PUTINISMO E FILOSOVIETISMO. LA SINGOLARE CONVERGENZA TRA SINISTRA CAMPISTA, DISSENSO SOVRANISTA E TRADIZIONALISMO ANTICOMUNISTA
Tra i tanti paradossi attuali di natura politica si trova oggi un fenomeno antropologico molto interessante: la singolare convergenza di anticomunisti tradizionalisti, sinistra campista di derivazione marxista-leninista e variegato e folkloristico mondo del dissenso sovranista e del grillismo (sia ex 5s, che attuale), tutti accomunati da simpatia nei confronti del sovietismo e del putinismo come fenomeni collegati da una presunta continuità storico culturale. Evito di nominare partiti e organizzazioni politiche perché l'elenco è lungo ed è assolutamente superfluo farlo.
Sembra una ridicola assurdità, ma non è così. È un fenomeno che ha un suo perché, legato soprattutto al contesto italico odierno, autorazzista e antieuropeista, e impegnato a riconvertire narrazioni diverse piegandole ad una certa percezione soggettiva e distorta della realtà, che tra l'altro già nella premessa contiene un errore: considera come naturale la sovrapposizione di Russia e URSS, quando la seconda non coincideva semplicemente con la prima, ma era un'unione di repubbliche in cui la Russia, pur essendo il soggetto più importante ed egemone, era solo una di queste repubbliche, seguita, guarda caso, proprio dalla stessa Ucraina. Una narrazione che lascia sullo sfondo la separazione di queste entità dopo la caduta dell’impero sovietico come irrilevanti, dovute a presunti interessi contrari al popolo russo.
Il tradizionalismo di destra - nella sua versione più coerente, quella che si rifà a Julius Evola, alla Tradizione metafisica, all'idea di gerarchia spirituale - è ontologicamente incompatibile con il comunismo marxista, il materialismo storico e la dissoluzione del sacro. Un concetto che non può essere ridotto a una questione di politica contingente, pena lo snaturarsi del principio filosofico stesso.
Eppure, una parte consistente dell’ambiente tradizionalista con simpatie putiniane finisce oggi per simpatizzare anche con quel che era l'URSS, o quanto meno a trattarla con la massima indulgenza e con sguardo superficiale, non solo perché il fenomeno è spiegabile attribuendolo a dissonanza cognitiva, a ignoranza o a un vago e accentuato sentimento nostalgico. La questione è facilmente spiegabile in quanto è strettamente correlata al posizionamento geopolitico attuale: l'URSS non sarebbe stata davvero comunista nel senso classico del marxismo occidentale, ma una forma in cui la Russia continuava a esistere come potenza imperiale e come essenza spirituale.
Una tesi, in verità, non certo nuova, né originale, già molto dibattuta anche in ambienti di natura opposta, e che ha sicuramente un suo pur minimo fondamento, ma che andrebbe analizzata con le lenti della complessità. Il comunismo sarebbe stato solo un involucro ideologico che celava elementi più antichi: lo Stato zarista, il messianesimo ortodosso, l’idea di Terza Roma. Stalin, secondo questa lettura, non è stato tanto l’erede di Lenin, quanto uno zar con un’uniforme diversa: quella di un socialismo nazionalista e russo-imperiale.
L’interpretazione tradizionalista sostiene appunto che la Russia non è mai stata pienamente “moderna”, nemmeno sotto il regime sovietico: il comunismo sarebbe stato una maschera di qualcosa di premoderno, anti‑liberale, che aveva a cuore l’idea di tramandare la tradizione della Madre Russia. Tuttavia, tale lettura richiede un consistente sforzo di wishful thinking storico, perché trascura che il bolscevismo ha perseguito la trasformazione o la distruzione di istituzioni che il tradizionalismo venera: la Chiesa, la nobiltà, la continuità dinastica, i simboli sacri e, attraverso la collettivizzazione forzata, le comunità contadine. Il sovietismo ha realizzato un progetto di ingegneria sociale tra i più radicali della storia.
