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mercoledì 30 ottobre 2024
“Viaggio al centro della Terra” (1959) regia di Henry Levin
domenica 27 ottobre 2024
“Ed Wood” (1994) regia di Tim Burton
Cult Movie
“Ed Wood” (1994)
regia di Tim Burton
con Johnny Depp, Martin Landau, Bill Murray, Sarah Jessica Parker, Patricia Arquette, Jeffrey Jones, Conrad Brooks, Juliet Landau, Lisa Marie
«Salute amici miei. Voi siete interessati all'ignoto, al mistero, all'inesplicabile, ecco il motivo per cui siete qui. E noi per la prima volta siamo lieti di presentarvi il pieno resoconto degli eventi. Soddisferemo la vostra curiosità offrendovi le prove basate sulle testimonianze delle anime miserabili sopravvissute al terrificante cimento. I fatti accaduti, i luoghi. Amici, non possiamo più tenere segreta questa vicenda. Chissà se i vostri cuori riusciranno a sopportare i fatti sconvolgenti della vita di Edward D. Wood junior.»
Dei biopic di solito si ha un’idea un po' stereotipata, perché si pensa che debbano essere realizzati soprattutto sulle vite di personaggi illustri, uomini e donne di potere, eroi ed eroine. Qui invece abbiamo un biopic molto sui generis, dedicato a un personaggio assai sfortunato, deriso e disprezzato: il mitico Ed Wood.
Qui il fantastico non è tra le note biografiche, ma è confinato nelle sceneggiature di Ed Wood, non per questo, però, tende a far meno presa sull'immaginario dello spettatore. Il film infatti non è solo un omaggio a Wood, ma lo è al B-Movie in genere e a tutto il cinema fantastico. È ovviamente in bianco e nero, così come lo erano le sue pellicole. Era esattamente un mondo in bianco e nero quello di Ed. E già da questo non piccolo particolare, si può desumere la differenza con il consueto coloratissimo universo di molti degli altri film di Tim Burton.
È liberamente tratto dalla biografia “Nightmare of Ecstasy. The Life and Art of Edward D. Wood, Jr” di Rudolph Grey, ma non è un semplice riadattamento, è un vero e proprio inno a quello che era un personaggio che è stato sempre fuori dagli schemi hollywoodiani. A cominciare dal fatto che per lui era sempre buona e unica la prima scena girata, tanto era istintivo e artigianale il suo modo di creare storie come regista, attore, produttore e sceneggiatore.
Quanto di reale e di inventato ci sia nel film non ha granché importanza, essendo un biopic e non un film biografico. Quel che conta è il racconto in sé, l’intenzione di Burton anche in questo caso di porre al centro del suo cinema la figura di un personaggio relegato ai margini della società.
Nonostante il cast sia tutto a livelli notevoli, diretto in maniera egregia da Burton, Depp e Landau sono i veri mattatori del film.
Tim Burton è spinto non solo dall’ammirazione, ma anche da amore vero e proprio per questo personaggio emarginato e calpestato. E ne fa una sorta di eroe dei reietti, enfatizzandone tutti i lati positivi, ma lo fa con leggerezza, tenerezza, volgendo anche le inevitabili parti comiche e grottesche in un omaggio al suo candore alla sua propensione ad entusiasmarsi per ogni piccola cosa.
Ed Wood, pur essendo etero, amava vestirsi da donna, lo faceva per il piacere di farlo, con una passione smodata per i golfini di angora, lo faceva fin da bambino, con un’innocenza che conservò anche da adulto. Sosteneva che ciò, oltre a dargli un senso di confortevole sicurezza, gli permetteva di sentirsi più vicino alle donne.
Eddie aveva un particolare fiuto per scoprire “talenti”. Le vicende di queste scoperte sono al centro dell’ideazione delle altre due pellicole presentate da Burton nel corso del film: “La sposa del mostro”, con l'epico monologo finale di Bela Lugosi, e “Plan 9 from the outer space”, il suo “capolavoro”, diventato col tempo un vero e proprio oggetto di culto, tanto da spingere anche una band di rock psychedelico anni ottanta a prendere il nome del film.
venerdì 25 ottobre 2024
Abraham B. Yehoshua, “L’amante” (1977)
𝗖𝗹𝗮𝘀𝘀𝗶𝗰𝗶
𝗔𝗯𝗿𝗮𝗵𝗮𝗺 𝗕. 𝗬𝗲𝗵𝗼𝘀𝗵𝘂𝗮, “𝗟’𝗮𝗺𝗮𝗻𝘁𝗲” (𝟭𝟵𝟳𝟳)
«Chiudo gli occhi, spero ancora. Tutto è silenzio. I pensieri si calmano, la cartella è in ordine, la porta chiusa a chiave, le persiane abbassate. In strada c’è silenzio. Tutto sembra fatto per il sonno… Forse ho dormito un minuto o due, ma poi il tempo è passato, e ho capito che non dormo affatto, che la fiammella che mi arde in fondo all’anima non mi darà pace, e comincio a rivoltarmi nel letto. E questa strana irrequietezza continua ad aumentare. Rivolto il cuscino, cambio posizione ogni quarto d’ora, poi ogni pochi minuti. Un’ora se ne va.»
