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lunedรฌ 30 dicembre 2024

Davide Longo, "L'uomo verticale" (2010)


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Superando la mia riluttanza a leggere opere di narrativa italiana relativamente recenti, mi sono lasciato tentare da questo singolare romanzo distopico, spinto dalla “(in)sana” passione e dalla “morbosa” curiositร  che nutro per questo genere letterario, e devo dire che la scelta รจ stata piรน che azzeccata. La sorpresa che mi ha colto, leggendolo, รจ stata a dir poco intensa. Devo senz'altro riconoscere che Longo รจ veramente un grande scrittore.

L’autore, con una prosa semplice, scorrevole, scarna, essenziale, ma colma di drammaticitร , ci introduce in un mondo non ben definito geograficamente e in un futuro altrettanto indefinito, anche se alcuni indizi ci inducono a pensare che gli anni siano quelli del nostro decennio. Una parte del romanzo รจ scritta anche in prima persona nella forma di memoriale, ciรฒ per rendere ancora piรน tangibile il punto di vista del protagonista. Col passare delle pagine la storia si fa sempre piรน avvincente. Un vero e proprio miracolo letterario, visti i tempi.

Lo stile si adatta molto bene alla trama: ci troviamo in un universo squallido e grigio, sicuramente in Italia, anche se viene nominata assai raramente e solo con qualche accenno. Non vengono, altresรฌ, mai nominate le localitร , contrassegnate solo dalla lettera iniziale, al contrario delle altre nazioni e delle loro cittร  che sono indicate chiaramente, in un universo da incubo in cui tutto sta degradando: relazioni sociali, livello tecnologico, economia. 

Sono saltati internet, telefoni, la TV assai raramente trasmette notizie, solo concerti di musica classica. La radio solo musica programmata. L’arrivo degli “esterni” รจ percepito come una grande minaccia. Gas, benzina, elettricitร , combustibili, alimenti, medicine si stanno esaurendo e le istituzioni stanno crollando, resta solo un esercito di ventura con regole arbitrarie: la Guardia Nazionale. In un crescendo di follia, รจ il mondo intero che sta collassando, con l’avanzare inesorabile della morte.

Il protagonista รจ Leonardo, professore universitario e scrittore, il quale annichilito dal senso di colpa per qualcosa che ha commesso e dal trauma conseguente, ha un blocco creativo, e lascia in sospeso il romanzo a cui stava lavorando, cosa che comunque in qualche modo condizionerร  il suo destino verso l’inferno “purificatore” che dovrร  attraversare.

Le analogie con il capolavoro di Cormac McCarthy “La strada” sono piรน che evidenti, sembra come se la storia raccontata ne “L’uomo verticale” viva di connessioni anticipatorie col romanzo dello scrittore americano. L’apocalissi qui perรฒ รจ lenta, graduale, ma inesorabile, non รจ stata innescata da un evento specifico, ma da un intreccio di cause concomitanti, che restano comunque abbastanza vaghe, e questo รจ tutt’altro che un male, perchรฉ mette al riparo la novella da luoghi comuni e facili motivazioni ideologiche. 

L'unica certezza รจ il decadimento dell'umano, delle relazioni sociali, dell'empatia e della solidarietร , la mortificazione del singolo individuo a beneficio della massa. L'assunzione del divide et impera e dell'homo homini lupus come uniche norme, anche a livello orizzontale. Non c'รจ spazio per le persone miti. รˆ forse questa la vera causa e le altre sono solo conseguenze. 

E a ben vedere, la perdita di ogni sentimento d'amore รจ la peggiore distopia che si possa immaginare. 

Si coglie d’altronde in ciรฒ anche una ben precisa volontร  di mantenere una certa metaforica indeterminatezza sul reale, che dona alla narrazione un velo di suggestivo mistero.

Di McCarthy, inoltre, si possono rintracciare echi da “Meridiano di sangue”, infatti, “L’uomo verticale” รจ in qualche modo anche un romanzo di “frontiera”.

Le influenze, perรฒ, non si limitano a McCarthy: si possono percepire legami col “Signore delle mosche" e con “Fahrenheit 451”, relativamente all'idea di “uomo libro”.

Leonardo non รจ veramente solo, ma in compagnia di migliaia di libri, di un cane, di una ragazza e di un bambino, e incontrerร  una galleria molto variegata di personaggi, ognuno con una storia, in una cupa realtร  precipitata nell’odio, nella violenza, nella guerra civile e nell’insensatezza. Sembra che l’unica soluzione sia la fuga all'estero, le cui frontiere perรฒ sono state di fatto blindate.

Frequenti sono i flashback che si alternano alla narrazione della linea temporale del presente, che servono a ricostruire un po' alla volta la storia di Leonardo e a chiarire perchรฉ, oltre al mondo circostante, stia andando parallelamente a pezzi pure lui.

รˆ una distopia all’italiana, in cui vizi, abitudini e caratteri nazionali sono facilmente riconoscibili, sospesa tra attesa e disperazione, e sullo sfondo un crudele inverno.

A volte la scrittura rallenta, sincronizzandosi coi tempi del semplice microcosmo della quotidianitร , per poi ripartire con un respiro piรน ampio, con un’ansia descrittiva che aumenta in continuazione, con la quale lo scrittore fa una panoramica delle condizioni sociali, dei feroci conflitti e della degenerazione in un orrore indicibile. 

Il narrare di Longo si fa, via via, sempre piรน drammatico, seguendo il declino di un intero mondo, col protagonista che cerca di restare a galla per sopravvivere e soprattutto far sopravvivere chi ama. Quello che c'รจ di assai rilevante nella narrazione, anche in quei momenti in cui prevale la lentezza, รจ che lo scrittore non molla mai la presa. Sono assolutamente banditi i tempi morti.

Sicuramente tornerรฒ a leggere altro di Davide Longo. Difficilmente avrei potuto finire un anno di letture in maniera migliore.

sabato 28 dicembre 2024


 “๐—–๐—ฎ๐˜€๐—ถ๐—ปรฒ” (๐Ÿญ๐Ÿต๐Ÿต๐Ÿฑ)

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Probabilmente non troverร  molti consensi questo parere, ma io trovo che sia "Casinรฒ" il film migliore di Martin Scorsese. Opera sorprendentemente sottovalutata e giudicata inferiore a “Quei bravi ragazzi", "Casinรฒ" รจ invece la summa artistica di buona parte della produzione "criminale" del regista italo-americano. รˆ il prodotto che riassume molti di quei film precedenti, li cita, li contiene e li eleva ad una forma piรน alta.

“Casinรฒ” รจ ritmo ossessivo, eccesso e violenza. รˆ visione apocalittica, metafora del male e dell’autodistruzione, รจ azione nichilista, spasmodica, una corsa a chi arriva per primo all’appuntamento con la morte. รˆ musica assoluta. Una colonna sonora da brividi che accompagna il susseguirsi degli eventi senza posa, raggiungendo l'apice nella sequenza frenetica di tutti contro tutti, commentata da "Satisfaction” nella strepitosa versione dei Devo.

“Casinรฒ” รจ la voce di De Niro e quella di Joe Pesci che si alternano nella narrazione fuori campo, provando a ricomporre il caos generato da loro stessi e da Sharon Stone, dea assoluta del film, magnifica e perversa vittima e carnefice, medium dei giochi di dominio di due maschi con delirio di onnipotenza, ma vittima anche di se stessa e della sua aviditร . “Casinรฒ” รจ un atto d’amore e, insieme, di disprezzo, a Las Vegas, a quella Mecca dorata del capitalismo posta in mezzo ad un altro deserto.

รˆ una parabola non edificante sulle illusioni dell’esistenza, una parabola nera, con un occhio di nuovo fisso al cinema di Sergio Leone, al quale Scorsese deve molto. Sulle illusioni nei confronti dell’amore e dell'amicizia, inquinati irrimediabilmente dalla sete di potere e di denaro.

Anche lo strabordante autocompiacimento, che lo contraddistingue, risulta alla fine perfettamente funzionale e integrato nel meccanismo ad orologeria di tutta la struttura narrativa. 

