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giovedì 22 ottobre 2026

𝗗𝗢𝗡𝗡𝗔, 𝗩𝗜𝗧𝗔, 𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗧𝗔'. 𝗜𝗡 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗𝗜 𝗝𝗜𝗡𝗔 𝗠𝗔𝗦𝗛𝗔 𝗔𝗠𝗜𝗡𝗜


“Donna, vita, libertà” (Zan, Zendegī, Āzādī in persiano; Jin, Jiyan, Azadî in curdo) è il nome con cui viene comunemente indicato il grande movimento di protesta nato in Iran nel settembre 2022. Definirlo semplicemente un movimento contro il velo obbligatorio, però, è riduttivo: il velo è stato il detonatore e uno dei suoi simboli più visibili, ma la contestazione ha investito più in profondità il rapporto fra individuo, corpo, religione, Stato e autorità politica. 

Il punto di svolta fu la morte, il 16 settembre 2022, della ventiduenne curdo-iraniana Jina (Mahsa) Amini, arrestata a Teheran dalla polizia morale perché accusata di avere indossato l'hijab in modo non conforme alle prescrizioni. La Amini fu sottoposta a violenza fisica durante la custodia della polizia morale e lo Stato iraniano è responsabile della sua morte illegale.

Il fatto che si chiamasse Jina è importante. Al suo funerale, nella città curda di Saqqez, comparve il grido: “Jin, Jiyan, Azadî - Donna, vita, libertà”. Da lì lo slogan si diffuse rapidamente dalle regioni curde al resto dell'Iran, traducendosi in persiano in Zan, Zendegī, Āzādī.

Un aspetto nelle prime ricostruzioni occidentali è stato spesso trascurato. Lo slogan non nasce nel 2022 e non nasce originariamente nel femminismo iraniano persianofono.

Proviene dal movimento delle donne curde, sviluppatosi soprattutto nell'ambiente politico curdo della Turchia e successivamente del Rojava siriano. 

È legato alla concezione secondo cui la liberazione delle donne costituisce una condizione necessaria della liberazione dell'intera società. Lo slogan divenne particolarmente conosciuto internazionalmente attraverso le donne curde del Rojava e la loro lotta contro l’ISIS. 

Il passaggio iraniano ne ha però trasformato profondamente il significato: un motto proveniente da una specifica tradizione politica curda è diventato un linguaggio condiviso da settori molto diversi della società iraniana. La forza dello slogan sta anche nella sua costruzione.

“Donna” mette al centro un soggetto che la Repubblica islamica sottopone a una legislazione differenziata in numerosi ambiti e il cui corpo è divenuto uno dei terreni sui quali lo Stato manifesta il proprio dispotismo. “Vita” contrappone implicitamente la vita quotidiana, il desiderio, le relazioni e l'autonomia personale a una concezione politica che pretende di regolare comportamenti privati e pubblici secondo norme religiose. “Libertà” trasforma infine una rivendicazione inizialmente legata all'autonomia femminile in una questione politica generale.

È proprio questo passaggio che distingue “Donna, vita, libertà” da una semplice campagna per modificare la normativa sull'hijab. Una delle caratteristiche più interessanti è che si tratta di un movimento femminista senza essere esclusivamente femminile.

Alle proteste hanno partecipato moltissimi uomini e, soprattutto, giovani e giovanissimi. Donne che si toglievano il velo, ragazze che si tagliavano i capelli, studenti che contestavano le autorità nelle università e nelle scuole hanno prodotto un bagaglio di proteste molto diverso da quello delle tradizionali organizzazioni politiche.

Inoltre non esisteva un vero partito “Donna, vita, libertà”, né una leadership centrale. Studi recenti insistono proprio sull'importanza delle reti decentralizzate di amicizia, solidarietà e resistenza quotidiana costruite dalle donne iraniane nel corso di decenni. 

Le regioni curde furono tra i centri principali della rivolta. Anche il Sistan e Baluchistan, abitato prevalentemente da baluci sunniti, conobbe proteste e una repressione particolarmente grave. È anche un movimento variegato: genere, autoritarismo, discriminazione etnica, religiosa e sociale si sovrappongono. La risposta dello Stato fu durissima. Ci furono diverse violazioni ai diritti umani fondamentali - fra cui omicidio, detenzione, tortura, stupro, sparizione forzata e persecuzione - che hanno raggiunto e superato la soglia dei crimini contro l'umanità. 

Il movimento ha fallito? Qui bisogna distinguere due livelli.

Sul piano politico-istituzionale, il movimento non ha rovesciato la Repubblica islamica e lo Stato mantiene il proprio apparato repressivo. Le attiviste continuano a essere arrestate e perseguite e l'obbligo legale del velo non è stato abolito. 

Sul piano sociale, però, qualcosa di importante è cambiato. La disobbedienza femminile è diventata molto più diffusa: numerose donne continuano ad apparire in pubblico senza hijab nonostante le sanzioni. La vastità della resistenza ha persino costretto le autorità nel 2025 a ridurre alcune forme di arresto di massa, pur sostituendole in parte con multe, espulsioni, chiusure di esercizi commerciali e soprattutto sorveglianza elettronica e riconoscimento facciale. 

E il fenomeno continua a essere visibile proprio nel 2026: durante una corsa femminile a Teheran, molte partecipanti hanno corso senza velo; successivamente le autorità hanno aperto procedimenti contro gli organizzatori. È forse qui che sta l'eredità più profonda di Donna, vita, libertà: non tanto nell'aver creato una nuova organizzazione politica, quanto nell'aver trasformato un comportamento quotidiano - una donna che decide autonomamente come vestirsi e come mostrarsi nello spazio pubblico - in una forma permanente di disobbedienza civile.

