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venerdì 30 dicembre 2022

Nani e principi


Da "I Re Maledetti" - citazione

 «A quell’epoca i prìncipi avevano bisogno di un nano. Era quasi una fortuna per una coppia di povera gente mettere al mondo un aborto di questo tipo; erano sicuri di venderlo a qualche grande signore, se non addirittura al re.

I nani infatti, nessuno si sarebbe mai sognato di dubitarne, erano esseri intermedi fra l’uomo e l’animale domestico. Animali, perché si poteva mettere loro un collare, imbacuccarli, come cani ammaestrati, in abiti grotteschi e dargli pedate sulle natiche; uomini, perché parlavano e si prestavano volontariamente, mediante salario e mantenimento, a questo compito degradante. Dovevano quando glielo ordinavano, fare i buffoni, saltellare, piangere o frascheggiare come bambini, e questo anche quando i loro capelli erano divenuti bianchi. La loro piccola statura faceva risaltare la grandezza del padrone. Venivano trasmessi per testamento come una proprietà qualsiasi. Erano il simbolo del «suddito», dell’individuo per natura sottomesso agli altri, e appositamente creato, almeno in apparenza, per dimostrare che la specie umana era composta di razze diverse, alcune delle quali esercitavano sulle altre un potere assoluto.
Questa degradazione comportava anche dei vantaggi, in quanto il più piccolo, il più debole e il più deforme, veniva a trovarsi fra i meglio nutriti e i meglio vestiti. Inoltre, questo sventurato aveva il permesso, anzi addirittura l’obbligo, di dire ai padroni della razza superiore ciò che non sarebbe stato tollerato da nessun altro.
Ognuno si vedeva scaricato per interposta persona delle frasi di scherno e persino degli insulti che ogni uomo, anche il più devoto, indirizza mentalmente a chi lo comanda, grazie alle tradizionali familiarità spesso assai grossolane del nano.
Esistono nani di due tipi: quelli dal naso lungo, dal viso triste e dalla doppia gobba, e quelli dalla faccia grossa, dal naso corto e dal torso gigantesco montato su minuscole membra nodose. Il nano di Filippo di Valois, Giovanni il Matto, apparteneva a quest’ultimo tipo. La sua testa arrivava giusto all’altezza delle tavole. Portava sonagli in cima al berretto, e abiti di seta decorati di ogni sorta di strane bestiole.
Fu lui che un giorno si avvicinò a Filippo e, volteggiando e ridacchiando, gli disse:
— Sai, sire, come ti chiama il popolo? Ti chiama «il re trovato».
Il venerdì santo infatti, il 1° aprile dell’anno 1328, la signora Giovanna d’Evreux, vedova di Carlo IV, aveva partorito. Raramente nella storia il sesso di un bimbo fu osservato con maggior attenzione all’uscita dal ventre materno. E quando si vide che era nata una bambina, ognuno proclamò che si era espressa la volontà divina e ne provò grande sollievo.
I baroni non dovevano più tornare sulla scelta fatta alla Candelora. E immediatamente, in un’assemblea dove soltanto il rappresentante dell’Inghilterra fece udire, per principio, una voce discordante, confermarono a Filippo la concessione della Corona.»

Maurice Druon, da "I Re Maledetti vol.6 - Il Giglio e il Leone" (1960)

lunedì 26 dicembre 2022

"I re maledetti", Maurice Druon (1955 - 1960)



CONSIGLI DI LETTURA


"I re maledetti", Maurice Druon (1955 - 1960)


I. Le Roi de fer (Il re di ferro)


II. La Reine étranglée (La regina strangolata)


III. Les Poisons de la couronne (I veleni della corona)


IV. La Loi des mâles (La legge dei maschi)


V. La Louve de France (La lupa di Francia)


VI. Le Lis et le Lion (Il giglio e il leone)


VII. Quand un Roi perd la France (Quando un re perde la Francia)


«Il potere, senza il consenso di coloro sui quali viene esercitato, è un inganno che non può durare a lungo, in un equilibrio, straordinariamente precario fra la paura e la rivolta, che bruscamente si spezza quando un numero sufficiente di uomini prende contemporaneamente coscienza di avere in comune uno stesso stato d’animo.»


