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domenica 16 agosto 2026

UN RAZZISMO DI TIPO NUOVO

 Un razzismo di tipo nuovo è germogliato in questi tempi grami. È un razzismo che non gerarchizza più per natura biologica ma per natura culturale, e che proprio per questo può presentarsi con le insegne dell'antirazzismo e del rispetto della differenza. Il meccanismo è semplice: si sospende l'applicazione del diritto universale non perché lo si neghi in teoria, ma perché lo si subordina a una presunta autenticità collettiva del gruppo, che diventa l'unico soggetto legittimato a un giudizio morale. L'individuo - e la donna, in questo schema, è l'individuo per eccellenza sacrificato - smette di essere portatore di diritti in proprio e diventa rappresentante di una totalità culturale che va "capita" prima che giudicata. È quel tipo distorto di multiculturalismo che, per rispettare le comunità, tratta ogni persona come incarnazione di un'unica appartenenza - di norma stabilita proprio dai componenti maschili e conservatori del gruppo - e le nega così proprio la pluralità di identità e di scelte che l'universalismo dei diritti umani dovrebbe garantirle.

È di fatto la sostituzione della comprensione con la giustificazione, l'idea che il singolo torto, la singola vittima, vadano ricollocati dentro una necessità storica o collettiva superiore, che ne assorbe e ne annulla la pretesa individuale. 

Una volta, nel caso del filosovietismo occidentale, era la Storia con la maiuscola a reclamare priorità sul dolore del singolo confinato nei gulag; oggi è la Cultura, o l'Identità collettiva, a reclamare priorità sul corpo della singola donna. La struttura argomentativa - e il suo vizio - è identica: dalla spiegazione ideologica causale si fa derivare l'assoluzione morale. Il totalitarismo, prima ancora di sopprimere fisicamente l'individuo, ne distrugge lo statuto giuridico e morale di persona, rendendolo funzione di una categoria, razza, classe, e qui si potrebbe aggiungere civiltà.

Non c'è luogo comune più sciovinista del "bisogna capirli", assai insidioso perché si maschera da umiltà. La colpevolizzazione occidentale e il disprezzo coloniale sono due facce della stessa medaglia, perché entrambi negano all'altro la piena responsabilità morale - lo si assolve in anticipo esattamente come prima lo si condannava in anticipo, e in entrambi i casi gli si nega lo status di agente razionale che risponde delle proprie scelte secondo lo stesso metro con cui rispondiamo delle nostre, lo si riduce a untermensch, pur partendo da presunti presupposti “egualitari”. Aspettarsi meno da un uomo perché è "di un'altra cultura" non è rispetto, è la riedizione soft del fardello dell'uomo bianco: la convinzione implicita che quell'uomo non sia pienamente capace dell'autonomia morale che diamo per scontata in noi.

Non voglio negare con questo che esista una forma di “femminismo colonialista” che pretende di "salvare" la donna delle società “arretrate”. Ma ancora più pericoloso è l'essenzialismo culturale che relativizza la sua sottomissione, legittimandola di fatto. Entrambi tendono all'omogeneizzazione della "donna del Terzo Mondo" come categoria. Oggi, però è il secondo a essere più insidioso - quello per cui i diritti collettivi vengono prima di quelli individuali (ciò dovrebbe ricordare qualcosa) - perché è il prodotto di un caricaturale moralismo militante e mistificante tipicamente occidentale, travestito da rispetto per l'alterità e da egualitarismo favorevole all'autodeterminazione dei popoli e delle comunità.

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