𝗚𝘂𝘆 𝗱𝗲 𝗠𝗮𝘂𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁, “𝗕𝗲𝗹 𝗔𝗺𝗶” (𝟭𝟴𝟴𝟱)«𝘕𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘨𝘯𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘶𝘱𝘪𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪; 𝘯𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘤𝘢𝘶𝘴𝘦 𝘱𝘪𝘶' 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘦, 𝘴𝘦𝘨𝘳𝘦𝘵𝘦, 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘶𝘳𝘪𝘰𝘴𝘪𝘵𝘢' 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘰𝘭𝘶𝘵𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘪𝘭 𝘤𝘳𝘪𝘮𝘪𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰. 𝘊𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘦𝘴𝘵𝘳𝘦𝘮𝘢 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘭’𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪, 𝘥𝘪 𝘥𝘦𝘵𝘦𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘧𝘦𝘯𝘰𝘮𝘦𝘯𝘪 𝘱𝘴𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘪 𝘥𝘢 𝘤𝘶𝘪 𝘦𝘳𝘢 𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘢, 𝘳𝘪𝘴𝘶𝘭𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘤𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥’𝘢𝘯𝘪𝘮𝘰. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘦 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘴𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢, 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰. 𝘌 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘳𝘦𝘤𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘯𝘦𝘳𝘰 𝘦𝘴𝘢𝘮𝘪𝘯𝘢𝘵𝘪, 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘪, 𝘳𝘪𝘨𝘪𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪, 𝘴𝘰𝘱𝘱𝘦𝘴𝘢𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘰 𝘥’𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘪𝘭 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘪𝘱𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘮𝘦𝘳𝘤𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘵𝘪𝘻𝘪𝘦, 𝘥𝘦𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘥𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘥𝘳𝘢𝘮𝘮𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘢 𝘶𝘯 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘨𝘢, 𝘤𝘰𝘴ì 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘳𝘤𝘪𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘦𝘴𝘢𝘮𝘪𝘯𝘢𝘯𝘰, 𝘳𝘪𝘨𝘪𝘳𝘢𝘯𝘰, 𝘱𝘦𝘴𝘢𝘯𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘨𝘨𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘢𝘭 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘰.»
«𝘎𝘦𝘰𝘳𝘨𝘦𝘴 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘴𝘪 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘰' 𝘥𝘪 𝘧𝘳𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘭𝘦𝘪, 𝘦 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘪𝘴𝘵𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘯𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪, 𝘴𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢𝘯𝘥𝘰𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘶𝘯𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘭’𝘪𝘮𝘱𝘦𝘯𝘦𝘵𝘳𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘴𝘦𝘨𝘳𝘦𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘶𝘰𝘳𝘪, 𝘥𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘥𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘯𝘦𝘪 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘱𝘪𝘶' 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘪. 𝘊𝘦𝘳𝘤𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘳𝘦𝘤𝘪𝘱𝘳𝘰𝘤𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘯𝘶𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘻𝘦, 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢 𝘢𝘳𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦 𝘮𝘶𝘵𝘢: 𝘪𝘯𝘵𝘪𝘮𝘢 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘶𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦, 𝘱𝘶𝘳 𝘷𝘪𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰 𝘢 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰, 𝘴’𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦, 𝘴𝘪 𝘴𝘰𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘯𝘰, 𝘴𝘪 𝘧𝘪𝘶𝘵𝘢𝘯𝘰, 𝘴𝘪 𝘴𝘱𝘪𝘢𝘯𝘰, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘮𝘦𝘭𝘮𝘰𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘪.»
Guy de Maupassant fu uno scrittore inconsueto e particolarmente originale, almeno per il suo tempo, ma credo che lo si possa considerare tale anche tuttora. Ha diviso la critica come ben pochi, ma è da sempre uno dei più amati dai lettori. Molto ingenerose furono soprattutto le critiche che arrivarono da diversi suoi connazionali.
Il suo essere fuori dagli schemi gli dona, invece, un fascino e un’attrattiva unici. Non si perde in inutili romanticherie. Lo hanno accusato per questo di essere privo di poesia. Io lo trovo, invece, uno dei migliori francesi dell’ottocento, senz’altro preferibile a quelli a volte noiosi come Flaubert e soprattutto Proust.
Amava le passioni del palato e del sesso. Viveva pienamente qualsiasi sensazione. Una sorta di satiro. Eppure, pensava a Gustave Flaubert, amico della madre, come al suo padre spirituale, e in effetti fu precisamente questo, nonché suo maestro. La sua vita però fu l’opposto di quella dello stesso Flaubert, e dopo la morte del maestro, si emancipò pienamente anche dal punto di vista letterario. L’essere eccessivo, contraddittorio, “depresso” e “animalesco” fu ciò che paradossalmente lo rese grande.
Diceva di sé: «La malinconia della terra non mi rattrista mai: sono una specie di strumento da sensazioni che risuona per le aurore, i mezzogiorni, i crepuscoli e altro ancora. Vivo da solo, benissimo, per settimane, senza bisogno di affetto. Ma mi piace la carne delle donne, la amo come amo l’erba, i fiumi, il mare.»