George R.R. Martin sostiene di essersi ispirato a questo ciclo di romanzi storici per il suo "Trono di Spade".


"I re maledetti" è una straordinaria saga in sei volumi, pubblicati tra il 1955 e 1960, più uno nel 1977, ma che si pone fuori dallo stile narrativo dei precedenti, e che non credo sia stato pubblicato in Italia, almeno io non sono riuscito a trovarlo. I primi sei volumi sono stati anche oggetto di due differenti adattamenti televisivi.


L'azione si svolge in Francia e in Inghilterra, prende il via dall'ultima parte del regno di Filippo IV il Bello, e, nello specifico, dal rogo di Jacques de Molay e dei suoi confratelli Templari, per dipanarsi fino ai primi decenni della Guerra dei Cent'anni, passando attraverso il regno di sei sovrani Capetingi, e quello dei Plantageneti Edoardo II ed Edoardo III, in un arco di tempo che va dal 1314 al 1361.


È un'opera sorprendente, sia per lo stile, che per il contenuto, tra rigore storico e leggenda (come la singolare vicenda di Giovanni I, detto il postumo) e con un bell'impianto di note.


Intrighi di potere, complotti, tresche amorose, di cui sono protagonisti personaggi storici realmente esistiti avvincono per il ritmo assai sostenuto. Il titolo del ciclo trae spunto dalla presunta maledizione lanciata dal rogo da Jacques de Molay alla stirpe Capetingia.

sabato 17 dicembre 2022

«American Tabloid» (1995) di James Ellroy


CONSIGLI DI LETTURA.

«American Tabloid» (1995) di James Ellroy

«L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio.

La mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito. L’agiografia santifica politici contaballe e reinventa le loro gesta opportunistiche come momenti di grande spessore morale. La nostra narrazione ininterrotta è confusa al di là di ogni verità o giudizio retrospettivo. Soltanto una verosimiglianza senza scrupoli è in grado di rimettere tutto in prospettiva.»

Ci sono stati e ci sono tuttora geni della letteratura e del cinema che vengono definiti reazionari. In realtà, la loro presunta appartenenza alla reazione, oltre a essere frutto dello schematismo ideologico, tipico della nostra epoca, deriva dalla loro assoluta libertà narrativa, priva di moralismi, imposizioni e limiti dettati dal politically correct, e, appunto, da "una verosimiglianza senza scrupoli". Si può certo riconoscere in loro un irriducibile individualismo, che è esistenziale e tutt'altro che ideologico. Possiamo iscrivere in questa categoria innanzitutto Dostoevskij e Celine, ma poi anche, nel cinema, Sam Peckinpah, Michael Cimino, Clint Eastwood, e nella letteratura contemporanea, Michel Houllebecq, e, appunto, James Ellroy.

Ellroy, definito da alcuni il Dostoevskij americano del XX secolo, viene di norma catalogato come scrittore noir o hard boiled, ma è solo una semplificazione. È la dimostrazione che un autore considerato di genere può saper raccontare la realtà molto meglio e con maggior stile letterario di migliaia di scrittori di letteratura "alta" attuali.

La vera narrativa è "sangue e merda", come disse qualcuno.

È da molti perbenisti progressisti liquidato come omofobo, razzista e reazionario. Ce l'ha insomma tutte.

In un'intervista si definisce comunque nazionalista di destra, ma non si sa mai se prenderlo davvero sul serio.

Questo volume è il primo atto della cosiddetta "trilogia americana", ed è anche un romanzo storico, visto che è ambientato negli USA tra fine anni cinquanta e primi anni sessanta, e che vede come protagonisti, personaggi inventati, e personaggi reali, come Joe, J.F. (Jack) e Robert Kennedy, Edgar J. Hoover, Howard Hughes, Jimmy Hoffa, Frank Sinatra e altri. 