A rafforzare questa posizione concorrono teorie eurasiatiste e figure come Aleksandr Dugin, non solo la t-shirt di Lavrov e la riabilitazione di Stalin da parte del Cremlino - operazioni chiaramente propagandistiche. Per l’influente ideologo russo, infatti, l'Unione Sovietica non è stata solo un esperimento ideologico comunista, ma una delle incarnazioni storiche della sacra missione imperiale russa. Nonostante le sue radici giovanili come dissidente anticomunista, nella sua visione più recente rivaluta profondamente in senso positivo l'esperienza sovietica in chiave geopolitica, grande-russista e imperialista continentale.
Ai suoi occhi, il periodo sovietico ha preservato l'unità territoriale dell'Eurasia contro l'influenza dell'Occidente liberale. La sua ammirazione per lo stalinismo non riguarda l’ateismo o il marxismo, ma la capacità dello Stato sovietico di porsi come superpotenza che anteponeva gli interessi collettivi a quelli individuali. Il punto cruciale è che, in larga misura, non si tratta di un ragionamento pro‑sovietico ma di un ragionamento eurasiatista e anti‑occidentale. L’URSS viene difesa non per ciò che era effettivamente, ma perché era l’antagonista principale degli Stati Uniti, della NATO e del liberalismo. L’Occidente liberale - modernità, individualismo, mercato globale - è percepito come il Male principale; tutto ciò che gli si oppone acquista un’aura positiva.
Il tradizionalismo putiniano ha, dunque, ragione a riconoscere che la Russia contemporanea conserva elementi pre‑moderni alternativi all’Occidente - imperialismo sacrale, teologia politica ortodossa, rifiuto dell’ateismo come valore - ma deve fare i conti con il fatto che il bolscevismo ha operato per distruggere quegli stessi elementi. Ciò che oggi si ricostruisce è il frutto di un trauma storico e di una rielaborazione, spesso affidata a apparati di sicurezza formatisi proprio in epoca sovietica: una continuità paradossale e una contraddittorietà evidente, che assume i toni della farsa, ma che in qualche modo offre argomenti alle tesi di Dugin.
Insomma, il putiniano occidentale costruisce spesso la propria identità per opposizione all’Occidente stesso più che su una visione positiva coerente. Quando il nemico principale è il liberalismo occidentale, prevale una geopolitica del risentimento e molto autolesionismo. L’anticomunismo è più sentimentale e culturale che dottrinale: rifiuta il comunismo come fenomeno italiano e occidentale - il PCI e i suoi derivati, il ’68, l’egualitarismo sociale, la filosofia marxista, la sinistra culturale - ma tollera o ammira la sua versione russa perché risponde al bisogno di una “civiltà alternativa”. È, in buona sostanza, tifo geopolitico, oltre che desiderio dell’“uomo forte”.
La tesi che l’URSS fosse strutturalmente imperiale e premoderna attraversa analisi molto diverse. I putiniani tradizionalisti la usano per scagionare la Russia dal comunismo; alcuni marxisti critici antistalinisti - trotskisti e correnti del comunismo consiliare - la usano per accusare l’URSS di essere stata una burocrazia di Stato che ha usurpato il nome della rivoluzione. Due diagnosi simili, due verdetti opposti.
Tuttavia, entrambe le letture tendono a negare l’URSS come esperienza comunista compiuta. La trattano come un involucro in cui il comunismo autentico non si sarebbe realizzato o sarebbe durato solo per un breve periodo. Ma l’URSS è esistita per settant’anni, ha governato centinaia di milioni di persone, ha prodotto una classe operaia industriale, una scienza, una letteratura e una soggettività politica di massa. Il carattere imperiale e verticale della sua struttura di potere non esclude che fosse anche comunismo: significa piuttosto che il comunismo, quando si è realizzato su scala statale, ha prodotto soprattutto quella forma. Questo dato storico viene spesso eluso dalle diagnosi della sinistra anti-autoritaria che sostengono che il “vero comunismo” non sia mai stato realizzato.