C’è inoltre anche un aspetto particolarmente interessante nella genealogia del movimento: il passaggio dal femminismo curdo e libertario di Jin, Jiyan, Azadî alla rivolta iraniana non è una semplice traduzione linguistica. È la trasformazione di un'idea nata ai margini - donne, curdi, minoranze - in una contestazione generale dell'autorità. Per questo, più che una tradizionale “rivoluzione femminista”, può essere letto come un movimento nel quale la libertà delle donne diventa il paradigma della libertà di tutti. 

Tale movimento non ha prodotto, soprattutto in alcuni settori della sinistra radicale, femminista e anticoloniale occidentale, una mobilitazione neanche minimamente paragonabile per durata e centralità a quella sviluppatasi successivamente per la Palestina. Una parte della critica proveniente dalle stesse femministe iraniane sostiene che la mobilitazione militante occidentale fu molto scarsa e intermittente.

Una parte consistente del femminismo occidentale aveva difficoltà a leggere il rifiuto del velo obbligatorio come gesto femminista, anche per il timore di alimentare l'islamofobia.

La spiegazione riguarda le categorie attraverso le quali una parte della sinistra occidentale interpreta i conflitti internazionali. Lo schema gerarchico tende a essere: le potenze occidentali e i loro alleati occidentale sono i dominatori. Gli attori contrapposti all'Occidente sono oppressi e resistenti, a prescindere dalla loro condizione sociale, dal dispotismo esercitato e dal fatto che commettano crimini contro l’umanità.

L'Iran rappresenta a tal proposito un’evidente conferma a questa contraddittoria rappresentazione perché la Repubblica islamica è contemporaneamente: antagonista degli Stati Uniti e di Israele; erede di una rivoluzione esplicitamente anti-imperialista; sostenitrice della causa palestinese; e uno Stato autoritario che impone alle donne norme religiose, reprime il dissenso e ha esercitato violenza sistematica contro i manifestanti.

Woman, Life, Freedom rende particolarmente difficile applicare automaticamente la categoria dello Stato iraniano come vittima dell'imperialismo: davanti alle immagini di donne disarmate picchiate o uccise dalle forze statali, la repressione interna diventa difficilmente riconducibile a un aggressore occidentale.

Questo aiuta a capire una certa dissonanza ideologica. È una contraddizione ancora più profonda. In Europa il diritto di una donna musulmana a portare il velo viene giustamente difeso contro chi pretende di toglierglielo. Ma il principio simmetrico dovrebbe essere altrettanto semplice: una donna deve essere libera anche di toglierselo.

Le iraniane mettono quindi alla prova una certa interpretazione occidentale del multiculturalismo. Per loro il velo non è necessariamente il simbolo di una minoranza discriminata che rivendica la propria identità: può essere un obbligo imposto dallo Stato e dalla polizia. E le protagoniste iraniane hanno ripetutamente insistito sulla differenza fondamentale fra: «vietare il velo» e «vietare di togliere il velo». Il principio comune sarebbe l'autonomia della donna.

E qui il confronto con la Palestina diventa paradigmatico.

Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza, la Palestina ha assunto una centralità straordinaria in una parte dei movimenti occidentali: manifestazioni continue, occupazioni universitarie, accampamenti, campagne di boicottaggio, scontri di piazza, iniziative sindacali e mobilitazione culturale. L'asimmetria diventa politicamente evidente quando la solidarietà dipende dall'identità dell'oppressore.

Se il principio è: sto dalla parte delle persone sottoposte a ingiustizia, allora possono rientrarvi sia una donna iraniana perseguitata perché rifiuta il velo sia un civile palestinese sottoposto alla violenza della guerra. Se invece il principio diventa: sto dalla parte di chi si trova nel campo geopolitico contrapposto all'Occidente, le due solidarietà cominciano a divergere.

È una differenza importante perché nel primo caso il soggetto morale è l'individuo; nel secondo diventa il campo geopolitico. Una parte del femminismo iraniano di Woman, Life, Freedom ha invece cercato esplicitamente di costruire una solidarietà transnazionale e decoloniale, collegando la propria lotta ad altre lotte senza subordinarsi necessariamente a uno schieramento geopolitico. Una ricerca del 2025 mostra proprio la nascita nella diaspora di collettivi femministi iraniani orientati verso questo tipo di solidarietà.

Il caso iraniano mette quindi alla prova l'universalismo. Una solidarietà coerentemente universalistica dovrebbe essere capace di dire contemporaneamente: la donna iraniana ha diritto di ribellarsi alla Repubblica islamica; la donna palestinese ha diritto alla sicurezza e alla libertà, pesantemente minacciate e repressa anche dal dispotismo integralista di Hamas; la donna musulmana europea ha diritto di indossare l'hijab; la donna iraniana ha diritto di bruciarlo.

Non è necessario stabilire che queste situazioni siano equivalenti. Significa applicare lo stesso criterio di autonomia individuale anche quando cambia l'identità politica, religiosa o geopolitica di chi esercita il potere. Ed è proprio qui che Jin, Jiyan, Azadî pone una domanda piuttosto scomoda a una parte dell'attivismo occidentale: la liberazione delle donne è un principio universale oppure acquista priorità diversa a seconda del campo geopolitico in cui si trovano le donne? Il double standard permette di vedere molto bene come funzionano le dinamiche proprie del cosiddetto, anti-imperialismo, del femminismo intersezionale e di quella che potremmo chiamare “gerarchia delle solidarietà”.

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