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venerdì 31 gennaio 2025

“Crimini e misfatti” (1989) regia di Woody Allen


“Crimini e misfatti” (1989)

regia di Woody Allen

con Martin Landau, Woody Allen, Anjelica Huston, Alan Alda, Mia Farrow, Sam Waterston, Joanna Gleason, Jerry Orbach, Claire Bloom, Caroline Aaron

«Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali. Alcune di esse importantissime, la maggior parte meno importanti. E noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto; siamo in effetti la somma totale delle nostre scelte. Gli avvenimenti si snodano così imprevedibilmente, così ingiustamente. La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della Creazione: siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all'universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembrano avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di più.»

“Crimini e misfatti” è una delle opere più complesse della filmografia di Allen, uno dei suoi vertici creativi, anche se la trama con le due vicende parallele, che finiscono per intrecciarsi, è di una semplicità disarmante, come solo nel suo cinema può accadere.

Il tono da commedia nera, da thriller senza mistero, diffuso lungo tutta la linea narrativa, serve a nascondere ben altro: il trionfo della morte sull’animo umano e sulle sue azioni, la tragedia cupa dell’esistenza.

“Crimini e misfatti” è affine in questo, e non solo in questo, proprio a “Match Point”, altro suo capolavoro “thriller”, basta collegare i due finali. Nonostante, il tono da commedia, i due film contengono una morale a dir poco agghiacciante, con il rovesciamento della logica dell'happy end e l’atmosfera leggera e rassicurante che avvolge l’intera vicenda, con brevi momenti di intensa drammaticità, che cancella ogni senso di colpa e ogni dubbio esistenziale.

Un capolavoro di cinismo prodotto dalla visione etica di Woody Allen, una visione talmente pessimista, che lo lascia in piena solitudine col suo convinto ateismo. Un ateismo che non ama, ma dal quale si fa dominare con rassegnazione, perché dimostra che nessun intervento divino può turbare l’ingiustizia della condizione in cui è immersa l'esistenza umana. 

Ed è proprio nei momenti migliori della sua produzione, e questo è uno di quelli, che è più vicino al cinema di Bergman, non a caso uno dei registi più amati da Allen: il desiderio di voler sentire la voce di Dio, ma ciò che si ottiene è solo il suo Silenzio. 

Tuttavia, mentre l’ateismo del regista svedese, deriva dall’etica calvinista, per cui prevale l’elemento tragico, quello del regista americano è emanazione diretta dell’etica ebraica, con il prevalere del disincanto tipico della commedia. Anche se entrambi contengono una dose non indifferente degli elementi contrari.

Non è un caso che proprio l’unico protagonista positivo di “Crimini e misfatti”, il cui titolo richiama anche l’onnipresente Dostoevskij di “Delitto e castigo”, altro grande nume tutelare del cinema di Allen, sia il giovane rabbino che è destinato a diventare cieco. L’unico cieco tra i vedenti, oppure, nella logica del capovolgimento tipica della rappresentazione alleniana, l’unico vedente tra i ciechi?

Sta alla parte comica, quella più leggera, con interprete il regista stesso e un, come al solito, efficace Alan Alda, riequilibrare la tragedia della parte interpretata da un grandissimo Martin Landau e dall’altrettanto brava Anjelica Huston. Anche se la tragedia si inserisce nella parte comica con il documentario sul vecchio filosofo esistenzialista; e in quella tragica fa da continuo sfondo l’atmosfera rilassata da commedia familiare.


giovedì 30 gennaio 2025

Cinque anni di riflessioni (parte1)

 𝗖𝗶𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 (𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝟭)

𝘙𝘪𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘯𝘨𝘰, 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯 𝘱𝘰' 𝘥𝘪 𝘢𝘨𝘨𝘪𝘶𝘯𝘵𝘦, 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘮𝘪𝘦𝘪 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘪, 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘷𝘪𝘴𝘪 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪 𝘶𝘭𝘵𝘪𝘮𝘪 cinque 𝘢𝘯𝘯𝘪. 𝘓𝘪 𝘴𝘵𝘰 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢𝘳𝘭𝘪 𝘥𝘪 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘨𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘦 𝘳𝘪𝘧𝘭𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪. 

Gli insegnamenti dei giganti, sulle cui spalle noi siamo, non vanno mai presi alla lettera, sarebbe far loro un torto. Così come non otterremmo alcun arricchimento culturale e personale nel racchiudere il nostro pensiero nella gabbia dell'ortodossia e del fanatismo.

Il libero pensiero è tale solo se si è in grado di rielaborare tali insegnamenti senza farsene condizionare.

Tra l'altro, sono un convinto sostenitore della separazione dell'arte dall'artista, del pensiero dal pensatore. Insomma, delle idee dalla vita privata e pubblica dei singoli.

In caso contrario, per esempio, non potrei amare Celine. 

Ma sono anche uno con un discreto senso dell'ironia e del grottesco nei confronti delle contraddizioni umane, soprattutto se queste riguardano i "santi" e gli "eroi".

Di conseguenza, penso che a volte, anche se non sempre, sia proprio il lato oscuro a fare emergere la genialità, l'arte, la capacità di avere intuizioni preziose. La ricerca della coerenza a tutti i costi potrebbe invece ostacolare o addirittura castrare il genio in molte persone.

Vale anche per il pensiero immobile, sclerotizzato, che tende a formarsi dentro ognuno di noi, che cerchiamo di spacciare per coerenza; per la scarsa cura che mettiamo nel prestare attenzione ai particolari, al dubbio, rifiutando l'approfondimento; nello scegliere una verità preconfezionata, anche alternativa, riproducendone rigidamente gli schemi, così come fa quella dominante; costruendo nuovi stereotipi e riproponendo vecchie discriminazioni; cercando sempre un modello, senza spendersi in nuove elaborazioni.

L'urlo dell'eretico che è in noi, se si riesce a rintracciare, dovrebbe farsi sentire sempre, consapevole che il suo primo nemico non solo è l'autoritarismo, ma soprattutto il fondamentalismo di tutti i tipi: religioso, tradizionalista, ideologico e scientifico, e quello mascherato da alternativo. È il potere sulla "nuda vita".

Anche quel pensiero che non ammette la possibilità di sbagliare e si spaccia per libertario, solo perché oppone al potere dominante la verità di un altro possibile nuovo potere, che potrebbe risultare alla fine anche più oscuro, dispotico e distopico.

mercoledì 29 gennaio 2025

Yasmina Khadra "L'attentatrice" (o “L’attentato”) (2006)

 


Yasmina Khadra

"L'attentatrice" (o “L’attentato”) (2006)

“Lì, sotto i miei occhi, nonostante il dramma che deturperà per sempre il ricordo di questa giornata, nonostante i corpi che agonizzano sulla carreggiata e le fiamme che finiscono di consumare l'auto dello sceicco, il ragazzo salta su e a braccia dispiegate come ali di sparviero si butta per campagne dove ogni albero è un incanto... Le lacrime mi rigano le guance... «Chi ti ha detto che un uomo non deve piangere non sa cosa significa essere uomo» mi confidò mio padre vedendomi disperato nella camera ardente del patriarca. «Non devi vergognarti se piangi, figlio mio. Le lacrime sono quanto di più nobile ci è stato dato.» Siccome rifiutavo di lasciare la mano del nonno, si era inginocchiato davanti a me e mi aveva abbracciato. «Non serve a niente restare qui. I morti sono morti e sepolti, da qualche parte stanno scontando i loro peccati. I vivi, invece, sono solo fantasmi arrivati prima del tempo...»”

Si potrebbe speculare a lungo sull'anima divisa in due di Yasmina Khadra, sia come uomo che come scrittore, ma è nel momento stesso in cui diventa scrittore che la sua anima divisa in due viene a galla, si manifesta pubblicamente in tutta la sua forza simbolica, già nell'assunzione, come pseudonimo, del nome della moglie.

Mi si dirà che Mohammed Moulessehoul (questo il suo vero nome) venne costretto dal fatto che, ad inizio carriera, era ancora un ufficiale dell'esercito algerino e che quindi per motivi di riservatezza e di sicurezza non poteva certo scrivere a suo nome romanzi così scomodi, per evitare la censura, a fronte della sanguinosa guerra civile che devastò il suo paese. Non aveva scelta. Va bene, ma perché un nome di donna e perché il nome della moglie? Non credo sia un caso.

Mi sento, allora, in qualche modo autorizzato a continuare nella mia speculazione, incoraggiato anche dal contenuto di questo incredibile e terribile romanzo.

Yasmina Khadra è uomo e donna, algerino e francese, europeo e arabo, palestinese e israeliano. Contiene in sé un dualismo irriducibile a qualsiasi tentativo di sintesi, di incontro riconciliatore. Tale rimarrà, finchè le contraddizioni, che oppongono queste categorie, resteranno insanabili. Finché non si arriverà alla ricomposizione degli opposti, preservando però le identità e le differenze, nel rispetto reciproco.