Ed è proprio qui che la narrazione di sinistra antistalinista confligge con quella campista, che invece ab absurdum si armonizza con quella del tradizionalismo, e che ha come trait d'union il dissenso sovranista, che è un misto eterogeneo tra narrazione tradizionalista e nostalgia sovietica di stampo vetero marxista. La sinistra campista è, infatti, quella che crede fermamente ad una continuità effettiva, anche in termini ideologici, tra URSS e Russia attuale, che ha come principale icona la Grande Guerra Patriottica. La visione ideologica della sinistra campista attuale è di diretta filiazione della tradizione comunista filosovietica occidentale egemone nel periodo della Guerra Fredda e dovuta alla presenza del bipolarismo.
Per questa tradizione l'URSS è stata più importante a livello simbolico della Repubblica Popolare Cinese, nonostante il fatto che la RPC sia oramai più longeva, e oggi altrettanto rilevante geopoliticamente. Ma la ragione è comprensibile: l'URSS era europea, o almeno eurasiatica, e parlava una lingua politica nata in Europa occidentale. Era il comunismo come l’Occidente lo poteva immaginare: Marx, Engels, Lenin, i Soviet, l'Internazionale. La Cina era invece troppo altra per funzionare come specchio dell'utopia operaia occidentale, anche quando la sinistra la sosteneva e nonostante il marxismo.
Questo peso simbolico ha una conseguenza importante: l'URSS non è mai stata giudicata solo per quello che era, ma spesso per quello che rappresentava o che si sperava rappresentasse. Tutto questo ha costruito un immaginario che si è sovrapposto alla realtà storica e l’ha parzialmente sostituita nell'elaborazione collettiva. Le interpretazioni filosovietiche dei tradizionalisti di destra e le nostalgie di tale sinistra operano entrambe su questo piano simbolico partendo da prospettive diverse, ma convergendo, e spesso senza rendersene conto, lo fanno in perfetta sinergia.
Il totalitarismo non è una degenerazione del comunismo realizzato, ma una tendenza inscritta nel suo impianto teorico originario. Il partito d'avanguardia leninista presupponeva già una rigida gerarchia di coscienza nella struttura organizzativa e in quella di potere. La dittatura del proletariato presupponeva la sospensione delle garanzie di libertà in nome di un fine trascendente. La pianificazione centralizzata presupponeva un soggetto che sapesse meglio degli individui cosa fosse bene per loro.
L’anarchico Kropotkin lo aveva intuito già nel 1917. In una lettera scritta a Lenin nel marzo del 1920, rimasta famosa, avvertiva che centralizzare tutto il potere in un partito avrebbe soffocato la rivoluzione dal di dentro e portato a un regime autoritario. Bakunin lo aveva previsto ancora prima, polemizzando con Marx sull'Internazionale: chi controlla l'apparato statale "liberato" diventa inevitabilmente una nuova classe dominante. La storia ha dato ragione a entrambi.
Victor Serge, ex bolscevico e libertario, con estrema lucidità, nelle sue “Memorie di un rivoluzionario” aggiunge qualcosa di ancora più concreto: descrive il processo dall'interno, il modo in cui persone soggettivamente oneste in buona fede e convinte come lui finivano per giustificare la repressione in nome della necessità storica. Ai nomi di Kropotkin, Bakunin, Serge, si affiancano nella critica radicale e libertaria al sovietismo anche Hannah Arendt e Rosa Luxemburg, come più volte ho già ricordato. Mentre sul fronte letterario possiamo aggiungere Zamjatin, Bulgakov e Vasilij Grossman.
Questa lettura libertaria, non solo limitatamente ai personaggi citati, offre ancora oggi una chiave efficace per comprendere come la modernità del progetto sociale e la premodernità della struttura di potere possano coesistere: il totalitarismo è la forma che la modernità assume quando vengono meno le regole democratiche, perché la pianificazione totale e la collettivizzazione forzata richiedono un potere verticale e illimitato che schiaccia e annulla la libertà e la complessità dell’individuo. Il totalitarismo però non è solo una struttura imposta dall'alto, è anche una logica che colonizza la soggettività di chi vi partecipa, la soggettività della vita quotidiana, di cui il maggiore strumento è la sorveglianza orizzontale, lo è sempre più anche in Occidente.

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