“Casinรฒ” รจ una tragedia di fine XX secolo, che, con il pretesto del gangster movie, mette in scena il dramma di un mondo in trasformazione. La tristissima, coloratissima e squallida mutazione di Las Vegas in un autentico baraccone da Luna Park costituisce la visione piรน traumatica e difficilmente digeribile dell’intero film, metafora diretta anche di un'altra trasformazione: quella del cinema che sta cambiando pelle, spesso fagocitato dall’enorme invadenza degli effetti speciali senza anima.

“Casinรฒ” รจ allucinazione, droga e alcool, canto del cigno di un cinema che giunge al tramonto con la fine del millennio, in uno dei suoi decenni piรน prolifici. Non poteva certo mancare il contributo dell’italo-americano a questo appuntamento nel quale convergono diverse produzioni d'autore e dal quale in ben pochi riusciranno ad andare oltre, superando il “terremoto” che ne consegue, e altrettanti pochi a sopravvivere con dignitร .

venerdรฌ 27 dicembre 2024

Eduardo De Filippo - "Cantata dei giorni" e "Capolavori"

 


๐™€๐™™๐™ช๐™–๐™ง๐™™๐™ค ๐˜ฟ๐™š ๐™๐™ž๐™ก๐™ž๐™ฅ๐™ฅ๐™ค

"๐˜พ๐™–๐™ฃ๐™ฉ๐™–๐™ฉ๐™– ๐™™๐™š๐™ž ๐™œ๐™ž๐™ค๐™ง๐™ฃ๐™ž ๐™ฅ๐™–๐™ง๐™ž"

"๐˜พ๐™–๐™ฃ๐™ฉ๐™–๐™ฉ๐™– ๐™™๐™š๐™ž ๐™œ๐™ž๐™ค๐™ง๐™ฃ๐™ž ๐™™๐™ž๐™จ๐™ฅ๐™–๐™ง๐™ž"

“๐™„ ๐™˜๐™–๐™ฅ๐™ค๐™ก๐™–๐™ซ๐™ค๐™ง๐™ž ๐™™๐™ž ๐™€๐™™๐™ช๐™–๐™ง๐™™๐™ค”

A proposito di Eduardo e del suo teatro, oltre che essere visto, andrebbe letto.

Consiglierei, quindi, la raccolta di tutte le sue commedie, dal titolo “Cantata dei giorni pari - Cantata dei giorni dispari”, pubblicata in ordine cronologico sia da Einaudi che da Mondadori con i Meridiani. Ovviamente il prezzo รจ molto diverso considerato il fatto che, pur essendo quattro volumi per Einaudi e tre per i Meridiani, i Meridiani sono abbastanza costosi, e l'edizione di Einaudi รจ tra i tascabili.

Ma potrebbe bastare anche solo la selezione, operata sempre da Einaudi, in due volumi con “I capolavori di Eduardo”.

La divisione cosรฌ concepita vede nel volume della "Cantata dei giorni pari" raccolte le commedie degli inizi eduardiani, che vanno dal 1920 di "Farmacia di turno" al 1942 di "Io l'erede", tra cui "Natale in casa Cupiello".

La "Cantata dei giorni dispari" contiene invece le commedie della cosiddetta maturitร , che partono dal 1945 e che hanno, nella fine della Seconda Guerra Mondiale, una sorta di spartiacque logico.

martedรฌ 24 dicembre 2024

BUON NATALE, ovviamente, con Charles Dickens


 BUON NATALE, ovviamente, con Charles Dickens 

“Racconti di Natale (Christmas Books)” (1843-1848):

“Canto (o Ballata) di Natale”

“Il grillo nel focolare”

“Il patto col fantasma”

“Le campane” 

“La battaglia della vita”

«I Libri di Natale hanno un grande interesse per noi per quel che concerne lo sviluppo di Dickens sia come artista letterario sia come critico sociale»

Michael Slater

Non ci puรฒ essere Natale senza “A Christmas Carol”.

La forza dei cinque racconti (o romanzi brevi), deliziose fiabe gotiche, contenute in questa raccolta, sta, oltre che nello spirito genericamente natalizio, nell'essere riassuntive delle tematiche portanti della narrativa dello scrittore inglese, del suo profondo umanitarismo, della critica alla societร  vittoriana e all’utilitarismo, della sua empatia nei confronti degli umili, in particolar modo dell’infanzia. 

Senza alcun moralismo, lo sguardo di Dickens era quello pessimista compatibile con una sorta di socialismo cristiano, e di un uomo di una religiositร  radicalmente solidaristica e caritatevole. Un uomo che aveva conosciuto la miseria, costretto all’etร  di dodici anni come lavorante, per dieci ore al giorno, in una fabbrica di lucido da scarpe e che aveva vissuto il momentaneo abbandono da parte dei genitori. Una prospettiva critica pervasa da un intenso spirito etico e portatrice di un messaggio di umana solidarietร , di fratellanza e di tolleranza.

La critica al cinismo del potere disumanizzante appartiene pienamente alla narrativa di Dickens. Non credeva nella trasformazione rivoluzionaria, che finiva solo per cambiare la faccia esteriore dell’oppressore, lasciando intatte le dinamiche di dominio. Credeva nel cambiamento interiore alla portata di chiunque, nelle qualitร  positive degli ultimi della societร , nel ritorno all’innocenza tipico della fanciullezza. 

Il Natale per Dickens, quindi, era l'occasione in cui prevaleva l'amore e il riscatto dei piรน deboli, riuniti attorno al calore del focolare domestico.  

In questi piccoli capolavori, possiamo ritrovare i temi sviluppati poi in buona parte dei suoi grandi romanzi, tra i quali “David Copperfield”, “La piccola Dorrit", “Oliver Twist”, “Casa desolata”, “Tempi difficili” e “Grandi speranze”.

Buon Natale e buone letture a tutti voi.


sabato 21 dicembre 2024

I migliori romanzi di fantascienza letti nel 2024


Vi presento i romanzi di fantascienza che ho amato di piรน tra quelli che ho letto (o riletto) quest'anno.

Ogni libro ha un breve commento estrapolato dalle mie rispettive recensioni (che potete trovare qui sul blog).

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“Fiori per Algernon” รจ un romanzo unico che non assomiglia a nessun'altra opera letteraria. L’espediente narrativo che Daniel Keyes usa in questo romanzo รจ senz’altro la cosa che fa la differenza. La forma delle memorie scritte รจ molto praticata in letteratura, ma non credo esista quella di un io narrante che recepisce la realtร  attraverso livelli gradualmente diversi di intelligenza, partendo da una condizione di ritardo mentale abbastanza grave.

Il libro รจ diviso in diciassette “rapporti sui progressi”, scritti appunto dal protagonista in forma di diario, con date a margine, nel corso dei quali Charlie Gordon, di anni trentadue, subisce un intervento chirurgico sperimentale finalizzato ad aumentare le sue capacitร  cognitive.

“Fiori per Algernon” ha avuto anche una famosa, libera trasposizione cinematografica, ne รจ stato infatti tratto il film “I due mondi di Charlie” del 1971, per la regia di Ralph Nelson. Cliff Robertson, l’attore protagonista, vinse anche l’Oscar per la parte di Charlie Gordon. A rivederlo oggi, perรฒ, risulterebbe molto datato, al contrario del romanzo, che dopo tanti anni conserva intatte la valenza del messaggio e la freschezza dello stile letterario.

๐Ÿฎ.๐—œ๐—ฟ๐—ฎ ๐—Ÿ๐—ฒ๐˜ƒ๐—ถ๐—ป, “๐—ค๐˜‚๐—ฒ๐˜€๐˜๐—ผ ๐—ด๐—ถ๐—ผ๐—ฟ๐—ป๐—ผ ๐—ฝ๐—ฒ๐—ฟ๐—ณ๐—ฒ๐˜๐˜๐—ผ” (๐Ÿญ๐Ÿต๐Ÿณ๐Ÿฌ)

Ira Levin, scrittore americano scomparso nel 2007, รจ ricordato soprattutto per due romanzi resi celebri dai rispettivi adattamenti cinematografici: “Rosemary‘s baby”, inquietante horror per la regia di Roman Polanski, con Mia Farrow e John Cassavetes, e “La fabbrica delle mogli”, che ha ispirato una serie di film diversi, il cui piรน famoso รจ “La donna perfetta” di Frank Oz, con Nicole Kidman.

