Tra le cose che meno sopporto e ho sopportato della sinistra, nella quale ho militato per decenni, c’è l'ipocrisia da alternativi con immagine casual degli appartenenti alle classi colte media e medio-alta, molti dei quali godono anche di più o meno marcati privilegi. Soggetti che sono ben introdotti in ambienti che contano, e che tengono in piedi dinamiche di potere politico, economico, personale e sessuale, di sfruttamento e sopraffazione, nonostante sostengano ben altro nel discorso pubblico; e che occupano quasi completamente i posti chiave a livello decisionale. Questo atteggiamento si accompagna spesso anche a dosi non indifferenti di arroganza e di ignoranza nei confronti della condizioni delle classi subalterne: si va dall'enfasi quasi mitologica, soprattutto nei riguardi dei migranti, al completo disinteresse verso i loro reali bisogni di carattere sociale ed economico.
Una trasformazione degli ideali emancipatori in strumenti di legittimazione del potere, proprio da parte di coloro che dichiarano di volerlo combattere. Non sto criticando il benessere economico, l'istruzione o l'appartenenza alle classi medio-alte in quanto tali. Mi interessa evidenziare la contraddizione tra una condizione di privilegio, spesso accuratamente dissimulata, e una rappresentazione pubblica di sé come soggetti antagonisti, alternativi, libertari, solidali con gli oppressi.
L'abbigliamento casual, il linguaggio informale, l'estetica anticonformista, le dichiarazioni radicali diventano talvolta i segni esteriori di un'appartenenza sociale che non mette mai in discussione i propri privilegi politici e personali. Anzi, può servirsene per riprodurre gerarchie e rapporti di subordinazione.
Il potere non si esercita soltanto attraverso il denaro o le istituzioni. Esiste un potere culturale, relazionale, simbolico e sessuale. Chi dispone di prestigio intellettuale, conoscenze influenti, accesso agli ambienti che contano e capacità di distribuire riconoscimenti può esercitare forme di dominio anche all'interno di organizzazioni che si proclamano egualitarie.
In questi contesti, inoltre, la superiorità morale rivendicata pubblicamente può diventare uno strumento particolarmente insidioso: chi si presenta come emancipatore può sottrarsi più facilmente alla critica, perché la propria identità politica viene scambiata per una garanzia di integrità personale.
Naturalmente, queste dinamiche non sono esclusive della sinistra, né riguardano indistintamente tutti coloro che ne fanno parte. Ma la contraddizione risulta particolarmente evidente proprio dove l'uguaglianza, la solidarietà e il presunto rifiuto del dominio costituiscono i principi dichiarati, messi al centro della propria ragion d’essere.
Un movimento che pretende di liberare gli individui, ma non sa riconoscere e contrastare le proprie dinamiche interne di potere, rischia di riprodurre esattamente ciò che dichiara di voler abolire. E quanto più è convinto della propria superiorità morale, tanto più può diventare incapace di riconoscere le proprie contraddizioni. Non basta proclamarsi contro il potere esercitato sui più deboli e contro il potere degli avversari; bisogna interrogarsi continuamente sul potere esercitato sugli altri da se stessi, anche nella sfera degli affari privati, soprattutto quando lo si esercita in nome della liberazione del genere umano.
L’ipocrisia è la distanza tra ciò che si predica e ciò che si pratica. Ma quando quella distanza diventa sistematica, viene protetta dalle appartenenze e garantisce vantaggi materiali o personali, non siamo più soltanto di fronte all'ipocrisia. Siamo di fronte, quindi, a un meccanismo tossico e disonesto di riproduzione del potere. Inoltre, è un atteggiamento trasversale alle diverse culture della sinistra, nonostante le loro profonde divergenze ideologiche e politiche.
Nella sinistra antagonista e radicale (ma questo aspetto è proprio anche della cosiddetta e più composita area del dissenso, che è emersa in questi ultimi anni), la presunta superiorità morale può assumere la forma della purezza ideologica: la convinzione di rappresentare la parte autenticamente emancipatrice della società, di possedere una coscienza politica più avanzata e di poter giudicare gli altri in base alla conformità a determinati principi. Il dissenso interno rischia così di essere interpretato come tradimento, cedimento, compromesso o insufficiente consapevolezza.
