«Non appena Hitler prese il potere (o, come si dovrebbe forse dire più esattamente, non appena il potere gli fu consegnato), egli proclamò il 28 febbraio il Decreto per la protezione del popolo e dello Stato, che sospendeva gli articoli della Costituzione di Weimar concernenti le libertà personali. Il decreto non fu mai revocato, in modo che tutto il Terzo Reich può essere considerato, dal punto di vista giuridico, come uno stato di eccezione durato per dodici anni. Il totalitarismo moderno può essere definito, in questo senso, come l’instaurazione, attraverso lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione risultino non integrabili nel sistema politico. Da allora, la creazione volontaria di uno stato di emergenza permanente (anche se eventualmente non dichiarato in senso tecnico) è divenuta una delle pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche di quelli cosiddetti democratici.»
Giorgio Agamben, “Stato d'eccezione” (2003)
«Dichiarare che la scienza non è democratica è, paradossalmente, come mettersi dalla parte di Simplicio che nel Dialogo sui massimi sistemi non accetta l’invito di Galileo a usare il cannocchiale per guardare la luna, perché conferisce alle semplici affermazioni un valore probatorio maggiore di quello offerto dalle «sensate esperienze». Il successo che arride a queste dichiarazioni, che si moltiplicano come altrettante formule sacre, suggerisce che un numero incredibilmente alto di persone, pur apprezzando i fatti della scienza, ha solo una debole conoscenza dei suoi metodi.»
Maria Luisa Villa, “La scienza è democrazia”
«La scienza è un'impresa essenzialmente anarchica: l'anarchismo teorico è più umanitario e più aperto a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull'ordine…
… Non può darsi infatti che la scienza quale la conosciamo oggi, ovvero una "ricerca della verità" nello stile della filosofia tradizionale, sia destinata a creare un mostro? Non è possibile che essa nuoccia all'uomo, che lo trasformi in un meccanismo miserevole, freddo, ipocrita, privo di fascino e di humour? "Non può essere", si chiede Kierkegaard, "che la mia attività di osservatore obiettivo [o critico-razionale] della natura indebolisca la mia forza come essere umano?" Sospetto che la risposta a tutte queste domande debba essere affermativa e credo che una riforma delle scienze che le renda più anarchiche e più soggettive (nel senso di Kierkegaard) sia urgente.»
Paul Feyerabend, “Contro il metodo»
Le tre citazioni, lette una accanto all'altra, disegnano una continuità che a prima vista non è evidente, perché appartengono a registri diversissimi — la filosofia del diritto, l'epistemologia storica, l'anarchismo metodologico — ma che si rivela, a uno sguardo più attento, come la stessa domanda posta da tre angolazioni: che cosa autorizza un potere, sia esso lo Stato o la Scienza, a tracciare il confine fra chi appartiene alla comunità legittima e chi ne resta escluso.
Il punto di innesco è il paradosso che Maria Luisa Villa individua e che di solito passa inosservato: chi proclama che "la scienza non è democratica" per difenderla dal relativismo dei social e dei talk show finisce, senza saperlo, per occupare la posizione di Simplicio. Perché l'autorità della scienza galileiana non nasce da un'ortodossia sottratta al giudizio comune e affidata a una casta di custodi, ma esattamente dal contrario: dall'invito, rivolto a chiunque, a guardare nel cannocchiale.
È un'autorità che si fonda sulla verificabilità universale, non sulla sottomissione a un'affermazione. Dire che la scienza "non è democratica" nel senso di sottrarla al vaglio pubblico significa allora tradire proprio ciò che la rende, in un senso più profondo e più antico del termine, radicalmente democratica: chiunque, in linea di principio, può ripetere l'osservazione, replicare l'esperimento, falsificare l'ipotesi. È un'autorità orizzontale che si maschera, nel linguaggio contemporaneo della "Scienza" con la maiuscola, da autorità verticale.
È qui che la diagnosi di Agamben smette di riguardare soltanto il diritto costituzionale e comincia a proiettare la sua ombra sul discorso pubblico della verità. Lo stato di eccezione, per Agamben, non è la sospensione episodica della norma in un'emergenza reale, ma il dispositivo permanente attraverso cui il potere sovrano si riserva la facoltà di decidere chi resta dentro l'ordine giuridico e chi ne viene espulso come vita non integrabile, eliminabile senza che ciò configuri un delitto.
Ora, negli ultimi anni abbiamo visto formarsi, accanto allo stato di eccezione giuridico, qualcosa che gli somiglia strutturalmente: uno stato di eccezione epistemico, in cui l'invocazione di un'emergenza — sanitaria, climatica, securitaria — sospende non le libertà costituzionali ma le procedure ordinarie del dubbio, della falsificazione, della contestazione pubblica, in nome di una "scienza" che parla con una sola voce autorizzata, di cui si appropria il dispotismo del Leviatano, per limitare e annullare la libertà di movimento, per cancellare l'habeas corpus. Sostenuta anche da chi in condizioni non emergenziali è favorevole alla libertà di circolazione transfrontaliera.
E come nello stato di eccezione agambeniano si producono categorie di cittadini non integrabili, così nello stato di eccezione epistemico si producono categorie di parlanti non integrabili - il no-vax, il negazionista, il complottista - la cui esclusione dal discorso legittimo non richiede più la confutazione argomentata, ma soltanto la dichiarazione della loro appartenenza alla categoria. È la stessa "guerra civile legale" di cui parla Agamben, trasferita dal terreno della cittadinanza a quello della parola pubblica: non più l'eliminazione fisica, ma l'eliminazione della facoltà di essere ascoltati e di dissentire.
Feyerabend offre, a questo punto, non tanto una terza voce quanto l'antidoto che le prime due, messe insieme, reclamano. Il suo anarchismo epistemologico non è una difesa dell'irrazionalismo, ma il rifiuto di lasciare che il metodo scientifico si trasformi esso stesso in un ordine giuridico — in una "legge e ordine" che, proprio come lo Stato di Agamben, si riserva il potere di dichiarare l'eccezione, cioè di decidere quali domande sono legittime e quali vanno tacitate prima ancora di essere poste, oltre ovviamente a quali comportamenti.
Quando Feyerabend teme che la ricerca della verità "in stile filosofia tradizionale" possa creare un mostro, capace di ridurre l'uomo a un meccanismo freddo e privo di humour, sta descrivendo esattamente ciò che Agamben chiama nuda vita: l'essere umano spogliato, da un potere che non ammette repliche, di ogni facoltà di essere ancora soggetto e non soltanto oggetto di un sapere amministrato. La domanda di Kierkegaard che Feyerabend cita — se l'osservazione oggettiva della natura non finisca per indebolire la forza dell'osservatore come essere umano — è la stessa domanda che ci si dovrebbe porre di fronte a ogni "scienza" che pretenda di governare per decreto anziché per dimostrazione.
La sintesi che se ne ricava non è un invito all'antiscientismo, ma il suo esatto contrario: una difesa della scienza come pratica permanentemente aperta, verificabile da chiunque, indisponibile a farsi sovrana. Il nemico non è il metodo galileiano, che resta il gesto più radicalmente antiautoritario immaginabile - mostrare, non ordinare di credere - ma la sua cattura da parte di un potere che lo trasforma in dogma amministrativo, capace di dichiarare le proprie eccezioni e di espellere dal discorso legittimo chiunque chieda, semplicemente, di guardare di nuovo nel cannocchiale.

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