Mi rendo benissimo conto che molti non abbiano mai sentito nominare la storia di queste donne e del loro popolo, nonostante un premio Nobel e una risoluzione di genocidio. Gli ezidi sono un’antica comunità etnoreligiosa della Mesopotamia, concentrata soprattutto nel Sinjar, nell’Iraq settentrionale. Al centro della cosmologia ezida vi sono Dio e i sette esseri angelici, il più importante dei quali è Tawûsê Melek, l'Angelo Pavone.
Proprio questa figura è stata all'origine di una delle più tragiche deformazioni della religione ezida: Tawûsê Melek è stato identificato dagli avversari con Satana e gli ezidi sono stati perseguitati e accusati per secoli di essere «adoratori del diavolo». L'accusa è teologicamente falsa, ma ha avuto conseguenze storiche terribili. Sono stati sottoposti a campagne persecutorie almeno dal XIII secolo. Sempre la stessa storia, insomma, i fanatici rimangono tali, attraverso i secoli e in ogni luogo. Ci vuole poco a criminalizzare le minoranze. Ma mentre nei secoli passati e in alcuni luoghi, certe accuse possono essere contestualizzate, oggi qui da noi sono solo imbecillità e ignoranza.
Nella loro società tradizionale, fortemente endogamica, le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella continuità della famiglia, della religione e della memoria comunitaria. La donna non era semplicemente una componente della famiglia: era anche uno dei principali veicoli della continuità religiosa e comunitaria. Le donne trasmettevano lingua, pratiche domestiche, racconti, canti, ritualità e memoria familiare.
Ma questa centralità conviveva con una struttura generalmente patriarcale. I matrimoni erano tradizionalmente sottoposti a forti vincoli familiari e comunitari; la sessualità femminile era strettamente collegata all'onore familiare; il matrimonio fuori dalla comunità era considerato una rottura particolarmente grave. Questa struttura avrebbe prodotto un conflitto drammatico dopo il 2014.
Il 3 agosto 2014 l’ISIS attaccò il Sinjar. Migliaia di uomini furono uccisi, mentre circa 6-7.000 donne e bambine vennero rapite, vendute, violentate e ridotte in schiavitù sessuale. Non si trattò semplicemente di violenze commesse nel caos della guerra: l’ISIS organizzò un vero sistema della schiavitù, cercando persino di conferirgli una giustificazione religiosa, venduti nei mercati secondo procedure di tratta pianificate a tavolino, con l'obiettivo dichiarato di distruggere la comunità attraverso le sue donne.
Nell'ottobre 2014 la sua rivista Dabiq rivendicò esplicitamente la restaurazione della schiavitù e dedicò particolare attenzione agli ezidi, classificati come politeisti e utilizzando questa classificazione per legittimare la schiavitù delle donne. Questo elemento è importante perché modifica la natura storica del crimine: lo stupro non fu soltanto uno strumento di terrore; divenne un'istituzione dello Stato islamico.
La tradizione avrebbe potuto produrre una seconda tragedia: considerare le donne violentate come contaminate o esterne alla comunità. Avvenne invece un'importante reinterpretazione comunitaria. Il significato simbolico era enorme: la violenza sessuale non avrebbe ottenuto il risultato perseguito dai carnefici, cioè espellere le vittime dal loro stesso popolo.
Nel 2015, infatti, la massima autorità religiosa ezida dichiarò che le sopravvissute restavano ezide a pieno titolo, nonostante la conversione forzata subita in cattività. Rimaneva tuttavia una questione ancora più dolorosa: i bambini nati dagli stupri. Le regole tradizionali dell'appartenenza ezida hanno reso la loro integrazione molto più problematica, provocando conflitti drammatici tra maternità individuale e norme comunitarie. È uno degli aspetti più difficili e meno conosciuti del dopo-genocidio.
Colpire le donne significava colpire la possibilità stessa degli ezidi di continuare a esistere come comunità. Ma la storia non finisce con la schiavitù. Molte sopravvissute scelsero inoltre di testimoniare pubblicamente. La più conosciuta è Nadia Murad, rapita a 21 anni, ridotta in schiavitù e poi fuggita. Nel 2018 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. La sua testimonianza, insieme a quella di molte altre donne, ha contribuito a trasformare un crimine che rischiava di rimanere nascosto in una questione di giustizia internazionale.
L’ISIS aveva trasformato il corpo delle donne in uno strumento per cancellare un popolo. Molte di quelle donne hanno trasformato la propria testimonianza in uno strumento per impedire che quel popolo - e ciò che gli è stato fatto - venisse dimenticato. E intanto, a più di un decennio dai fatti, quasi 2.700 persone risultano ancora disperse, verosimilmente prigioniere nelle enclave residue del califfato in Siria.

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