Per cui, sarebbe un errore voler rintracciare una verità nel romanzo. La verità non esiste, esistono "le" verità, ognuna ad uso e consumo dei singoli gruppi di umani che le elaborano e le fanno crescere. E non vi ostinate a cercare neppure il dubbio. Il dubbio è destinato a soccombere, a perire, non ha la forza necessaria per opporsi alla inoppugnabilità delle verità. Il dubbio è la piccola verità dei singoli individui. Ognuno se ne costruisce una, ma la costruisce di giorno in giorno: è fatta di debolezze, di un microcosmo fragile e di errori, pronta ad essere messa in discussione ad ogni piccola scossa. Contiene, pertanto, in nuce la sua sconfitta. Però, paradossalmente, è anche l'unica cosa che potrà salvarci.

Chi, al contrario, rinuncia alla propria verità, in nome della verità suprema, dell'atto di fede assoluto, entra a far parte di un entità più grande di sé, dove altri uomini e donne mettono al servizio di questa entità il proprio essere e le proprie energie, rinunciando alla propria individualità o conformandola al tutto che ingloba, che cresce e che annichilisce. Cosa possono i singoli dubbi di fronte alle tante verità? Nulla, non hanno scampo.

Il dubbio è stupido e debole, perchè si nutre di cose contraddittorie, non è coerente perchè è costretto a volte a far riferirmento a verità che non sono sue fino in fondo, alle quali non crede. La verità invece è alta e coerente, pura, si abbevera alla fonte del bene supremo e non accetta di essere messa in discussione. Seguire la verità vuol dire trovare uno scopo per l'esistenza e uno scopo per la morte propria e degli altri.

Il protagonista del romanzo, al pari di Yasmina Khadra, è un'anima divisa in due, un arabo che vive tra gli ebrei, che per seguire la propria piccola verità, la propria missione di medico, a cui crede fermamente, accetta di integrarsi e di accettare, di conseguenza, una verità altrui, senza crederci assolutamente. E da qui il destino di esule, che lo porta di fronte alla tragedia, alla sua parabola kafkiana, a dover confrontarsi direttamente con l’abominio.

Però Khadra è soprattutto arabo nelle origini, le sue radici sono in quei paesi, tra quella gente, e sa di cosa sta parlando. Ma lo fa attraverso lo sguardo dell'uomo con un'anima spezzata, con lo sguardo dell'esule, che non perde di vista le sue prerogative di individuo, che sa che ogni essere umano è un essere irripetibile e che nessuna verità potrà mai togliergli questa sua unicità.

Per affrontare certe verità però bisogna conoscerle, avere la giusta prospettiva e l'umiltà necessaria, in modo tale che il giudizio non diventi pregiudizio.

La pace va aiutata a crescere ed esige molto rispetto, molta disponibilità all'ascolto e, come dicevo, umiltà, solidarietà, ma non tifoseria, soprattutto da chi usa strumentalmente quel conflitto. Esige volontà di mediazione, di compromesso. Esige reciproco riconoscimento. Esige il rispetto per l’identità altrui. Quella deve essere una terra per due popoli, nessuno ha più diritto dell’altro. Deve avere pazienza e riprendere il cammino interrotto.

L'appartenenza altrui va rispettata, ma non esige adesione acritica, soprattutto quando due appartenenze si scontrano in una guerra che ha anche aspetti fratricidi. Perché l'appartenenza si nutre di esclusioni e di mancanza di spirito di accoglienza. E a volte si nutre di odio.

Khadra ci aiuta a capire, lo fa, come dicevo, da anima divisa in due, ma lo fa soprattutto da arabo, che conosce la peregrinazione di un popolo, di un popolo che ha dignità identitaria e che quest'identità vuole difendere.

Non ho molta speranza nel potere di mediazione degli "uomini di pace", neanche in quelli più in buona fede. Quello che bisogna intraprendere è un viaggio all'interno della propria consapevolezza di individui, alla ricerca della propria umiltà e dei propri dubbi, che ha come presupposto lo spogliarsi di facili scorciatoie interpretative, di pseudo verità e di pregiudizi ideologici, figuriamoci di motivazioni per nulla nobili.

La speranza la ripongo in libri come questo, nonostante siano magari pervasi da intensa disperazione. In libri che hanno dalla loro parte un potere comunicativo maggiore della politica e di qualsiasi mezzo di informazione, a volte anche a prescindere dalle reali intenzioni degli autori. Hanno il potere della letteratura che si fa terra, sangue e carne e con "L'attentatrice" non è la prima ed unica volta che succede, per fortuna nostra.

“L’altra faccia dell'amore” (1970) regia di Ken Russell


“L’altra faccia dell'amore” (1970)

regia di Ken Russell

con Richard Chamberlain, Glenda Jackson, Max Adrian, Christopher Gable, Kenneth Colley, Isabella Telezynska, Sabina Maydelle

Probabilmente solo un artista visionario, eccessivo e barocco, come Ken Russell, avrebbe potuto realizzare un biopic passionale, disperato e delirante su Piotr Tchaikovsky. Non tutti però hanno saputo apprezzarlo nel mondo della critica, ma la querelle non era relativa solo al concetto di biopic, ma anche alla forma considerata smodata, dissacrante e caricaturale, al limite del ridicolo.

È utile comunque ripetere, anche in questo caso, che un biopic non è un film biografico, come può esserlo per esempio quello molto riuscito di Margarethe Von Trotta su Hannah Arendt.

Chi vuole criticarlo in base alle esagerazioni, faccia pure, ma è, a mio parere, assolutamente fuori strada, nel momento in cui riesce a vedere solo queste.

Russell costruisce una sorta di rappresentazione macabra e, nello stesso tempo dionisiaca, coloratissima, sulla parabola esistenziale e romantica del grande compositore russo. Molto indigesta e trasgressiva non solo per i tempi in cui uscì. Una parabola su quanto possa essere distruttiva la fama per un uomo fragile e ipersensibile.

Tratteggia un Tchaikovsky dal fascino irresistibile: bello, geniale, folle, romantico e malinconico, ben oltre lo stereotipo di genio e sregolatezza. Tratteggia un ritratto di un uomo in perenne conflitto interiore con se stesso, che rifiuta la sua omosessualità, non solo a causa delle opprimenti convenzioni sociali, ma per la sua incapacità di viverla felicemente. Un uomo che voleva amare le donne ma che era ostacolato da una lacerante tempesta emotiva, causata dall’impossibilità di poterle amare pienamente.

Diviso tra l’amore tragico fatto di repulsione e affetto per la moglie Nina, l’amore passionale per l’amico Anton e l’amore platonico per Madame von Meck, le sue tre “muse”. La vita di Piotr è irrimediabilmente influenzata dall’amore edipico per la madre morta di colera e da quello quasi incestuoso per la sorella.

Ken Russell riesce nel suo intento perché realizza una tragedia delirante sull’autodistruzione in cui le immagini sono in perfetta sintonia con la musica del compositore.

Ineccepibile nella parte di Tchaikovsky è Richard Chamberlain e bravissima una disperata e inedita Glenda Jackson, nella versione tragica di Nina, la moglie del musicista.

Nel film si susseguono sequenze di grande impatto visivo, tra le quali vanno ricordate alcune in particolare: la scena allucinata del treno in cui Russell riesce a rendere repellente la Jackson nella sua nudità, senza nessun trucco e senza effetti speciali; di medesimo spessore sono le sequenze da Grand-guignol sul manicomio, la sequenza delirante, frenetica e grottesca del trionfo di Piotr, una scena che è caratterizzata da elementi ricorrenti del cinema del regista inglese, e il finale tragico al limite dell’horror.

Il film si trova anche in versione integrale e in italiano su YouTube.

lunedì 27 gennaio 2025

Robert Jay Lifton, “I medici nazisti - Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler” (1986)


Robert Jay Lifton, “I medici nazisti - Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler” (1986)

«Essi [i medici ss] facevano il loro lavoro esattamente come una persona che se ne va in ufficio. Erano persone distinte che andavano e venivano, che esercitavano la loro supervisione ed erano rilassati, a volte sorridenti, a volte scherzosi, ma mai infelici. Erano spiritosi, se erano nell’umore giusto. Personalmente non avevo l’impressione che risentissero molto di ciò che stava accadendo, e tanto meno che ne fossero traumatizzati. La cosa andò avanti per anni, non per un giorno.»
Un medico prigioniero ad Auschwitz

Questo è un libro terribile, da incubo, nel vero senso della parola, ma fondamentale. Una lettura, oserei dire, doverosa per capire fino in fondo cosa accadde. 
"I medici nazisti" di Robert Jay Lifton, psichiatra, è una lettura indispensabile per la ricostruzione meticolosa che fa di un argomento, di un periodo storico e delle ragioni di menti complici e in diversi casi criminali. Su quanto la classe medica nella sua stragrande maggioranza trovò naturale collaborare all'abominio e in taluni casi promuoverlo direttamente.