Il romanzo in questione รจ meno noto, ma non รจ meno interessante, anzi, รจ inaspettatamente sorprendente. Rientra in un altro genere, anche se l’ambito รจ sempre quello del fantastico. รˆ un'originalissima distopia totalitaria, molto simile a quelle raccontate nei classici di Orwell, Huxley, Bradbury e Zamjatin. รˆ un po’ un misto di tutte queste opere con, perรฒ, delle particolaritร  tutte sue. C’รจ molto altro.

Quest'opera รจ del 1970 e la buona riuscita del racconto la si deve in particolare all’atmosfera che regnava in quel periodo, in cui il desiderio di sperimentare nuovi percorsi narrativi veniva costantemente sollecitato all’interno del mondo della sf, ma anche in quello della controcultura.

๐Ÿฏ.๐—ง๐—ต๐—ฒ๐—ผ๐—ฑ๐—ผ๐—ฟ๐—ฒ ๐—ฆ๐˜๐˜‚๐—ฟ๐—ด๐—ฒ๐—ผ๐—ป, “๐—ก๐—ฎ๐˜€๐—ฐ๐—ถ๐˜๐—ฎ ๐—ฑ๐—ฒ๐—น ๐—ฆ๐˜‚๐—ฝ๐—ฒ๐—ฟ๐˜‚๐—ผ๐—บ๐—ผ” (๐Ÿญ๐Ÿต๐Ÿฑ๐Ÿฏ)

Il titolo “Nascita del Superuomo”, seppur suggestivo e metaforicamente appropriato, puรฒ essere, a mio parere, fuorviante, dato che il titolo originale รจ “More Than Human”, infatti una vecchia edizione italiana riporta la traduzione letterale di “Piรน che Umano”.  Inoltre, proprio per essere precisi, il presente romanzo รจ un'espansione del racconto “Baby is Three” del 1952.

Una genesi complessa e particolare, per un romanzo colmo di significati e assai originale. Arricchito, nell’edizione di Urania Collezione, da una bella e commovente postfazione di Giuseppe Lippi.

Sturgeon era essenzialmente un poeta. Come definire altrimenti la sua narrazione, se non inquietante e intensa poesia?

Anche per questo, come per tutti i poeti, di fronte alla lettura delle sue opere รจ facile smarrirsi, rischiare di perdere il filo e di perdersi nelle maglie del suo raccontare. Si comprenderร , solo a lettura avvenuta quanto puรฒ essere complesso il messaggio contenuto in questo semplice grande romanzo e quanto complesse le implicazioni che ne derivano.

Daniel Keyes “Fiori per Algernon” (1959 - 1966)


 Daniel Keyes “Fiori per Algernon” (1959 - 1966)

«Come รจ strano che persone sensibili e di animo buono, persone che non si approfitterebbero di un cieco o di un uomo nato senza braccia o gambe, non esitino a maltrattare un uomo privo di intelligenza! Mi ha esasperato ricordare che non molto tempo fa io, come questo ragazzo, avevo pazientemente fatto la parte del pagliaccio.

E quasi me n’ero dimenticato.

Soltanto poco tempo fa ho capito che la gente rideva di me. Ora mi rendo conto che senza saperlo mi ero unito agli altri ridendo di me stesso. E questo mi addolora piรน d’ogni altra cosa.»

“Fiori per Algernon” รจ un romanzo unico che non assomiglia a nessun'altra opera letteraria. L’espediente narrativo che Daniel Keyes usa in questo romanzo รจ senz’altro la cosa che fa la differenza. La forma delle memorie scritte รจ molto praticata in letteratura, ma non credo esista quella di un io narrante che recepisce la realtร  attraverso livelli gradualmente diversi di intelligenza, partendo da una condizione di ritardo mentale abbastanza grave.

Il libro รจ diviso in diciassette “rapporti sui progressi”, scritti appunto dal protagonista in forma di diario, con date a margine, nel corso dei quali Charlie Gordon, di anni trentadue, subisce un intervento chirurgico sperimentale finalizzato ad aumentare le sue capacitร  cognitive. I primi sono brevi e brevissimi, colmi di errori ortografici, e caratterizzati da pensieri semplicistici, con un’ossessione nei confronti del desiderio di diventare piรน intelligente. Il diario serve ai titolari della sperimentazione per tenere sotto osservazione i mutamenti intellettivi di Charlie. 

Il punto di vista non cambia mai. Resta sempre quello del protagonista, cambia invece la visione e la percezione del mondo col cambiamento delle capacitร  cognitive. Ci sarebbe molto da dire sul concetto di intelligenza, infatti il romanzo, nel prospettare le diverse interpretazioni sul significato di quoziente intellettivo, stimola dubbi e riflessioni.

“Fiori per Algernon”, come pubblicazione, ha una genesi e un destino molto particolari. Nasce infatti come semplice racconto nel 1959 e vince il premio Hugo, riservato alla categoria dei racconti di fantascienza, nell’anno successivo. Visto il successo, Keyes decide di intraprendere un progetto piรน impegnativo, espandendo la sua idea per portarla alle dimensioni di un romanzo, e come se non bastasse, vince anche l'altro prestigioso premio dedicato alla fantascienza letteraria: il Nebula.

“Fiori per Algernon” ha avuto anche una famosa, libera trasposizione cinematografica, ne รจ stato infatti tratto il film “I due mondi di Charlie” del 1971, per la regia di Ralph Nelson. Cliff Robertson, l’attore protagonista, vinse anche l’Oscar per la parte di Charlie Gordon. A rivederlo oggi, perรฒ, risulterebbe molto datato, al contrario del romanzo, che dopo tanti anni conserva intatte la valenza del messaggio e la freschezza dello stile letterario.

Il progressivo aumento dell’intelligenza, con l’emersione di conflitti interiori, l’incontro con le convenzioni sociali e il riadattamento della sfera emotiva e del processo di razionalizzazione, portano Charlie in una nuova dimensione esistenziale, con il conseguente deficit di candore e di innocenza. Il romanzo รจ un viaggio attraverso i vari stadi di coscienza, apprendimento e conoscenza, ma anche un incontro doloroso con la consapevolezza della solitudine e del destino.

Inoltre, col mutare dei vari livelli cognitivi, muta anche la percezione delle emozioni e delle relazioni sociali. I ricordi vengono rivissuti e interpretati sotto luci diverse, soprattutto quelli relativi all’ambiente familiare e al sentimento di rifiuto da parte della madre, che Charlie ricostruisce lentamente, con tutto il dolore che ne consegue. Il conflitto interiore maggiore รจ tra conscio e inconscio: dover rivivere esperienze, analizzandole attraverso diversi gradi di consapevolezza, e la dimensione onirica รจ il primo campo di battaglia in cui si svolge questo conflitto.

L’altro รจ nel reale, con la distorsione delle percezioni, la perdita di identitร , lo stato confusionale e il subentrare di uno scontro tra le due personalitร .

In definitiva, il contrasto tra realtร  e immaginazione รจ un po' il leitmotiv di tutto il romanzo, visto attraverso le lenti dei “progressi” cognitivi di Charlie, ma lo รจ anche l’alienazione come conseguenza della manipolazione della mente e il rischio insito nella sperimentazione scientifica che trascende ogni principio etico, con la pretesa di sentirsi in diritto e in dovere di “migliorare” la condizione umana, anche attraverso l’eliminazione dei difetti genetici. 

Da qui all’annullamento delle diversitร , in nome di un presunto modello di perfezione, il passo รจ davvero breve. Sappiamo bene quali rischi e risultati ha comportato nella storia quando la tentazione prometeica ha sedotto l’animo umano. Tutto ciรฒ ha come conseguenza l'irrompere di un sentimento di estraneitร  dalle altre persone, che non perdono occasione di farlo sentire un diverso, condizione che acuisce il suo conflitto interiore, portandolo all’esasperazione. 

L’ovvia strumentalizzazione dei mass media e dell’ambiente accademico, che trattano Charlie alla stregua di un fenomeno da baraccone, completano il quadro miserevole della vicenda. Keyes sviluppa la sua linea narrativa mettendo in luce gli aspetti piรน crudeli delle relazioni di potere e l'incapacitร  di gestire con umanitร  e in maniera adeguata la nuova condizione in cui viene a trovarsi Charlie, considerato in tutto e per tutto come una cavia da laboratorio, costretto a condividere lo stesso trattamento del suo “amico”: il topolino Algernon. 