Ellroy, come in altre sue opere, fa a pezzi il sogno americano, demistifica la sua Storia e realizza un capolavoro letterario completamente privo di eroi e di buoni.

Qui riserva bei colpi, anche a CIA, FBI, castristi, Ku Klux Klan e a trafficanti mafiosi.

«Jack Kennedy è stato la punta di diamante mitologica di una fetta particolarmente succosa della nostra storia. Spandeva merda in modo molto abile e aveva un taglio di capelli di gran classe. Era Bill Clinton senza l’onnipresente scrutinio dei media e qualche rotolo di grasso.

Jack venne fatto fuori al momento ottimale per assicurarne la santità. Le menzogne continuano a vorticare attorno alla sua fiamma eterna. È giunto il momento di rimuovere la sua urna e illuminare le azioni di alcuni uomini che spalleggiarono la sua ascesa e facilitarono la sua caduta.»

venerdì 16 dicembre 2022

"Io sono Helen Driscoll" (1958) di Richard Matheson

Consigli di lettura.

«Pensai a quanto terribile sarebbe potuto diventare il mondo se gli uomini si fossero resi conto, tutto a un tratto, del loro potenziale, e se tutti avessero saputo cosa pensavano gli altri. Sarebbe stata la fine della società civile. La società come la conosciamo non sarebbe potuta esistere, se ognuno fosse un libro aperto per chi gli sta vicino.»

Stephen King sostiene che è stato lo scrittore che lo ha influenzato più di ogni altro. E non è difficile crederlo. Anche se la differenza, con tutto il rispetto per King, è che Matheson aveva il dono geniale della sintesi, cosa che spesso manca a lui. L'autore di "Io sono Helen Driscoll", infatti, aveva una prosa essenziale, stringata e dal ritmo assai sostenuto. Ne sono prova: questo romanzo, gli altri due capolavori, "Io sono leggenda" e "Tre millimetri al giorno", ma anche i tanti racconti che ci ha lasciato, a cominciare dall'indimenticabile "Duel".

"Io sono Helen Driscoll", volendo molto schematizzare, si presenta come una novella horror, con implicazioni paranormali, e con una suspence da thriller.

Tuttavia, c'è anche molto altro. È in definitiva una metafora dell'esistenza.

Matheson manipola la materia con grande maestria, condendola di molteplici colpi di scena e calandosi con estrema naturalezza nei più profondi abissi dell'animo umano. 

Un romanzo di 64 anni fa (la mia stessa età), anche se Matheson lo ha ritoccato nel 1986, e che non è invecchiato di un anno.

sabato 3 dicembre 2022

Robert Sheckley, "Gli orrori di Omega" (1960)


CONSIGLI DI LETTURA 

«Le droghe servono a molti scopi» continuò il giudice. «Non voglio enumerare quelle che sono le qualità desiderabili per chi le usa. Dal punto di vista dello Stato vi dirò che una popolazione assuefatta alla droga è una popolazione leale. Le droghe sono una delle maggiori fonti di gettito fiscale. Le droghe simboleggiano il nostro modo di vita. Vi dirò infine che le minoranze non assuefatte hanno sempre dato prova di ostilità verso le istituzioni di Omega.»

John Carpenter, che conoscerà sicuramente Sheckley, deve aver pensato a questo romanzo nella stesura della sceneggiatura di "1997 fuga da New York".

Infatti, il maggior comun denominatore del film e del libro sta nell'idea di un mega carcere, dove confinare i fuorilegge. Nell'isola di Manhattan, in Fuga da New York, e in un intero pianeta, Omega, nel romanzo di Sheckley.