Un libro non facile, soprattutto per quanti nutrono una fede cieca nella scienza e nelle “magnifiche sorti e progressive” della medicina.
Perché questi medici, persone normali, credevano fermamente nella loro missione medica e scientifica, nel loro ruolo di selezionatori di sani e malati, di sperimentatori e nella loro azione volta alla cura e alla guarigione del corpo collettivo, del corpo del “volke”. Così come Eichmann credeva nel suo ruolo di solerte funzionario.
Un libro che stimola, a questo proposito, anche diverse riflessioni sul presente, quando si parla con troppa disinvoltura del bene collettivo, al quale va sacrificato il bene individuale.

È però anche un libro da leggere col contagocce, a puntate. Non perché sia una lettura ostica, ma perché descrive cose e sentimenti talmente mostruosi, da rendere necessarie pause e interruzioni.
Tuttavia, non ci sono parole per definire un tale orrore che nella Storia non ha avuto paragoni, né prima né dopo.
E proprio per questo bisogna fare attenzione ad usare con leggerezza certe equiparazioni, se non vogliamo che certi concetti si svalutino, e si decontestualizzino. Ciò non vuol dire che non potrà mai più verificarsi, magari sotto altra forma, anche lo stesso Lifton esprime timori in tal senso, ma che è necessario attenersi alla realtà, mantenere il senso delle proporzioni ed evitare preconcetti ideologici, cercando di forzare i fatti a proprio uso e consumo al fine di confermare le proprie “verità”.

Questo non vuol dire rinunciare a condannare duramente senza riserve il male, la complicità con il male, ogni atto criminoso, compresi, soprattutto, i crimini di guerra. Anzi, è necessario fare attenzione al potenziale distruttivo, al mostro che giace dentro ognuno di noi, saperlo riconoscere e saperlo combattere. Questo libro ci insegna in qualche modo a farlo.
Segnalo, a tal proposito, la corposa sezione dedicata alla psicologia del genocidio, analizzato anche dal punto di vista filosofico.
Quindi ritengo opportuno lasciare la parola all'autore, ad alcune sue citazioni, senza aggiungere nient'altro. E auspico che chi non lo abbia letto se lo procuri e lo legga, considerato anche l’estremo rigore storico scientifico di Lifton. 

«… i nazisti non furono certamente gli unici a coinvolgere i medici nel male. È sufficiente, per rendersene conto, considerare il ruolo svolto dagli psichiatri sovietici nella diagnosi dei dissenzienti come malati di mente, e nel farli internare in ospedali psichiatrici; quello dei medici in Cile (documentato da Amnesty International) nel ruolo di torturatori; quello dei medici giapponesi che praticarono esperimenti medici e la vivisezione su prigionieri di guerra durante il secondo conflitto mondiale; quello dei medici sudafricani bianchi che falsificarono rapporti medici su neri torturati o uccisi in prigione; di medici e psicologi degli Stati Uniti usati nel recente passato dalla CIA per esperimenti medici e psicologici immorali implicanti farmaci e la manipolazione della mente; e il giovane medico «idealista» membro del culto del Tempio del Popolo in Guyana che preparò il veleno (un misto di cianuro e di Kool-Aid) per l’assassinio-suicidio combinato, nel 1978, di quasi un migliaio di persone. I medici, a quanto pare, possono partecipare anche troppo facilmente agli sforzi di gruppi fanatici, demagogici o clandestini per controllare questioni di pensiero e di sentimento, e di vita e di morte. Io mi ero interessato, a titolo professionale o personale, di tutti questi esempi, i quali presentano qualche rapporto con i tipi distruttivi di esercizio dell’attività medica di cui ci occuperemo.
Trovai però che i medici nazisti si differenziarono in modi significativi da questi altri gruppi, non tanto nella loro sperimentazione sull’uomo quanto nel ruolo centrale da loro svolto in progetti di genocidio: progetti fondati su visioni biologiche che giustificavano il genocidio come mezzo di risanamento nazionale e razziale. (Forse i medici turchi, nella loro partecipazione al genocidio a danno degli armeni, furono quelli che si avvicinarono di più all’esempio nazista, come vedremo in seguito.) Per questa, e per molte altre ragioni, i medici nazisti richiedono uno studio a sé, e anche se nell’ultima sezione mi occuperò più diffusamente dei tipi di genocidio, questo libro è dedicato principalmente allo studio della loro psicologia…

…Quel che sono riuscito a evidenziare è il rapporto di gruppi specifici di medici nazisti, e di particolari individui, allo sterminio, oltre che alla più ampia rivendicazione di «risanamento» della razza propugnata dal regime. Questo rovesciamento dei concetti di risanamento e di uccisione divenne un principio organizzatore della mia ricerca, e io pervenni a sospettare che esso avesse attinenza anche ad altri progetti di genocidio…

…Il comportamento dei medici nazisti suggerisce gli inizi di una psicologia del genocidio. Per chiarire i princìpi implicati, mi concentrerò sistematicamente sul modello psicologico dello sdoppiamento, che fu il meccanismo complessivo messo in atto dai medici per partecipare al male. È necessario anche identificare certe tendenze nel loro comportamento, promulgate e persino richieste dall’ambiente di Auschwitz, le quali facilitarono enormemente lo sdoppiamento. Questa esplorazione intende servire a due fini: innanzitutto, essa può fornire una nuova comprensione delle motivazioni e delle azioni dei medici nazisti e dei nazisti in generale. In secondo luogo, può sollevare questioni più vaste sul comportamento umano, sui modi in cui le persone, individualmente e collettivamente, possono abbracciare varie forme di distruttività e di male, con o senza la consapevolezza di farlo. I due fini, in un senso molto reale, si riducono in verità a uno solo. Se c’è una qualche verità nei giudizi psicologici e morali che noi diamo dei caratteri specifici e unici dello sterminio nazista, noi siamo tenuti a derivare da tali caratteri dei princìpi che abbiano un’applicazione più vasta: princìpi che hanno attinenza con la straordinaria minaccia e col grandissimo potenziale di autoannientamento che incombono oggi sull’umanità…

…Lo sdoppiamento era quindi il veicolo psicologico per il baratto faustiano del medico nazista con l’ambiente diabolico: in cambio del suo contributo all’eccidio egli riceveva vari benefici psicologici e materiali che contribuivano al suo adattamento in una posizione privilegiata. Al di là di Auschwitz c’era la più vasta tentazione faustiana offerta ai medici tedeschi in generale: quella di diventare i teorici e i realizzatori di uno schema cosmico di terapia razziale per mezzo dell’immolazione e dello sterminio in massa di una razza vista come corruttrice…

…Eppure, quando veniamo a considerare il ruolo del medico nazista ad Auschwitz, la cosa più significativa non furono gli esperimenti. Fu piuttosto la sua partecipazione al massacro, e anzi la sua supervisione dell’eccidio di Auschwitz dall’inizio alla fine. Questo aspetto del comportamento dei medici nazisti si è finora sottratto a un pieno riconoscimento, anche se abbiamo familiarità con fotografie di medici nazisti intenti a compiere le loro famigerate «selezioni» degli ebrei in arrivo al lager, per stabilire quali dovessero essere avviati immediatamente alla camera a gas e quali dovessero sopravvivere, almeno temporaneamente, per lavorare nel campo. Eppure questo eccidio diretto da medici aveva una sua logica che non solo era profondamente significante per la teoria e il comportamento nazisti ma che vale anche per altre espressioni di genocidio.
In questo libro esaminerò tanto la generale «visione biomedica» del nazismo come principio psicostorico centrale del regime quanto il comportamento psicologico di singoli medici nazisti. Noi dobbiamo considerare entrambe le dimensioni se vogliamo capire di più su come i medici nazisti – e i nazisti in generale – fecero quel che fecero…