Non resta che dire che รจ proprio questa tematica sulle disabilitร  e le capacitร  cognitive che lega “Fiori per Algernon” a un altro grande capolavoro della narrativa di anticipazione e cioรจ a “Nascita del Superuomo” di Theodore Sturgeon, non fosse altro che pure quello รจ l’espansione di un racconto precedente, anche se l’andamento della narrazione รจ in qualche modo, assai distante e soprattutto immaginata in senso inverso. Tuttavia, la dimensione di delirio poetico della scrittura, che, a tratti, caratterizza il romanzo, รจ un elemento ulteriore di affinitร  con la novella di Sturgeon.


venerdรฌ 20 dicembre 2024

I magnifici tre del 2024


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Vi presento i romanzi che ho amato di piรน tra quelli che ho letto (o riletto) quest'anno.

Ogni libro ha un breve commento estrapolato dalle mie rispettive recensioni (che potete trovare qui sul blog)

1. ๐—”๐—บ๐—ผ๐˜€ ๐—ข๐˜‡, “๐—จ๐—ป๐—ฎ ๐˜€๐˜๐—ผ๐—ฟ๐—ถ๐—ฎ ๐—ฑ๐—ถ ๐—ฎ๐—บ๐—ผ๐—ฟ๐—ฒ ๐—ฒ ๐—ฑ๐—ถ ๐˜๐—ฒ๐—ป๐—ฒ๐—ฏ๐—ฟ๐—ฎ” (๐Ÿฎ๐Ÿฌ๐Ÿฌ๐Ÿฎ)

Terminata la lettura di questo libro, ho provato quasi la sensazione di commettere un torto nel chiuderlo e riporlo nello scaffale, tante sono state le sensazioni che mi ha trasmesso e la tempesta emotiva che ha fortemente suscitato dentro il mio animo. In un periodo come quello presente, pieno di odio, di banalitร  e di stupiditร , in cui mi vengono in noia molte cose, รจ davvero tanto.

Ho deciso quindi di riservargli il privilegio di un posto nella piรน importante delle piccole librerie della mia camera da letto. Un modo per assicurargli una vicinanza anche fisica.

2. ๐—™รซ๐—ฑ๐—ผ๐—ฟ ๐——๐—ผ๐˜€๐˜๐—ผ๐—ฒ๐˜ƒ๐˜€๐—ธ๐—ถ๐—ท, “๐— ๐—ฒ๐—บ๐—ผ๐—ฟ๐—ถ๐—ฒ ๐—ฑ๐—ฒ๐—น ๐˜€๐—ผ๐˜๐˜๐—ผ๐˜€๐˜‚๐—ผ๐—น๐—ผ” (๐Ÿญ๐Ÿด๐Ÿฒ๐Ÿฐ)

"Memorie del sottosuolo” nasce in un periodo di transizione per lo scrittore russo. Nonostante sia da annoverare tra i romanzi brevi, o racconti lunghi, che dir si voglia, รจ tra le sue opere piรน complesse. Ed รจ appunto di transizione perchรฉ chiude una fase e ne annuncia un'altra: quella dei suoi grandi romanzi. Potrebbe essere anche considerato, ipotesi forse azzardata la mia, come una sorta di prologo a “Delitto e castigo”, che seguirร  di lรฌ a poco. Ma non solo, oltre al presunto “sequel”, ha ben due “prequel”. Il primo รจ “Le notti bianche” altro breve romanzo di Fรซdor del 1848. Quando si arriva al finale, si capisce perchรฉ. 

L’altro รจ “Il sosia” del 1846.

3. ๐—ฃ๐—ฟ๐—ถ๐—บ๐—ผ ๐—Ÿ๐—ฒ๐˜ƒ๐—ถ, “๐—Ÿ๐—ฎ ๐˜๐—ฟ๐—ฒ๐—ด๐˜‚๐—ฎ” (๐Ÿญ๐Ÿต๐Ÿฒ๐Ÿฏ)

“La tregua” รจ un romanzo corale, pieno di una moltitudine di personaggi. Ma รจ un’opera piena soprattutto di episodi drammatici, commoventi e spassosi, persino comici.

Lo scrittore รจ davvero bravo nella definizione dei personaggi, ne rende i contorni netti, i profili estremamente colorati e diversificati. Non siamo piรน nel predominante buio, nel regno della morte di "Se questo รจ un uomo", ma in un universo vivacissimo, abitato da esseri unici e irripetibili. Eppure, il romanzo รจ sempre in bilico tra il giorno e la notte, tra un vitale ottimismo e l’oscuritร  del male. Si guardi, infatti, al controverso finale.

domenica 15 dicembre 2024

Tecnocrazia e recinti identitari


Le tecniche del dominio sono arrivate ad un livello di raffinatezza tale che confezionano narrazioni diverse per soggetti diversi: narrazioni per tutti i gusti, in modo tale che si finisca rinchiusi in una specifica area autoreferenziale.

Sfugge l’essenza in sรฉ del nuovo meccanismo totalitario che รจ quello del recinto: รจ il contenitore, non i contenuti ciรฒ che effettivamente conta. Sono la forma e l’apparenza che si fanno sostanza. I contenuti sono perfettamente intercambiabili e assimilabili, anche quelli apparentemente piรน radicali ed eretici.

Ci sono recinti che si intrecciano, ma mai individui che dialogano veramente in quanto tali e non come prodotti della catalogazione. Tutto ciรฒ รจ possibile con il tracciamento delle convinzioni, dei desideri e delle utopie. I social si sono dimostrati un grande e perfetto laboratorio in questo senso. Non esiste piรน solo il tentativo di manipolare per convincere. Le persone sono piรน controllabili con l'illusione di possedere una propria originalitร  di pensiero.

รˆ sbagliato dire che i fronti sono due. Sono due quando il panorama propagandistico costringe alla bipolarizzazione. Ma di norma, sono anche di piรน, per questo รจ ancora piรน arduo riuscire a discernere. 

Io ci sto provando. Ma รจ molto difficile, perchรฉ mi accorgo dell'enorme scarto cognitivo e del rischio di essere risucchiato anch'io da una specifica catalogazione. Essere, cioรจ, inseriti in una tipologia, seguire pedissequamente uno schema preordinato, predefinito e confezionato ad hoc. Le logiche da branco si moltiplicano indefinitamente. Esiste un’unica flessibilitร : quella di gruppo. 

Aver avuto a che fare per decenni con la sinistra antagonista, mi ha preparato a questo tipo di situazione. 

La segmentazione presente all'interno di quell'area era ed รจ incredibile. Si puรฒ dire che l'unico successo che ha conseguito รจ quello di essere servita come modello di proiezione per il potere info-tecnocratico attuale. Ma ciรฒ vale per ogni settarismo, ovviamente. Ne so purtroppo riconoscere i segni non appena mi appaiono anche solo accennati.

Il fronte autoproclamatosi antisistema e del dissenso, in tutte le sue varianti ha confermato solo in maniera piรน rozza ciรฒ che era giร  stato percorso da elaborazioni meno raffazzonate e ridicole. 

Credo che non sia solo questione di allenamento al pensiero critico,  ma anche questione di intuito. Accorgersi di quello che sta accadendo, delle dinamiche di aggregazione e delle strategie di marketing atte alla cattura cognitiva. Tutto ciรฒ puรฒ essere divertente, ma รจ anche tremendamente doloroso, perchรฉ puรฒ venire da chiunque, anche inconsapevolmente; e non รจ affatto paranoia.

Quello che esce sconfitto รจ l'individuo, perchรฉ la pratica del dominio diffuso ha bisogno sempre di incasellarti in qualche specifica categoria. Quando i dominanti sono molteplici e si trovano anche orizzontalmente al tuo livello, tutto si fa piรน liquido e inafferrabile. La situazione si รจ oggi assai complicata perchรฉ la pratica tecnologica della profilazione permette di inseguire la complessitร  sociale ed identitaria e di questa pratica se ne servono in molti. 

รˆ il “Noi” distopico del romanzo di Zamjatin che un secolo dopo, si avvera e si fa paradigma sociale comune, moltiplicandosi in tanti "noi", mentre l’individuo con le sue molteplici sfumature e sfaccettature si liquefร  nel nulla del “fare sintesi”.