Secondo un altro scrittore israeliano Alon Altaras, Oz, Yehoshua e Grossman avrebbero fatto parte di una sorta di ideale “Trinità”, un terzetto che ha avuto il merito di far conoscere al mondo occidentale la letteratura israeliana contemporanea e di aver promosso le ragioni sia degli israeliani, che dei palestinesi, cercando sempre un punto d’incontro tra le due realtà. Erano la coscienza critica di Israele. Nel momento in cui quel mondo ha perso prima Oz, e poi Yehoshua, è diventato assai più povero.
Il fanatismo di ambo le parti, l’ignoranza, il terrorismo, il pogrom del 7 ottobre spacciato per atto di resistenza, gli orribili bombardamenti e l’intransigenza si diffondono, invece oggi, abbastanza incontrastati. Si uccide insieme agli esseri umani, anche ogni tentativo di dialogo, ogni speranza di pace, così come fu ucciso a suo tempo Rabin. Con antisemitismo (spesso mascherato da antisionismo, senza preoccuparsi di conoscere la storia dei vari sionismi) e odio per l'Islam ai massimi livelli, di cui sono responsabili non solo i fautori, ma anche molti di quelli che pretenderebbero di combatterli, e di farlo ovviamente solo con la violenza e con le armi. Il dialogo e il compromesso non sono più contemplati.
Da una parte, i tagliagole promotori dello Stato Islamico, sono definiti eroi della resistenza; dall'altra, i guerrafondai estremisti, attenti solo ai loro interessi, e a progetti di suprematismo, si ergono a difensori della patria. Nel frattempo dal fiume al mare cresce una follia distruttiva e autodistruttiva. Le responsabilità non peseranno certo allo stesso modo, ognuno può dilettarsi nel gioco quantitativo al massacro. È invece ignorato ciò che è più importante: che non c’è una sola ragione, le ragioni e i diritti sono due, e andrebbe quindi trovato un compromesso, se si vuole fermare la follia della guerra e il tumore dell’integralismo e del fanatismo.
“L'amante” lo lessi la prima volta più di trent'anni fa. Infatti, la mia edizione è del 1990. È stata la mia prima lettura di un'opera di Abraham B. Yehoshua, ed è anche il suo primo romanzo, un’opera che mi colpì profondamente, che contribuì a fare crescere il mio amore per Israele, per una certa Israele. L'Israele dei diritti umani, dei diritti civili, dei diritti economici, dell’uguaglianza tra le etnie e tra le fedi religiose, dell’uguaglianza tra gli individui nel rispetto delle differenze, dei kibbutzim e dell’emancipazione sessuale, del quale i tre scrittori si sono sempre fatti portavoce nella letteratura.
Yehoshua possedeva un modo stupefacente di raccontare. In questo romanzo, entra e esce dai personaggi in continuazione, ne assume il punto di vista con estrema naturalezza e duttilità. Nel narrare, viene fuori anche la diversa percezione reciproca, dei due universi: quello ebraico e quello arabo, quella di rappresentarsi l’un l’altro. Una percezione distorta, soggettiva, spesso errata, sempre però potenzialmente tesa verso un possibile incontro, verso la comprensione reciproca. E l’amore potrebbe aiutare.
“L’amante” è un romanzo sul desiderio, come lo si arriva a perdere e come lo si può ritrovare, sull’amore che prende strade diverse da quelle usuali. Sul rincorrersi a vicenda e rincorrere qualcun altro. È una storia dall’andamento molto particolare, nella quale le linee narrative si confondono. Una storia d'amore molto singolare e disperata. Ed è una storia sullo scontro, ma anche sull’incontro e sul dialogo tra le anime diverse di questa tormentata terra.
Ad un certo punto arriva Na’im, giovanissimo arabo, coetaneo di Dafi, che inizia a lavorare nell’officina, e un nuovo mondo, un mondo parallelo irrompe nella narrazione. È un universo separato, così vicino fisicamente, e così lontano, perché caratterizzato da una prospettiva esistenziale completamente diversa. È l’universo di un arabo israeliano, quello che è al centro della narrazione di Na’im. Con l’ombra del terrorismo che si allarga su tutti loro, anche sulla sua famiglia. Finché Na'im non si innamora.