…Nel completare questo libro sono colmo di molti sentimenti diversi: sollievo all’idea che i medici nazisti abbiano finito di frequentare questo mio studio, senso di disagio per la consapevolezza dei limiti del mio lavoro, di rabbia verso gli assassini nazisti e verso i medici nazisti in particolare, e una certa soddisfazione per essere giunto al termine della mia fatica. La mia mente corre avanti e indietro fra le stanze in cui ho conversato con medici nazisti e immagini di ebrei in fila per le selezioni ad Auschwitz e di malati di mente gassati nei centri della morte. Fin dal principio sono stato in guardia contro il rischio di permettere che tali conversazioni lasciassero fuori le vittime.
Eppure è stato proprio nelle stanze in cui ho intervistato i medici nazisti che ho compiuto gran parte della mia ricerca, e in un modo che mi imponeva di considerare i responsabili medici dell’eccidio, quale che sia stato il loro rapporto con il male, come esseri umani e nient’altro. Questo compito mi imponeva una forma di empatia verso i medici nazisti: dovetti immaginare me stesso calato nella loro situazione, non per giustificarli ma per tentare di conseguire una conoscenza della suscettibilità umana al male. La logica della mia posizione era abbastanza chiara: soltanto una qualche misura di empatia, pur con tutte le riserve del caso, poteva permettere di comprendere le componenti psicologiche del male anti-empatico in cui molti di tali medici nazisti si erano impegnati.
Ma quale che fosse tale logica, sembrava una cosa strana e scomoda nutrire un’empatia per quanto piccola (e persino con una piena consapevolezza della distinzione fra empatia e simpatia) per i partecipanti a un progetto tanto criminoso, e diretto specificamente contro il mio popolo, contro di me. Se non riuscii mai a risolvere perfettamente questo problema, ne venni però a capo prendendo coscienza del fatto che la mia empatia doveva servire a una presentazione critica delle azioni e delle esperienze psicologiche di quei medici. A volte ci si cala nella situazione di un’altra persona non per aiutarla, ma per descriverne e valutarne motivazioni e comportamento…

…Il mio comportamento psicologico consistette nel modificare il mio senso del sé quanto bastava per immaginare il suo atteggiamento in relazione agli eventi che mi veniva descrivendo; al tempo stesso, si trattava per me di eseguire altre due manovre: portare all’interno del quadro le vittime, e mantenermi fedele a un contesto etico dipendente dal mio senso del sé. Questo atteggiamento è in accordo con la concezione attuale dell’empatia, la quale «non va equiparata all’identificazione, ma anzi è in un certo senso in contrasto con essa..., [poiché] noi entriamo in empatia con ciò che la persona sta cercando di comunicarci, non con la persona o con la sua condotta». L’empatia ha un aspetto cognitivo importante e può essere intesa, nel modo più semplice, come un «venire a conoscere». Lo stesso osservatore, Michael Basch, scrive anche che «l’empatia implica la risonanza con l’emotività inconscia dell’altro e il rivivere la sua esperienza, mantenendo però intatta l’integrità del proprio sé». Io venni a vedere in questa tensione concernente l’empatia la chiave del mio approccio, e forse dello studio in generale…

… Quel che io ho tentato di descrivere è stata una particolare sequenza di azioni umane implicate in una particolare forma di eccidio di massa e di genocidio: quella dell’uccisione sotto l’egida della medicina. La mia testimonianza concerne il fatto che dei medici uccisero e che lo fecero nel nome della medicina, e comprende domande circa il come e il perché…

…I medici nazisti si sdoppiarono in modi omicidi; ma quello stesso meccanismo può operare in altre circostanze e in altre persone. Lo sdoppiamento fornisce un principio di connessione fra il comportamento omicida dei medici nazisti e il potenziale universale di un tale comportamento. Lo stesso vale per la capacità di uccidere senza fine nel nome del risanamento nazional-razziale. In certe condizioni quasi tutti – con ben poche eccezioni – potrebbero rispondere a un appello collettivo di eliminare fino all’ultimo i membri di un presunto gruppo di portatori del «germe della morte».»

sabato 25 gennaio 2025

Amos Oz, “Giuda” (2014)

 


Amos Oz, “Giuda” (2014)

«La verità è che tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare il fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta.»

«Chi è pronto al cambiamento, disse Shemuel, chi ha il coraggio di cambiare, viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento, e hanno una paura da morire del cambiamento e non lo capiscono e hanno disgusto di ogni cambiamento.»

Non vorrei aprire la recensione con l'ovvia affermazione che ci troviamo di fronte ad un altro capolavoro di Amos Oz, ma è esattamente così. La celebrazione quindi per me è un po' un obbligo, dato che ho scoperto l’autore quando purtroppo non era più in vita.

Siamo nella Gerusalemme dell'inverno tra il 1959 e il 1960, durante il secondo mandato del governo di Ben Gurion, al confine tra la Gerusalemme israeliana e quella Giordana.

Shemuel Asch è un giovane uomo assai emotivo, timido, ma corpulento, fin troppo esagitato, sensibile, asmatico, sognatore, logorroico e con una folta barba. Shemuel Asch è il protagonista di questo delizioso romanzo. 

Amos Oz non usa troppi preamboli e già dall'incipit, ci trasporta di colpo in un'atmosfera lontana, ma dai sapori in qualche modo familiari. Shemuel stesso lo conosciamo già. Ognuno di noi ha conosciuto uno Shemuel, potremmo dire, anzi, che Shemuel ha più di qualcosa di alcuni di noi.

Questo romanzo inizia con un viaggio alla ricerca della solitudine.

Shemuel partecipa alle vivaci e polemiche riunioni del Circolo di rinnovamento socialista e sta preparando una tesi su Gesù in una prospettiva ebraica, ma che reputa senza futuro.

È ossessionato dalla sua ex fidanzata Yardena e da Stalin che sogna anche di notte, ed è Stalin stesso che in uno di questi sogni lo chiama Giuda, accusandolo di aver tradito Cristo. È un classico sogno rivelatore.

Per fuggire da tutto ciò, risponde ad un annuncio che lo porta ai margini di Gerusalemme in una casa isolata con giardino dall'aspetto insolito, che Shemuel riconosce come affine alla sua indole e che lo attrae irrimediabilmente. 

L'incontro col vecchio intellettuale invalido Gershom Wald, immerso nella biblioteca di casa, come se fosse immerso nel folto di un bosco, e con l’affascinante e algida vedova quarantacinquenne Atalia, cambia il suo destino.

Il desiderio di solitudine si scontra con gli atroci tormenti d'amore.

Il romanzo si tinge di storia di Israele e della Palestina, di cultura biblica, di mistero, di lunghe ore passate a discettare di religione, di filosofia, di darwinismo con Wald, ad ascoltare le sue telefonate a misteriosi interlocutori.

I punti chiave, però sono la legittimità dello Stato di Israele, il rinnovarsi dell'antigiudaismo da parte cristiana e dell'anticristianesimo da parte giudaica, e soprattutto il concetto di tradimento, elaborato sulla figura di Giuda. La parte in cui il romanzo affronta concetti storico-teologici, anche se a tratti in modo impreciso, è la parte sicuramente più preziosa, riprendendo e approfondendo diversi motivi già presenti in altre opere di Oz.

“Giuda” è il puntuale atto d'accusa contro ogni fondamentalismo religioso e contro ogni ortodossia ideologica. È l'elogio del traditore.

Prendendo a pretesto Il tradimento di Giuda a Gesù, lo scrittore presenta un diverso approccio, una versione alternativa, del concetto di tradimento, collegandola anche all’ebraismo e alla questione israeliana, alla politica di Ben Gurion e ai suoi oppositori interni.

Per Amos Oz, questo romanzo è l'occasione di riassumere un po’ tutto il dibattito storico, sociale e politico sulla sua terra e di far intravedere il suo punto di vista, filtrato da un rapporto dialettico con le altre letture della Storia.

Amos Oz, per mezzo dei vari personaggi dà conto delle diverse posizioni interne al sionismo socialista, allora al governo, e alla sinistra ebraica, posizioni così diversificate da risultare anche opposte. 

Uno dei meriti di questo capolavoro sta proprio qui: un dialogare polifonico di voci, comprese quelle degli arabi, voci che erano presenti all'epoca della nascita dello stato di Israele e nel decennio appena successivo.

Di grande potenza lirica è il confronto appassionato tra Shemuel e Wald sulle ragioni degli ebrei e degli arabi, su una terra senza pace, sul concetto di amore e di odio; e la ricerca ossessiva sulle tracce dell'oppositore di Ben Gurion, Shaltiel Abrabanel, il padre di Atalia, il “traditore”, amico di arabi e cristiani, un sionista eretico, un altro sognatore, un altro Giuda, morto in solitudine, emarginato e, al contrario dello stesso Giuda, cancellato. 

Abrabanel credeva nella convivenza, era contrario allo stato ebraico, a qualsiasi tipo di stato, una delle forme massime di oppressione, contrario alle frontiere di qualsiasi tipo, una sorta di anarchico, che credeva però che quella fosse anche la terra degli ebrei, la terra dei kibbutzim, oltre che la terra degli arabi. Poteva essere la terra della pace. Era preso da un vivace attivismo: parlava con tutti, incontrava tutti, cercando di comunicare il più possibile le sue idee. Questo è anche il romanzo di Abrabanel, un uomo lacerato dal dubbio. Amos Oz costruisce quindi una storia parallela con quella di Giuda e un personaggio indimenticabile.