L’unica resistenza possibile รจ quella di provare a riprendersi la propria individualitร , disertare i gruppi e cercare di comunicare da pari con altri individui, creando un’autentica solidarietร , che non รจ quella di monadi isolate chiuse “a forza" in un recinto.

sabato 14 dicembre 2024

“La fiammiferaia” (1990) regia di Aki Kaurismรคki

 


Cult Movie 

“La fiammiferaia” (1990)

regia di Aki Kaurismรคki 

con Kati Outinen, Elina Salo, Esko Nikkari, Vesa Vierikko, Silu Seppรคlรค

«“La fiammiferaia” testimonia la fine dei sogni, la morte, la rovina, la distruzione, la disperazione degli uomini che vivono alle soglie del terzo millennio.»

Aki Kaurismรคki 

Il capitolo finale della “Trilogia dei perdenti o del proletariato” di Aki Kaurismรคki, di produzione finnico svedese, รจ di fatto al confine con il cortometraggio, vista la durata appena superiore ad un’ora, ed รจ il capitolo sicuramente piรน conosciuto, quello che ha maggiormente contribuito alla sua fama a livello internazionale.

Pur nella sua brevitร , รจ saturo di talmente tanti significati, da essere soggetto a piรน letture. Un piccolo, grande gioiello.

Tetro ed essenziale come una lama di coltello, si apre con una sequenza magistrale di alcuni minuti su una glaciale catena di montaggio fordista di una fabbrica di fiammiferi, nella quale pare essere presente, come persona, la sola protagonista: una metafora eccellente della solitudine e dell’alienazione, e dell'alienazione che produce solitudine. รˆ una nuova versione di “Tempi moderni” priva della comicitร  di Charlot, svuotata di ogni senso dell'ironia e dell'indispensabile presenza umana, abbandonata al vuoto della pura e desolata tragedia, tutt'al piรน con qualche accento grottesco.

Il film รจ un apologo sul pessimismo piรน cupo e puรฒ benissimo rientrare, come convenzione, anche nel genere noir, con piรน o meno espliciti riferimenti a Ingmar Bergman. I dialoghi sono ridotti all’osso e quasi del tutto inesistenti. Purtuttavia, รจ colmo di rumori: quello degli ingranaggi e quelli prodotti dalle attivitร  della vita quotidiana. La narrazione viene affidata ai gesti macchinalmente meticolosi, agli sguardi assenti, alle espressioni dei volti, alla mimica dei corpi, quasi fossimo in presenza di tanti zombie. I sorrisi sono merce rara.

Ultimo elemento di narrazione sono ben altre voci: quelle dei testi delle canzoni della bizzarra colonna sonora e dei telegiornali, con in primo piano la rivolta di piazza Tienanmen, quasi ad anticipare un’altra disperata rivolta: quella di Iris, la fiammiferaia.

Iris, unica viva tra i morti, operaia che รจ un altro angelo caduto allo status di araldo della morte, con una vita squallida, triste, fatta di violenza, repressione, pregiudizi, moralismo, sfruttamento, cerca di infrangere la solitudine col candore e l’ingenuitร , ma ottiene solo indifferenza. 

La realtร  non si specchia affatto nei romanzi rosa e nelle riviste di cui Iris si nutre e che sembra prediligere. รˆ una vittima che non riesce a condividere la solitudine con altre vittime, ma solo il ruolo di carnefice. Anche il rapporto col fratello, l’unico col quale sembra avere una relazione d’affetto, resta distante, avvolto nella nebbia fredda di una vuota esistenza.

La protagonista della novella di Andersen รจ tornata, vestendo i panni della Nemesi.

L’indugiare di Kaurismรคki sui particolari, anche su quelli insignificanti, sulla predilezione per i paesaggi industriali e degradati, per squallidi luoghi di svago di cattivo gusto, contribuisce a conferire alla pellicola quel sapore apocalittico di fine di ogni speranza, resta solo una cruda e agghiacciante rassegnazione, quella di percepire la vertigine dell'abisso. 

Anche se rapportabile ad un determinato contesto di luogo e di tempo, la fine del secolo scorso nel “felice” nord Europa scandinavo, il film, annunciando il vuoto che verrร  col nuovo millennio, ha una valenza sicuramente universale, cosa che ha contribuito al suo successo, seppur all’interno di un pubblico forse purtroppo di nicchia.

venerdรฌ 13 dicembre 2024

“Le onde del destino” (1996) regia di Lars von Trier

 


Cult Movie 

“Le onde del destino” (1996)

regia di Lars von Trier

con Emily Watson, Stellan Skarsgard, Katrin Cartlidge, Jean-Marc Barr, Adrian Rawlins, Sandra Voe, Udo Kier

Tre cose mi colpirono in maniera particolare di questo film di Lars von Trier quando lo vidi la prima volta al cinema, alla sua uscita quasi trent'anni fa: la strepitosa interpretazione di Emily Watson che non ha molte pari nella storia del Cinema, gli arguti siparietti con commento musicale che introducono i vari capitoli con cui รจ diviso il film, e le riprese a mano libera, tecnica non certo innovativa, ma che in qualche modo inaugurรฒ una tendenza.

Sulla prima, c’รจ poco altro da dire se non che il film poggia quasi interamente sulla Watson, diretta in modo ineccepibile, quasi che fosse stato concepito e costruito su di lei, ma anche il supporto offerto dalla bravura degli altri attori non รจ poi cosรฌ da meno. Sulla seconda, che รจ fin troppo evidente che il regista essendo piรน o meno della mia etร , punti tutto su una scelta musicale non affatto casuale e non poteva che essere dettata da alcune suggestioni generazionali, con l’immancabile furbesca riproposizione di “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum. La terza, invece, definisce i confini estetici del film in maniera precisa, con una dose di eccesso che lo rende inconfondibile.

Questo, sul piano estetico. E il film potrebbe risolversi tutto lรฌ, in fondo. รˆ quello che sembra interessare di piรน Lars von Trier. Sembra, ma cosรฌ non รจ. Perchรฉ sul piano dei contenuti le cose si complicano, entra in gioco l’ambiguitร , la conversione di von Trier al cattolicesimo, ad una versione del tutto personale di cattolicesimo, tra scandalo, immagini disturbanti, kitsch, critica al bigottismo, sacrificio, martirio, femminicidio, lapidazione, beatificazione e, addirittura, resurrezione.

Un delirio mistico blasfemo ma di intensa religiositร . Tutto questo in linea con il personaggio estroso, stravagante e provocatorio di von Trier.

Non si puรฒ certo negare perรฒ che il regista danese non colpisca nel segno, andando diretto ai sentimenti. Il suo film รจ destinato a restare impresso nella memoria per la sua originalitร , il suo estremismo e per alcune sequenze crude ed esplicite. รˆ un cinema profondamente emozionale, ma al contempo criptico, contraddittorio, dissacrante, ma con un’intensa concezione del sacro. La follia di Bess รจ quella di una Giovanna d’Arco, che usa il suo cuore e il suo corpo come uniche armi. 

Il marito Jan รจ il suo (in)consapevole carnefice, la cognata Dodo รจ l’unica che le dona amore incondizionato, ben oltre la sorellanza, รจ l’amante platonica, non del tutto corrisposta, perchรฉ Bess รจ oltre, รจ pervasa della voce di Dio. Ma quando Bess cade per l’ultima volta, Dodo riesce a “rialzarla” solo apparentemente e non riesce a portare la sua croce fino in fondo. Manca nel momento decisivo e fa prevalere la sua impotenza. Ed รจ qui che avviene l’incontro tra il cinema di Carl Theodor Dreyer e quello di Ingmar Bergman, il silenzio del dio calvinista bergmaniano viene perรฒ colmato in maniera ossessiva dalla parola del dio cattolico.

“Le onde del destino” รจ anche una parabola sull’incomunicabilitร , sulla solitudine e sulla disperata e distorta percezione della realtร . Del sesso come medium per la salvezza anche spirituale e per l’autodistruzione. La caduta dell’angelo puro e dall’animo incontaminato che ascende poi a livelli di santitร  e di nuova castitร , si compie attraverso l’abominio delle perversioni, vittima di chi approfitta della sua bontร .

giovedรฌ 12 dicembre 2024

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky” (1932)


Joseph Roth, “La marcia di Radetzky” (1932)

«L’Imperatore era un vecchio. Era il piรน vecchio imperatore del mondo. Intorno a lui girava la morte, girava e mieteva, girava e mieteva. Giร  l’intero campo era vuoto, e solo lui, come un argenteo stelo dimenticato, stava ancora lร  e aspettava.»