La voce narrante misteriosa di Vaduccia, altra narratrice, si fa invece strada un po' alla volta, a sprazzi, lentamente, e solo ad un certo punto Yehoshua svelerà al lettore di chi si tratta, incredibile invenzione letteraria, che ha destato in me grande impressione durante questa rilettura, richiamandomi alla mente un’esperienza simile. Vaduccia incarna anche l’anima più antica di Israele.
Ma le analogie non finiscono qui. La sua rilettura, come sovente accade, mi ha regalato nuove suggestioni. Mi sono via, via, riconosciuto in parte dei punti di vista dei vari personaggi, oltre a Vaduccia e alle sue allucinazioni: l’insonnia di Dafi, gli incubi di Asya, la difficile ricerca di un punto di incontro con la donna amata da parte di Adam, il senso di spaesamento che coglie Na’im.
Credo che sia questo lo spirito giusto col quale accostarsi alla lettura di questo stupendo capolavoro, il lavoro di identificazione, lo stesso profuso da Yehoshua nello scriverlo.
Dafi spesso non dorme, è costretta a fare i conti con il reale, che vive anche durante la notte, in compenso, però Asya dorme molto e sogna, ed è dei sogni, degli incubi deliranti che racconta la sua voce. A voler seguire la sua narrazione, sembra che viva esclusivamente all'interno di una dimensione onirica, alienata da tutto il resto. Fa sogni «limpidi e luminosi, e [...] se li ricorda in tutti i particolari.»
Adam ha un garage, un'autofficina, con dei lavoranti arabi. Asya è un'insegnante delle superiori e Dafi, una studentessa, che frequenta la stessa scuola dove insegna la madre. Tuttavia, è Adam che narra la loro storia, che ragguaglia il lettore sugli avvenimenti e sulle implicazioni del rapporto con Asya. Di come si può amare per decenni, arrivando ad una sorte di quiete, priva di emozioni. È una narrazione contraddittoria quella di Adam, fatta di sottigliezze verbali, di sentimenti incoerenti e contrastanti, e di mostruosità.
Quelli di Adam e di Asya restano comunque come due mondi separati. Separazione che di fatto era stata già determinata dal grande dolore provato anni prima. Il comportamento di Adam potrebbe risultare incomprensibile, ma è di una linearità impressionante, fatto di sensazioni, stimoli, risvegli e assopimenti, giocato sulla proiezione del desiderio erotico. Fin quando però le sue diventano ossessioni che sfociano anche nel morboso.
Ci sono poi, le notti che Adam passa insieme a Dafi e Na’im, a cercare una Morris del ‘47 con un carroattrezzi, e a raccattare le automobili incidentate degli israeliani. Sono notti suggestive alla ricerca di un'anima, mentre raccolgono altre anime, i tre imparano a conoscersi meglio e l'insonnia diventa quasi una malattia contagiosa.
Le pagine più straordinarie, più intensamente e tristemente poetiche sono quelle che descrivono la guerra, il fronte, la paura, la solitudine, il senso di estraneità, l’irrazionalità, il conflitto con qualcosa di impalpabile, di oscuro. E poi, la fuga, la diserzione, verso una nuova vita.
Ma c’è soprattutto il contrasto tra l’animo contorto di Adam e la purezza di Dafi e Na’im, che rappresentano la speranza riposta in quelle che erano allora le nuove generazioni di Israele, ostacolata dai molti reciproci pregiudizi, inculcati da decenni e decenni di odio e di diffidenza. Una purezza che potrebbe finire, però, per contagiare anche Adam.
mercoledì 23 ottobre 2024
“Il pianeta azzurro” (1981) regia di Franco Piavoli
domenica 20 ottobre 2024
“Dune” parte uno e due (2021 - 2024) regia di Denis Villeneuve
giovedì 17 ottobre 2024
J.G. Ballard, “Città di concentramento” (1957)
sabato 12 ottobre 2024
“Monsieur Verdoux” (1947) regia di Charlie Chaplin
venerdì 11 ottobre 2024
Tommaso Landolfi, "Le due zittelle" (1944)
martedì 8 ottobre 2024
"Angel Heart - Ascensore per l'inferno" (1987) - regia di Alan Parker
domenica 6 ottobre 2024
“Masquerade” (1967) regia di Joseph L. Mankiewicz
Cult Movie [capolavoro]
“Masquerade” (1967)
regia di Joseph L. Mankiewicz
con Maggie Smith, Rex Harrison, Susan Hayward, Cliff Robertson, Capucine, Edie Adams, Adolfo Celi
«Lo sa cosa sarebbe magnifico? Che la vita fosse come un copione di film. Desideri qualcosa... Dissolvenza... Ce l'hai. Non trova che il mondo sarebbe migliore?»