Due distopie in cui le analogie non riguardano solo questa trovata, ma si possono rintracciare anche in altri aspetti: a cominciare dall'eroe solitario, con particolare destrezza fisica, e nella trama avvincente, fatta di ritmo assai elevato e di continui colpi di scena.

Ma negli "Orrori di Omega" si va ben oltre, e la tematica distopica è ancora più marcata, con elementi anche abbastanza impressionanti, per le loro affinità con diversi aspetti del mondo attuale, compreso il globalismo.

domenica 26 gennaio 2020

Consigli di lettura - "Il nido dell'Aquila" di Angelo Michele Imbriani

“Nel nido dell’Aquila” non è un libro di narrativa, né un saggio. Ma neanche un compromesso tra le due cose, fa parte in definitiva di un genere incatalogabile. È molto di più, anche se è anche narrativa e saggistica, un riuscito paradosso di generi letterari.
È un manuale di viaggio attraverso la Germania: la Baviera, le magnifiche e maestose Alpi tedesche, paesaggi incontaminati (ma nello stesso tempo contaminati dal passaggio della Bestia). Un viaggio attraverso le strade di Berlino, quei suoi musei e luoghi che documentano l’orrore nazista; un viaggio attraverso i conflitti interiori e la determinazione di Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, che partecipò alla congiura contro Hitler, nota come “Operazione Walkiria”, uno dei massimi rappresentanti della Resistenza tedesca. Un’opera in cui si intersecano note biografiche e diario personale.
Ma anche una piccola insospettata guida di cucina tedesca.
C’è, però, innanzitutto la storia di Dietrich: una storia di sacrificio, coerenza, dedizione spirituale, dignità e necessità di agire.
L’autore affronta tutto ciò con mirabile delicatezza, attraverso una scrittura scorrevole e agile, che non vuole in nessun caso essere moralisticamente didascalica, con un poetico e magistrale finale.
Una sorta di cammino di meditazione, sofferto, ma a tratti gioioso e ironico, sulle tracce di Dietrich e dei suoi persecutori, fino al nido dell’Aquila (Kehlsteinhaus), il rifugio della bestia umana, fin dentro la banalità del male.

martedì 27 agosto 2019

CONSIGLI DI LETTURA - "Malattie, vaccini e la storia dimenticata" di R. Bystrianyk e S. Humphries (2013)

di Anselmo Cioffi

«Il modo in cui la grande moltitudine di poveri viene trattata oggi dalla società è rivoltante. Sono attratti nelle grandi città dove respirano un’aria ben peggiore rispetto alla campagna; sono relegati in quartieri che, per i criteri con cui sono stati costruiti, hanno la ventilazione peggiore di qualsiasi altro; sono privi di ogni strumento per la pulizia, dell’acqua stessa, visto che le tubature vengono messe solo a pagamento e i fiumi sono talmente inquinati che si rivelano inutili a questo scopo; sono obbligati a gettare ogni scarto e immondizia, le acque sporche e spesso tutti gli escrementi e gli scarichi disgustosi per strada, poiché non esiste altro modo di liberarsene; sono perciò costretti a infettare i luoghi stessi in cui vivono.»
Friedrich Engels, The Condition of the Working-Class in England in 1844

«Credenze e paure hanno una forte influenza sulla psiche. Poiché i poteri gerarchici hanno sfruttato queste vulnerabilità tutte umane, esse hanno purtroppo forgiato il mondo. Le persone sono portate a credere che, poiché il mondo è un luogo pericoloso, solo i governi o le grandi istituzioni possano offrire protezione, in quanto più vaste e meglio informate delle piccole comunità. Regole e restrizioni vengono rispettate e messe in pratica. Chi la pensa così tende a perdere fiducia nella propria capacità di giudizio e demanda agli altri la facoltà di pensare e di prendere decisioni. I medici non fanno eccezione. Consegnano la loro indipendenza di pensiero ai testi, ai gruppi di consulenti esperti e alle consuetudini, che variano al variare delle influenze politiche dei tempi.»
R. Bystrianyk e S. Humphries