Nella sinistra democratica, progressista e liberale, invece, può manifestarsi attraverso una superiorità culturale e civile: la convinzione di incarnare la razionalità, la modernità, la competenza, il cosmopolitismo, i valori democratici e il progresso scientifico, contrapponendoli implicitamente all'arretratezza, all'ignoranza o all'irrazionalità degli avversari. Le modalità sono differenti, ma il meccanismo è simile: la trasformazione delle proprie convinzioni in un criterio di superiorità personale e collettiva.
Si produce anche un paradosso interessante di vecchissima data. La sinistra radicale rimprovera spesso a quella moderata il conformismo, l'integrazione nei sistemi di potere e l'abbandono degli ideali emancipatori. Quella moderata, a sua volta, rimprovera alla sinistra radicale l'estremismo, l'irresponsabilità e l'incapacità di confrontarsi con la complessità della realtà. Eppure entrambe condividono un'identica postura: non voler riconoscere la legittimità morale e intellettuale di chi non appartiene al proprio universo di riferimento, quello esterno alla sinistra.
Naturalmente, non si tratta di caratteristiche esclusive della sinistra. Anche altre culture politiche costruiscono identità fondate sulla superiorità morale, nazionale, religiosa o culturale. Tuttavia, nella sinistra questa contraddizione assume un significato particolare, perché entra direttamente in conflitto con la sua tradizione egualitaria, libertaria ed emancipatrice, facendo così emergere l'impostazione stalinista e autoritaria mai elaborata fino in fondo e che anzi si è radicata nel tempo.
Questo non in senso di revisione e condanna politica, che c'è stata più o meno sinceramente. Ma di sacralizzazione della causa. Quando una causa viene identificata con il bene, chi la rappresenta tende a considerarsi investito di una particolare autorità morale. Le proprie contraddizioni diventano secondarie rispetto alla missione storica dichiarata, ed emergono marcate tendenze all'autoritarismo.
Un elemento determinante nella torsione autoritaria interna è la subordinazione dell'individuo all'appartenenza e al decisionismo del leader o delle strutture decisionali. La lealtà al gruppo, alla sua immagine pubblica e alle sue gerarchie può diventare più importante della libertà personale, della ricerca della verità e perfino della giustizia nei confronti di chi subisce abusi al suo interno, e che conduce automaticamente alla delegittimazione del dissenso. L'avversario non viene semplicemente considerato portatore di idee sbagliate, ma moralmente sospetto. Il confronto leale viene sostituito anche dalla diffamazione personale.
Questi atteggiamenti non sono necessariamente di origine stalinista e si ritrovano anche in tradizioni politiche molto diverse. In particolare nella tradizione della destra, soprattutto di quella reazionaria. E ciò dovrebbe già di per sé inquietare. Una convergenza sulla postura autoritaria che molti sottovalutano. Tuttavia, lo stalinismo ne ha rappresentato una sistematizzazione particolarmente radicale e pervasiva nella tradizione storica della sinistra.
L'autoritarismo può sopravvivere perfettamente all'interno di una cultura che si presenta come antiautoritaria. Non ha necessariamente bisogno di un capo riconosciuto, di una disciplina formale o di un'organizzazione gerarchica. Può esercitarsi attraverso il prestigio intellettuale, le relazioni personali, il controllo dell'accesso alle informazioni e agli ambienti influenti, la pressione del gruppo e la distribuzione informale di riconoscimenti e sanzioni. Anche la retorica dell'orizzontalità può finire per nascondere gerarchie che, proprio perché non dichiarate, diventano più difficili da contestare.
In sostanza, la sinistra ha saputo, in molte sue componenti, prendere le distanze dallo stalinismo come regime, ma non ha sottoposto a una critica altrettanto radicale le proprie concezioni del potere, dell'appartenenza, della superiorità morale e del rapporto tra individui e tra individui e collettività. Al contrario ha sempre dimostrato di sfruttarne i benefici per la nobiltà della propria causa oppure per interessi personali non dichiarati al limite della disonestà e della legalità. Il fine giustifica i mezzi del “noi, compà, se lo potemo permette.”