«Le ore possono essere buone e cattive, lo sa? Agli orologi importa quali ore misurano? No. Ma a noi sì, a noi pochi eletti: noi rallentiamo quelle buone, le sorseggiamo goccia a goccia come vino pregiato, e acceleriamo le cattive. La gente da poco, i mediocri, ingoiano il tempo come i panini: cento anni di panini ben ripieni, e tutti si accontentano.»
«Non sono mai esistiti altri tempi, abbiamo solo dimenticato il piacere di vivere in questo!»
Uno dei migliori modi per ricordare Maggie Smith è, per quanto mi riguarda, la recensione di questa commedia nera di Mankiewicz. Arriva cinque anni prima dell’altro gioiello, che aveva una trama e un impianto scenico assai simili: “Gli insospettabili”, di cui mi sono occupato qualche settimana fa, e molti anni dopo “Eva contro Eva”, dramma fondato anch’esso sull'inganno.
Ci troviamo ancora in una villa con dei passaggi segreti come negli “Insospettabili” e delle stanze collegate come se fossimo in un labirinto. Ma stavolta il luogo è ben preciso: Venezia. Ed è un'altra occasione per riflettere sul teatro e il suo rapporto col cinema, un cinema che riadatta e rielabora modalità, trucchi e tempi teatrali. Sette personaggi: quattro donne e tre uomini, si contendono la scena.
Di solito, Maggie Smith viene associata alle sue cose più recenti, anche per questo ho invece voluto privilegiare un film dove era ancora una giovane attrice. Qui, inoltre, è semplicemente deliziosa, appare inizialmente, primo tranello di Mankiewicz teso agli spettatori, come poco più che una comparsa, circondata da un cast di attori che sanno tutti il fatto loro.
E da comparsa, lentamente, finisce per rubare la scena a tutti gli altri, in ogni senso. A mio parere, la sua interpretazione è più affascinante di quelle della seducente Susan Hayward, della conturbante Capucine e della esuberante Edie Adams. I veri mattatori del film sono lei, Maggie, e un effervescente Rex Harrison, che interpretano personaggi caratterialmente completamente all’opposto.
“Masquerade”, la cui sceneggiatura è firmata dallo stesso Mankiewicz, è tratto soprattutto da una commedia del XVII secolo di Ben Johnson, nota con il titolo di “Volpone”. Infatti il film si apre con Cecil Fox (Rex Harrison) che assiste proprio ad una mediocre rappresentazione di questa pièce teatrale. Ma non è l’unica fonte di ispirazione.
Il regista si rifà anche ad un’altra commedia: “Mr. Fox of Venice” di Frederick Knott, già famoso come sceneggiatore del “Delitto perfetto” di Hitchcock, “Masquerade” ha infatti diverse analogie proprio con il film di Hitch; e, infine si basa anche sul romanzo di Thomas Sterling “The evil of the day”. Fox è Volpone, e il suo “segretario” McFly è il Mosca della commedia di Ben Johnson.
Con la consueta maestria da illusionista, Mankiewicz tira fuori dal suo cilindro un autentico capolavoro, che non ha nulla da invidiare alle cose migliori di Hitchcock.
La sua accentuata attitudine per la commedia rende la storia molto godibile e divertente e con un ritmo assai elevato, per non parlare dei dialoghi, squisitamente teatrali. “Masquerade” è in sostanza una storia sulla venalità e sull'astuzia. Inizia con una messa in scena basata su uno scherzo, una sciarada, una burla, che cela però anche una truffa. Tuttavia, a circa metà, vira improvvisamente nel thriller. Il tutto condito anche da un surreale pizzico di musical.
Anche Mankiewicz si diverte e, divertendosi, si prende gioco dei suoi personaggi, degli stessi attori e soprattutto degli spettatori. L’andamento della trama ricca di intrecci, di colpi di scena, di capovolgimenti inattesi, del sovrapporsi di molteplici inganni, spiazza qualsiasi ipotesi sul finale, anzi sui finali. Perché come negli “Insospettabili”, il finale ne contiene anche altri, lasciando libera interpretazione sull’evoluzione successiva.
Uno dei temi del film è rappresentato da una moltitudine di orologi. Ce ne sono soprattutto quattro, che fanno bella mostra, ognuno diverso dagli altri: una meridiana, una clessidra, un orologio barocco con carillon e un orologio in stile avveniristico con svariati quadranti che indicano contemporaneamente l’ora in una serie di capitali poste nei luoghi più disparati del globo. Il tempo infatti è al centro della storia, sia il tempo che passa inesorabile per Cecil Fox, sia quello relativo alle coincidenze sull’esecuzione dei “delitti”, a cui non poteva ovviamente mancare la "Danza delle ore".
L'espediente delle diverse voci narranti in alcuni passaggi del film si armonizza perfettamente con la logica della storia e con la visione che lo stesso Mankiewicz aveva del cinema. L’inafferrabile e astratta misura delle apparenze, che nascondono altre apparenze.
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