Non si può fare a meno di constatare che uno dei capisaldi del catechismo della religione laica globalista, è costituito oggi dal pesante obbligo vaccinale, che è stato definito come imprescindibile. Qualsiasi, anche timida opposizione, viene bollata come novax, e criminalizzata. Non credo vi sia attualmente argomento più tabù. Lo è talmente tanto, da risultare in qualche modo comparabile a quanto lo sia stato il sesso nel passato più o meno remoto. Sesso che invece, al contrario, è sempre più ossessivamente presente nella narrazione odierna: una falsa liberazione, che si sta rivelando sempre più come nuovo strumento di controllo. Pasolini docet.

Se da una parte, risultano essere comprensibili le motivazioni legate agli interessi economici sui vaccini, queste però non sono sufficienti a spiegare fino in fondo l'accanimento isterico sulla questione. A fronte anche delle condizioni in cui versa la sanità, sempre meno accessibile ai meno abbienti e ai più deboli e sempre più concepita come bene esclusivo per chi può permettersela.
Questo saggio, che ha come autori un medico e un genitore, è oramai diventato una sorta di classico, ma è quasi sconosciuto in Italia. Alla base del libro vi è una ricerca documentatissima e molto accurata, con l’indicazione delle relative svariate fonti e numerose note. Un libro fatto di tante citazioni e foto d’epoca, con didascalie originali.

La storia raccontata è una storia dimenticata, che, eppure, parte da un passato non affatto remoto. Un passato che era ancora presente neanche un secolo fa, pieno di malattie, miseria, degrado e sfruttamento.
L'immagine di un idilliaco bel tempo andato, fatto di romanticismo, di verde incontaminato, di fiori, di aria e acqua pura, di assenza di inquinamento e di relazioni più umane, è del tutto falsa.

Nel corso di tutto il XIX secolo e nei primi decenni del XX, infatti, a causa dell’aumento della densità demografica nelle grandi metropoli occidentali, uno degli effetti più dirompenti dell’industrializzazione, masse di diseredati si riversarono nelle città, costrette ad accettare condizioni di lavoro disumane, un vero e proprio schiavismo, che coinvolse anche donne e bambini. Vivevano ammassati in tuguri e baracche, senza il minimo riguardo nei confronti delle condizioni igieniche. Le epidemie, le pandemie e le gravi infezioni erano all’ordine del giorno, eventi che portarono all’insorgere o all’aumento esponenziale di malattie endemiche quali: vaiolo, morbillo, scarlattina, pertosse, colera, tifo, difterite, dissenteria, febbre gialla, tubercolosi, polmonite, febbre puerperale, malattie che causarono milioni di morti.

Tutto ciò era aggravato da conoscenze praticamente nulle sulle norme igieniche e sulla nettezza urbana.
Le condizioni igieniche, il degrado, lo schiavismo, le pratiche mediche spesso al di fuori di ogni prevenzione sanitaria, furono le principali responsabili dell'enorme morbilità nell'ottocento e nei primi decenni del novecento. Migliorando e cambiando sensibilmente queste, ci fu una graduale ma decisa diminuzione delle malattie, fino alla quasi scomparsa di molte di loro. Secondo gli autori, il merito andrebbe dunque ascritto a questo, e non ai vaccini, che, seppur in alcuni casi hanno limitatamente funzionato, in molti altri hanno peggiorato decisamente la situazione.

Valga come esempio, la piaga tremenda costituita dalla febbre puerperale che ha condotto a percentuali altissime di decessi. Talmente alte da destabilizzare fin nelle fondamenta la società stessa, attraverso la distruzione e segmentazione di interi nuclei familiari.
Quello che accadde con questo flagello è abbastanza paradigmatico di quanto la scienza, assunta come dato di fatto inoppugnabile, possa essere ritenuta in massima parte responsabile. La stragrande maggioranza dei medici rifiutava di prendere precauzioni igieniche che oggi sono considerate la norma: lavare e disinfettare le mani, sterilizzare gli strumenti chirurgici. Chi tra loro cercava di far passare tali pratiche di puro buon senso, veniva sostanzialmente criminalizzato. Ricorda qualcosa?