Una delle parti più belle è appunto la commovente rielaborazione della storia di Giuda Iscariota, che ricava da Rabbi Yehuda Aryeh da Modena, un rabbino italiano del XVII secolo, arricchita dall'ammirazione sconfinata di Amos Oz per Gesù. Sono pagine di un lirismo assoluto. Un'appassionata difesa dell’apostolo, dell’uomo più odiato e disprezzato dalle genti, con tanto di stereotipo antigiudaico che attraversa i secoli e che dura tuttora. 

Amos Oz, nei panni di Shemuel cerca di dimostrare, invece, quanto Giuda fosse il vero unico interprete del messaggio di Gesù, l’apostolo più amato da lui, a cui toccò una sorte uguale e contraria a quella del suo maestro. Morì con lui, lontano da lui, da suicida. E mentre nel corso dei millenni l’amore per Gesù crebbe smisuratamente, così accadde all’odio per Giuda.

Il capitolo dedicato alla Passione di Gesù si tinge dei colori da cupo e magnifico affresco rinascimentale. Siamo giunti all’apice del romanzo, prende la parola Giuda e in un crescendo drammatico allucinato, racconta del suo amore, della sua disperazione, del suo irrimediabile senso di colpa, della sua fine. E ho pianto.

La parte più terribile è invece il racconto cinico e disperato di Atalia sulla morte del marito e sul padre Shaltiel Abrabanel, di cui aveva assunto le idee con ancora maggiore radicalità, priva del tutto di illusioni, al contrario di Abrabanel.

“Giuda” però è anche una storia dai risvolti romantici, di un romanticismo melanconico e un bel po’ doloroso: i vagabondaggi attraverso la città di Gerusalemme, le passeggiate intime di Shemuel con Atalia, le riflessioni brucianti sull’amore, la solitudine e le illusioni, il rapporto dinamico tra amore e odio, il valore etico del compromesso. 

In definitiva, “Giuda” è un incantevole romanzo, profondamente intriso di spirito ebraico, sulle illusioni: sulle illusioni della religione, della politica e dell’amore. Un romanzo dolce amaro, il testamento narrativo e umano di un grande scrittore.


lunedì 20 gennaio 2025

Il Ciclo dell'Ecumene di Ursula K. Le Guin

 Il Ciclo dell'Ecumene di Ursula K. Le Guin:

Romanzi

"Il mondo di Rocannon" (Rocannon's World, 1966)

"Il pianeta dell'esilio" (Planet of Exile, 1966)

"Città delle illusioni" (City of Illusions, 1967)

"La mano sinistra delle tenebre" (The Left Hand of Darkness, 1969)

"I reietti dell'altro pianeta o Quelli di Anarres" (The Disposessed: an Ambiguous Utopia, 1974)

"Il mondo della foresta" (The Word for World is Forest, 1976)

"La salvezza di Aka" (The Telling, 2000)

Per ora, sul blog potete trovare la recensione del primo. Un po' alla volta arriveranno quelle degli altri.



“Missione di pace” (“Errand of Mercy”), 1967 Prima stagione di Star Trek TOS


“Missione di pace” (“Errand of Mercy”), 1967

Prima stagione di Star Trek TOS

Diretto da John Newland

Sceneggiatura di Gene L. Coon

C'è un curioso episodio della prima stagione di Star Trek TOS, in cui appaiono per la prima volta i Klingon, intitolato “Missione di pace”, che contiene una interessante, anche se apparentemente ingenua, critica al bellicismo, al militarismo e all'imperialismo.

Sta per scoppiare una guerra interstellare tra la Federazione e l'Impero Klingon. Il luogo del contendere è il pianeta Organia, pianeta posizionato in un punto strategicamente appetibile per entrambi gli schieramenti.

Gli organiani appaiono arretrati tecnologicamente e fermi ad un'epoca simile a quella del Medioevo, anche se culturalmente danno l'impressione di essere in possesso di una saggezza antica.

Sia gli umani che i Klingon cercano di convincerli, gli uni con le buone, gli altri con le cattive, ad allearsi con loro, ma gli organiani rifiutano perché sono radicalmente contro ogni guerra e perseguono una forma integrale di nonviolenza. Il finale è basato su un colpo di scena satirico e ben congeniato, che ha come bersaglio entrambe le razze, minando abbastanza lo stereotipo dei buoni contrapposti ai cattivi.

I Klingon sono in questa prima apparizione con i volti molto simili a quelli degli umani, con tratti “orientali” (siamo in piena Guerra Fredda), lontani ancora dalle varianti con la “cresta” che assumeranno in futuro nei film e nelle serie successive.


domenica 19 gennaio 2025

"Oslo" (2021)


“Oslo” (2021)

regia di Bartlett Sher

soggetto e sceneggiatura J. T. Rogers

con Ruth Wilson, Andrew Scott, Itzik Cohen, Salim Daw, Sasson Gabai, Dov Glickman, Jeff Wilbusch, Yigal Naor, Waleed Zuaiter, Tobias Zilliacus, Karel Dobrý

«Il più delle volte il fanatico riesce a contare solo fino a uno, perché due è un’entità troppo grande per lui. Al tempo stesso i fanatici sono quasi sempre degli incorreggibili romantici, preferiscono il sentimento al pensiero, e sono affascinati dalla loro stessa morte. Disprezzano questo mondo e lo barattano volentieri in cambio del “cielo”. Il loro cielo, a ogni buon conto, è normalmente concepito in maniera non dissimile dal lieto fine di un brutto film.»

«Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione.

Il contrario di compromesso è fanatismo, morte… Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada.»

Amos Oz, “Contro il fanatismo” (2002)

Non dirò molto su questo bellissimo film, perché le parole a volte sono superflue. E perché “Oslo” va comunque visto, perché vale più di cento saggi sull’argomento: parla in un linguaggio comprensibile a tutti, senza giustificazioni ideologiche e culturali. Va dritto al punto. È insieme dramma e commedia, perché “Oslo” rispetta i tempi teatrali della recitazione e questa è sempre ai massimi livelli, perché è tratto da una pièce teatrale del 2016 dello stesso sceneggiatore del film, ed è diretto da uno che di teatro se ne intende, è un mio coetaneo e quella stagione l’ha vissuta.

“Oslo” racconta di una tragedia che è rimasta irrisolta, racconta di un fallimento, dovuto per lo più ai rispettivi fanatismi che, guarda un po' il caso, sono al potere oggi. “Oslo” parla ai sentimenti delle persone, dei singoli, lo fa mediando con una narrazione semplice, che farà storcere il naso a molti. “Oslo” però non parla alle tifoserie che farebbero bene a evitare di vederlo, perché non comprendono le ragioni degli altri, e perché direbbero entrambe che rappresenta la narrazione della parte avversa, perché la colpa è sempre degli altri. O, forse, no, dovrebbero vederlo anche loro. Hai visto mai.

“Oslo”, proprio per tutto ciò, è stato quasi ignorato, confinato all’ambito televisivo, invece “Oslo” va visto, perché, anche se apparentemente con una veste da prodotto mainstream, dimostra che la pace e un altro mondo sarebbero possibili, anche se purtroppo, il pessimismo è d’obbligo.


sabato 18 gennaio 2025

“Quattro notti di un sognatore” (1971) regia di Robert Bresson


“Quattro notti di un sognatore” (1971)

regia di Robert Bresson

con Isabelle Weingarten, Guillaume des Forêts, Maurice Monnoyer

“Le notti bianche”, novella giovanile di Fëdor Dostoevskij ambientata a San Pietroburgo, ha beneficiato di diverse riduzioni cinematografiche e televisive, in quanto il suo soggetto ben si adatta ad essere materia per film e fiction.

Tuttavia, sono due i film particolarmente celebri che si sono liberamente, ma inconfondibilmente, ispirati al racconto dello scrittore russo: la dolce e malinconica pellicola omonima di Luchino Visconti, ambientata a Livorno, e interpretata da Marcello Mastroianni e da Maria Schell; e questo film di Robert Bresson, ambientato a Parigi.

Lungi da me fare improponibili paragoni, ma è inevitabile constatare la distanza con cui viene resa l’ispirazione originaria. 

Il consueto pessimismo del regista francese viene a modellare la vicenda in maniera scarna, limpida, lineare ed essenziale, ma è anche stemperato da una freddezza formale e dalla semplicità del messaggio, evitando di virare il più possibile nel sentimentalismo. 

Ciononostante, il film funziona più che adeguatamente, regalandoci una versione del racconto molto meno appassionata e romantica di quella di Visconti, ma conservando un certo rigore narrativo.

Non offre concessioni allo spettatore e alla fine riesce nell’intento. Fanno molto di più i gesti, il risalto dei particolari, la lentezza delle riprese, l’oscurità che prevale anche sulle luci notturne, che i dialoghi. Ottima la fotografia.