A fronte di tutto ciò, è del tutto chiaro che questo romanzo abbia anche un che di autobiografico. Ed era lui stesso ad ammetterlo, seppure esageratamente e provocatoriamente, quando diceva: «Bel Ami sono io».
Il dionisiaco, da una parte, e la disperazione, dall’altra, erano riflessi intensamente nella sua scrittura e nella sua esistenza.
E con queste premesse, è quanto mai naturale che si lasciasse affascinare dal pessimismo di Schopenhauer. Come fu del tutto naturale che tale pessimismo e tale passionalità esplodessero nei suoi racconti, tinti irrimediabilmente di nero.
Questo romanzo destò un grande scandalo alla sua uscita. Buona parte della stampa non lo accolse affatto bene.
Bel Ami è Georges Duroy, un seduttore incallito, un miserabile manipolatore, un sessuomane, opportunista, cialtrone, bugiardo, ingannatore, perennemente insoddisfatto. Insomma, un vero e proprio mediocre mascalzone, ma di notevole intelligenza, che da misero e squattrinato impiegato ed ex militare, figlio di contadini, tenta la scalata sociale, attraverso il potere mediatico, nel campo del giornalismo nella Parigi di fine XIX secolo.
Guy de Maupassant, con questo geniale romanzo, costruisce una figura indimenticabile di antieroe e una critica spietata dell’alta società francese di quel periodo, ma che è adattabile a qualsiasi epoca e a qualsiasi luogo.
L’arrivismo, il servilismo e il clientelismo non hanno tempo e neanche frontiere. Non è la vendetta di un Edmond Dantès e neanche il nichilismo perverso di un Nikolaj Stavrogin, ma il puro e semplice egoismo di un narcisista.
In sostanza, questo è il ritratto di un uomo violento, reduce tra l’altro della guerra colonialista in Africa, complice e protagonista di angherie nei confronti dei popoli indigeni.
Duroy si serve abilmente delle persone come se fossero oggetti dei suoi capricci, soprattutto delle sue amanti, portandole fino alla soglia della rovina.
La sua perfidia però nasconde una grande desolata solitudine.
Sono sorprendenti, dato il periodo in cui fu scritto, la connotazione tutt’altro che moralista del romanzo, che fa a pezzi stereotipi, ipocrisia e apparenze della buona borghesia francese dell’epoca, e l’enorme sensualità di cui trasuda.
Guy de Maupassant, con la sua prosa, va dritto al sodo, senza perdersi in labirinti descrittivi. Tuttavia, si dedica, con la precisione di un sopraffino indagatore dell’animo umano, ad una profonda introspezione psicologica del protagonista.
Narrazione e dialoghi sono sempre assai vivaci. È veramente una gioia leggerlo. Lo scrittore francese dipinge con eccellente abilità un'umanità grottesca, calcando parecchio la mano sul caricaturale, compresa la provocante ed esuberante sensualità con cui descrive le protagoniste femminili, ottenendo così un effetto di insieme che contribuisce all'atmosfera di decadenza in cui è avvolto il romanzo. Una passione incontenibile brucia queste pagine come fuoco.
“Bel Ami” può essere considerato la prima parte di un ideale romanzo con elementi autobiografici, la cui seconda parte è invece rappresentata da “Forte come la morte”. Il primo rappresenta l’ascesa, il secondo il declino.
Uno dei vertici del romanzo è il magistrale dialogo tra Georges Duroy e il vecchio poeta Norbert de Varenne sulla morte e sulla solitudine, intriso di profondo pessimismo, che poi è quasi un monologo di Norbert. Altro che mancanza di poesia!
Come magistrale è la descrizione realistica ed estremamente prosaica dell'oscuro e desolato mondo contadino, che non ha nulla di romantico, prosaica, ma, in sintonia con lo spirito contraddittorio dell'intero romanzo, ed è, quindi al tempo stesso, di nuovo, intensamente poetica.
“Bel Ami” è un romanzo cinico e nero come la pece, e non sono poche le pagine in cui questa cupezza emerge e si espande come una lebbra.
E poi c'è la feroce critica sociale: al sistema giornalistico, ai “mercanti di notizie”, al mondo della politica e al colonialismo. Di grande efficacia la descrizione puntuale, particolareggiata e colorita del “quarto potere”, delle sue dinamiche, del suo legame con la politica e il potere economico, e siamo ancora nel XIX secolo, forte della consolidata esperienza da giornalista dell’autore, attività parallela a quella di romanziere e di novelliere. Ed è proprio la narrativa breve che, col tempo, fu quella più apprezzata dalla critica, anche perché maggiormente in sintonia con l’impegno giornalistico.
Il disprezzo dello scrittore per il genere umano si tinge anche di misoginia, ma pure questa ovviamente è di carattere contraddittorio. La narrazione è sempre in bilico tra il sarcasmo, lo scherno e la finezza dell’indagatore del mondo femminile, dell'amatore delle donne, non solo in senso fisico, della pietà che egli riservava alle vittime, agli esseri sottomessi.
Maupassant, infatti, l’invettiva finale la riservò poco prima di morire al Grande Distruttore, a Dio, responsabile di tutto il male, e contro cui continuò a inveire anche dal manicomio.