Tale questione se riportata all’attualità, assume un aspetto assai inquietante. E’ infatti cronaca di questi ultimi anni l’allarme igienico negli ospedali, causa di infezioni: le morti sono in esponenziale aumento. Diretta conseguenza di decenni di tagli sempre più ingenti alla sanità pubblica.
La parte più particolareggiata del libro riguarda la storia di alcuni vaccini, analizzati scrupolosamente, con dati e dimostrazioni scientifiche molto tecniche e dettagliate. Una storia paradigmatica. E’ semplicemente sorprendente constatare che nell’insieme è stata una storia di fallimenti, di complicanze e di decessi, con l’esplosione ulteriore di nuove malattie.

Non è solo storia di vaccini, ma anche di ogni questione che in qualche modo venga ad interagire con essa. Buona parte dell'ideologia che fa da retroterra culturale ai sostenitori della vaccinazione obbligatoria è la stessa dei sostenitori dell'eugenetica e delle sterilizzazioni obbligatorie.
"Gli eugenisti utilizzavano la vaccinazione obbligatoria come precedente, per le loro argomentazioni sulla sterilizzazione a “protezione” del pubblico. Credevano che la vaccinazione proteggesse gli individui e il pubblico dalla malattia e che la sterilizzazione eugenica proteggesse la società dalla “degenerazione razziale”. La vaccinazione obbligatoria è analoga alla sterilizzazione eugenetica obbligatoria, nella misura in cui entrambe sono non-punitive e implicano che l’individuo venga preso con la forza e soggetto a trattamento chirurgico… la vaccinazione protegge gli individui da una malattia grave e ripugnante nell’immediato futuro; la sterilizzazione eugenetica protegge la società dalla degenerazione razziale in un futuro più remoto."

Il saggio include anche capitoli dedicati alla storia di due grandi flagelli quasi dimenticati: fame e scorbuto, e al grande ruolo terapeutico della vitamine, soprattutto la C, spesso assai sottovalutate, per far spazio appunto ai vaccini o alle terapie a base di farmaci.
Molto suggestivi e interessanti i capitoli finali su rimedi dimenticati e su credenze e paure.
A conclusione valga quello che dicono gli autori per quanto riguarda la vitamina C, ma che può benissimo valere per altri rimedi terapeutici e di prevenzione dimenticati, per le norme igieniche e per un'adeguata e sana alimentazione, che, si badi bene, non rivendicano come uniche e sole soluzioni, ma che oggi vengono costantemente sottaciuti e sottovalutati:
«I dottori hanno utilizzato la vitamina C con efficacia in casi di morbillo, scarlattina, poliomielite, pertosse, astinenza da droghe, malattie coronariche, cancro, sepsi con pericolo di morte, encefaliti, polmoniti, e altre affezioni. Purtroppo il loro lavoro è stato dimenticato o volutamente negato.»