Bravissimi i due attori protagonisti: Isabelle Weingarten, nel ruolo di Marthe, e Guillaume des Forêts, in quello del pittore Jacques, riescono a tenere perfettamente la scena dall’inizio alla fine. La meccanicità del coinvolgimento amoroso, che contempla la morale che in amore “vince” chi fugge, è ben rappresentata dal registratore di Jacques, che ripete ossessivamente il nome di Marthe, e che gli permette di sublimare nell'arte il suo personale sogno d’amore.

Il regista ci dona così un finale alternativo.

martedì 14 gennaio 2025

"La Chimera" (2023) regia di Alice Rohrwacher


 “𝗟𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗺𝗲𝗿𝗮” (𝟮𝟬𝟮𝟯)

𝗿𝗲𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗔𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗥𝗼𝗵𝗿𝘄𝗮𝗰𝗵𝗲𝗿

𝗰𝗼𝗻 𝗝𝗼𝘀𝗵 𝗢'𝗖𝗼𝗻𝗻𝗼𝗿, 𝗜𝘀𝗮𝗯𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗥𝗼𝘀𝘀𝗲𝗹𝗹𝗶𝗻𝗶, 𝗖𝗮𝗿𝗼𝗹 𝗗𝘂𝗮𝗿𝘁𝗲, 𝗔𝗹𝗯𝗮 𝗥𝗼𝗵𝗿𝘄𝗮𝗰𝗵𝗲𝗿, 𝗩𝗶𝗻𝗰𝗲𝗻𝘇𝗼 𝗡𝗲𝗺𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼, 𝗟𝘂𝗰𝗮 𝗖𝗵𝗶𝗸𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶, 𝗟𝗼𝘂 𝗥𝗼𝘆-𝗟𝗲𝗰𝗼𝗹𝗹𝗶𝗻𝗲𝘁, 𝗬𝗶𝗹𝗲 𝗬𝗮𝗿𝗮 𝗩𝗶𝗮𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼, 𝗚𝗶𝘂𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗠𝗮𝗻𝘁𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶, 𝗕𝗮𝗿𝗯𝗮𝗿𝗮 𝗖𝗵𝗶𝗲𝘀𝗮

Ci sono due film italiani del 2023 che, nonostante la loro bellezza, sono stati ignorati del tutto dalle polemiche da web, e, io direi, per fortuna. 

Il primo, che ho recensito tempo fa, è “Rapito” di Marco Bellocchio, vincitore di cinque David di Donatello, film di ambientazione storica e ispirato ad una vicenda reale: il caso di Edgardo Mortara, bambino ebreo che fu letteralmente rapito nel 1858, sottratto alla famiglia, dalle autorità ecclesiastiche durante il pontificato di Pio IX.

L'altro è questo piccolo delizioso gioiello, tra l'altro pluripremiato, della giovane regista Alice Rohrwacher, ambientato nella Tuscia degli anni ‘80. Un film che forse potrebbe essere definito d'avanguardia, per il fatto di essere fuori dagli schemi attuali, non catalogabile, e per il fatto di essere privo di effetti speciali, girato in economia, e che è tutt'altro che d'avanguardia, è una storia semplice, di grande originalità, che si regge su una notevole sceneggiatura e sulla recitazione degli attori. Costituisce la terza parte di una trilogia, iniziata nel 2014 con “Le meraviglie” e proseguita nel 2018 con “Lazzaro felice”. È stato inserito dal National Board of Review tra i cinque migliori film stranieri del 2023.

La vicenda, tra dramma e commedia, ha come protagonista Arthur, un giovane archeologo inglese, idealista, che vive da barbone, in possesso di un singolare potere da rabdomante, che si mette a disposizione di una banda, che sarebbe meglio definire comunità, di tombaroli. Il contesto è agreste, tra il contadino e il pastorale, con elementi semi urbani costituiti da cantieri abbandonati.

Forte è il richiamo della terra, ma non solo come luogo geografico, soprattutto come radici, come profondità, come abisso e ventre materno.

Straordinaria la prova attoriale di Isabella Rossellini, che si mette in luce come interprete autentica di una superba anzianità, senza filtri, né artifizi. Ma la vera sorpresa è l'attrice brasiliana Carol Duarte, dolcissima interprete del ruolo del personaggio di Italia. Assai credibile e perfettamente misurato anche lo stralunato Arthur del britannico Josh O'Connor, già protagonista della serie TV “The Crown” e del film “Emma” del 2020.

Il film ha insieme qualcosa di pasoliniano e di felliniano, che mutua la parte onirica di entrambi i registi. La Rohrwacher rende in maniera veramente efficace il microcosmo in cui è immersa la vicenda. L'inventiva della narrazione possiede un misto di realismo e di atmosfera fantastica, in alcuni punti quasi lovecraftiana, assai azzeccata è la contestualizzazione storica. Il commento musicale con cantante folk che fa da menestrello è una delle cose più riuscite.

La scoperta della Cibele in una tomba etrusca nei pressi di una spiaggia con zona industriale annessa è la scena cult del film.

domenica 12 gennaio 2025

“La vita futura” (1936)


“La vita futura” (1936)

regia di William Cameron Menzies

sceneggiatura di H.G. Wells

con Raymond Massey, Edward Chapman, Ralph Richardson, Margaretta Scott, Cedric Hardwicke, Maurice Braddell, Sophie Stewart

Nel 1936 soffiavano intensi venti di guerra e i totalitarismi erano nel pieno del loro fulgore e della loro potenza. I timori diffusi di conflitto bellico si materializzarono pochi anni dopo con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Questa pellicola possiede una serie di motivi di notevole interesse, a cominciare dal fatto che è stata tratta dal romanzo “The Shape of Things to Come” di H.G. Wells. Allo scrittore fu affidata anche la sceneggiatura. È quindi più che evidente la sua importanza, anche se col tempo è diventata un prodotto di nicchia.

A prescindere da molte comprensibili ingenuità, il film, la cui durata è stata più volte rimaneggiata, contiene una serie di elementi di anticipazione: il dominio della scienza, la conflittualità militare diffusa su tutto il globo, le rozze autocrazie, le illusioni legate al progresso, i dubbi e le visioni alternative che non riescono ad andare oltre una visione bucolica e conservatrice. C'è perfino la conquista della Luna. 

Wells immagina una guerra mondiale totale che scoppia e si protrae per decenni e decenni, senza specificare luoghi e motivazioni, se non l’immaginaria città di Everytown, fino ad un equilibrio di “pace” e di “felicità” raggiunto solo un secolo dopo, nel 2036. Si arriva a questo equilibrio grazie al lavoro di un’organizzazione di visionari, in possesso di conoscenze di alto livello e di strumenti tecnologici avanzati, contrapposta ai tanti improvvisati dittatorelli che stanno portando la Terra verso la catastrofe.

La seconda parte è chiaramente ispirata a Metropolis di Fritz Lang. 

La vittoria dell’organizzazione tecnocratica, globale scientista e positivista, che però, almeno a parole, garantisce la “libera scelta”, ma che è fondata su un nuovo ordine mondiale e sulla completa dedizione stakanovista al progresso, con un capo del governo illuminato e magnanimo e piccola sommossa popolare, non è rappresentata con molta enfasi ed entusiasmo, e lascia in bilico la percezione dello spettatore tra utopia e distopia, non risolvendola del tutto neanche col breve ingenuo dialogo finale di taglio positivista.

Alcune curiosità. Nei primi anni di guerra, si diffonde un’epidemia denominata “sindrome del vagabondo” in cui le persone colpite contraggono una malattia, presumibilmente contagiosa, che le porta a vagabondare in preda ad uno stato di trance. La cosa viene risolta in modo assai drastico. 

Nel film, c'è un continuo ed evidente uso di filmati di repertorio di contenuto militare e bellico, che danno la netta sensazione di quanto fossero artigianali certi prodotti cinematografici.

Tuttavia, sorprendono l’originalità della trama e gli effetti speciali, che traggono giovamento dalla dimestichezza della regia nell’uso della macchina da presa e nel montaggio. Divertenti i costumi futuribili e le tute da lavoro, così come è apprezzabile l’inventiva atta a rappresentare il progresso tecnologico con astrusi macchinari che avrebbero dovuto colpire l’immaginario del pubblico dell'epoca.

Le cose migliori restano comunque la scenografia e buona parte della fotografia.

