IL PENSIERO ERETICO, LIBERTARIO, SIONISTA, COMUNITARIO E PACIFISTA DI MARTIN BUBER
«Tutte le personalità che mi hanno influenzato avevano idee da esprimere a proposito della società umana. La ragione per cui ritengo che Martin Buber abbia illustrato meglio tutte le cose in cui credo riguardo all’organizzazione sociale sta nel fatto che egli ha saputo spiegarle nel modo più chiaro.»
«Un filosofo che è stato capace di mettersi contro chiunque e che però era un modello di gentilezza e di benevolenza, deve avere qualche cosa d’importante da dire. Ci ho pensato e non credo che si sbagliasse. Era noto come teologo, anche se mi ricordo di quando, in un programma televisivo della BBC, dichiarò a un perplesso sacerdote: “Devo confessare che la religione non mi piace tanto.” E a uno che lasciava intendere che fosse un mistico replicò di essere in realtà un razionalista, e che il razionalismo era “l’unica delle mie visioni del mondo alle quali permetto di finire in ‘ismo’”.»
L'articolo intitolato "Un filosofo contro (e per)", la cui traduzione è stata pubblicata sul periodico “A-Rivista Anarchica” a novembre 2011, è stato scritto dal sociologo, architetto e urbanista anarchico britannico Colin Ward, e uscì per la prima volta nella 1991. Si tratta di un testo di grande rilievo per la storia del pensiero libertario, in quanto costituisce una biografia intellettuale e un omaggio a Martin Buber (1878–1965), celebre filosofo ed esponente del pensiero dialogico ebraico. Uno straordinario esempio di pensatore eclettico e fuori dagli schemi. Non ebbe fortuna alla sua epoca, oggi ne avrebbe ancora di meno, in quanto non riducibile a categorie preconfezionate.
Ho scelto l’articolo di Colin Ward proprio perché valorizza il pensiero del filosofo e rende giustizia al suo grande contributo culturale, purtroppo in genere assai sottovalutato. Ward non parla di Martin Buber come teologo o mistico (etichette che lo stesso Buber rifiutava), bensì come un filosofo della società e un sociologo lungimirante. L’anarchico britannico ammette che Buber è stata la figura che ha saputo rappresentare, illustrare e spiegare con maggiore chiarezza le sue stesse convinzioni sull'organizzazione sociale. L'articolo si concentra sul saggio cardine di Buber, “Sentieri in utopia” (pubblicato in inglese nel 1949 grazie all'anarchico Herbert Read) e sulle sue tesi sociologiche.
L'aspetto centrale della figura di Buber qui delineata è la sua capacità di "mettersi contro chiunque" pur rimanendo un modello di gentilezza: le sue idee sul socialismo pluralista e sulla convivenza tra popoli lo portarono infatti a essere ostracizzato e considerato un "sabotatore" o un "nemico del popolo" da alcuni settori politici israeliani, in verità assai trasversali.
Ward ricorda l'unica volta in cui vide Buber di persona, nel 1956 a Londra, durante una conferenza in cui il filosofo criticò l'esperimento con la mescalina di Aldous Huxley. Buber utilizzò quell'episodio come una metafora della società disgiunta dell'individualismo occidentale: la droga portava Huxley a fuggire dal mondo e a guardare gli altri con diffidenza. Al contrario, per Buber l'autenticità risiede nel restare attaccati alla dimensione comune e nel guardare gli altri negli occhi per riconoscere la reciprocità. Come esposto mirabilmente nell'opera “Io e tu”, ogni comunicazione efficace è un dialogo basato sulla reciprocità.
Secondo l'analisi sociologica di Buber ripresa da Ward: il capitalismo avanzato ha frantumato la struttura pluralista e complessa della società pre-industriale, che un tempo era formata da "diverse società" capaci di resistere al totalitarismo dello Stato. Il socialismo reale (marxista e fabiano) è caduto nella medesima idolatria statalista, centralizzando il potere anziché cercare di liberare la società. Buber proponeva invece un socialismo pluralista, capace di recuperare il significato concreto del termine "Utopia" per edificare una società comunitaria basata su cellule autonome e cooperative.
L'articolo traccia brevemente le origini di Buber: nato a Vienna, cresciuto a Leopoli dove scoprì il misticismo popolare del chassidismo. Fondamentale fu l'incontro a Vienna con il pensatore anarchico ebreo tedesco Gustav Landauer, di cui Buber divenne collaboratore e amico e, dopo il brutale assassinio di Landauer nel 1919, esecutore testamentario. Da Landauer, Buber assimilò l'idea che la rivoluzione sociale non sia un atto violento che distrugge lo Stato, ma un cambiamento nelle relazioni umane che sostituisce lo Stato con la comunità.
Fuggito dalla Germania nazista nel 1938 per insegnare a Gerusalemme, Buber visse l'esperienza sionista in modo del tutto originale e conflittuale. Per lui il sionismo non doveva tradursi nella creazione di uno Stato nazionale ebraico militarizzato (visto come un'altra forma di sottomissione al principio politico nazionalista), ma doveva essere un mezzo per creare nuove radici comunitarie e laiche, come i kibbutz cooperativi israeliani.
Durante il conflitto che portò alla nascita dello Stato d'Israele, Buber si schierò apertamente per la creazione di uno Stato binazionale in cui arabi ed ebrei potessero convivere condividendo la medesima terra. Posizione che condivideva con Judah Magnes, Ernst Simon e altri. Questa posizione pacifista e comunitaria gli costò l'isolamento politico e l'ostilità dei nazionalisti.
Una visione che conferma il fatto che il sionismo non è affatto un monolite, come vuol fare credere la rozza propaganda mainstream antisionista (che nasconde consapevolmente o meno solo antisemitismo), ma un universo assai ricco e diversificato. Un sionismo analogo si trova oggi in ampi settori della società israeliana e nella diaspora, soprattutto nell'universo dell'associazionismo e nei gruppi politici pacifisti e interetnici.
La sintesi di Colin Ward ci restituisce un Martin Buber estremamente attuale: un pensatore che ha difeso il principio sociale (la comunità, il dialogo, l'alleanza spontanea tra individui) contro il principio politico (l'autorità, la paura, la centralizzazione statale); e un filosofo che ha pagato con l'isolamento la propria coerenza libertaria, ponendosi come un "ponte" fondamentale tra l'anarchismo classico e il pensiero comunitario del Novecento.
Qui, l'articolo di Colin Ward:i0
https://www.arivista.org/index.php?nr=366&pag=86.htm

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