaco postbellica, in cui persistono echi del passato nazista, ma che si trova in una trasformazione inarrestabile: a tratti decadente, a tratti sfuggente, talvolta essenziale, avvolta nel grigiore degli edifici in rovina e in ricostruzione, eppure sempre maestosa nella magnificenza dell’architettura medievale, gotica, rinascimentale e imperiale rimasta intatta. Dal grigiore al colore e dal colore al grigiore. Una città ora solare, ora buia e piovosa, che accoglie Hermann e diventa la sua seconda patria, dopo il “rinnegamento” della prima: Schabbach. Paesaggi industriali convivono con parchi di intensa bellezza. Il colore sfuma nel bianco e nero, e il bianco e nero, a sua volta, rifluisce nel colore.
Nel passaggio dal contesto rurale a quello metropolitano si compie il destino del protagonista, che matura attraverso un percorso fatto di speranze e asperità, popolato da nuovi personaggi che accompagnano il suo esordio come cittadino. Monaco rappresenta anche l’idea di ribellione sociale, culturale e politica, con le ingenue illusioni dei rivoluzionari sessantottini, convinti di poter abbattere il dominio borghese mentre finiscono per riprodurne le stesse dinamiche di potere ed esclusione. Libertarismo, spontaneismo, contraddizioni e rigidità ideologiche: una storia antica. Con tali illusioni arrivano anche le droghe e il terrorismo.
Se si vogliono rintracciare affinità nel Reitz della “Seconda Heimat”, appare naturale il richiamo a Ingmar Bergman e al Krzysztof Kieślowski del “Decalogo”, nel comune rapporto di angoscia esistenziale tra tempo, interiorità e fragilità umana. Ma non possono sfuggire nemmeno i richiami di atmosfera culturale — e una citazione esplicita — alla Nouvelle Vague francese. Tuttavia, lo stile di Reitz si affina progressivamente, acquisendo tratti personali sempre più marcati, pur restando pienamente inserito nella storia del cinema tedesco contemporaneo.
Heimat 2 non è solo la storia di Hermann, ma anche quella della bella e inquieta violoncellista Clarissa, che nelle intenzioni del regista doveva essere, anche nel nome, una sorta di evoluzione raffinata di Klara. Per la definizione del personaggio Reitz fu aiutato, non intenzionalmente, da una sua amica dei primi anni universitari. Accanto a Clarissa si muovono molti altri personaggi che incrociano il cammino di Hermann: Juan, “Schnüsschen” Waltraud (ispirata alla prima moglie del regista, Gertraud), Helga, Olga, Renate, Reinhardt, Rob, Ansgar, Stefan, Alex, la signorina Cerphal e molti altri.
A pervadere l’animo di questi giovani, giunti a Monaco da percorsi di vita differenti, è il desiderio di ricostruzione dopo l’abisso. Un desiderio che trova una delle sue espressioni più limpide nell’entusiasmo di Hermann. È una tensione culturale ed esistenziale che mette in discussione tutto ciò che la Germania sta lentamente, ma in modo irreversibile, lasciandosi alle spalle. Reitz si prende tutto il tempo e lo spazio necessari — e fa bene — per tratteggiare con cura ogni singolo personaggio.
L’opera di Reitz, oltre che tedesca, è profondamente europea: una metafora dell’Europa del dopoguerra. Non è casuale che la storia di Hermann Simon e dei suoi amici abbia inizio nel 1960, un anno che nell’immaginario collettivo segna una soglia simbolica di passaggio dal vecchio al nuovo: tra memoria e utopia, tra oscurità e ingenuità, tra desiderio di libertà e malinconia, tra commedia e dramma. La serie, nel suo insieme, è poetica, psichedelica, onirica, surreale, romantica, cinica e decadente, di un’intensità quasi dolorosa, e culmina in un epilogo dagli echi felliniani, in sintonia con quello della prima Heimat, nel quale il regista prende congedo da tutti i personaggi.
Una curiosità finale: nella sua autobiografia “Il tempo del cinema, il tempo della vita”, Reitz dedica un intero capitolo — “Il miracolo dell’Italia” — allo straordinario successo riscosso dalla seconda serie nel nostro Paese, sostenuta da due estimatori d’eccezione, Bernardo Bertolucci e Nanni Moretti. I film furono proiettati al “Nuovo Sacher” di Moretti, registrando il tutto esaurito anche in orari notturni, un successo culminato con l’assegnazione del David di Donatello. Reitz racconta inoltre l’accoglienza calorosa, affettuosa e del tutto inattesa riservata a Roma dal pubblico ai due attori protagonisti, interpreti di Hermann e Clarissa.