Il film si trova in versione integrale anche in italiano su YouTube.

venerdì 10 gennaio 2025

Guy de Maupassant, "Bel Ami" (1885)


𝗚𝘂𝘆 𝗱𝗲 𝗠𝗮𝘂𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁, “𝗕𝗲𝗹 𝗔𝗺𝗶” (𝟭𝟴𝟴𝟱)

«𝘕𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘨𝘯𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘶𝘱𝘪𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪; 𝘯𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘤𝘢𝘶𝘴𝘦 𝘱𝘪𝘶' 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘦, 𝘴𝘦𝘨𝘳𝘦𝘵𝘦, 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘶𝘳𝘪𝘰𝘴𝘪𝘵𝘢' 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘰𝘭𝘶𝘵𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘪𝘭 𝘤𝘳𝘪𝘮𝘪𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰. 𝘊𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘦𝘴𝘵𝘳𝘦𝘮𝘢 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘭’𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪, 𝘥𝘪 𝘥𝘦𝘵𝘦𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘧𝘦𝘯𝘰𝘮𝘦𝘯𝘪 𝘱𝘴𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘪 𝘥𝘢 𝘤𝘶𝘪 𝘦𝘳𝘢 𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘢, 𝘳𝘪𝘴𝘶𝘭𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘤𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥’𝘢𝘯𝘪𝘮𝘰. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘦 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘴𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢, 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰. 𝘌 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘳𝘦𝘤𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘯𝘦𝘳𝘰 𝘦𝘴𝘢𝘮𝘪𝘯𝘢𝘵𝘪, 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘪, 𝘳𝘪𝘨𝘪𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪, 𝘴𝘰𝘱𝘱𝘦𝘴𝘢𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘰 𝘥’𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘪𝘱𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘮𝘦𝘳𝘤𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘵𝘪𝘻𝘪𝘦, 𝘥𝘦𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘥𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘢 𝘶𝘯 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘨𝘢, 𝘤𝘰𝘴ì 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘳𝘤𝘪𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘦𝘴𝘢𝘮𝘪𝘯𝘢𝘯𝘰, 𝘳𝘪𝘨𝘪𝘳𝘢𝘯𝘰, 𝘱𝘦𝘴𝘢𝘯𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘨𝘨𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘢𝘭 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘰.»

«𝘎𝘦𝘰𝘳𝘨𝘦𝘴 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘴𝘪 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘰' 𝘥𝘪 𝘧𝘳𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘭𝘦𝘪, 𝘦 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘪𝘴𝘵𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘯𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪, 𝘴𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢𝘯𝘥𝘰𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘶𝘯𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘭’𝘪𝘮𝘱𝘦𝘯𝘦𝘵𝘳𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘴𝘦𝘨𝘳𝘦𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘶𝘰𝘳𝘪, 𝘥𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘥𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘯𝘦𝘪 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘱𝘪𝘶' 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘪. 𝘊𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘳𝘦𝘤𝘪𝘱𝘳𝘰𝘤𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘯𝘶𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘻𝘦, 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢 𝘢𝘳𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘮𝘶𝘵𝘢: 𝘪𝘯𝘵𝘪𝘮𝘢 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘶𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦, 𝘱𝘶𝘳 𝘷𝘪𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰 𝘢 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰, 𝘴’𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦, 𝘴𝘪 𝘴𝘰𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘯𝘰, 𝘴𝘪 𝘧𝘪𝘶𝘵𝘢𝘯𝘰, 𝘴𝘪 𝘴𝘱𝘪𝘢𝘯𝘰, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘮𝘦𝘭𝘮𝘰𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘪.»

Guy de Maupassant fu uno scrittore inconsueto e particolarmente originale, almeno per il suo tempo, ma credo che lo si possa considerare tale anche tuttora. Ha diviso la critica come ben pochi, ma è da sempre uno dei più amati dai lettori. Molto ingenerose furono soprattutto le critiche che arrivarono da diversi suoi connazionali. 

Il suo essere fuori dagli schemi gli dona, invece, un fascino e un’attrattiva unici. Non si perde in inutili romanticherie. Lo hanno accusato per questo di essere privo di poesia. Io lo trovo, invece, uno dei migliori francesi dell’ottocento, senz’altro preferibile a quelli a volte noiosi come Flaubert e soprattutto Proust.

Amava le passioni del palato e del sesso. Viveva pienamente qualsiasi sensazione. Una sorta di satiro. Eppure, pensava a Gustave Flaubert, amico della madre, come al suo padre spirituale, e in effetti fu precisamente questo, nonché suo maestro. La sua vita però fu l’opposto di quella dello stesso Flaubert, e dopo la morte del maestro, si emancipò pienamente anche dal punto di vista letterario. L’essere eccessivo, contraddittorio, “depresso” e “animalesco” fu ciò che paradossalmente lo rese grande.

Diceva di sé: «La malinconia della terra non mi rattrista mai: sono una specie di strumento da sensazioni che risuona per le aurore, i mezzogiorni, i crepuscoli e altro ancora. Vivo da solo, benissimo, per settimane, senza bisogno di affetto. Ma mi piace la carne delle donne, la amo come amo l’erba, i fiumi, il mare.» 

A fronte di tutto ciò, è del tutto chiaro che questo romanzo abbia anche un che di autobiografico. Ed era lui stesso ad ammetterlo, seppure esageratamente e provocatoriamente, quando diceva: «Bel Ami sono io». 

Il dionisiaco, da una parte, e la disperazione, dall’altra, erano riflessi intensamente nella sua scrittura e nella sua esistenza. 

E con queste premesse, è quanto mai naturale che si lasciasse affascinare dal pessimismo di Schopenhauer. Come fu del tutto naturale che tale pessimismo e tale passionalità esplodessero nei suoi racconti, tinti irrimediabilmente di nero.

Questo romanzo destò un grande scandalo alla sua uscita. Buona parte della stampa non lo accolse affatto bene.

Bel Ami è Georges Duroy, un seduttore incallito, un miserabile manipolatore, un sessuomane, opportunista, cialtrone, bugiardo, ingannatore, perennemente insoddisfatto. Insomma, un vero e proprio mediocre mascalzone, ma di notevole intelligenza, che da misero e squattrinato impiegato ed ex militare, figlio di contadini, tenta la scalata sociale, attraverso il potere mediatico, nel campo del giornalismo nella Parigi di fine XIX secolo.

Guy de Maupassant, con questo geniale romanzo, costruisce una figura indimenticabile di antieroe e una critica spietata dell’alta società francese di quel periodo, ma che è adattabile a qualsiasi epoca e a qualsiasi luogo. 

L’arrivismo, il servilismo e il clientelismo non hanno tempo e neanche frontiere. Non è la vendetta di un Edmond Dantès e neanche il nichilismo perverso di un Nikolaj Stavrogin, ma il puro e semplice egoismo di un narcisista. 

In sostanza, questo è il ritratto di un uomo violento, reduce tra l’altro della guerra colonialista in Africa, complice e protagonista di angherie nei confronti dei popoli indigeni.

Duroy si serve abilmente delle persone come se fossero oggetti dei suoi capricci, soprattutto delle sue amanti, portandole fino alla soglia della rovina. 

La sua perfidia però nasconde una grande desolata solitudine.

Sono sorprendenti, dato il periodo in cui fu scritto, la connotazione tutt’altro che moralista del romanzo, che fa a pezzi stereotipi, ipocrisia e apparenze della buona borghesia francese dell’epoca, e l’enorme sensualità di cui trasuda.

Guy de Maupassant, con la sua prosa, va dritto al sodo, senza perdersi in labirinti descrittivi. Tuttavia, si dedica, con la precisione di un sopraffino indagatore dell’animo umano, ad una profonda introspezione psicologica del protagonista. 

Narrazione e dialoghi sono sempre assai vivaci. È veramente una gioia leggerlo. Lo scrittore francese dipinge con eccellente abilità un'umanità grottesca, calcando parecchio la mano sul caricaturale, compresa la provocante ed esuberante sensualità con cui descrive le protagoniste femminili, ottenendo così un effetto di insieme che contribuisce all'atmosfera di decadenza in cui è avvolto il romanzo. Una passione incontenibile brucia queste pagine come fuoco.

“Bel Ami” può essere considerato la prima parte di un ideale romanzo con elementi autobiografici, la cui seconda parte è invece rappresentata da “Forte come la morte”. Il primo rappresenta l’ascesa, il secondo il declino.

Uno dei vertici del romanzo è il magistrale dialogo tra Georges Duroy e il vecchio poeta Norbert de Varenne sulla morte e sulla solitudine, intriso di profondo pessimismo, che poi è quasi un monologo di Norbert. Altro che mancanza di poesia!

Come magistrale è la descrizione realistica ed estremamente prosaica dell'oscuro e desolato mondo contadino, che non ha nulla di romantico, prosaica, ma, in sintonia con lo spirito contraddittorio dell'intero romanzo, ed è, quindi al tempo stesso, di nuovo, intensamente poetica.

“Bel Ami” è un romanzo cinico e nero come la pece, e non sono poche le pagine in cui questa cupezza emerge e si espande come una lebbra.

E poi c'è la feroce critica sociale: al sistema giornalistico, ai “mercanti di notizie”, al mondo della politica e al colonialismo. Di grande efficacia la descrizione puntuale, particolareggiata e colorita del “quarto potere”, delle sue dinamiche, del suo legame con la politica e il potere economico, e siamo ancora nel XIX secolo, forte della consolidata esperienza da giornalista dell’autore, attività parallela a quella di romanziere e di novelliere. Ed è proprio la narrativa breve che, col tempo, fu quella più apprezzata dalla critica, anche perché maggiormente in sintonia con l’impegno giornalistico.