“La Marcia di Radetzky” รจ la celeberrima composizione che Johann Strauss scrisse in onore del Maresciallo Josef Radetzky, trionfante conquistatore di Milano dopo i moti del 1848 e nell’ambito della Prima Guerra d’Indipendenza. รˆ storia piรน che nota. Joseph Roth con spirito ironico e dissacrante titola cosรฌ, con amarezza, il primo dei due romanzi esplicitamente legati alla lenta caduta e alla conseguente dissoluzione dell’Impero Austro Ungarico, il secondo รจ “La Cripta dei Cappuccini”.

รˆ comunque un po' tutta l’opera di Roth ad essere dedica alla “finis Austriae”. Tuttavia, รจ in questi due romanzi che tale tema viene affrontato con maggiore intensitร .

Il titolo รจ solo il primo dei “rovesciamenti” di questo romanzo storico e insieme saga familiare, una saga lunga tre generazioni della famiglia Trotta, nata contadina ma onorata poi con una baronia. Infatti, la storia inizia con una sconfitta e un salvataggio. La sconfitta รจ quella tristemente nota per gli austriaci, conseguita nella battaglia di Solferino, durante la Seconda Guerra di Indipendenza, che porterร  l’Austria a perdere l’intera guerra.

Il salvataggio รจ quello di taglio fiabesco operato dal sottotenente Joseph Trotta (notare l’assonanza col nome e cognome dello scrittore), primo protagonista del libro, di origini slovene, che riesce a evitare la morte del giovane imperatore Francesco Giuseppe, gettandolo a terra. Il sottotenente viene promosso capitano, ma la sua gloria viene “infamata” da una bugia, la ricostruzione del tutto falsa riportata sul libro di scuola per bambini, che lascerebbe intatto il merito di Trotta, con l’intento di non far perdere perรฒ la faccia all'imperatore. Per la delusione Joseph lascia l’esercito, ma viene congedato col grado di maggiore e l’imperatore gli fa dono di una baronia. Diventa cosรฌ il Barone Joseph Von Trotta, ma la delusione non lo abbandonerร  piรน.

Il genio di Roth unisce quindi quattro elementi: titolo ironico, sconfitta, salvataggio con caduta e bugia, atti a rappresentare metaforicamente il declino dell'Impero.

Tuttavia, come per “La Cripta dei Cappuccini”, il punto di vista assunto dallo scrittore รจ di profonda amarezza. Philip Roth, originario della Galizia ucraina, al tempo annessa nel territorio dell'Impero, come estrema periferia, oltre al fatto di essere di origini ebraiche, รจ cantore di profonda nostalgia per quello che fu l’Impero Asburgico. Roth si sentiva a pieno titolo cittadino di un enorme Paese, a base multietnica, dove tutte le diverse nazionalitร  convivevano con spirito di integrazione reciproca. Si diceva cittadino orgoglioso dell’Impero e contemporaneamente del mondo.

Di incredibile malinconica bellezza sono le pagine in cui Roth ci accompagna a fare la conoscenza del figlio del vecchio Joseph, Barone Franz von Trotta, con la sua impressionante rassomiglianza fisica con Francesco Giuseppe, funzionario e capitano distrettuale, che nel suo distretto ha l’onore di rappresentare proprio la figura e i poteri dell’imperatore. Roth non si ferma alla somiglianza, va oltre e fa condividere a Franz von Trotta anche un doppio destino analogo a quello dell’imperatore. Facciamo cosรฌ, inoltre, anche la conoscenza del suo giovanissimo figlio, Carl Joseph, cadetto, e di conseguenza nipote dell’eroe di Solferino. Sia a Franz, che a Carl Joseph sarร  dedicata la parte piรน consistente del romanzo.

L'apice del romanzo giunge, comunque, nel capitolo interamente dedicato a Francesco Giuseppe, che puรฒ essere letto come un racconto a sรฉ stante. La figura del vecchio incarna lo splendore e la decadenza dell'Impero. Personaggio, descritto a tinte memorabili, contraddittorio ed enigmatico, il cui sguardo nasconde sarcasmo e un completo disincanto, consapevole di quello che sta accadendo attorno a lui, ma che sente di essere completamente impotente. Non si sente piรน adeguato a cambiare le sorti dell'Impero, e circondato da inetti, fa credere al contrario di essere preda di uno stato confusionale dovuto all'etร . 

Il racconto รจ sospeso sempre in un’atmosfera tra il fantastico e l'estremamente tangibile. Roth seduce con le sue descrizioni ad alto tasso di poesia. Evita sempre l’eccesso, ma non manca mai di scendere in profonditร , mettendo continuamente in luce gli aspetti del carattere dei suoi personaggi. Lo fa senza trascurare il benchรฉ minimo particolare, in maniera misurata, ma dettagliata. Alla fine il risultato รจ quello di fornire un’immagine precisa delle figure che occupano la scena. Un’immagine perรฒ assolutamente dinamica che muta nel tempo, che non resta ferma e che fluisce inesorabile insieme alla narrazione, cosรฌ come quella dei luoghi.

La bellezza che Joseph Roth infonde ai suoi romanzi รจ qualcosa di unico riuscendo perfino a rendere interessante e accattivante la banalitร  delle situazioni, capovolgendola ad evento straordinario. Anche l'annuncio dell’evento epocale dell’attentato di Sarajevo rinchiuso nella cornice di una surreale festa dei Dragoni piรน che assumere il tratto della straordinarietร  ne รจ la metafora.

La sua prosa, seppure lenta ed estremamente descrittiva, รจ un vero e proprio miracolo, riesce a fondere insieme situazioni, sentimenti, oggetti, dialoghi in una materia unica che compone il flusso inarrestabile della narrazione. 

L’enfatizzazione dei piccoli gesti, delle espressioni, dei piccoli avvenimenti, serve anche a stemperare con l’austera moderazione le tragedie e il dolore conseguente. E nel fare questo, cerca di contrastare il cinismo, di tenerlo lontano il piรน possibile, anzi riempie di particolare tenerezza e calore le sue creature, e lui stesso รจ mosso a partecipazione affettiva. Di grande suggestione รจ la parte in cui Roth scrive della terra di frontiera tra l'Impero e la Russia, delle sue genti, i suoi aspri conflitti, in perenne contraddizione con la predisposizione alla convivenza.

รˆ un modo di cercare di combattere anche la grettezza che inevitabilmente emerge in un mondo ormai in declino e di salvaguardarne gli aspetti piรน umani.

Ma nel far questo, mette inevitabilmente in scena anche il contrasto tra una realtร  che muta e l’attaccamento a convinzioni anacronistiche e grottesche, che molta responsabilitร  hanno nel declino, non piรน adeguate ai tempi e che inesorabilmente avanzano. Una narrazione sospesa tra nostalgia e bisogno urgente di adattamento.


mercoledรฌ 11 dicembre 2024

"The Rocky Horror Picture Show" (1975) Regia di Jim Sharman


 "The Rocky Horror Picture Show" (1975)

Regia di Jim Sharman

con Tim Curry, Susan Sarandon, Barry Bostwick, Richard O'Brien, Meat Loaf.

Una coppia di fidanzati, teneri e puri, intraprendono un singolare viaggio e capitano nel tenebroso castello di Frank 'n Furter, ambiguo personaggio, dedito alla creazione di creature che possano soddisfare i suoi appetiti sessuali. Lui e la sua accolita sono alieni provenienti dal pianeta Transexual della galassia di Transilvania. Per i due ragazzi sarร  l'inizio di un'esperienza che li condurrร  ad una vera e propria iniziazione ai piaceri dei sensi.

Film cult degli anni settanta, sicuramente la piรน riuscita trasposizione cinematografica di un'opera rock, "The Rocky Horror Picture Show" รจ uno spettacolo assolutamente divertente, nel quale confluiscono una serie di ingredienti che fanno la gioia degli estimatori del genere: horror, fantascienza, musica rock, kitsch, comicitร  e demenzialitร  a piene mani.