martedì 2 luglio 2019

CONSIGLI DI LETTURA - "Veleno, una storia vera" di Pablo Trincia

«Se abbiamo contribuito anche in minima parte a salvare dei bambini e le loro famiglie dalla tortura del ricordo indotto, una delle peggiori forme di abuso che si possa immaginare, siamo soddisfatti. I carabinieri ci hanno ringraziato, perché abbiamo fornito loro una chiave investigativa che prima non avevano».
Queste le parole di Pablo Trincia a commento degli arresti sul caso della provincia di Reggio Emilia, denominato dagli investigatori "Angeli e Demoni" e che ha giustamente sconvolto l'opinione pubblica. 
Ciò è potuto accadere per le affinità, le analogie e i collegamenti tra la sua inchiesta, a cui Trincia ha letteralmente dedicato la vita negli ultimi anni e il caso attuale.
Talmente tanto collegata che in un tweet aggiunge: «C’è un link tra la vicenda di Reggio Emilia e quella di Veleno. Si chiama Centro Studi Hansel e Gretel di Torino, di cui è stato arrestato il responsabile, Claudio Foti. Proprio le psicologhe provenienti da quel centro avevano interrogato i bambini di Veleno…».
La prima cosa che appare evidente appena si inizia a leggere "Veleno" è che, appunto, l'autore si sia dedicato davvero con anima e corpo alla sua stesura e all'indagine ad esso connessa, che ha condotto insieme alla sua collega Alessia Rafanelli.
Un libro di inchiesta scritto come un thriller, avvincente, appassionato e allucinante. Ma che non è un thriller, è purtroppo un realistico reportage di quello che è accaduto più di venti anni fa. Dopo aver letto il quale è fin troppo facile dire che è la realtà che supera la fantasia, ma in questo caso la supera di gran lunga.
Pablo Trincia conduce per mano il lettore con grande maestria, sempre più velocemente e inesorabilmente, all'interno di un vortice narrativo che pare non avere scampo o altra soluzione possibile: quella data da medici, assistenti sociali e magistrati. 
L'autore pur con grande coinvolgimento umano, conduce l'indagine sforzandosi di mantenere un giudizio il più possibile obiettivo e neutrale. Ma la grande empatia che prova per uomini, donne e bambini sfortunati con storie di disagio, sacrificio e sofferenza, e che la vita ha messo a dura prova, è ammirevole e assai commovente. La descrizione dell’ambiente della Bassa Modenese e dei personaggi coinvolti nella storia è impeccabile.
In contemporanea Trincia però procede con metodo indiscutibilmente corretto; l’autore fin quasi alla metà del libro, osserva le vicende da due punti di vista opposti, servendosi anche di improvvisi salti temporali.
Ma ad un certo punto, a causa di un incontro cruciale, comincia gradatamente a tirare fuori i lettori da quel vortice, presentando una soluzione opposta, allo stesso modo sconvolgente, ma forse anche più agghiacciante.
Le domande che emergono, a seguito dello studio delle carte processuali relative alle condanne iniziali e alle successive assoluzioni, si pongono come inevitabili. Tutto sembra essere stato generato da un forte pregiudizio colpevolista. L’analisi dei due trova un collegamento inquietante anche con l'isteria collettiva di casi di stregoneria del XVI e XVII secolo e di presunti casi di satanismo del XX secolo. E quindi si convincono che c'è anche dell'altro: un meccanismo psicologico indotto dagli adulti nei bambini, un evidente caso di grave manipolazione dei ricordi e della coscienza.
Piano, piano, il teorema accusatorio crolla come un castello di sabbia. Teorema che si tiene in piedi, come sottolineato chiaramente da Trincia, grazie a "un metodo basato su teorie antiscientifiche che rischiavano di suggestionare i bambini, inquinando la loro memoria e provocando danni paragonabili a quelli di un abuso realmente vissuto."
Su tutto ciò, inoltre, grava l'ombra inquietante degli interessi economici e di quelli di carattere "professionale", con annesso un più che evidente conflitto d'interessi.
Famiglie e individui distrutti, persone uccise dal dolore e dalle malattie, perfino un suicidio, e soprattutto bambini segnati per sempre, i cui "concetti di reale e immaginario si erano irreversibilmente fusi in un unico, grande calderone di incubi, ansie e manie di persecuzione che li avevano resi ancora piú instabili." Tutto a causa di persone avvelenate da pregiudizi culturali e ideologici, che hanno inoculato il loro veleno ad angeli innocenti sconvolgendone per sempre la vita.
Un libro straordinario, impressionante, assai impressionante. Ma con un finale talmente commovente da far piangere l'autore, e me con lui.