Il disprezzo dello scrittore per il genere umano si tinge anche di misoginia, ma pure questa ovviamente è di carattere contraddittorio. La narrazione è sempre in bilico tra il sarcasmo, lo scherno e la finezza dell’indagatore del mondo femminile, dell'amatore delle donne, non solo in senso fisico, della pietà che egli riservava alle vittime, agli esseri sottomessi. 

Maupassant, infatti, l’invettiva finale la riservò poco prima di morire al Grande Distruttore, a Dio, responsabile di tutto il male, e contro cui continuò a inveire anche dal manicomio.


mercoledì 8 gennaio 2025

Ursula K. Le Guin, “Il mondo di Rocannon” (1966)

 


Ursula K. Le Guin, “Il mondo di Rocannon” (1966)

«Come si può distinguere tra leggenda e realtà, su mondi che giacciono a molti anni di distanza dal nostro? Pianeti senza nome, che i nativi chiamano semplicemente «il Mondo»; pianeti senza storia, dove il passato è materia di mito e dove l'esploratore che vi fa ritorno scopre che le sue azioni di pochi anni prima sono diventate le gesta di un dio. Un velo buio di irrazionalità si stende sull'intervallo di tempo che le nostre astronavi attraversano alla velocità della luce, e nell'oscurità proliferano l'incertezza e le esagerazioni, come erbacce.»

“Il mondo di Rocannon” è il primo atto del Ciclo dell’Ecumene, composto da ben sette romanzi, tra i quali i più famosi sono “La mano sinistra delle tenebre” e “I reietti dell’altro pianeta” (conosciuto anche come “Quelli di Anarres”). Il misto tra fantasy e fantascienza che caratterizza buona parte della produzione della Le Guin, qui trova un giusto equilibrio, con i terrestri nella parte degli invasori e degli osservatori esterni. In definitiva, sono proprio loro gli alieni.

Gli ingredienti sono, infatti, quelli del fantasy classico di stampo medievale, ibridato con elementi di fantascienza, con la space opera in primo piano. Tuttavia, quello che risalta di più agli occhi, è la prospettiva diversa con cui le pseudo-razze extraterrestri, divise in tre specie diverse, che popolano il pianeta di Fomalhaut II, percepiscono la realtà, rispetto a come la vedono gli osservatori e i colonizzatori, che gli indigeni hanno soprannominato “Signori delle Stelle”, seguendo le suggestioni della loro visione mitica per cui tra storia e leggenda non c’è alcuna differenza. 

Si potrebbe speculare molto su questo aspetto, in relazione soprattutto alla frequente strumentalizzazione delle narrazioni storiche e pseudo storiche, così come delle costruzioni a base superstiziosa della conoscenza, sulla quale agiscono sia i canali divulgativi ufficiali che quelli, per così dire, alternativi.

Per gli abitanti del pianeta, la realtà, però, non è data da un costrutto ideologico o religioso, ma corrisponde alle loro ristrette conoscenze, ad un’innocenza originaria, a prescindere dai poteri di telepatia di cui sono diversamente fornite le specie. Mentre, per gli astronauti visitatori dell’Ecumene, la realtà è osservata e catalogata scientificamente.

Le prime trenta pagine occupano, infatti, quello che è definito “prologo”, che si apre con il terrestre Gaveral Rocannon, etnologo, che descrive le forme di intelligenza superiore, anch’esse ominidi, ma a bassa tecnologia, che occupano il pianeta, ferme però appunto all'epoca medievale e che usano i grifoni come cavalcature volanti: i piccoli misteriosi Gdemiar, anche detti Uomini d’Argilla, gli alti e fieri Liur, divisi in Angyar e in Olgyior, e infine i pacifici Fiia, il Mezzo Popolo, che ricordano vagamente gli hobbit. Tuttavia, Rocannon sarà destinato a scoprire altre creature, tutt’altro che rassomiglianti agli umani.

Occupare lo stesso spazio e la stessa epoca, paradossi temporali a parte, ma viverli come se fossero realtà diverse, è la felice metafora che si ricollega all'incipit del libro sulla realtà e la fantasia, riportato all'inizio di questa recensione. 

Tutta la narrazione è quindi influenzata dalla doppia prospettiva, questione che è alla base soprattutto dell'interazione tra nativi e visitatori e sugli equivoci, a dir poco, epocali.

Compito di Rocannon non è quello di insegnare, ruolo che lascia ad altri colonizzatori, ma di imparare a comprendere come funzionino la mente e le usanze dei nativi. Nel frattempo la Lega di Tutti i Mondi, a cui appartiene il terrestre, sta combattendo una guerra senza esclusione di colpi con un nemico esterno.

Rocannon, l’Errante, sceglie di formare una sua compagnia con persone di varie specie, e come ogni science-fantasy che si rispetti, il libro assume anche l’aspetto di un romanzo d’avventura. 

Proprio in virtù dello scarto di natura tecnologica, il protagonista, durante lo svolgimento della vicenda, è destinato a diventare, suo malgrado, una sorta di essere mitologico per i popoli del pianeta. Ed è così che il viaggio dell’eroe, alla ricerca dei nemici della Lega, è in tutto e per tutto anche un viaggio di iniziazione e di trasformazione.

Con “Il mondo di Rocannon”, Ursula Le Guin comincia a edificare, un po' alla volta, un intero universo che ci accompagnerà nei prossimi capitoli della saga.

martedì 7 gennaio 2025

“La furia dei Baskerville” (1959) regia di Terence Fisher

 


“La furia dei Baskerville” (1959)

regia di Terence Fisher 

con Peter Cushing, Christopher Lee, André Morell, Marla Landi, Francis De Wolff, Miles Malleson, Ewen Solon, John Le Mesurier, Helen Goss

«Non c'è niente di straordinario nel far uso dei propri occhi.»

«Certi dati hanno valore solo quando sono chiari, concisi ed esatti.»

«Le mie tariffe professionali, dottore, sono fisse. Non le modificò mai, se non quando le abbuono del tutto.»

Undici anni dopo “Amleto” diretto da Laurence Olivier, nel quale apparvero nella prima volta in coppia, due anni dopo la “Maschera di Frankenstein”, un anno dopo “Dracula il vampiro” e nello stesso anno de “La mummia”, tutti e tre di Terence Fisher, nel 1959 Christopher Lee e Peter Cushing tornarono ancora insieme e di nuovo diretti da Fisher, nell'adattamento de “Il mastino di Baskerville” il più famoso racconto di sir Arthur Conan Doyle su Sherlock Holmes, insieme a “Uno studio in rosso”. 

Torneranno ancora assieme per altri tre film del regista inglese: “Lo sguardo che uccide” del ‘64, “Dracula, principe delle tenebre” del ‘66, anche se Peter Cushing qui appare solo all’inizio, e “Demoni di fuoco” del ‘67. Insomma, una più che proficua collaborazione.

Fisher, con la “Furia dei Baskerville”, realizza un film impeccabile, in una versione più horror gotica, che thriller, e affida ai due attori la buona riuscita del progetto. Il film, infatti, è quasi un incontro tra Poe e Doyle, che spinge molto sull’inquietudine, causata soprattutto dall’ambientazione in una suggestiva landa della campagna inglese, con un castello che rimanda molto al classico maniero delle opere di Roger Corman ispirate a Poe.

La trama procede in costante equilibrio tra razionalità e soprannaturale, e nella quale la coppia di attori protagonisti si muove con grande dimestichezza, come esseri a proprio agio nel loro elemento naturale, affiancati da un riuscitissimo Watson interpretato da André Morell. 

Fisher ironizza anche molto sull’ambiguità dei protagonisti, facendo, per esempio, assumere a Peter Cushing (Sherlock Holmes) in alcuni momenti le sembianze di Dracula, come nella scena sinistra del presunto ritrovamento del cadavere di Henry Baskerville (Christopher Lee), nella quale Cushing indossa un mantello nero identico a quello di Dracula, e che getta addosso al cadavere. Classico esempio di rovesciamento.

La tarantola sulla spalla di Christopher Lee è l’altra sequenza cult del film.

La regia di Fisher è essenziale e assai fedele al testo di riferimento, ma non è l’unica qualità apprezzabile. Aiutata da uno squisito uso del technicolor, la pellicola mantiene per tutta la durata del film una tensione molto intensa, pur assumendo i caratteri della pièce teatrale costruita sulle pregevoli doti recitative di Lee e Cushing. 

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA Il 16 marzo 1988 le forze aeree irachene sganciarono agenti chimici — gas mostarda, sarin, tabun e ciclosarin...