Alla sua uscita questo film destรฒ abbastanza scandalo per le frequenti scene di travestitismo. Ma ricordiamolo, siamo negli anni in cui nel rock dilaga, appunto, questo tipo di fenomeno. Infatti riescono facili gli accostamenti soprattutto alle New York Dolls di David Johansen, ma anche al David Bowie di Hunky Dory e al Lou Reed di Transformer. Inoltre nella pellicola รจ palpabile la tensione artistica e musicale che tra breve porterร  all'esplosione del punk.

Metafora gustosissima sulla libertร  sessuale, pienissimo di citazioni letterarie, musicali e cinamatografiche. Anzi, potrebbe essere definito un'originalissima rilettura del mito di Frankstein in versione glamour rock, con in piรน richiami sparsi al cinema e alla letteratura horror e di fantascienza di serie b.

La colonna sonora รจ di Richard O'Brien e le canzoni che la compongono sono bozzetti divertentissimi, che si inseriscono in maniera efficace all'interno del film, senza mai eccedere.

Due segnalazioni. La prima riguarda l'interpretazione di Susan Sarandon, qui ad una delle sueprime apparizioni. Oltre ad essere, come al solito, bravissima รจ anche semplicemente deliziosa. Di un sensualitร  che ha dell'incredibile, si veda per esempio la sequenza in cui canta "...touch, touch, touch me... " al povero Rocky. Semplicemente divina, da lasciare senza respiro. E per ultima, l'apparizione di una rock star del periodo, Meat Loaf, nei panni di Eddie, uno schizzatissimo motocilista alla Hell's Angels.

Bellissima la scenografia, che miscela gusto psichedelico e kitsch, ai richiami di genere. Particolarmente affascinante le sequenza della piscina.


sabato 7 dicembre 2024

Ira Levin, “Questo giorno perfetto” (1970)

Classici


Ira Levin, “Questo giorno perfetto” (1970)

«รˆ meraviglioso! รˆ un'esperienza che rimane impressa tutta la vita: vedere la macchina che ti classificherร , assegnerร  i tuoi compiti, deciderร  dove abiterai e se sposerai o no la ragazza che desideri sposare, e se la sposi, se avrai o no figli e come li chiamerai quando li avrai - certo che sei eccitato, chi non lo sarebbe?»

«Pensรฒ a quello che gli aveva detto la ragazza giovane, «Lillร »: di tenere, cioรจ, sempre presente che a fargli pensare di essere un membro malato era un prodotto chimico iniettatogli senza il suo consenso. Il suo consenso! Come se il consenso avesse a che vedere con un trattamento fattogli per conservargli salute e benessere, che facevano parte integrale della salute e del benessere dell'intera Famiglia!»

Ira Levin, scrittore americano scomparso nel 2007, รจ ricordato soprattutto per due romanzi resi celebri dai rispettivi adattamenti cinematografici: “Rosemary‘s baby”, inquietante horror per la regia di Roman Polanski, con Mia Farrow e John Cassavetes, e “La fabbrica delle mogli”, che ha ispirato una serie di film diversi, il cui piรน famoso รจ “La donna perfetta” di Frank Oz, con Nicole Kidman.

Il romanzo in questione รจ meno noto, ma non รจ meno interessante, anzi, รจ inaspettatamente sorprendente. Rientra in un altro genere, anche se l’ambito รจ sempre quello del fantastico. รˆ un'originalissima distopia totalitaria, molto simile a quelle raccontate nei classici di Orwell, Huxley, Bradbury e Zamjatin. รˆ un po’ un misto di tutte queste opere con, perรฒ, delle particolaritร  tutte sue. C’รจ molto altro. Un vivace e stralunato romanzo di anticipazione su qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Potrebbe essere definito anche come romanzo di formazione di genere distopico, con dei risvolti e delle implicazioni davvero impressionanti con la nostra realtร . La traduzione รจ del maestro del noir italiano Attilio Veraldi.

Le distopie letterarie hanno sempre una loro utilitร . Non solo perchรฉ puรฒ essere istruttivo, oltre che sicuramente divertente, leggere che cosa si aspettano questi autori dal futuro, e per quanto riguarda quelli del passato, constatare le analogie col nostro presente, ma soprattutto vedere che tipo di retroterra culturale e che percezione avevano e hanno del reale e del loro contesto. Quindi, la costanza con cui si cercano nuove versioni รจ da considerare con favore. Non sempre perรฒ i risultati sono all'altezza.

Quest'opera รจ del 1970 e la buona riuscita del racconto la si deve in particolare all’atmosfera che regnava in quel periodo, in cui il desiderio di sperimentare nuovi percorsi narrativi veniva costantemente sollecitato all’interno del mondo della sf, ma anche in quello della controcultura. Ha il sapore di quel contesto storico. รˆ indicativo in questo senso che ad un certo punto nel romanzo il processo di emancipazione dei personaggi vada di pari passo con quello di liberazione dalla repressione sessuale indotta dai farmaci, che ha tutte le caratteristiche perรฒ del fallimento delle comuni hippie dell’epoca, dovuto invece proprio all’uso di sostanze psicotrope. Si potrebbe quindi ipotizzare anche una critica di Levin interna a simili contesti.

Il libro รจ diviso in quattro parti che indicano la cadenza progressiva della presa di coscienza: sviluppo, risveglio, fuga e lotta. 

Non tutto puรฒ essere infatti tenuto sotto controllo in una societร  totalitaria, per quanto possa essere opprimente e sorvegliata. รˆ un romanzo colmo di metafore e di colpi di scena. Cambia continuamente. Non annoia mai.

รˆ ambientato in un regime globalizzato sotto la stretta sorveglianza di un supercomputer: “UniComp”, che รจ installato nelle viscere della Terra e che segue i membri della “Famiglia” dappertutto, ne stabilisce il destino lavorativo, esistenziale e le scelte, tramite catalogazione, e la periodicitร  del “trattamento” farmacologico. Tutti i membri sono catalogati da Uni-Comp. 

L’importante รจ affidarsi con fiducia a lui, come se fosse il dio di una nuova fede. Decidere e scegliere autonomamente sono considerate, per questo, manifestazioni di egoismo. 

Ma questa รจ soprattutto la storia di Chip, un bambino che comincia a farsi delle domande, perchรฉ intuisce che UniComp possa nascondere dei segreti. Sospetta che la realtร  sia ben diversa da quella che appare.

“Questo giorno perfetto” ha soprattutto molte affinitร  col “Mondo Nuovo” di Huxley: Levin immagina una societร  in cui domina la “perfezione” e la felicitร , o almeno una simulazione della felicitร , la soddisfazione apparente, che cerca di tenere sotto controllo gli "eccessi". Ma che ricerca ossessivamente una forma di benessere idealizzato e imposto. Un’utopia che per questo inevitabilmente si trasforma in distopia.

Il plot congegnato da Levin รจ divertente, suggestivo, avvincente, pieno di termini inventati, come in ogni distopia che si rispetti. Descrive con estrema semplicitร  un universo immaginario, scoprendo un po' alla volta l’intreccio narrativo. 

La Famiglia รจ una societร  posta in un altrove dal sapore mitico, rispetto al nostro, in un futuro non esattamente delineato e non proprio fuori dai riferimenti geografici conosciuti, ma resi solo simbolicamente con nomi appena accennati e stravolti. Chip, crescendo, รจ tormentato dai sensi di colpa e dalle contraddizioni, fino a che un giorno non fa un incontro determinante, che gli cambierร  l’esistenza.

Un romanzo tutto da scoprire.

martedรฌ 3 dicembre 2024

“Il pianeta selvaggio” (1973)

 


Cult Movie 

“Il pianeta selvaggio” (1973)

regia di Renรฉ Laloux 

disegni di Roland Topor

sceneggiatura di Renรฉ Laloux e Roland Topor 

Soggetto di Stefan Wul (“Homo domesticus”)

La definizione di cult movie si attaglia perfettamente a questo geniale e incantevole film sperimentale a disegni animati di science-fantasy, che vinse piรน che meritatamente il premio speciale della giuria al festival di Cannes proprio nel 1973. รˆ il risultato della collaborazione tra il regista e psichiatra Renรฉ Laloux e il grande disegnatore Roland Topor, collaborazione che era iniziata nel decennio precedente durante il quale i due avevano realizzato giร  alcuni cortometraggi animati. “Il pianeta selvaggio”, di produzione franco-cecoslovacca, teoricamente giร  pronto nel 1963, rimase fermo per un decennio. Fu distribuito anche negli USA da Roger Corman, ma ebbe grande successo soprattutto in Europa.