domenica 30 giugno 2019

CONSIGLI DI LETTURA - Attilio Veraldi "Il vomerese"


"Il vomerese" viene presentato nelle note di copertina e nell'introduzione di Luca Crovi come il primo romanzo italiano sul terrorismo. Ma non è certo questo il punto di maggiore interesse dell'opera di Veraldi. Quanto le potenzialità anticipatorie e la capacità di saper descrivere minuziosamente, non solo un ambiente, ma relazioni e interessi particolari che al terrorismo erano legati. Se si aggiunge poi il fatto che tutto questo viene messo su carta in un'opera di fiction appena nel 1980, lo stupore aumenta.

Il 1980 è un anno particolare per la storia italiana, il terrorismo ha ormai da tempo fatto il suo "salto di qualità", che aveva subito un'accelerazione con il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro. Di lì a poco ci saranno il sequestro Cirillo e quello Dozier. Due avvenimenti decisivi per comprendere lo stesso romanzo, con il particolare però che dovranno ancora accadere. Veraldi infatti, come dicevo, con sorprendente anticipazione, ambienta il romanzo nella sua Napoli e fa girare tutta la vicenda attorno all'organizzazione del rapimento di un generale NATO.

Ma non finiscono certo qui i meriti del
capolavoro dello scrittore napoletano. Perché, è bene sottolinearlo, di capolavoro si tratta. La storia mantiene alta in tutte le sue pagine la tensione e la suspense, nel modo degno del migliore romanzo giallo. Veraldi, però, non è solo uno dei padri del giallo italiano (l'altro è Scerbanenco), è un grande scrittore. Uno scrittore che colpisce nel segno, creando una storia complessa, ma nello stesso tempo scarna e semplice. Complessa perché stracolma di simbologie e di rimandi a tratti anche mitologici.

Disegna un quadro del terrorismo italiano ed internazionale a dir poco perfetto, sottolineando la convergenza di interessi, in particolari momenti storici, tra servizi segreti internazionali, terrorismo palestinese, poteri occulti, criminalità organizzata e vertici delle organizzazioni clandestine. Evita demonizzazioni inutili e perviene ad un giudizio morale definitivo, anche se non espresso esplicitamente. Cioè l'inutilità, oltre che la mostruosità di ogni terrorismo, giudizio che val bene non solo qualsiasi latitudine geografica, ma ogni epoca. Inutilità perchè alla fine si trova ad essere uno dei tanti ingranaggi, in cui i complotti e le dinamiche del potere si riproducono, e non il loro antagonista.

Perché la clandestinità, il sospetto e la violenza mortificano la vita privata di donne e uomini, lontani anni luce dalla costruzione di quella società nuova che ognuno di loro auspicava, mediante codici comportamentali che liquidano come romantico qualsiasi vago accenno agli ideali.

Ma l'aspetto più interessante in assoluto è costituito dal punto di vista con cui lo scrittore costruisce l'intera vicenda, punto di vista interno al nucleo terroristico napoletano e proprio di un gruppo di attori, in particolare dei due vomeresi, anziano l'uno ("il babbo"), giovane l'altro. Punto di vista che arriva a giustificare anche una certa tenerezza per questi personaggi, preda di illusioni ideologiche che non li portano a rendersi conto appieno della loro realtà, che li ha ridotti a semplici ombre, spettri, presi solamente dall'attenzione a preservare alcuni meccanismi paranoici di sicurezza, nonchè prigionieri della folle contrapposizione amico - nemico - traditore.

Solo verso la fine il più giovane comprende di aver buttato via una vita e lo comprende anche per il più anziano, la cui storia clandestina è anche più lunga, e più lunga di conseguenza è la presa di coscienza della sconfitta.

PACIFISMO E ANTIMPERIALISMO?

 Ci sono soggetti che nel 1938, in nome del pacifismo o dell'antimperialismo, avrebbero probabilmente guardato con indulgenza a Hitler p...