Il film รจ concepito come un incubo surrealista, visionario e apocalittico con piante e animali fantastici e mostruosi, sembra uscito dalle pagine di Jorge Luis Borges, e nel quale i disegni di Topor hanno piรน di un punto di contatto con le opere di Salvador Dalรฌ, di Joan Mirรฒ e di Renรฉ Magritte. Ma si possono rintracciare anche riferimenti a De Chirico e a Hieronymus Bosch. La sceneggiatura curata da Laloux e Topor รจ liberamente tratta dal divertente romanzo breve del 1957 “Homo domesticus" di Stefan Wul, con un epilogo assai simile, ma abbastanza diverso nella trama. รˆ un film che all'epoca suscitรฒ molto scalpore: stravolse un bel po’ di convenzioni nel mondo dell'animazione. 

รˆ in sostanza una fiaba per adulti, in cui sono presenti una serie di elementi metaforici sulle dinamiche di potere e di sottomissione e sugli effetti collaterali del progresso tecno-scientifico.

I Draag sono alieni branchiati giganteschi dalla pelle blu che hanno deportato e resi schiavi per puro diletto gli umani, gli Oms: una parte di questi, infatti, sono ridotti allo stato di animaletti domestici, soprattutto per il divertimento dei bambini Draag. Altri umani invece vivono come animali selvaggi, liberi, ma ridotti allo stato primitivo.

Il Pianeta selvaggio รจ il satellite di Ygam. 

Protagonista della storia รจ Terr, bambino allevato come animale di compagnia di una ragazzina Draag.

Tra le trovate piรน avveniristiche ci sono l'induttore di conoscenza a forma di cuffia acustica, che ha la funzione didattica di insegnare ai fanciulli Draag i fondamenti scientifici e la storia del loro pianeta Ygam; e il collare che i Draag applicano agli umani domestici, un marchingegno digitale telecomandato da un braccialetto che i giganti portano al polso, con cui controllano i terrestri, per mezzo di una forza magnetica che li riporta ai padroni nel caso in cui si allontanino troppo. Uno strumento sadico di controllo. Un inquietante elemento di anticipazione.

La capacitร  di riuscire a trovare un modo per solidarizzare tra i piccoli esseri รจ il tema portante dell’opera, solidarietร  che riesce a travalicare anche gli ostacoli insormontabili metaforicamente rappresentati dai giganteschi Draag; ma di non inferiore importanza sono anche il tema della capacitร  di rielaborare le informazioni in maniera tale da poter sviluppare una propria cultura e una forma autonoma di consapevolezza, e il messaggio di pace tra i popoli, fondato sul reciproco riconoscimento, sulla pari dignitร  e sulla fattiva collaborazione.


lunedรฌ 2 dicembre 2024

“I duellanti” (1977) regia di Ridley Scott


 Cult Movie 

“I duellanti” (1977)

regia di Ridley Scott

con Keith Carradine, Harvey Keitel, Albert Finney, Edward Fox, Cristina Raines, Robert Stephens, Tom Conti, John McEnery, Diana Quick

«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l'Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione.

Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell'esercito, percorre l'epopea delle guerre imperiali. Fra la sorpresa e l'ammirazione dei loro compagni, due ufficiali, come artisti folli che cerchino di dorare l'oro zecchino o biancheggiare il giglio, proseguirono una contesa privata lungo quegli anni di carneficina universale…

… I due ufficiali si chiamavano Feraud e D'Hubert ed erano entrambi tenenti degli ussari, ma non nello stesso reggimento.»

Joseph Conrad, da “Il duello - Racconto militare” (1908)

Ridley Scott รจ forse attualmente il regista piรน chiacchierato di quelli della vecchia guardia ancora sulla cresta dell'onda: piรน di Eastwood e piรน di Scorsese.

Ha la capacitร  di far discutere sempre e di dividere pubblico e critica.

Nel giro di neanche due anni ha fatto uscire due film che, nel bene e nel male, non lasciano indifferenti e si nutrono delle polemiche che hanno suscitato: “Napoleon” e “Il Gladiatore II”. 

Ridley Scott alla sua etร  si diverte da matti e si vede.

Tuttavia, per capire il suo Cinema รจ necessario tornare indietro nel tempo. Non solo al primo “Gladiatore” che รจ cosa ancora relativamente recente, ma soprattutto ad “Alien”, a “Blade Runner” e a questo grande gioiello, che non รจ affatto inferiore agli altri tre che ho appena citato.

“I duellanti" รจ il suo primo film. Ha quasi cinquant'anni e sembra girato ieri. รˆ tratto dal romanzo breve di Joseph Conrad “Il duello - Racconto militare”. Lo scrittore britannico si era ispirato a una vicenda vera, ricostruita da un breve articolo su un giornale francese. 

Sorprendentemente, Scott, opera una sintesi quasi fedele del racconto dall'inizio alla fine. Ci aggiunge poco di suo, non omette niente di rilevante, a parte qualcosa nel finale, e compie un'operazione storicamente molto rigorosa.

La vicenda รจ ambientata lungo tutto l'arco delle guerre napoleoniche e si conclude subito dopo la caduta definitiva del Grande Corso col suo esilio a Sant'Elena.

รˆ la storia di un duello a puntate che, per un motivo o per un altro, sembra non risolversi mai nella morte di uno dei due contendenti.

Sono poco piรน di quindici anni di storia. Quindici anni che sconvolsero il mondo all’inizio del XIX Secolo. E i due contendenti si affrontano in un duello che pare interminabile e quasi immotivato, iniziando come tenenti degli ussari, per poi attraversare tutti i gradi superiori della carriera militare, per finire come generali sotto sua maestร  Luigi XVIII.

Per Ridley Scott รจ la prima occasione per dimostrare la sua grande abilitร  di manipolatore di immagini, con una lunga carriera alle spalle come regista di spot pubblicitari. Vinse a Cannes, per questo film, il premio della giuria come miglior esordio.

Bisogna porre attenzione al fatto che “I duellanti” esce due anni dopo il capolavoro di Kubrick "Barry Lyndon” e, guardandolo, ci si accorge subito che potrebbe essere definito proprio come una risposta di Scott al suo blasonato collega. Le analogie non si contano, come per esempio alcune parti trattate alla stregua di affreschi dell’epoca con zoom out e scene girate alla luce delle candele.

Sequenza cult: i due sfidanti a cavallo ed entrambi col sole alle spalle, che รจ chiaramente una metafora sul doppelgรคnger, un po’ il leitmotiv di tutto il film.

Ma la maestria di Ridley Scott non si limita alle immagini riesce ad individuare gli interpreti adatti per le parti di Feraud e D’Hubert, rendendo adeguatamente e con stile i caratteri psicologici dei due protagonisti, con un supponente e beffardo Harvey Keitel e un misurato e gentile Keith Carradine. La contrapposizione tra i due รจ l’essenza del romanzo di Conrad, non solo come duellanti, ma soprattutto come indole. Feraud e D'Hubert intendono in maniera differente i concetti di onore e di orgoglio, anche se finiscono entrambi per aderire astrattamente al codice cavalleresco.

Ridley Scott spinge allo stesso modo di Conrad nella caratterizzazione positiva del personaggio di D’Hubert, malcelando in piรน una certa simpatia. E anche la fedeltร  di Feraud nei confronti di Napoleone finisce per risultare irritante, rispetto all’apparente “opportunismo” di D’Hubert, uomo che si piega ai cambiamenti, mantenendo perรฒ intatto il senso dell’onore, con la sua reticenza e con le azioni volte a non danneggiare, ma a favorire il suo amico/nemico. 

Geniale l’idea di Feraud come alter ego di Napoleone, totale invenzione visiva di Ridley Scott, che poggia perรฒ sullo specifico concetto di esilio fornito dallo scrittore.


LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA

LA STRAGE DEI CURDI DI HALABJA Il 16 marzo 1988 le forze aeree irachene sganciarono agenti chimici — gas mostarda, sarin, tabun e ciclosarin...